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Articoli marcati con tag ‘spazio di esperienza’

Quarta dimensione, percezione e spazio di esperienza.

Francesco Franz Amato Quarta dimensione, percezione e spazio di esperienza.La realtà è quella che è. Nessuno può confutare questa asserzione. Il problema nasce quando si parla di “percezione” della realtà. Se la percezione non coincide con essa, allora la nostra visione di ciò che è reale e di ciò che non lo è cambia. E si entra nel mondo delle opinioni.

D’altronde non può essere diversamente; non potendo accedere alle cause della realtà, se non in modo parziale, noi possiamo solo percepirne gli effetti. Ma dato che, come è noto, da un effetto non è possibile risalire alla causa (dalla cenere in un piatto si può dedurre la presenza di una sigaretta nel passato, ma non è possibile ricreare la sigaretta in toto), la nostra percezione della realtà, fintanto che non può includerne le cause, è sempre limitata.

Possono esistere altissimi livelli percettivi a mano a mano che la nostra consapevolezza include livelli di cause sempre più dilatati ma l’esistenza di un’ulteriore causa esclusa dalla nostra consapevolezza ne garantisce la relatività.

Tuttavia esistono dei momenti, come una sorta di “passaggi”, in cui qualcosa al nostro interno produce un salto e tutta una serie di effetti, e quindi di pezzi di realtà, va a formare qualcosa di organico. E’ il momento della comprensione, quello in cui per un fenomeno conosciuto come “insight”, si realizza qualcosa.

In quel preciso istante, tutto ciò che sta al di sotto della causa che abbiamo compreso, in qualche modo sparisce per cambiare aspetto. Non vediamo più i singoli effetti, ma la loro somma più la causa che li ha generati.

L’insight è quel fenomeno per cui, mediamente, uno si picchia una manata in fronte ed esclama “Adesso ho capito!”, e tutte quelle cose che prima vedeva come slegate una dall’altra, improvvisamente entrano a far parte di un insieme organico.

Ciò che produce questo passaggio, questo “cambio di visuale”, ci fa passare dalla visione di singoli particolari distinti ad una visione della cosa nel suo insieme.

Quello che accade nella nostra consapevolezza in questi casi è esattamente rappresentato da un’operazione matematica di cui ho parlato in altri post: l’integrale (guarda caso si chiama proprio così: si dice “integrare un’espressione”)

E’ un po’ come guardare un cerchio disegnato su un foglio di carta. Se il nostro punto di vista è a qualche decimo di millimetro dal foglio, vedremo dei puntini, le gocce di inchiostro, separati tra loro. Man mano che il nostro punto di vista si allontana, il campo visivo si allarga e i puntini tendono ad unirsi, fino a che non si vedono più. Al loro posto è comparso un cerchio.

Anche la nostra comprensione segue questo percorso. Fintanto che la nostra capacità visiva è limitata ad un orizzonte ristretto, vedremo dei particolari senza senso, a cui sarà facile attribuirne uno del tutto inventato. Con l’aumentare della comprensione, il nostro orizzonte si allargherà, il nostro “campo di comprensione” abbraccerà uno spazio maggiore e il senso di ciò che vediamo, obbligatoriamente, cambierà.

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I film insegnano, mettendo a fuoco ciò che conteniamo. Serenity.

Francesco Franz Amato I film insegnano, mettendo a fuoco ciò che conteniamo. Serenity.Molte volte mi è capitato di vedere un film e trovarci un contenuto. Penso che almeno una volta sia capitato a tutti. Films anche scadenti, magari fatti veramente col culo, ma qui e là trovi una frase, una battuta, un motto che ti fanno fare uno stop mentale.

Come quando una bella donna ti regala uno sguardo di desiderio, allo stesso modo in un film può capitare che una frase sola ti apra un mondo, indipendentemente dalle intenzioni più o meno consapevoli del regista.

Ho sempre pensato che si trattasse di cose nuove, di pensieri mai pensati, di riflessioni mai fatte.

Oggi invece mi sono accorto che non è così. In realtà una frase ti colpisce, sembra insegnarti qualcosa ma non fa altro che mettere a fuoco qualcosa che hai realizzato in parte, o solo inconsciamente.

E d’altronde come potrebbe essere altrimenti?

Un pensiero, un concetto, un’intuizione… come potrebbero essere colti se completamente estranei, alieni al proprio spazio di esperienza? E’ impossibile!

Ma possono essere assonanti, simili in qualche modo. O anche solo associabili. Ecco allora che all’interno qualcosa si mette in vibrazione e crea la possibilità di sviluppare quella o quell’altra comprensione.

Prendiamo ad esempio un film come Serenity; quasi sconosciuto, con un cast non particolarmente nobile, è un film di fantascienza con qualche annetto sulle spalle ma estremamente gradevole e ben fatto, dal punto di vista della recitazione, degli effetti speciali e della trama. Insomma, sicuramente migliore di molte altre cianfrusaglie proposte sul grande schermo da un bel pezzo.

C’è una frase in questo film, che il capitano della nave dice ad una ragazzina alle prime armi nel pilotaggio:

“E’ l’amore che fa stare in aria una nave. Fai volare una nave che non ami e quella, prima o poi, si libererà di te.”

Sembra una frase stupida, del tutto di fantasia, ed in parte lo è, considerato il numero di navi spaziali pilotate dal sottoscritto. Eppure mi ha colpito.

Come se contenesse qualcosa di vero.

Ci ho pensato e ripensato, chiedendomi che cosa potessi trovarci, per poi alla fine capire che basta cambiare la parola “nave” con la parola “vita” per comprendere qualcosa.

“E’ l’amore che fa proseguire una vita. Vivi una vita che non ami e quella, prima o poi, si libererà di te.”

N’est Pas?

Lasciarsi attraversare, per imparare.

Francesco Franz Amato Lasciarsi attraversare, per imparare.Non sempre è possibile vivere qualcosa in prima persona.

Molti eventi non sono “vivibili” personalmente, perchè avvengono entro un contesto, magari con un loro “lessico comportamentale”. Al punto che riprodurli è davvero impossibile.

Esperienze macroscopiche, ad esempio, come trovarsi coinvolti in una sparatoria, una guerra, creano una sorta di collante tra chi le ha vissute, anche se ovviamente l’esperienza non può che essere soggettiva.

Ma di fronte all’enormità di un fatto come quelli citati, per quanto soggettiva, l’esperienza ha comunque livelli di possibile condivisione molto elevati.

Questo è dovuto all’energia intrinseca della situazione. Uno shock traumatico da esplosione, o da combattimento, ha una sua energia talmente elevata che l’esperienza dello stesso, per quanto soggettiva, viene vissuta più o meno in modo comune.

Diverso è quanto accade invece nel momento in cui si parla proprio di una “piccola” esperienza, di qualcosa di personale.

Nella vita di ognuno di noi accadono piccole o grandi “rivelazioni”, epifanie che hanno senso solo all’interno di un particolare spazio di esperienza.

Eppure è possibile apprendere, imparare anche dalle esperienze di altri.

Quando siamo assillati da un problema, da una pena personale, a volte è possibile uscirne semplicemente ascoltando.

Ascoltando davvero, con il cuore, con tutto noi stessi ciò che una persona può aver vissuto.

Allora può accadere che ciò che quella persona ha vissuto ci attraversi, come un vento tra le garze di una tenda. Se non opponiamo resistenza, se non apponiamo un giudizio, allora quell’esperienza ci “passa dentro”, facendo vibrare ciò che in noi esiste di simile.

Non è come aver realmente vissuto un fatto, un evento. Ma se usiamo la sensibilità allora si può davvero far tesoro dell’esperienza di un altro.

“Similia similibus curantur” era la frase preferita di Hahnemann, l’inventore dell’omeopatia moderna. Allo stesso modo in cui il simile cura il simile, al nostro interno il simile fa vibrare il simile. Anche se poco in noi è assonante con ciò che ci attraversa, il solo fatto di vibrare in accordo con l’esperienza di un altro renderà più ricco ciò che in noi vi è di simile.

Ripeto, non è come vivere qualcosa in prima persona.

Ma se ci alleniamo ad ascoltare, ad accogliere, qualcosa di quell’esperienza ci può rimanere dentro.

Per farci crescere.

E di gente che è passata di lì prima di noi… in giro ce n’è tanta!

Riscrivere artificialmente la memoria per eliminare paure e cambiare il comportamento. Non mi pare una grande idea!

Francesco Franz Amato Riscrivere artificialmente la memoria per eliminare paure e cambiare il comportamento. Non mi pare una grande idea!Un gruppo di ricercatori è riuscito a cancellare selettivamente una traccia mnemonica, relativa ad un brutto ricordo, in un cervello umano. Qui l’articolo.

Non è che gli viene in mente che il meccanismo di instaurazione della paura e delle emozioni negative è qualcosa da comprendere e superare… no. Loro rimuovono il ricordo del trauma.

Non sono di certo un esperto di psicologia ma a quanto posso avere sperimentato, la nostra personalità è mediamente il risultato delle nostre esperienze. Influenzato certamente da qualcosa di più profondo, ma la costruzione delle paure, dei comportamenti caratteriali, delle reazioni istintive, oltre che dalla genetica che credo giochi parecchio, è sicuramente conseguente alle esperienze fatte.

Ho sempre considerato la mente come una sorta di modello da cui sono stati costruiti i computer (naturalmente su scala immensamente più ridotta) e credo che anche questo caso non dovrebbe fare eccezione. Le nostre esperienze formano i nostri schemi di comportamento. E esperienze successive sono conseguenti di schemi comportamentali pregressi. Ergo, se la logica non mi inganna, spesso l’intero sviluppo di questi schemi poggia su alcuni grandi pilastri esistenziali.

