>

Ricordo e traccia emotiva

Ave­te mai pro­va­to a ricor­da­re un’e­mo­zio­ne? A pri­ma vista sem­bra sem­pli­ce, imme­dia­to ma a ben guar­da­re… dav­ve­ro ricor­dia­mo l’e­mo­zio­ne? O piut­to­sto ne ricor­dia­mo il nome e l’in­ten­si­tà, ma non esat­ta­men­te l’e­mo­zio­ne in se’?

Fac­cia­mo un esem­pio; ieri un’au­to qua­si ci inve­ste. Ci piglia­mo un bel­lo spa­ven­to. Oggi cer­chia­mo di ricor­da­re quel­lo spa­ven­to: nes­sun pro­ble­ma, anco­ra sudia­mo fred­do. Ma cosa suc­ce­de­rà fra un mese?

L’e­mo­zio­ne non ci sarà più. Sarà sosti­tui­ta da un simu­la­cro pseu­do­ver­ba­le di essa, cor­re­da­to da un vago ricor­do del­la sua inten­si­tà. Ma l’e­mo­zio­ne in se’, se dav­ve­ro cer­chia­mo di ricor­dar­la, sarà scom­par­sa o qua­si. E più tem­po pas­sa più que­sto è valido.

Esat­to, pro­prio lui: il tem­po. Non per nul­la si dice che il tem­po gua­ri­sce tut­te le ferite.

Infat­ti, per quan­to sia sta­ta gran­de un’e­mo­zio­ne, dopo un tem­po più o meno lun­go, a meno che la stes­sa non ven­ga ripe­tu­ta, o meglio ripro­dot­ta pari pari, è desti­na­ta a svanire.

Solo che noi sia­mo con­vin­ti di ricor­dar­ce­ne, per­chè abbia­mo una spe­cie di segna­po­sto che la piaz­za nel­la nostra memo­ria. La ripro­va di ciò, come det­to pri­ma, può esse­re otte­nu­ta pro­prio cer­can­do di ricor­da­re l’e­sat­ta emo­zio­ne, cosa ci ci farà ren­de­re con­to di come sia in real­tà impos­si­bi­le farlo.

Ma atten­zio­ne, meno l’e­mo­zio­ne è sta­ta for­te o pro­fon­da, e più è dif­fi­ci­le accor­ger­si del simu­la­cro mne­mo­ni­co che l’ha sostituita.

Nep­pu­re i trau­mi più gran­di sfug­go­no a que­sto impal­li­di­re. Infat­ti l’e­mo­zio­ne nega­ti­va pro­va­ta in occa­sio­ne del trau­ma vie­ne in real­tà sosti­tui­ta da una vera e pro­pria lace­ra­zio­ne del tes­su­to emo­ti­vo. Ed è quel­la lace­ra­zio­ne che si ricor­da, non l’e­mo­zio­ne in se.

Ecco per­chè gli even­ti trau­ma­ti­ci ten­do­no a gene­ra­re in segui­to distur­bi all’in­ter­no del­la psi­che. E’ come per uno strap­po ad un musco­lo che lascia un pun­to di debo­lez­za nel tes­su­to, pun­to di debo­lez­za che può esse­re il ber­sa­glio postu­mo di una rot­tu­ra o di altri pro­ble­mi. Nel­l’e­mo­ti­vo un trau­ma, una sof­fe­ren­za mol­to gran­de, pos­so­no gene­ra­re una cica­tri­ce simi­le, deter­mi­nan­do una zona di debo­lez­za che potrà cede­re più avan­ti nel tem­po, deter­mi­nan­do rea­zio­ni psi­chi­che pato­lo­gi­che, come manie, com­pul­sio­ni, osses­sio­ni e psicosi.

Cre­do che il pro­ble­ma del­la fuga­ci­tà del­le emo­zio­ni sia dovu­to, oltre all’in­ne­ga­bi­le insta­bi­li­tà del­le stes­se, anche al fat­to che media­men­te noi esse­ri uma­ni non sap­pia­mo nep­pu­re cosa sia­no le vere emozioni.

Per quel poco che mi è sta­to dato di spe­ri­men­ta­re infat­ti, esi­ste tut­to un cam­po di emo­zio­ni estre­ma­men­te raf­fi­na­te, rare­fat­te e sot­ti­li, che stan­no al nostro emo­ti­vo abi­tua­le quan­to il cie­lo ad uno stron­zo: stan­no tal­men­te lon­ta­ne sopra di noi che non ne sospet­tia­mo nep­pu­re l’esistenza.

E se un tem­po la let­te­ra­tu­ra, l’ar­te, la musi­ca toc­ca­va­no vet­te che oggi sono qua­si impos­si­bi­li da rag­giun­ge­re, for­se il moti­vo sta pro­prio nel dete­rio­ra­men­to impla­ca­bi­le che nel cor­so dei seco­li abbia­mo subi­to nel­la nostra sen­si­bi­li­tà emotiva.

Oggi noi abbia­mo biso­gno di emo­zio­ni sem­pre più for­ti, sem­pre più gre­vi e den­se, allo stes­so modo di un sor­do che ha biso­gno che qual­cu­no gli urli nel­le orec­chie per poter­lo sentire.

Solo che urlan­do è dif­fi­ci­le espri­me­re qual­co­sa di non gros­so­la­no; è più inten­so il rumo­re di un aereo che decol­la o il sot­ti­le sibi­lo di una kata­na che taglia l’aria?

E più pas­sa il tem­po più que­sto dete­rio­ra­men­to aumen­ta, rovi­nan­do la nostra capa­ci­tà di ascol­ta­re e di sen­ti­re veramente.

Per met­te­re un fre­no a tut­to que­sto occor­re fare lo stes­so che per il cor­po: ser­ve una die­ta emotiva.

Occor­re libe­rar­ci pro­gres­si­va­men­te dal­le emo­zio­ni più gre­vi, evi­tan­do­le come la peste. Al con­tem­po occor­re nutrir­ci di emo­zio­ni più sot­ti­li, leg­ge­re e positive.

Nutrir­ci di bel­lez­za anzi­che di rab­bia, di spe­ran­za anzi­che di pau­ra, di amo­re anzi­che di odio. (“Pau­ra, rab­bia, odio: al lato oscu­ro esse con­du­co­no” Yoda san­to subito!).

Il per­cor­so di libe­ra­zio­ne non è affat­to sem­pli­ce ne di faci­le per­cor­ren­za e richie­de una note­vo­le dose di deter­mi­na­zio­ne per esse­re intrapreso.

Ma ciò che ci può rega­la­re vale dav­ve­ro la pena!

Con­di­vi­di

1 Comment

  1. Baldassare ha detto:

    Secon­do me alla gen­te è venu­to il cosid­det­to ”CALLO EMOTIVO”, per­ché (arri­va­ta la sera) è più inte­res­sa­ta a met­ter­si davan­ti quel C**zO di tele­vi­so­re, che ti sfor­na così tan­ti cana­li, con per­so­nag­gi asso­lu­ta­men­te vuoti:
    ”Veli­ne, Velo­ne, Tro­ni­sti, Emi­lio Fede col suo TG4, GF, Spot, Iso­la dei Famo­si ..non la fini­sco più”
    La Tele­vi­sio­ne è una gran­de inven­zio­ne, ma vie­ne usa­ta malis­si­mo: il 90% dei con­te­nu­ti è spaz­za­tu­ra, 10% è cul­tu­ra clas­si­ca, ambien­ta­le e infor­ma­zio­ne poli­ti­ca­men­te libe­ra. :hea­dout: