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Heather’s Corner: Il senza fissa dimora…

…e tan­to­me­no orari!

In gene­re que­sti fan­no gli invia­ti, gli addet­ti stam­pa al segui­to di qual­che Very Important Pirla o cose simili.

Ma pos­so­no anche fare gli autotrasportatori.

Oppure, mol­to più sem­pli­ce­men­te, viag­gia­no mol­to per­ché gli pia­ce e tro­va­no pure il modo di far­si paga­re (e qui, ammet­to, un po’ di invi­dia mi sale dal­la pan­cia)! Sapete, tipo i docu­men­ta­ri­sti in soli­ta­ria… Nel sen­so che par­to­no e tor­na­no rigo­ro­sa­men­te soli, ma duran­te il viag­gio incon­tra­no una mol­ti­tu­di­ne di gen­te, nor­mal­men­te di ses­so fem­mi­ni­le. Ma non s’è mai capi­to cosa spin­ga que­sto scia­me di fan­ciul­le a met­te­re a dispo­si­zio­ne del sog­get­to in que­stio­ne la pro­pria… “espe­rien­za di vita” (sia sopra che sot­to, la vita), in modo tale che pos­sa far­si un’idea del­la cul­tu­ra e del­le usan­ze del­la popo­la­zio­ne dei luo­ghi… e tut­ta que­sta serie di cre­ti­ne­rie che però una vol­ta tra­dot­te in imma­gi­ni e paro­le e musi­ca all’interno del repor­ta­ge suo­na­no più o meno così: “l’accoglienza del­la gen­te è qua­si imba­raz­zan­te per gene­ro­si­tà e sor­ri­si e aper­tu­ra men­ta­le. Tanto che è dif­fi­ci­le imma­gi­nar­lo se non viven­do­lo sul­la pro­pria pel­le”… E intan­to scor­ro­no uno die­tro l’altro fra­me in dis­sol­ven­za di don­ne anzia­ne e colo­ra­te che sor­ri­do­no con i quat­tro den­ti che son rima­sti loro in bocca.

Delle ragaz­ze, la cui gene­ro­si­tà ha dato vita a cotan­ta poe­ti­ca natu­ra, nem­me­no l’ombra. Povere crea­tu­re inno­cen­ti. Né ono­re né glo­ria… né dena­ro. Tempo perso.

Ecco, que­sti qui, mie care frin­guel­li­ne dal cin­guet­tio faci­le e dal­le ciglia a piu­ma di pavo­ne, son peri­co­lo­si assai.

C’è una vera e pro­pria filo­so­fia di vita die­tro tut­ti que­sti impe­gni sen­za limi­ti di tem­po e di spa­zio. Sempre con l’orecchio tra­fit­to dall’auricolare o dal blue­tooth del cel­lu­la­re (che poi qual­cu­no ha avu­to mai il corag­gio di chie­de­re per­ché cavo­lo si chia­ma “den­te blu” o anche voi fate par­te del­la schie­ra del­le fighet­te che fa fin­ta di sape­re… Sia chia­ro, io non l’ho mai chie­sto. Però son curio­sa. Vabbé… chissenefrega).

Dicevamo: sem­pre al tele­fo­no con qual­cu­no e sem­pre invi­pe­ri­ti per­ché ave­va­no dato altre dispo­si­zio­ni o per­ché sta­va­no aspet­tan­do una mail che non è arri­va­ta o per­ché il bigliet­to elet­tro­ni­co del volo per Vattelapesca di Sopra non l’ha tro­va­to sul­la scri­va­nia del suo stu­dio e ha dovu­to tele­fo­na­re lui stes­so alla com­pa­gnia aerea per far­se­ne emet­te­re uno nuo­vo, scu­san­do­si e cospar­gen­do­si il capo di cene­re per col­pa di quell’inetta del­la segre­ta­ria (che però, nono­stan­te le stia dan­do dell’inetta, lui insi­ste per civet­te­ria a chia­ma­re assi­sten­te per­so­na­le, che fa più impren­di­to­re di se stes­so del ven­tu­ne­si­mo secolo).

Ma la carat­te­ri­sti­ca che lo ren­de ori­gi­na­le e dif­fi­cil­men­te imi­ta­bi­le è che non si sa mai quan­do lo tro­vi dal­le par­ti di casa. O quan­do è in giro nel rag­gio di pochis­si­mi chi­lo­me­tri e lo si potreb­be bec­ca­re ma non rispon­de al cel­lu­la­re o “l’utente da lei chia­ma­to non è momen­ta­nea­men­te rag­giun­gi­bi­le” oppu­re “cac­chio! Stasera pro­prio non ce la fac­cio. Sto finen­do un lavo­ro. Devo, asso­lu­ta­men­te. E poi dopo­do­ma­ni ripar­to per l’Alaska. Ma tor­no tra due settimane..”

Ritenta. Sarai più fortunata.

Se ti inna­mo­ri di uno così o ti chia­mi Giobbe nell’Acido Desossiribonucleico oppu­re la veri­tà nuda e pura è che sei tal­men­te maso­chi­sta che ti pia­ce­reb­be diven­ta­re samu­rai solo per sput­ta­nar­ti in bat­ta­glia ed esse­re costret­ta a fare harakiri.

Uno così non puoi nem­me­no capi­re se è inte­res­san­te. Sotto nes­sun aspet­to. Intanto, dopo la pri­ma usci­ta è già una pri­mu­la ros­sa (quan­to gli pia­ce sen­tir­si chia­ma­re così!). Di con­se­guen­za, come fai a capi­re che ti inte­res­sa se ci hai par­la­to solo per un paio d’ore?

Secondo poi, se dal pun­to di vista ses­sua­le non hai anco­ra avu­to modo, che cavo­lo ti inca­po­ni­sci a fare che maga­ri nem­me­no ne vale la pena. E intan­to il tem­po pas­sa e tu stai lì ad aspet­ta­re ‘sto sce­mo astra­le e ti pas­sa­no sot­to il naso cer­te occa­sio­ni che se fos­si meno rin­co­glio­ni­ta acchiap­pe­re­sti con il lazo!

Allora dil­lo chia­ro. Oltre a chia­mar­ti Giobbe ed esse­re kami­ka­ze nell’animo, den­tro la sca­to­la cra­ni­ca c’hai le mara­cas che suo­na­no in con­ti­nua­zio­ne e ti stor­di­sco­no gior­no e notte!

Non ci si inna­mo­ra di uno così. Perché non ne hai nem­me­no il tem­po. Non lo cono­sci. Non sai chi è. Magari gli puz­za l’alito anche dopo che s’è sfre­ga­to i den­ti con la vare­chi­na. Magari si scac­co­la men­tre par­la al tele­fo­no e poi pren­de un cioc­co­la­ti­no con la noc­cio­la den­tro e con lo stes­so dito del­lo “smal­ti­men­to rifiu­ti fro­ge” aspor­ta gli avan­zi di frut­ta sec­ca dal “lavo­ro del suo dentista”.

Oppure ha una moglie in Honduras. O un mari­to in Olanda. (nazio­ni scel­te ran­dom, giu­ro!)

E sem­mai doves­se veder­ti una vol­ta al mese e doves­se risul­ta­re per­fet­to ai tuoi occhi e doves­se dir­ti che ti ama tan­to e che con te fa sul serio ma che però il suo lavo­ro è il suo lavo­ro e non lo vuo­le cam­bia­re alme­no per il momen­to… Ma che cac­chio ne sai di dove va e con chi va e cosa fa e quan­to ne fa e per chi lo fa quan­do va in Alaska?

Una disfat­ta. Senza via di scampo.

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