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I Sussurri del Lama: la sofferenza inutile

Ci fu una vol­ta in cui, per moti­vi inde­ro­ga­bi­li, il mio ama­to Mae­stro, dovet­te assen­tar­si per diver­se set­ti­ma­ne dal Mona­ste­ro. Mol­ti noi, me com­pre­so, era­no anco­ra alle pri­me armi con la pra­ti­ca del­la medi­ta­zio­ne e il Mae­stro lasciò l’in­ca­ri­co di seguir­ci ad un Mona­co anzia­no, un uomo che, all’e­po­ca, ave­va cir­ca 70 anni.

Ricor­do quel perio­do come uno dei più tri­sti e bui del mio appren­di­sta­to. Quel Mona­co infat­ti ave­va un modo tre­men­do di gesti­re i perio­di di pra­ti­ca, ed era anche mol­to sgra­de­vo­le nell’espressione.

Ma, cosa che crea­va il pro­ble­ma mag­gio­re, era fis­sa­to con la sofferenza.

Per lui pra­ti­ca­re signi­fi­ca­va esclu­si­va­men­te quel­lo: resi­ste­re al dolo­re, al son­no e a tut­ti i vari fasti­di che la men­te crea duran­te la pra­ti­ca. Per que­sto ci fece but­ta­re via i cusci­ni, le stuo­ie, e per­si­no le nostre vesti, obbli­gan­do­ci a subi­re i mor­si del gelo (si era d’in­ver­no), del­la fame e, soprat­tut­to, i dolo­ri alle ossa che inva­ria­bil­men­te si svi­lup­pa­va­no dopo mol­ti minu­ti di immo­bi­li­tà a con­tat­to diret­to con la pietra.

Era un com­por­ta­men­to fana­ti­co ma, dato che era sta­to indi­ca­to dal Mae­stro come suo sosti­tu­to, nes­su­no osò fia­ta­re, nono­stan­te il fat­to che lui man­te­nes­se inve­ce la veste indos­so e sedes­se comun­que sem­pre su un cusci­no anche piut­to­sto como­do, addi­rit­tu­ra più imbot­ti­to del normale.

Fino a che, dopo cir­ca tre set­ti­ma­ne, ricor­do che ne ebbi abba­stan­za; ripre­si quin­di la mia veste, il mio cusci­no, e mi iso­lai così nel­la mia cel­la. Dopo qual­che gior­no la mia assen­za ven­ne nota­ta e un fra­tel­lo anzia­no mi ven­ne a visita.

“Che suc­ce­de, T? Come mai non ti fai più vede­re nel­le sale comuni?”

Guar­dai drit­to negli occhi il vec­chio mona­co pri­ma di rispon­de­re, occhi in cui la scin­til­la del­l’in­tel­li­gen­za era così viva da tra­smet­te­re un’i­stan­ta­nea alle­gria e voglia di vivere.

Fu così che non aprii boc­ca. Sem­pli­ce­men­te lo fis­sai e sor­ri­si. La comu­ni­ca­zio­ne tra me e lui, nono­stan­te la dif­fe­ren­za di età e di espe­rien­za, fu pra­ti­ca­men­te istan­ta­nea. Lui ave­va capi­to e ora sape­va che io sapevo.

Mi sor­ri­se a sua vol­ta, con una sot­ti­le risa­ti­na gut­tu­ra­le men­tre si alza­va e si accin­ge­va ad uscire.

Sul­la por­ta si vol­tò solo un atti­mo a mez­za testa e mi fece un ulti­mo cen­no di saluto.

Lo udii ride­re men­tre si allon­ta­na­va, una risa­ta ini­zia­ta appe­na in sor­di­na e che ter­mi­nò in modo aper­to, trascinante.

Risi a mia vol­ta e poi ripre­si la mia medi­ta­zio­ne. Pas­sa­ro­no i gior­ni e nes­sun altro ven­ne a tro­var­mi. Io non sen­ti­vo il biso­gno del cibo, e l’ac­qua era sem­pre a dispo­si­zio­ne a pochi metri.

Dopo due set­ti­ma­ne la por­ta del­la mia cel­la si aprì; era il mio ado­ra­to Mae­stro ad ono­rar­mi del­la sua presenza.

Pochi secon­di dopo arri­vò anche il facen­te fun­zio­ni. Ave­va un’a­ria mesta, e capii che dove­va aver rice­vu­to una sono­ra lava­ta di capo. La cer­tez­za di ciò mi ven­ne però dal fat­to che ave­va tra le mani un ampio e mor­bi­do cusci­no, che siste­mò a ter­ra e sul qua­le pre­se posi­zio­ne il Maestro.

Pas­sa­ro­no alcu­ni minu­ti di immo­bi­li­tà cal­da e gio­io­sa da par­te mia, tran­quil­la e com­po­sta da par­te del Mae­stro e imba­raz­za­ta e sof­fe­ren­te per il facen­te funzioni.

Poi il Mae­stro par­lò al monaco.

“Tu hai scor­da­to quel­lo che con­ta. Hai scor­da­to a chi e cosa ser­ve la disci­pli­na. E hai scor­da­to soprat­tut­to che la sof­fe­ren­za è un mez­zo e non il fine. Altri­men­ti per­chè mai, con il cre­sce­re del­la nostra con­sa­pe­vo­lez­za, essa andreb­be sce­man­do? Cer­to, all’i­ni­zio l’at­tri­to deter­mi­na­to da essa è uti­le. E in alcu­ni casi volon­ta­ri anche indispensabile.

La sof­fe­ren­za, in quan­to illu­so­ria, può esse­re usa­ta come stru­men­to, nei momen­ti e nei modi in cui que­sto ha un senso.

Ma alla fine, ciò che con­ta è la Veri­tà, e que­sto ragaz­zo te l’ha ricor­da­to con l’e­sem­pio ed il silenzio.

Va’ ora, e fai teso­ro di que­sta esperienza.”

Poi mi guar­dò per un atti­mo e chiu­se gli occhi. Quin­di annuì una sola volta.

La Sua ener­gia riem­pì istan­ta­ne­men­te la cel­la e con essa il mio cuore.

Rima­nem­mo insie­me per mol­ti gior­ni, entram­bi digiu­ni, costan­te­men­te immer­si in una Luce mera­vi­glio­sa e con­ti­nua; un mare d’o­ro in cui non potei fare a meno di discio­glier­mi e in cui, anco­ra oggi, quan­do ne sen­to il biso­gno, amo immer­ger­mi per ripren­de­re il con­tat­to con Colui che, real­men­te, mi por­tò alla Luce.

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1 Comment

  1. ilLupastro ha detto:

    Così E’. Ricor­da­re e praticare 🙂
    ! OH !