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Il metodo e la meta

Anta­rat­man Yoga, come det­to già alcu­ne vol­te è un meto­do che asso­cia Pra­na­ya­ma e Suo­no in modo spe­ci­fi­co per rag­giun­ge­re altret­tan­to spe­ci­fi­ci sta­ti interiori.

Ma, appun­to, si trat­ta di un meto­do. Come tale rap­pre­sen­ta un siste­ma, un modo, per rag­giun­ge­re la base per una meta che però è ester­na al meto­do stes­so. La base di par­ten­za è il rag­giun­gi­men­to di uno sta­to di silen­zio per pro­ce­de­re oltre: nel­la ricer­ca, nel­la pra­ti­ca, nel­la medi­ta­zio­ne, nel­la tec­no­lo­gia interiore.

Oggi il nostro sta­to è tal­men­te alie­na­to rispet­to a ciò che dovreb­be esse­re, dal­la vita che con­du­cia­mo e da mil­le altri fat­to­ri, che poter acce­de­re a un momen­to di silen­zio, diven­ta impe­ra­ti­vo: per mol­ti, se non per tutti.

La meta quin­di non è da con­fon­de­re con il meto­do. La meta riguar­da ognu­no di noi: c’è chi vuo­le evol­ver­si, cre­sce­re, cam­bia­re in sen­so lato. Oppu­re chi desi­de­ra rag­giun­ge­re obiet­ti­vi spe­ci­fi­ci: la capa­ci­tà di risol­ve­re un pro­ble­ma per­so­na­le, oppu­re un pro­ble­ma men­ta­le o emo­ti­vo. Tut­te que­ste sono mete, a atten­go­no essen­zial­men­te alla sin­go­la individualità.

Duran­te le nor­ma­li ses­sio­ni di Anta­rat­man Yoga, quel­lo che andia­mo a cer­ca­re è una qua­li­tà spe­ci­fi­ca all’in­ter­no del­la qua­le poter­ci immer­ge­re in silen­zio. Con i Pra­na­ya­ma for­mia­mo da un lato un pri­mo osta­co­lo al pen­sie­ro mec­ca­ni­co, alle ten­sio­ni emo­ti­ve ed a tut­to ciò che la vita ci “lan­cia” addos­so, men­tre dal­l’al­tro ripor­tia­mo alla luce un pri­mo stra­to di silen­zio, un po’ come se que­sto fos­se un ter­re­no, nasco­sto al nostro interno.

Allo stes­so tem­po inca­me­ria­mo ener­gia, andan­do a rifor­ni­re i nostri ser­ba­toi, spes­so esau­ri­ti o comun­que con scar­sa dispo­ni­bi­li­tà. Que­sta ener­gia ci ser­ve subi­to dopo, nel­la fase in cui uti­liz­zia­mo il suono.

L’u­so del suo­no pre­ve­de una ese­cu­zio­ne atti­va che, per quan­to deli­ca­ta ed appa­ren­te­men­te sem­pli­ce, in real­tà abbi­so­gna di una cer­ta ener­gia per­chè pos­sia­mo ade­gua­ta­men­te “entra­re” nel­la tec­ni­ca. Una tec­ni­ca che coin­vol­ge non solo i nostri pia­ni fisi­ci e mate­ria­li ma, e mi vie­ne da dire “soprat­tut­to”, le nostre par­ti più imma­te­ria­li, sottili.

Entra­re in una tec­ni­ca signi­fi­ca fare tan­te cose, di pri­mo acchi­to non visi­bi­li. Innan­zi­tut­to con­cen­trar­si signi­fi­ca gua­da­gna­re atten­zio­ne rispet­to al momen­to pre­sen­te: la con­cen­tra­zio­ne per­fet­ta impli­ca una pre­sen­za perfetta.

In secon­do luo­go abbia­mo lo sfor­zo di volon­tà: volon­tà di pro­dur­re, in que­sto caso, il suo­no giu­sto, con la giu­sta into­na­zio­ne e il giu­sto tim­bro. In più, col pro­ce­de­re del­l’e­se­cu­zio­ne, abbia­mo l’in­stau­rar­si di una con­di­zio­ne psi­co­fi­si­ca par­ti­co­la­re, per man­te­ne­re la qua­le occor­re mol­ta ener­gia: un’e­ner­gia che vie­ne fat­ta flui­re auto­ma­ti­ca­men­te pro­prio dal­la con­cen­tra­zio­ne e dal­la tec­ni­ca stes­sa ma sen­za la qua­le divie­ne impos­si­bi­le procedere.

Nel­la ter­za fase, quan­do sem­pli­ce­men­te ci fer­mia­mo in ascol­to, abbia­mo l’en­tra­tu­ra in una con­di­zio­ne che, pur essen­do la meta di quel­la spe­ci­fi­ca ses­sio­ne di pra­ti­ca, non è cer­ta­men­te lo sco­po fina­le del­la pratica.

Tut­ta­via, nel­l’i­stan­te in cui in noi si pro­du­ce la cor­ret­ta qua­li­tà di silen­zio e, al con­tem­po, di ascol­to, la meta diven­ta pos­si­bi­le, qua­lun­que essa sia. In più, con il pro­gre­di­re del­la pra­ti­ca, la raf­fi­na­tez­za del­lo sta­to di silen­zio e del­l’e­ner­gia che lo per­va­de ten­de ad aumen­ta­re, dan­do­ci di fat­to sem­pre più pos­si­bi­li­tà di pene­tra­re stra­ti (e sta­ti) inte­rio­ri sem­pre più profondi.

Il meto­do è ciò che ren­de la meta rag­giun­gi­bi­le. Que­sta è la dif­fe­ren­za tra i due.

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