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Il Mercante di Venezia – By Giuseppe

Venezia. Epoca rinascimentale.

Bassanio, uno squat­tri­na­to gio­va­ne nobi­luo­mo vene­zia­no, è per­du­ta­men­te inna­mo­ra­to del­la bel­la e ric­ca Porzia e vor­reb­be spo­sar­la. Ma la bel­la ere­di­tie­ra, ormai orfa­na, è vin­co­la­ta dal testa­men­to pater­no, il qua­le chie­de che il pre­ten­den­te alla mano del­la figlia non solo deve esse­re ric­co e di alto ran­go, ma che deb­ba supe­ra­re anche una dif­fi­ci­le prova.

Bassanio dovrà quin­di com­pe­te­re con altri nobi­luo­mi­ni venu­ti da ogni par­te del mon­do, ma per pri­ma cosa gli ser­ve una dote e, non pos­se­den­do­la, si vede costret­to a chie­de­re un pre­sti­to al suo caro ami­co Antonio.

Antonio, un ric­co com­mer­cian­te vene­zia­no, spin­to dal­la sin­ce­ra ami­ci­zia ver­so il gio­va­ne Bassanio, non aven­do dispo­ni­bi­li­tà imme­dia­ta (per­ché tut­ti i suoi capi­ta­li sono sta­ti inve­sti­ti e “viag­gia­no” per mare), si vede costret­to a chie­de­re in pre­sti­to l’ingente som­ma di dena­ro pro­prio all’uomo che più dete­sta in tut­ta Venezia: un ric­co usu­ra­io ebreo.

Shylock, l’ebreo, che ricam­bia con un odio smi­su­ra­to i sen­ti­men­ti di Antonio, è più che feli­ce di pre­sta­re i tre­mi­la duca­ti di cui neces­si­ta Bassanio, in cam­bio, però, l’usuraio non chie­de inte­res­si, ma solo una lib­bra di car­ne strap­pa­ta dal cor­po di Antonio se que­sti, allo sca­de­re di tre mesi, non potrà resti­tui­re la som­ma ricevuta.

Antonio accet­ta.

Bassanio può così rea­liz­za­re il suo sogno e for­tu­na vuo­le che sia pro­prio lui a supe­ra­re la prova.

Nel frat­tem­po la stes­sa for­tu­na vol­ta le spal­le ad Antonio: le navi sul­le qua­li viag­gia­no i suoi beni affon­da­no una die­tro l’altra, e Antonio si ritro­va inde­bi­ta­to fino al collo.

Passati i tre mesi il mer­can­te non ha di che ripa­ga­re il suo debito.

Il ric­co ebreo, feli­ce per ave­re final­men­te in pugno la vita del suo nemi­co, lo cita in giu­di­zio davan­ti al tri­bu­na­le del­la Serenissima e pre­ten­de di taglia­re una lib­bra di car­ne pro­prio nel­la zona del cuo­re di Antonio.

A nul­la val­go­no gli inter­ven­ti di nobi­li e influen­ti per­so­nag­gi, com­pre­so il Doge: Shylock pre­ten­de la vita di Antonio, e secon­do la Legge Veneziana sem­bra non vi sia nul­la che pos­sa impe­di­re quel­la orri­bi­le sentenza.

Sarà la bel­la Porzia (che in que­sta occa­sio­ne si rive­la anche mol­to sen­si­bi­le, astu­ta e intel­li­gen­te) a sal­va­re la vita dell’uomo così caro al cuo­re di suo marito.

Perciò la gio­va­ne, tra­ve­sti­ta da avvo­ca­to difen­so­re, duran­te il pro­ces­so invo­che­rà ripe­tu­ta­men­te la cle­men­za, ma di fron­te all’odio osti­na­to dell’accusatore (il qua­le rifiu­ta di rice­ve­re come risar­ci­men­to anche il dop­pio del­la som­ma dovu­ta) fa nota­re del­le clau­so­le del­la Legge Veneziana che non solo spri­gio­na­no Antonio, ma addi­rit­tu­ra fan­no risul­ta­re col­pe­vo­le pro­prio l’accusatore, il qua­le dovrà rispon­de­re del­la pro­pria vita e di tut­ti i suoi beni.

