Il gioco sottile del “non provato” che diventa falso.





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La diffusione di notizie false ormai è diventata uno sport di massa, in Italia in modo particolare ma non è che all’estero scherzino. Questo è un problema, e non ci piove.

Tuttavia esiste anche il problema contrario; sotto la bandiera del “fermiamo le bufale” si sta sviluppando un fenomeno alimentato in modo quasi ossessivo da moltissime aziende, multinazionali, enti governativi e accademici, gruppi di scienziati. Parlo di un gioco sottile, praticato nella ferma volontà di silenziare qualunque voce si alzi contro la nuova religione dello scientismo a tutti i costi e contro i suoi ministri, i vari “esperti” e “scienziati”.

In pratica quello che avviene è che, in mancanza di prove, qualunque cosa detta da chiunque può diventare “fake” ovvero falsa, all’occorrenza. E di fatto lo diviene sempre più spesso, nei titoli dei media ma anche sui social e sui blog. Per fare un esempio, in ambito sanitario, scientifico e accademico, se non esistono dimostrazioni scientifiche a favore di una data affermazione, allora la stessa viene definita falsa.

E’ assurdo: al massimo si dovrebbe affermare che non ci sono prove a sostegno e fermarsi lì. Al massimo definirla improbabile ma non si può definire falsa una cosa semplicemente perchè non è stato provato che sia vera. Persino in ambito giuridico si distingue tra fatto non commesso e mancanza di prove, dunque perchè in ambito scientifico non ci si comporta nello stesso modo?

La logica dice che, dato un enunciato, per definirlo falso occorrono prove tanto quanto per definirlo vero.

Intendiamoci, se dico “gli asini volano” e qualcuno mi dice che sto raccontando balle, non occorre una prova per stabilirlo, perchè c’è un’evidenza dei fatti (che si può parzialmente assimilare ad una dimostrazione) che mi dice il contrario. Ma questa cosa ha i suoi limiti. Ad esempio: una persona finisce sotto un’auto, il corpo viene sbalzato a un paio di metri di distanza e la persona non si muove più. Un medico passa di lì e ne constata la morte. Tutte o quasi le persone che hanno visto la scena saranno convinte che la persona è morta (un fatto) a causa dell’incidente (questo non è un fatto). Dopo qualche giorno, il medico legale asserisce nella sua perizia che la causa della morte è stato un infarto e che proprio a causa dell’infarto la persona è caduta, finendo sotto l’auto.

L’evidenza è tale solo in alcuni limitati casi. Quando si parla di argomenti scientifici ancora di più. Solo che non si capisce perchè questa limitatezza valga solo quando c’è da negare qualcosa e non quando c’è da riconoscerlo, cosa che accade in modo particolare nell’ambito medico.

Dire che un’affermazione è falsa dovrebbe essere suffragato da prove tanto quanto l’affermazione. In assenza di esse l’affermazione non può essere definita falsa, ma solo non comprovata. Metodo scientifico applicato mi pare, no?

Ma ecco che, a seconda della convenienza, un’affermazione diventa vera oppure falsa, pur mancando entrambe le dimostrazioni, sia in un senso che nell’altro.

Ad esempio, nella classica diatriba tra vax e no-vax, oltre alla montagna di affermazioni del tutto false (queste si) da parte di una e dell’altra fazione, nel momento in cui qualcuno dice che un vaccino produce un determinato effetto collaterale (basandosi su una correlazione fattuale, ad esempio il ridotto tempo tra inoculazione e comparsa dell’effetto), viene sempre silenziato con la scusa che “non esistono evidenze scientifiche che comprovino il nesso causa/effetto”.

Ok, questo significa semplicemente che il suddetto nesso non è dimostrato ma comunque non può essere negato senza prove a supporto di questa negazione che è tanto aleatoria quanto l’affermazione, con una differenza: chi sostiene il nesso, se lo fa sulla base di osservazioni dirette, ha in realtà un piccolo  vantaggio su chi nega lo stesso nesso basandosi sull’assenza di prove, ovvero la concreta possibilità di una correlazione. Se non hai prove che la correlazione sia inesistente, non puoi affermare che sia falsa.

In campo fisico, il problema è spesso risolvibile: con un esperimento, oppure con i calcoli, entrambe entità che possono dimostrare una cosa oppure il suo contrario ma senza incertezze (se non minime). In fisica, un esperimento deve essere ripetibile, oggettivo ma anche supportato da dati oggettivi su tutte le condizioni al contorno. Ad esempio: se voglio affermare che l’acqua bolle a 100 gradi, devo anche dire che questa cosa accade al livello del mare (per fare un esempio di condizione al contorno) e che ho sperimentato la cosa, descrivendo minuziosamente l’esperimento in un articolo (cioè “pubblico” le mie conclusioni). Se qualcuno vuole negarle deve ripetere l’esperimento nelle medesime condizioni e dimostrare che fallisce. Non può dire “non ci sono prove che l’acqua bolle a 100°”, perchè c’è una dimostrazione pratica, ripetibile e quindi diventa molto difficile smentirla solamente su base teorica. Allo stesso modo non può dire che l’acqua in realtà bolle a 75 gradi (numero di fantasia) perchè ha condotto l’esperimento a 6.000 metri di quota.

Quando andiamo però nel campo della teoria (ovvero quando si parla di “idee”) comincia la bagarre. Se il Dott. Taldeitali, immunologo, dice che un farmaco può avere effetti collaterali dannosi a medio o lungo termine e poi, a sostegno della sua tesi, aggiunge dei numeri che suggeriscono (non dimostrano) che da quando ne è aumento l’uso si osserva un aumento delle patologie autoimmuni che potrebbe essere correlato alla suddetta pratica, ecco che scatta l’esperto di turno e sentenzia: “Non c’è nessuna prova scientifica che quello che dice Taldeitali sia vero, quindi stia zitto! E anzi, lo denuncio all’Ordine dei Medici perchè fa affermazioni che vanno a detrimento della salute pubblica”.

Eh no, caro il mio esperto di turno. Taldeitali ti ha portato una tesi non campata per aria ma suffragata da numeri che hanno un senso. E’ un medico, un immunologo e ha tutto il diritto di esporre una teoria. Tu se vuoi confutarla devi quantomeno fare altrettanto: portare un minimo di numeri che suffraghino la negazione. Se non puoi, allora sei tu in difetto e non chi propone la tesi. E parliamo di numeri precisi, non buttati lì un giorno in un modo e un altro in un altro e, cosa più importante, che provengano da ricerche che non siano state finanziate da case farmaceutiche che potrebbero avere un interesse nella faccenda.

Ma soprattutto, non hai il minimo diritto di affermare che la tesi di Taldeitali sia falsa. Al massimo puoi dire che le prove non sono sufficienti per accettarla.

Ma oggi, in cui sostanzialmente tutto passa per i Social Media e le testate mainstream fanno un evidente gioco coordinato, ecco che si usa l’arma finale del Dott. Goebbels: il discredito.

Discredito che non ha nulla di scientifico e che anzi, molto spesso, si basa su una propaganda ancora meno fondata che le affermazioni che si vogliono negare e che, soprattutto, si basa esclusivamente sulla gestione della percezione di una notizia, tesi o teoria da parte del pubblico. Un’affermazione oggi non è falsa quando è oggettivamente tale, ma quando le persone la PERCEPISCONO così: Naturalmente vale anche il contrario: molte affermazioni false vengono percepite come vere. E tutto avviene su basi esclusivamente emotive, ideologiche, politiche o di opinione o, ancora peggio, sulla base di quanti dicono la stessa cosa, per quanto idiota sia.

Per fare un esempio estremo… quando Trump ha affermato che si sarebbe potuto iniettare del disinfettante per curare il coronavirus, diverse decine di persone (non scherzo purtroppo) sono state ricoverate nei giorni seguenti per essersi iniettati varie sostanze tossiche.

Ma sono pronto a scommettere che, se la stessa affermazione l’avesse fatta Kim Jong Un, quelle stesse persone avrebbero semplicemente scosso la testa facendosi una risata più o meno grassa (ho detto le stesse persone… poi magari ci sarebero stati altri idioti in Corea del Nord a farlo, ma non le stesse persone).

Altro esempio, sempre di questo periodo, è il video del ragazzo che, diventato virale, ha portato alla sperimentazione in Italia di un farmaco che all’apparenza in Giappone usavano tutti ma che, nella realtà, era in fase del tutto sperimentale su appena ottanta (80!) persone.

Quello che si osserva in periodi di crisi come questo è l’evidente tentativo da parte di diverse fazioni di creare percezioni ad hoc di fatti oggettivi, per puro scopo di profitto (ovviamente non solo monetario), sfruttando l’amplificatore naturale dell’ignoranza delle persone.

La soluzione? Una sola: smettere di essere ignoranti, di basarsi sulle opinioni e sugli enunciati altrui, di sposare tesi senza un minimo di controllo, di discernimento.

In tre parole: diventare meno meccanici.

Senza questo passo saremo sempre e solo polvere mossa dal vento ma, quel che è peggio, porteremo sempre di più noi e gli altri in situazioni di pericolo anche grave.

Ci si vede in giro!

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