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La consapevolezza avviene al di fuori della mente





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Si par­la mol­to spes­so di con­sa­pe­vo­lez­za, anche in ambi­ti che esu­la­no dal­la ricer­ca inte­rio­re. E in effet­ti il ter­mi­ne in sé si pre­sta all’u­so in diver­si siste­mi uma­ni, per chia­mar­li così.

Con­sa­pe­vo­lez­za è un ter­mi­ne che, for­se com­pli­ce l’e­ti­mo­lo­gia, vie­ne spes­so rife­ri­to ad un atto, uno sta­to del­l’in­tel­let­to. Il che, di per sé non è affat­to erra­to. La con­sa­pe­vo­lez­za, pri­ma o poi, deve far capo­li­no nel­la men­te coscien­te. E qui sta l’in­ghip­po per­chè, vista dal­l’or­di­na­rio sta­to di coscien­za, la con­sa­pe­vo­lez­za ini­zia appun­to con la pre­sa di coscien­za men­ta­le di una qual­sia­si cosa. Quin­di, per una con­tez­za di sé che non pre­scin­de da quel­la men­ta­le, la con­sa­pe­vo­lez­za ha ori­gi­ne nel­la men­te per­chè è da quel momen­to che vie­ne per così dire “nota­ta”.

Potrem­mo para­go­na­re la con­sa­pe­vo­lez­za ad un mar­tin pesca­to­re e la men­te all’ac­qua del mare (i pen­sie­ri di con­se­guen­za ai pesci che vi nuo­ta­no den­tro). Il mare non ha “idea” di quel­lo che avvie­ne oltre la sua super­fi­cie, per­chè l’a­ria è un altro ele­men­to. Quin­di l’e­si­sten­za del Mar­tin Pesca­to­re non è nota all’ac­qua. Tut­ta­via, que­sto all’uc­cel­let­to in que­stio­ne non è noto, in quan­to sus­si­ste comun­que, al di là del fat­to che l’ac­qua del mare (cioè la men­te), abbia con­tez­za di lui oppu­re no.

Per la men­te quin­di, il vola­ti­le in que­stio­ne sem­pli­ce­men­te non esi­ste fino a quan­do, per acchiap­pa­re un pesce, non deci­de di tuf­far­si, entran­do in acqua. A quel pun­to la men­te divie­ne con­scia del pen­nu­to; dal suo pun­to di vista, il Mar­tin Pesca­to­re è qual­co­sa di estra­neo che appa­re improv­vi­sa­men­te al suo inter­no (ricor­dia­mo­ci che il mare non ha idea del­l’e­si­sten­za del­l’a­ria per­chè ne è total­men­te separato).

La meta­fo­ra di cui sopra è per arri­va­re a spie­ga­re che la con­sa­pe­vo­lez­za in real­tà è qual­co­sa che nasce al di fuo­ri del­la nostra men­te. Non è com­pi­to del­la men­te svi­lup­pa­re la con­sa­pe­vo­lez­za ma, cer­ta­men­te, di acco­glier­la. Tut­ta­via, fin­tan­to che sia­mo come il mare, per noi la con­sa­pe­vo­lez­za è esclu­si­va­men­te men­ta­le e cor­ri­spon­de a quel pic­co­lo tem­po in cui il Mar­tin Pesca­to­re resta immer­so in acqua, fino a quan­do rie­mer­ge per volar­se­ne nuo­va­men­te via.

For­tu­na­ta­men­te però la meta­fo­ra è mol­to ridut­ti­va e la nostra men­te, al con­tra­rio del­l’ac­qua, può cam­bia­re la pro­pria natu­ra. In real­tà è esat­ta­men­te quel­lo che ha fat­to da innu­me­re­vo­li seco­li. Solo che, sog­get­ta alla dua­li­tà insi­ta nel­la mani­fe­sta­zio­ne, ha segui­to un per­cor­so (appa­ren­te­men­te) dico­to­mi­co, svi­lup­pan­do­si sia nel­la dire­zio­ne spe­cu­la­ti­va che in quel­la cogni­ti­va, dive­nen­do in real­tà sem­pre più den­sa. La men­te uma­na ha una sua spe­ci­fi­ca ragion d’es­se­re e un suo com­pi­to pre­ci­so. Li ha sem­pre avu­ti ma, in pas­sa­to, era affian­ca­ta da una diver­sa con­tez­za di ciò che esu­la dal pro­prio cam­po. Un po’ come se l’ac­qua di mare fos­se sta­ta a suo tem­po mol­to più ric­ca di ossi­ge­no e quin­di più simi­le all’a­ria che le sta sopra.

Oggi noi esse­ri uma­ni sia­mo sem­pre più iden­ti­fi­ca­ti con le nostre facol­tà men­ta­li al pun­to che abbia­mo per­so la memo­ria del resto. Un po’ come se l’ac­qua del mare, per­den­do ossi­ge­no, aves­se per­so nel tem­po la memo­ria del­l’a­ria soprastante.

Il nostro pun­to di vista è sce­so sem­pre più a fon­do nel­l’ac­qua del­la men­te, al pun­to che la super­fi­cie, con i suoi rifles­si non è più visi­bi­le e i nostri pen­sie­ri han­no a loro vol­ta per­so la capa­ci­tà di com­pren­de­re l’e­si­sten­za al di fuo­ri dell’acqua.

Per que­sto, abbia­mo anche dimen­ti­ca­to che esi­ste un inte­ro uni­ver­so, incre­di­bil­men­te vasto, oltre la super­fi­cie del­l’ac­qua. Qui la meta­fo­ra è dav­ve­ro cal­zan­te in effet­ti: la nostra cosid­det­ta con­sa­pe­vo­lez­za altro non è che il pen­sie­ro di un coral­lo sul fon­do del mare. Un mare che vie­ne ovvia­men­te per­ce­pi­to come vasto (e lo è, in effet­ti) ma la cui dimen­sio­ne è dav­ve­ro nul­la se para­go­na­ta a tut­to quel­lo che ci sta sopra; a par­ti­re dal­l’at­mo­sfe­ra per anda­re ver­so lo spa­zio ester­no, il siste­ma sola­re, la galas­sia, il grup­po loca­le e così via dilatando.

Gli esse­ri che vivo­no sul fon­do del­l’o­cea­no non pos­so­no nep­pu­re con­ce­pi­re che esi­ste tut­to ciò, per­chè la loro capa­ci­tà di per­ce­zio­ne è ridot­ta al mez­zo in cui si tro­va­no: il mare. E quan­do anche fos­se loro pos­si­bi­le intui­re l’e­si­sten­za del­l’a­ria, la stes­sa natu­ra gli ren­de­reb­be impos­si­bi­le spe­ri­men­tar­la se non per bre­vis­si­mi atti­mi pri­ma di tro­va­re la morte.

Eppu­re, nono­stan­te que­sto, in milio­ni di anni l’e­vo­lu­zio­ne ha fat­to pro­prio in modo che que­sto avve­nis­se: l’os­si­ge­no, pre­sen­te sia nel­l’ac­qua che nel­l’a­ria può esse­re respi­ra­to solo da un mez­zo bio­lo­gi­co com­pa­ti­bi­le: non all’e­le­men­to in sé (l’os­si­ge­no è sem­pre lo stes­so) quan­to al mez­zo in cui si tro­va. Pesci e uomi­ni respi­ra­no ossi­ge­no ma nes­su­no dei due può respi­ra­re nel mez­zo pro­prio all’al­tra specie.

La con­sa­pe­vo­lez­za è l’os­si­ge­no: si for­ma ed esi­ste a pre­scin­de­re dal pun­to di vista di chi la pos­sie­de. Ma per far­ne teso­ro, occor­re evo­lu­zio­ne, altri­men­ti ver­rà sem­pre vista come il Mar­tin Pesca­to­re: un improv­vi­so, inspie­ga­bi­le even­to di cui pre­sto, ces­san­do­ne la per­si­sten­za, ne va per­sa la contezza.

Que­sto avvie­ne per­chè la men­te non è l’or­ga­no adat­to per crea­re con­sa­pe­vo­lez­za, ma solo il mez­zo per vei­co­lar­la nel­la mate­ria ordi­na­ria. Tut­ta­via, dato che per noi oltre alla men­te ordi­na­ria non esi­ste altro, non pos­sia­mo che con­fon­de­re il mez­zo con l’o­ri­gi­ne. In più, abbia­mo anche altre inter­fe­ren­ze inde­bi­te qua­li, solo per fare un esem­pio, le emo­zio­ni: anche l’e­mo­ti­vo da noi spe­ri­men­ta­to non ha nul­la a che vede­re con ciò che pro­pria­men­te si dovreb­be defi­ni­re per tale solo che, aven­do solo quel­lo che spe­ri­men­tia­mo, rite­nia­mo che sia l’u­ni­co emo­ti­vo esistente.

Met­tia­mo insie­me que­ste due colos­sa­li igno­ran­ze ed avre­mo un qua­dro abba­stan­za signi­fi­ca­ti­vo sul­le ori­gi­ni del degra­do cogni­ti­vo cui assi­stia­mo quotidianamente.

La men­te è un mez­zo, non il fine, così come le emo­zio­ni basi­la­ri che si spe­ri­men­ta­no abi­tual­men­te. Noi non sia­mo i nostri pen­sie­ri (nep­pu­re i più “ele­va­ti”) e nep­pu­re i nostri sen­ti­men­ti (idem). Noi sia­mo a pre­scin­de­re da essi, ma ne abbia­mo per­so memoria.

Noi “sia­mo” al di sopra del­l’ac­qua del­la men­te e del­le rela­ti­ve cor­ren­ti del­l’e­mo­ti­vo. Fin­tan­to che osser­via­mo (nel miglio­re dei casi) la super­fi­cie luci­da dal bas­so e non fac­cia­mo nul­la per nuo­ta­re fuo­ri di essa, rimar­re­mo fer­mi (anche qui nel miglio­re dei casi) al desi­de­rio di librar­ci nel­l’a­ria, sen­za mai riu­scir­ci davvero.

La Medi­ta­zio­ne è di fat­to il modo per met­te­re la testa fuo­ri dal­l’ac­qua e respi­ra­re aria. Pur ragio­nan­do al con­tra­rio, più la medi­ta­zio­ne è pro­fon­da, più noi ci alzia­mo dal­la super­fi­cie del mare. Ini­zie­re­mo a svi­lup­pa­re dei pol­mo­ni e con il pas­sa­re del tem­po, la nostra capa­ci­tà di rima­ne­re al di fuo­ri del­l’ac­qua aumen­te­rà fino a che, auspi­ca­bil­men­te, ad un cer­to pun­to non avre­mo più biso­gno di tor­na­re den­tro di essa: quel­la che vie­ne defi­ni­ta, a buo­na ragio­ne, “libe­ra­zio­ne”.

Ci si vede in giro!

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