Rimuovere un trauma, magari lontano nel tempo, non credo sia la soluzione migliore a fobie e comportamenti patologici. Anzi.

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Una visione onirica

Francesco Franz Amato Una visione oniricaQuesta notte ho fatto un sogno: mi trovavo in viaggio con un gruppo di amici ma il clima era molto teso.

Non per ragioni oggettive (se così posso dire), ma piuttosto a causa di quel nervosismo generale prodotto dall’insofferenza, dal “male di vivere”…

Avvertendo questo scontento che mi sembrava davvero irragionevole, venni pervasa da una intensa malinconia. Unii gli indici delle mani parallelamente fra loro ma leggermente discosti affinché vi convogliasse la luce del sole e presi ad osservare la striscia luminosa proiettata su una superficie bianca.

Era curiosa perché costituita da un sottile fascio di luce molto intensa interrotto a metà da una piccola zona d’ombra.

Mi domandai: “Che cos’è la vita?“.

Osservando la piccola banda illuminata, mi risposi:

Uno stato della coscienza.

Io osservo questa striscia luminosa e so che la sto osservando, ed è bella così com’è, è un piacere guardarla. Tanto maggiore sarà la complessità di un essere vivente, tanto più esteso potrà essere lo spazio osservato.

Forse la vita per un piccolo insetto è tutta qui: questa lingua di luce sulla superficie. Per un essere evoluto come l’uomo, l’osservazione si può spingere fino allo studio di molecole complesse, di reazioni nucleari o dello stesso comportamento umano“.

Mi sembrava che in quel tratto luminoso fosse contenuto tutto il significato dell’esistenza. Assaporavo integralmente il piacere di quella osservazione.

L’intensità nell’atto di “vedere” attenuava l’inquietudine provocata dal malessere che percepivo nell’ambiente attorno a me, carico di ansia, timore e rabbia.

Mi chiesi allora che cosa ci impedisce di provare questo stato di concentrazione in ogni momento, cosa lo oscura, lo ottenebra.

Cosa lo rende quasi irraggiungibile anche se, probabilmente, da bambini quasi tutti ne abbiamo fatto esperienza, magari osservando il volo di una farfalla o gioendo di una corsa mozzafiato.

Perché proprio noi, esseri più evoluti della Terra, perdiamo quotidianamente questa meravigliosa possibilità di visione sul mondo? L’evoluzione sembra averci dato e tolto questa opportunità.

L’espansione della coscienza ci consente una più raffinata capacità di osservare ed elaborare dati, di estrapolazione e sintesi che ci ha permesso di costruire società sempre più complesse e, da un certo punto di vista, più efficienti.

Il viverci dentro ha tuttavia reso indispensabile potenziare in certa parte degli automatismi mentali di protezione, tali da rendere sempre più meccaniche e veloci molte delle azioni che noi svolgiamo nell’arco delle nostre giornate. Leggi il resto di questo articolo »

Ricerca della verità e meditazione 20 – Lo spazio di esperienza

Francesco Franz Amato Ricerca della verità e meditazione 20   Lo spazio di esperienzaSe qualcuno ha provato a mettere in atto il giochetto suggerito negli scorsi post di questa serie, si sarà accorto probabilmente che qualcosa succede. Già… ma cosa?

Quando ho iniziato io, qualche annetto fa ormai, una delle prime cose di cui mi sono accorto è stata… che c’erano molte più cose di cui accorgersi!

Viene da ridere detto così, ma la verità è proprio questa. Quando aumenta la percentuale di tempo passata in uno stato di veglia, aumenta ovviamente anche il numero di impressioni che siamo in grado di accumulare all’interno di una giornata, nel senso che se uno non si fa portare via da quello che gli accade, e non ci si perde in mezzo, avrà la possibilità di sperimentare più cose intorno e dentro di sé.

Ora immaginiamo di muoverci fisicamente in una stanza. Se noi non potessimo uscire da quella stanza, quello sarebbe lo spazio a nostra disposizione, giusto?
Proviamo ad estendere questo concetto, e a sostituire al termine “movimento” il termine “esperienza” (che poi non cambia di molto).

Lo “spazio dell’esperienza” potrebbe essere allora definito come “l’insieme di tutto ciò di cui possiamo accorgerci”.

Se con un piccolo trucco mentale come quello suggerito negli scorsi post di questa serie iniziamo ad accorgerci per esempio di una nostra espressione di cui non eravamo consapevoli, o di una posizione che tendiamo ad assumere spesso, ecco che il nostro “spazio di esperienza” è cresciuto di un piccolo “tot”. Leggi il resto di questo articolo »

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"Kesa - Alla fine della solitudine"

Kesa - alla fine della solitudine E' una storia d'amore, un po' strana, lo ammetto, ma tutti quelli che hanno letto il libro lo hanno trovato bello.

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