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La pausa: questa sconosciuta

Lo spa­zio è fat­to di vuo­to e di pie­no. Il gior­no di luce e ombra. La dua­li­tà si riflet­te anche nel­l’al­ter­nan­za tra suo­no e silen­zio. Para­dos­sal­men­te, sen­za silen­zio il suo­no sareb­be solo un imma­ne mael­strom di confusione.

Ma la gen­te dif­fi­cil­men­te si ren­de con­to di questo.

Inve­ce, quan­do si ascol­ta qual­cu­no che ci par­la, occor­re fare mol­ta atten­zio­ne pro­prio alle pau­se; in gene­re rac­chiu­do­no in esse mol­to più di quan­to non fac­cia­no le parole.

Ascol­ta­re i silen­zi, le sospen­sio­ni, le pau­se appun­to, è un ele­men­to fon­da­men­ta­le del­la com­pren­sio­ne. La doman­da però è: come cavo­lo si fa ad ascol­ta­re un silenzio?

Non è così dif­fi­ci­le. Basta “por­re atten­zio­ne”. Non solo con la men­te, ovvio, ma anche e soprat­tut­to con il cuore.

Com­pren­de­re impli­ca la volon­tà di far­lo. Ergo, anche di entra­re dav­ve­ro in rap­por­to con la per­so­na che ci sta di fronte.

Mol­te vol­te mi capi­ta di assi­ste­re a sce­ne di grup­po in cui sem­bra che chi ascol­ta non sia mini­ma­men­te inte­res­sa­to a ciò che vie­ne det­to ma anzi non veda l’o­ra di par­la­re. Allo­ra la pau­sa del­l’o­ra­to­re divie­ne il “pun­to debo­le”, il momen­to in cui entrare.

Ecco, que­sto non sigi­ni­fi­ca ascol­ta­re, ovviamente.

Negli anni, mi è sem­pre toc­ca­to pas­sa­re mol­to tem­po al tele­fo­no; vuoi per­chè le per­so­ne con cui par­la­vo di più era­no sem­pre lon­ta­ne, vuoi per esi­gen­ze di lavo­ro. Fat­to sta che un bel gior­no ho sco­per­to che par­la­re al tele­fo­no è il modo miglio­re per impa­ra­re ad ascol­ta­re le pause.

Quan­to­me­no… io ho impa­ra­to così. Il moti­vo è che non essen­do­ci la pos­si­bi­li­tà di usa­re il lin­guag­gio del cor­po, allo­ra quan­do ti impor­ta dav­ve­ro capi­re cosa sta dicen­do una per­so­na suc­ce­de che qual­co­sa al tuo inter­no si “pro­ten­de” dal­l’al­tra par­te, come se si infi­las­se nel­la linea tele­fo­ni­ca per anda­re a dare una sbir­cia­ti­na dal­l’al­tra parte.

Cre­do che usa­re i momen­ti in cui sia­mo al tele­fo­no per appren­de­re que­sto sia un meto­do dav­ve­ro effi­ca­ce per­chè, in qual­che modo, il pro­ces­so par­te da solo.

Allo­ra, ascol­tan­do quel­lo che acca­de al pro­prio inter­no, è pos­si­bi­le coglie­re quel “pro­ten­der­si” di cui par­la­vo pri­ma. Osser­van­do­lo, si sco­pri­rà che i momen­ti di silen­zio sono quel­li in cui ci sti­rac­chia­mo di più per arri­va­re al nostro interlocutore.

Oh, inten­dia­mo­ci… se dal­l’al­tra par­te c’è qual­cu­no di cui non ci fre­ga un caz­zo sarà più dif­fi­ci­le da vede­re. Meglio eser­ci­tar­si quin­di in que­sta cosa quan­do stia­mo par­lan­do con per­so­ne di cui dav­ve­ro ci impor­ta qualcosa.

Allo­ra sare­mo inse­gnan­ti di noi stes­si, per­chè sarà pro­prio la natu­ra­lez­za del nostro pro­ten­der­ci a mostrar­ci come si fa.

Pro­va­re per credere!

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2 Comments

  1. lucia ha detto:

    qua­si qua­si pro­vo a dar­ti un col­po di tele­fo­no… :wow: :muah: :bye: