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Vedere le parole, sentire gli sguardi

Un’a­bi­tu­di­ne abba­stan­za rara ormai, quel­la di guar­da­re negli occhi chi ci par­la. Ma capi­sco la dif­fi­col­tà; si teme di esse­re inop­por­tu­ni, inva­den­ti, per­si­no fasti­dio­si. E così anche dal­l’al­tra par­te. I risul­ta­ti a vol­te sfio­ra­no la comi­ci­tà, con due che si par­la­no guar­dan­do ovun­que tran­ne che ver­so l’in­ter­lo­cu­to­re oppu­re facen­do sfor­zi di fan­ta­sia per pun­ta­re lo sguar­do su zone non sospette.

In effet­ti guar­da­re le per­so­ne negli occhi non è così sem­pli­ce come si pen­sa. Occor­re ricor­dar­si innan­zi­tut­to che se guar­di qual­cu­no negli occhi, sostan­zial­men­te lo obbli­ghi a fare altret­tan­to. E se non ci rie­sce, il che non indi­ca per for­za una volon­tà men­da­ce, va a fini­re che si sen­te in un imba­raz­zo bestiale.

Tut­ta­via, quan­do si guar­da qual­cu­no negli occhi, il mes­sag­gio dovreb­be esse­re dupli­ce. Da un lato dovreb­be espri­me­re il desi­de­rio di vede­re dav­ve­ro l’al­tro, per quan­to pos­si­bi­le. Dal­l’al­tro la volon­tà di esse­re visti. Non il biso­gno: la volontà.

Il biso­gno di esse­re visti è uno degli sti­mo­li fon­da­men­ta­li del­l’es­se­re uma­no. Pren­de­te una per­so­na qua­lun­que, met­te­te­la in un mon­do in cui nes­su­no sem­bra nota­re la sua esi­sten­za e, per quan­to for­te sia, pri­ma o poi darà giù di matto.

Ci sono due aspet­ti per que­sto biso­gno: il pri­mo riguar­da l’in­di­vi­dua­li­tà. Se non sei in gra­do di dire “Io sono”, avrai sem­pre biso­gno di leg­ge­re la con­fer­ma del­la tua esi­sten­za negli occhi degli altri.

Il secon­do aspet­to riguar­da inve­ce la con­di­vi­sio­ne. L’uo­mo non è nato per con­dur­re una vita soli­ta­ria, anche se que­sto può sem­pre acca­de­re (e qui tor­nia­mo al pun­to pre­ce­den­te), ma è, come si suol dire, un ani­ma­le socia­le. Per quan­to uno pos­sa dire “Io sono”, ad un cer­to pun­to si ren­de con­to che se non può con­di­vi­de­re nul­la di se’, la sua esi­sten­za ha dav­ve­ro poco senso.

La volon­tà di esse­re visti ha più atti­nen­za con que­sto secon­do aspet­to. Signi­fi­ca espri­me­re la pro­pria essen­za, la pro­pria esi­sten­za, non a sca­pi­to o a dan­no del pros­si­mo, ma per la natu­ra­le esi­gen­za di “con­di­vi­de­re la pro­pria tavola”.

Cer­to, puoi fis­sa­re qual­cu­no con l’in­ten­to domi­na­to­re da maschio (o fem­mi­na, è lo stes­so) Alfa, da capo bran­co, oppu­re puoi far­lo per comu­ni­ca­re con lui nel modo più vero che cono­sci: con l’anima.

Guar­da­re gli altri negli occhi dovreb­be ave­re que­sto sen­so, alme­no per come la vedo io: usa­re quel­la cosa che più ha pro­ba­bi­li­tà di riflet­te­re quel­lo che dav­ve­ro c’è. Al di là del­l’a­spet­to fisi­co, del modo di par­la­re, del­la lin­gua o del colo­re del­la pelle.

Per­si­no al di là di ciò di cui sia­mo con­sa­pe­vo­li di noi stessi.

E poi… c’è l’a­spet­to oppo­sto, quel­lo che attie­ne alla pos­si­bi­li­tà di vede­re dav­ve­ro qual­co­sa di chi ci sta di fron­te. Altro lavo­ro per nul­la faci­le, per­chè guar­da­re è una cosa ma vede­re, osser­va­re dav­ve­ro… è tut­to un altro paio di maniche.

Eppu­re, per quan­to dif­fi­col­to­sa sia come impre­sa, vede­re non è impos­si­bi­le. Dicia­mo comun­que che, se non guar­di negli occhi, si ridu­ce di mol­to la pos­si­bi­li­tà di vede­re dav­ve­ro quel­lo che ti stan­no dicen­do. Non è un erro­re: si può “vede­re” una paro­la, tan­to quan­to si può “sen­ti­re” la stes­sa. E’ una que­stio­ne di per­ce­zio­ne, e la per­ce­zio­ne, dato che essen­zial­men­te è un atto del cuo­re, è qual­co­sa che sta a mon­te di tut­ti i sen­si, di tut­ti i ragionamenti.

Usan­do solo gli occhi è dif­fi­ci­le vede­re. Per­si­no usan­do l’a­ni­ma è mol­to raro riu­scir­ci. Biso­gna usa­re il cuo­re. Allo­ra c’è la pos­si­bi­li­tà di entra­re tra­mi­te esso nel sen­so vero del­le paro­le del­l’al­tro. Per­chè a quel pun­to la comu­ni­ca­zio­ne cam­bia com­ple­ta­men­te dimen­sio­ne: la paro­la diven­ta un suo­no che por­ta un con­cet­to, una qua­li­tà e una vibra­zio­ne ad essa più pro­fon­da, cui si può acce­de­re da ciò che dico­no gli occhi.

Vede­re una paro­la equi­va­le a sen­ti­re uno sguar­do: stes­so para­dos­so, mede­si­mo mira­co­lo: comunicare.

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5 Comments

  1. Andrea ha detto:

    Franz!!! Come osi rive­la­re uno dei piú gran­di segre­ti del­la comu­ni­ca­zio­ne!! :wow:

  2. maurizio ha detto:

    a vol­te anche guar­dan­do 2 mera­vi­glio­si occhio­ni di un’in­no­cen­te esserino,si può comu­ni­ca­re col pro­prio cuo­re. gra­zie franz per que­sto pic­co­lo rega­lo. :snap­shot: :swim:

  3. anchenel deserto ha detto:

    Uno sguar­do trop­po con­cen­tra­to non risul­ta fastidioso?

    • franz ha detto:

      Come scrit­to sopra: “In effet­ti guar­da­re le per­so­ne negli occhi non è così sem­pli­ce come si pen­sa. Occor­re ricor­dar­si innan­zi­tut­to che se guar­di qual­cu­no negli occhi, sostan­zial­men­te lo obbli­ghi a fare altret­tan­to. E se non ci rie­sce, il che non indi­ca per for­za una volon­tà men­da­ce, va a fini­re che si sen­te in un imba­raz­zo bestiale.”
      Uno sguar­do trop­po con­cen­tra­to, inda­ga­to­re è sen­z’al­tro fasti­dio­so. Par­lia­mo quin­di di “guar­da­re” negli occhi. Il che non signi­fi­ca “fis­sa­re”. Lo sguar­do può esse­re usa­to in modo con­sa­pe­vo­le (anzi, dovreb­be esse­re usa­to così), pro­prio per­chè con un solo sguar­do pos­sia­mo tra­smet­te­re un inte­ro uni­ver­so. La mag­gior par­te del­le per­so­ne non ci pen­sa, in effet­ti, e quin­di si gene­ra­no le situa­zio­ni più o meno tra­gi­co­mi­che descrit­te sopra.
      Gra­zie del pas­sag­gio e del com­men­to e… buo­na pasquet­ta! :bye: