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Parole al vento

C’è il tem­po, per me ormai lon­ta­no, del­l’in­fan­zia duran­te il qua­le il pen­sie­ro non asso­cia parole.

Il lin­guag­gio è anco­ra mol­to essen­zia­le o del tut­to sco­no­sciu­to e un bam­bi­no pic­co­lo ela­bo­ra idee, opi­nio­ni, pas­sio­ni sen­za alcun biso­gno di que­sto strumento.

In segui­to l’am­bi­to fami­lia­re pri­ma e poi la scuo­la impon­go­no la comu­ni­ca­zio­ne ver­ba­le. Arri­va­no i libri, le pri­me let­tu­re, l’a­scol­to di una favo­la rac­con­ta­ta dal­la nonna…

E l’e­spres­sio­ne attra­ver­so la paro­la comin­cia ad assu­me­re un sapo­re seducente.

Con le paro­le si costrui­sco­no mon­di, si comu­ni­ca l’im­pos­si­bi­le; leg­ge­re un buon libro è come una pen­nel­la­ta di colo­re inde­le­bi­le nel baga­glio del­la pro­pria vita.

Se nel tem­po si cer­ca di per­fe­zio­na­re que­sto stru­men­to di comu­ni­ca­zio­ne, sem­pre più se ne coglie l’in­can­te­vo­le pote­re. Eppu­re allo stes­so tem­po, poten­zian­do­lo, qual­co­sa di sé rischia di per­de­re fre­schez­za, naturalezza.

La paro­la infat­ti defi­ni­sce un’i­dea ma poi quel­l’i­dea potreb­be irri­gi­dir­si all’in­ter­no del­la sua stes­sa defi­ni­zio­ne dive­nen­do pri­gio­nie­ra di un sim­bo­lo e per­den­do per sem­pre la pos­si­bi­li­tà di evolvere.

Quan­do poi ci si scon­tra (spes­so trop­po pre­ma­tu­ra­men­te) con l’u­so del­la dia­let­ti­ca come arma, la paro­la altrui diven­ta un muro impe­ne­tra­bi­le. Quel muro eret­to dal mon­do “adul­to” ha pur­trop­po la fun­zio­ne di dimo­stra­re veri­tà sog­get­ti­ve, veri­tà di como­do; oppu­re di demo­li­re l’av­ver­sa­rio, feri­re, umi­lia­re, pre­va­ri­ca­re; difen­de­re i ter­ri­to­ri del­l’e­go, masche­ra­re le pro­prie falle.

Que­sto scon­tro costi­tui­sce un dolo­ro­so pas­sag­gio del­la pro­pria cre­sci­ta duran­te il qua­le costrui­re fra­si di dife­sa può dive­ni­re il prin­ci­pa­le, ste­ri­le eser­ci­zio del­le pro­prie giornate.

La men­te ini­zia inol­tre ad ela­bo­ra­re una cer­ta varie­tà di stra­te­gie di attac­co, natu­ral­men­te per lo più vane e vacue, e ad eri­ge­re vere e pro­prie “trin­cee verbali”.

E pia­no, pia­no… comin­cia a riem­pir­si. Come una cles­si­dra che segna il tempo.

La “sab­bia”, anzi­ché scen­de­re, sale appro­prian­do­si di uno spa­zio men­ta­le che divie­ne sem­pre più cam­po di bat­ta­glia e sem­pre meno stru­men­to di ascol­to, per­ce­zio­ne e riso­lu­zio­ne dei problemi.

Ecco per­du­ti i tra­mon­ti, per­du­ti i pro­fu­mi del­la nostra infan­zia, per­du­ta la fan­ta­sia che arric­chi­sce e ali­men­ta il pia­ce­re di vive­re, che infon­de calo­re, gio­ia e coraggio.

Ed ecco gli adul­ti: li si può ascol­ta­re men­tre affer­ma­no, con tono di cir­co­stan­za, “ho tan­ti pen­sie­ri”. Come fos­se un meri­to. Come se cia­scu­no di quei pen­sie­ri fos­se una meda­glia al valo­re, un peso di cui anda­re fie­ri. Una spa­da vibran­te nel­l’a­ria… Eppu­re del­la lama non c’è trac­cia; c’è solo l’el­sa, tenu­ta stret­ta da una mano con­trat­ta e dolorante.

A vol­te può aprir­si ina­spet­ta­ta­men­te un var­co. Si può incro­cia­re uno sguar­do antico.

Lo si rico­no­sce per­ché, al posto di quel­la con­vul­sa lot­ta di paro­le vacue che sem­bra­no scor­re­re nel fon­do ocu­la­re di mol­te per­so­ne, con­tie­ne una sor­ta di “sostan­za”. Un ocea­no in movi­men­to; un movi­men­to ordi­na­to, com­pat­to, flui­do, mas­sic­cio, come una poten­te casca­ta d’ac­qua. Un fuo­co ardente.

Uno sguar­do sta­bi­le come una sequo­ia e calmo.

For­tu­na­ta­men­te ci sono pia­ni di espe­rien­za che non tro­va­no cor­ri­spon­den­za nel lin­guag­gio. Ad esem­pio l’e­mo­zio­ne di una madre nel tene­re fra le brac­cia il suo bam­bi­no. O il desi­de­rio di armo­niz­zar­si a quel­lo sguardo…

For­tu­na­ta­men­te non tut­to può esse­re detto…

Come scris­se il Qohe­let: …“qual­sia­si paro­la si stan­ca, di più non puoi far­le dire”.

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4 Comments

  1. Sandro ha detto:

    E’ pro­prio vero. Spes­so dia­mo alle paro­le una “rigi­di­tà” che non gli
    dovreb­be appar­te­ne­re. A vol­te mi accor­go di ave­re le lab­bra con­trat­te, come un’ar­ma cari­ca pron­ta a spa­ra­re ad un nemi­co ine­si­sten­te. Nel tuo caso le paro­le non sono “al ven­to” ma “come un
    fre­sco vento”.