Antonio, doven­do ora deci­de­re dell’esito del­la sen­ten­za ai dan­ni dell’ebreo, sarà inve­ce cle­men­te: l’usuraio, ormai scon­fit­to, avrà sal­va la vita e ria­vrà un par­te del­la sua immen­sa ricchezza.

Questa in bre­ve la sto­ria, con i suoi intrec­ci e la sua mora­le (come in tut­te le ope­re di Shakespeare), una sto­ria che ci mostra come “tut­ta la vita non sia altro che un immen­so pal­co­sce­ni­co” (come dice Antonio all’inizio del film), un pal­co­sce­ni­co dove ogni per­so­nag­gio reci­ta la sua par­te, inter­pre­ta un ruo­lo, un ruo­lo che poi non è altro che una maschera.

Questa di por­re l’accento sui per­so­nag­gi cre­do sia uno dei moti­vi por­tan­ti di tut­ta l’opera del gran­de dram­ma­tur­go ingle­se, e ci mostra, anco­ra una vol­ta, come Shakespeare sia sta­to al cor­ren­te di pro­fon­de “cono­scen­ze” sul­la psi­co­lo­gia umana.

La nostra “fal­sa” per­so­na­li­tà, infat­ti, si reg­ge e ruo­ta pro­prio attor­no alla “reci­ta” di alcu­ni per­so­nag­gi. Questi per­so­nag­gi (nati per iden­ti­fi­ca­zio­ne e imi­ta­zio­ne) diven­ta­no ben pre­sto il ful­cro attor­no a cui ruo­ta­no tut­ti i nostri rap­por­ti e le nostre scelte.

Ognuno, quin­di, si spe­cia­liz­za (con­sa­pe­vol­men­te o meno) nel­la “reci­ta” di alcu­ni per­so­nag­gi, cre­den­do­ci in pri­ma per­so­na, e poi facen­do di tut­to per con­vin­ce­re anche gli altri che il per­so­nag­gio che inter­pre­ta di vol­ta in vol­ta sia il suo “io” reale.

Ecco che abbia­mo que­sta “mes­sa in sce­na” del lea­der, del media­to­re, del­lo sfi­ga­to, il gene­ro­so, il bril­lan­te, il buf­fo­ne, il paci­fi­sta, l’ecologista…in que­sto caso del mer­can­te, dell’ebreo, del­la ric­ca ereditiera…

Ma…se i per­so­nag­gi non sono il nostro “vero io” resta solo da chie­der­si: “chi sono vera­men­te io?”.

Il film non è il mas­si­mo come reci­ta­zio­ne dei per­so­nag­gi mino­ri (Al Pacino, l’ebreo, inve­ce, come sem­pre è tra­vol­gen­te), e la sto­ria, com’è rac­con­ta­ta si disco­sta un po’ dal­la com­me­dia ori­gi­na­le. In com­pen­so le sce­ne, i costu­mi e le musi­che sono vera­men­te raffinate.

Nel com­ples­so un buon film.

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2 Comments

  1. Donatilla ha detto:

    Grazie Giuseppe andrò a vederlo

  2. Rosi ha detto:

    Ottimo arti­co­lo Giuseppe!
    Tra tut­te le ope­ra di Shakespeare que­sta è quel­la che amo di più. Più di Amleto, più del­la Tempesta, più di Sogno di una not­te di mez­za estate.….
    L’ho let­ta e vista a tea­tro. Questa buo­na ver­sio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca l’ho vista di recen­te, per caso, la dava­no su un cana­le Rai. Adoro il fina­le. Il cavil­lo lega­le tro­va­to nel con­trat­to dal­l’av­vo­ca­to (Porzia tra­ve­sti­ta) gra­zie al qua­le sal­va Antonio e scon­fig­ge la sete di ven­det­ta del­l’e­breo Shylok, mi tra­smet­te un sen­so di trion­fo e di giu­sti­zia impagabile!
    Sicuramente per Shakespeare tea­tro e vita vera era­no stret­ta­men­te col­le­ga­ti, for­se le due fac­ce del­la stes­sa meda­glia, ma, io cre­do che i suoi per­so­nag­gi non rap­pre­sen­tas­se­ro sem­pli­ce­men­te del­le masche­re ben­sì la loro natu­ra più vera e pro­fon­da. Per que­sto ci rapi­sce e ci affa­sci­na ogni vol­ta e, anco­ra oggi, è così attua­le e moderno.