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Un movimento dentro l’altro. Una storia vera.





Pote­te ascol­ta­re o sca­ri­ca­re il pod­ca­st diret­ta­men­te qui sotto

“Un movi­men­to den­tro l’altro”.

Que­sto mi dis­se allo­ra il minu­sco­lo (fisi­ca­men­te) Tada Hiro­shi, men­tre cer­ca­vo inu­til­men­te di pro­iet­tar­lo in una tec­ni­ca chia­ma­ta “Ude­ki­me­na­ge”.

Dif­fi­ci­le per un ragaz­zi­no capi­re cosa inten­des­se quel dan­na­to giap­po­ne­si­no, eppu­re la dif­fe­ren­za tra i suoi movi­men­ti e i miei non era dif­fi­ci­le da coglie­re; più o meno la stes­sa che si può tro­va­re tra quel­li di un pape­ro e quel­li di Nureyev. 

Qua­le che fos­se il segre­to, allo­ra mi sfuggiva.

Esi­ste un “Tai Saba­ki”, un pas­so di base, nel­l’ai­ki­do che con­si­ste nel fare un pas­so avan­ti con un pie­de e usar­lo come per­no per girar­gli attor­no con l’al­tro, come un com­pas­so. Una stron­za­ta di movi­men­to che però, guar­da caso, ti fa sem­bra­re appun­to un pape­ro fino a che non tro­vi un equi­li­brio. Si chia­ma Iri­mi Ten Kan. 

Un gior­no ero nel dojo di Roma che mi eser­ci­ta­vo in quel male­fi­co movi­men­to. Non riu­sci­vo mai ad arri­va­re alla fine con il con­trol­lo che richie­de que­sto pas­so e la cosa mi pro­cu­ra­va non poca incaz­za­tu­ra, anche per­chè lo stes­so è un pas­so di base in qua­si tut­te le tec­ni­che di Aiki­do e fare un erro­re in quel­lo signi­fi­ca sba­glia­re tut­te le tec­ni­che che lo contengono.

Insom­ma, per far­la bre­ve, ero lì che sma­don­na­vo den­tro di me, quan­do improv­vi­sa­men­te una par­te del mio cer­vel­lo del tut­to fuo­ri con­trol­lo mi sus­sur­rò all’orecchio:

Iri­mi Ten Kan uni­sce il cie­lo con la terra

Sen­tii qual­co­sa scio­glier­si al mio inter­no, come se del cioc­co­la­to cal­do sci­vo­las­se via dal­la mia pel­le. Il suc­ces­si­vo Iri­mi Ten Kan mi vide atter­ra­re sul pie­de fina­le con un equi­li­brio per­fet­to. Mi sen­ti­vo come se nep­pu­re un rino­ce­ron­te in cor­sa avreb­be potu­to spostarmi. 

Kokyu nageRipe­tei quel pas­so cen­ti­na­ia di vol­te e ad ogni rota­zio­ne quel­la fra­se mi lam­peg­gia­va da sola nel cer­vel­lo: Uni­sce il cie­lo con la terra. 

Ini­ziai a sen­tir­mi leg­ge­ro, gio­io­so, men­tre una for­te sen­sa­zio­ne di calo­re si allar­ga­va dal cuo­re per dif­fon­der­si a tut­to il cor­po. Ad un cer­to pun­to mi accor­si che c’e­ra qual­co­sa di stra­no. Mi guar­dai attor­no: era sce­so il buio nel dojo: ero anda­to avan­ti tut­to il gior­no in quel movi­men­to. Ave­vo appun­ta­men­to a cena pro­prio con Tada e non è una di quel­le occa­sio­ni a cui puoi aver voglia di man­ca­re, così mi pre­ci­pi­tai sot­to la doc­cia e andai al risto­ran­te di corsa.

Tada era in pie­di davan­ti alla piz­ze­ria che mi aspet­ta­va. Quan­do mi vide però, inve­ce di bestem­mia­re com’e­ra suo soli­to con i ritar­da­ta­ri, mi guar­dò fis­so negli occhi.

“Tu sco­per­to qual­co­sa oggi!” (par­la­va un ita­lia­no sten­ta­to e i ver­bi non era­no il suo forte)

Poi sen­za esi­ta­zio­ne si arram­pi­cò sul­la 127 dicen­do solo:

“Vie­ni. Noi tor­na Dojo!” Nien­te da fare, par­la­va pro­prio come Mia­ji in Kara­te Kid, e sem­bra­va anche diver­tir­si nel far­lo.

Die­ci minu­ti dopo era­va­mo nel Dojo io e lui. Alcu­ne appli­que alle pare­ti dira­da­va­no appe­na le ombre sul tatami.

“Io sa cosa tu sco­per­to. Pro­via­mo tec­ni­che di proiezione”

Rima­si basi­to. Ave­vo alle­na­to solo quel par­ti­co­la­re pas­so tut­to il gior­no, non altro. Glie­lo dis­si, ma lui per tut­ta rispo­sta mi si avvi­ci­nò con quel suo pas­so che sem­bra­va in qual­che modo pla­na­re sul ter­re­no e mi pre­se deli­ca­ta­men­te un polso.

“Pro­va” dis­se solo.

E io pro­vai. La tec­ni­ca riu­scì per­fet­ta­men­te e lui se ne volò via come il fuscel­lo di uomo che era. Ese­guì un’ele­gan­te quan­to silen­zio­sa cadu­ta in avan­ti (si sen­tì a mala­pe­na il fru­scia­re del­l’­ha­ka­ma sul tata­mi) e poi tor­nò all’at­tac­co, con più velo­ci­tà que­sta vol­ta.

Anco­ra lo pro­iet­tai e anco­ra lui tor­nò all’attacco.

Andam­mo avan­ti così per un po’, lui che cam­bia­va attac­co e io che cam­bia­vo pro­ie­zio­ne. Poi, anco­ra una vol­ta, accad­de qual­co­sa che anco­ra oggi dif­f­cil­men­te potrei spie­ga­re. Ad un cer­to pun­to si sta­bi­lì un rit­mo nei nostri movimenti.

Nulla di rego­la­re ma era indi­scu­ti­bil­men­te un ritmo. 

E la tec­ni­ca ces­sò di esse­re tale.

Rima­se solo movi­men­to. Un movi­men­to den­tro l’altro.

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9 Comments

  1. Fede ha detto:

    Insom­ma: meglio non far­ti incak­kia­re… :cuss: :cuss:

  2. sytry82 ha detto:

    Ci sono cose che non si spie­ga­no … come la sag­gez­za. Biso­gna viver­le e basta.

  3. Roberto Rini ha detto:

    ciao..
    un rac­con­to spe­cia­le e den­so di signi­fi­ca­to il tuo. mol­to bel­lo. nel­le vere arti cor­po­ree (che sia­no mar­zia­li, o di dan­za o di altro con­te­sto per­for­ma­ti­vo..) “un” det­ta­glio solo, uno solo (che sia fisi­co o psi­co­lo­gi­co è indifferente..ad un cer­to pun­to è la stes­sa cosa..) può rive­la­re un mondo!…in que­sto sen­so il cor­po è un mae­stro impie­to­so e seve­ro. Mi è suc­ces­so qual­che vol­ta che, in una for­ma di kung fu, la sco­per­ta di pic­co­lis­si­mi det­ta­gli fisi­ci apris­se squar­ci asso­lu­ta­men­te insperati;.…e cer­te cose asso­lu­ta­men­te incom­pren­si­bi­li pri­ma, tut­t’un trat­to rive­las­se­ro una sapien­za e una ogget­ti­vi­tà straodinarie!…un det­ta­glio, uno solo e una for­ma diven­ta un cir­cui­to elet­tri­co che vei­co­la ener­gie spe­ci­fi­che! e lì scat­ta la gra­ti­tu­di­ne ver­so chi ha crea­to quel­le forme…scoprendo (non si sa come)qualcosa di ogget­ti­vo che fun­zio­na cen­ti­na­ia di anni dopo per ita­lia­no urba­no e metro­po­li­ta­no. ciao

    • franz ha detto:

      Ciao Rober­to, gra­zie del com­men­to e del pas­sag­gio. Ti ho let­to anche altro­ve e tro­vo le tue paro­le sem­pre particolari.

      Buon fine settimana!

  4. Roberto Rini ha detto:

    gra­zie a te, e ricam­bio sin­ce­ra­men­te. sto leg­gen­do con gusto i tuoi post.. non sono mol­ti i blog dove si discu­te di argo­men­ti che pos­so­no apri­re pro­spet­ti­ve inedite.
    leg­gen­do la tua espe­rien­za nel­l’ai­ki­do, mi vie­ne in men­te una mia “sco­per­ta” recen­te (chia­ra­men­te sco­per­ta per me..assolutamente pre­vi­sta e codi­fi­ca­ta per chi ha un mini­mo di espe­rien­za) su un eser­ci­zio cine­se clas­si­co, il “palo eret­to” o eser­ci­zio “del­l’al­be­ro” (zhan zhuang), che con­si­ste “sem­pli­ce­men­te” nel­lo sta­re immo­bi­li in pie­di con pie­di ben pian­ta­ti, ginoc­chie leg­ger­men­te fles­se, schie­na drit­ta e occhi chiusi…se si soprav­vi­ve a 20 minu­ti di ten­sio­ni cro­ni­che che esplo­do­no , di men­te che diva­ga, di voglia scap­pa­re e altro anco­ra.., ad un cer­to pun­to può acca­de­re che ci sia un giro di boa…come quan­do l’ac­qua, dopo tot minu­ti, va in ebol­li­zio­ne… allo­ra si ha la sen­sa­zio­ne come di scioglimento..e di sca­ri­co nel ter­re­no o di fusio­ne con l’am­bien­te ..ci si sen­te sospe­si “tra cie­lo e terra”…Qui fini­sco­no le mie sen­sa­zio­ni, lo stu­dio poi pre­ve­de il movi­men­to che ten­de a fon­der­si con quel­lo dell’avversario…“proprio un movi­men­to den­tro l’altro”..ma io son bel lon­ta­no da que­sto. La tua espe­rien­za mi ha fat­to “risuo­na­re”. ciao e buon sabato/domenica pure a te!

  5. Roberto Rini ha detto:

    ooopss..scritto di fret­ta e par­ti­to post pri­ma del tempo..vabò..mi scu­so del­le sgram­ma­ti­ca­tu­re, ma il sen­so quel­lo è. ciao