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La Goccia, un racconto di qualche anno fa





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Mol­ti anni fa, quan­do ero poco più di un ragaz­zi­no, scris­si que­sto pic­co­lo rac­con­to, dal tito­lo “La goccia”.

Un mio caris­si­mo ami­co, anche lui aki­ki­do­ka sta­gio­na­to, lo ha recu­pe­ra­to da un vec­chio nume­ro del­la rivi­sta Aiki­do, e me lo ha invia­to (gra­zie dav­ve­ro infi­ni­te, non hai idea del rega­lo che mi hai fat­to…). Spe­ro per­do­ne­re­te l’in­ge­nui­tà del lin­guag­gio e del­la costru­zio­ne… ma, come ho det­to, ero mol­to gio­va­ne. Così come spe­ro di fare cosa gra­di­ta con­di­vi­den­do que­sto rac­con­to che comun­que, let­to a tan­ta distan­za di tem­po, riten­go abbia anco­ra il suo bel perchè.

L’il­lu­stra­zio­ne di coper­ti­na è di Fran­ce­sco Des­sì, gran­dis­si­mo aiki­do­ka, oggi 6° Dan.

LA GOCCIA

L’a­ria nel dojo era immo­bi­le e il Mae­stro era sedu­to in mez­zo al tatami.

Le por­te di car­ta di riso e legno anti­co che abi­tual­men­te era­no par­te inte­gran­te del­le pare­ti era­no sta­te fat­te sci­vo­la­re sul­le loro gui­de, lascian­do entra­re nel dojo l’a­ria pun­gen­te e fre­sca del mat­ti­no. L’al­ba sor­ta da poco tin­ge­va il cie­lo di un color rosa pal­li­do, sol­ca­to dal­le sot­ti­li stri­scie bian­che del­la neb­bia mat­tu­ti­na. All’e­ster­no, il giar­di­no del Mae­stro era un raro esem­pio di perfezione.

L’er­ba taglia­ta cor­ta, livel­la­ta a poco più di un cen­ti­me­tro da ter­ra era di un ver­de straor­di­na­rio: non abba­stan­za inten­so da trat­te­ne­re lo sguar­do e non abba­stan­za pal­li­do da pas­sa­re inos­ser­va­to. Le lie­vi ondu­la­zio­ni del ter­re­no sem­bra­va­no accom­pa­gna­re il rumo­re del ruscel­lo che, nel cor­so degli anni, le ave­va rese così armo­nio­se. Oltre il pic­co­lo cor­so d’ac­qua, che face­va ricor­da­re il suo­no di un vio­li­no per la sua deli­ca­tez­za, si don­do­la­va­no al ven­ti­cel­lo dei bas­si cilie­gi che for­ma­va­no (era la sta­gio­ne del­la fio­ri­tu­ra) del­le mac­chie indi­stin­te rosa pallido.

L’a­ria all’in­ter­no del Dojo era immo­ta e den­sa e la cal­ma che vi aleg­gia­va era quel­la del lago di montagna.

Il Mae­stro era sedu­to in zazen, le mani sot­ti­li e sol­ca­te dal­le vene intrec­cia­te sul grem­bo, i suoi occhi era­no semia­per­ti. fis­si nel vuo­to. Il cor­po sot­ti­le ed eret­to sem­bra­va esse­re una par­te del­le roc­ce che si intra­ve­de­va­no vici­no al tor­ren­te. Il suo respi­ro era così lie­ve che non avreb­be fat­to spo­sta­re nem­me­no una piu­ma, eppu­re ave­va appe­na ter­mi­na­to una mas­sa­cran­te lezio­ne di Aiki­do con il suo miglio­re allievo.

Era­no soli nel dojo e dal­la pel­le cal­dis­si­ma del gio­va­ne si alza­va­no sot­ti­li volu­te di vapo­re. Il vec­chio Mae­stro (ave­va più di 70 anni) lo osser­va­va nel­lo sta­to di han­gan, vede­re-non vede­re, per per­ce­pir­ne il respi­ro e la con­di­zio­ne inte­rio­re. Vide che nel­la postu­ra del gio­va­ne c’e­ra qual­co­sa che non anda­va, una ten­sio­ne che non avreb­be dovu­to esserci.

Il gio­va­ne cer­cò di con­trol­la­re il pro­prio respi­ro, sen­ten­do il toc­co leg­ge­ro del­la coscien­za espan­sa del suo Mae­stro ma non riu­sci­va ad esse­re per­fet­ta­men­te a suo agio. Era sta­ta una lezio­ne duris­si­ma; un’o­ra e mez­za di con­ti­nui attac­chi sfi­bran­ti da par­te del Sen­sei, alter­na­ti a momen­ti in cui dove­va esse­re lui ad attac­ca­re il vec­chio. Ed era­no i momen­ti più ter­ri­bi­li, in cui si sen­ti­va pre­so dal ven­to di tem­pe­sta che quel­l’uo­mo dol­cis­si­mo sape­va sca­te­na­re. Ave­va dato fon­do a tut­te le sue ener­gie, ben sapen­do quan­to rigi­do fos­se il Mae­stro in fat­to di disci­pli­na. Ricor­da­va anco­ra con dolo­re quel­la vol­ta in cui, duran­te lo zazen alla fine del­la lezio­ne, non era riu­sci­to a con­trol­la­re uno starnuto.

Il Mae­stro non ave­va nep­prue alza­to un dito con­tro di lui, ne ave­va bat­tu­to ciglio ma l’on­da­ta di furo­re fred­do che lo ave­va inve­sti­to era sta­ta peg­gio di qual­sia­si col­po fisico.

Ed ora sta­va per capi­ta­re anco­ra: una pic­co­la, stu­pi­da goc­cia di sudo­re gli sta­va len­ta­men­te sci­vo­lan­do dal­la fron­te giù per il set­to nasa­le, con un fasti­dio indescrivibile.

In quel momen­to il Mae­stro vide qua­le era la cau­sa del­l’a­gi­ta­zio­ne del suo allie­vo: quel­la minu­sco­la goc­cia che gli sta­va colan­do giù per il naso lo sta­va facen­do impaz­zi­re. Il suo inter­no si incre­spò in un sor­ri­so; il gio­va­ne per­ce­pì un incre­spar­si nel respi­ro del Mae­stro e si sen­tì per­du­to. Dispe­ra­ta­men­te lot­tò con tut­te le sue for­ze per man­te­ne­re la men­te cal­ma come pri­ma ma fu tut­to inu­ti­le: un sot­ti­le ago di pau­ra gli risa­li­va per la colon­na ver­te­bra­le. Non ce l’a­vreb­be fat­ta a sop­por­ta­re un’al­tra vol­ta la furia inte­rio­re del Sensei.

La goc­cia, non­cu­ran­te, con­ti­nuò mali­gna il suo cam­mi­no ver­so la pun­ta del naso.

Il Mae­stro col­se il tre­mo­lio sot­to l’oc­chio destro e vide come il wa del suo allie­vo sta­va caden­do a pezzi.

Il gio­va­ne era dispe­ra­to, la goc­cia ave­va pas­sa­to la pun­ta del naso ed ora, con­tro tut­te le leg­gi del­la fisi­ca, sta­va len­ta­men­te sci­vo­lan­do all’in­ter­no di una nari­ce. L’i­ni­zio di un pru­ri­to inso­ste­ni­bi­le pre­se a mani­fe­sta­re­si. la pau­ra del gio­va­ne sta­va per tra­mu­tar­si in terrore.

Pen­sò alla sua fami­glia, che tan­to ave­va spe­so e anco­ra spen­de­va per man­te­ner­lo agli stu­di uni­ver­si­ta­ri e di Aiki­do, alla sua ragaz­za che anda­va in giro van­tan­do­si del Mae­stro di lui e pen­sò con ter­ro­re al loro diso­no­re se que­sti (ed era sicu­ro che que­sta vol­ta sareb­be suc­ces­so) lo aves­se cac­cia­to dal Dojio.

Men­tal­men­te si sta­va pre­pa­ran­do alle risa­te dei suoi ami­ci da sem­pre invi­dio­si del­le sue for­tu­ne per­so­na­li, quan­do la solu­zio­ne gli bale­nò improv­vi­sa: se quel­la goc­cia fos­se cadu­ta dal suo naso pri­ma che il Mae­stro gli aves­se dato il per­mes­so di lascia­re il Dojo, egli avreb­be com­mes­so hara­ki­ri.

Imme­dia­ta­men­te una nuo­va for­za si impa­dro­nì di lui; pote­va qua­si sen­ti­re l’ap­pro­va­zio­ne dei suoi avi, in uno scat­to di gio­ia selvaggia.

Il Mae­stro sen­tì tut­to que­sto e capì: il suo cuo­re rima­se esat­ta­men­te come pri­ma, ma il suo wa mutò leg­ger­men­te, dive­nen­do qua­si aggressivo.

Il gio­va­ne lo per­ce­pì e capì che non sareb­be sta­to neces­sa­rio aspet­ta­re che la goc­cia gli cades­se dal naso: il Mae­stro sta­va per cac­ciar­lo. Intan­to la goc­cia era giun­ta alla fine del suo cam­mi­no e sta­va per cadere.

Nel­la men­te del gio­va­ne pre­se­ro a scor­re­re come in un film le imma­gi­ni del­la sua bre­ve vita: sua madre, la sua ragaz­za, la pri­ma vol­ta che ave­va fat­to l’a­mo­re… la sua men­te ini­ziò a pren­de­re com­mia­to dal mon­do; pote­va qua­si già sen­ti­re il fred­do accia­io del­la kata­na di fami­glia che sua madre custo­di­va in una stan­za speciale.

Poi, improv­vi­sa­men­te, si accor­se che vici­no a lui c’e­ra qual­cu­no. Pen­sò che fos­se la sua imma­gi­na­zio­ne ma sta­va sen­ten­do la goc­cia che len­ta­men­te si allun­ga­va, che sta­va per divi­der­si dal resto del sudo­re, con­dan­nan­do­lo alla mor­te che ormai aspet­ta­va come un’o­spi­te gradita.

Die­de un ulti­mo salu­to al mon­do… Poi un asciu­ga­ma­no ruvi­do gli pas­sò sot­to il naso, asciu­gan­do­gli il sudo­re giu­sto un atti­mo pri­ma che la goc­cia cadesse.

In quel momen­to l’u­ni­ver­so gli si schiu­se davan­ti e il gio­va­ne si illuminò.

Quan­do rien­trò in sé, sen­tì un uccel­li­no emet­te­re poche note, per poi vola­re via.

L’a­ria nel Dojo era immo­bi­le e il Mae­stro era sedu­to in mez­zo al tatami.

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2 Comments

  1. Laura ha detto:

    Beh,mi sono commossa