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L’ha detto la tv.

Quante volte abbiamo sentito questa frase. Una frase becera, che dona ad un oggetto inanimato, una semplice scatola, accozzaglia di circuiti neppure complessi, autorità sovrana e maestria sul pensiero.

Almeno si dicesse che l’ha detto il tal tizio in tv. No. E’ la televisione a parlare, rendendosi così ricettacolo delle convinzioni di chiunque venga presentato in quel riquadro più o meno grande, e acquisendo autonomia e globalità intellettiva ed espressiva.

La televisione ormai è un membro della famiglia, più importante di chiunque altro. Il vero “pater familias”.

Nelle strisce di Bonvi, gli improbabili soldatini delle Sturmtruppen la definivano l’arma finale del dottor Goebbels, e la usavano per minacciare i prigionieri sfortunati con la promessa della replica di Rischiatutto. Oggi potrebbero fare la stessa cosa con La Talpa, e sarebbe perfetto.

Lo scanalamento selvaggio, lo zapping folle sembra rappresentare mediamente il massimo momento di relax della giornata.

Non so per quale strana alchimia, ma la televisione e soprattutto i programmi “informativi”, hanno tolto a tutti la voglia di andare a cercarsi le informazioni, quelle vere. Forse i tempi dell’Istituto Luce sono abbastanza lontani per cui si sia perso il concetto di propaganda di regime, non lo so.

Fatto sta che l’italiano medio tende a bersi qualsiasi stronzata esca dallo scatolotto maledetto come pura verità colata.

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Abbiamo visto come New Age e Cattolicesimo abbiano assieme costruito la più errata delle immagini per quello che rifuarda la meditazione.

Un ulteriore sfiga per questa antica scienza, viene paradossalmente… proprio dalla scienza.
Il cosiddetto metodo scientifico, che in sè non avrebbe grandi problemi, dimostra tutti i suoi limiti quando viene applicato a qualcosa che per sua natura è difficilmente misurabile con gli strumenti “fisici” a nostra disposizione.

Nessuno probabilmente si sognerebbe oggi di dire che la corrente elettrica è frutto di magia, poichè abbiamo gli strumenti atti a misurare questa energia. Ma fino a pochi anni fa (anche solo sulla scala umana), questa forza, che poteva manifestarsi solo

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A proposito della solitudine, vi segnalo questo bel post sul Blog di Adea Edizioni… parla di Alex Bellini, quel pazzo furioso che sta attraversando l’Oceano su una barca a remi, da solo.

E’ un taglio interessante quello dell’articolo…

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Prendo ancora volentieri spunto dalla bella poesia di Diego, “Scivola“, perchè quello della solitudine mi è tema assai caro.

Spesso la solitudine viene confusa con l’isolamento. Ma mentre quest’ultimo è una condizione fisica, la solitudine è a parer mio uno stato dell’essere.
L’etimologia della parola è interessante: dal latino “solus”, per la maggior parte forma di “sollus” che significa intiero, a sè stante.
La parola non contiene in sè il concetto di separazione, anche se alcuni ce lo vogliono vedere. Separare viene dal latino “Se” con “parare” ovvero una particella che indica “divisione”, con un termine che significa appaiare, mettere assieme, unire, ma anche “preparare”

Da qui il significato di rompere un’unione, separare appunto.

Ma essendo abituato a giocare con i suoni, in queste due parti della parola preferisco vedere la particella “se” non già come negazione ma come quello che è: appunto “se” inteso come pronome personale.

Allora separarsi assume il significato di preparare se stessi, realizzare se stessi, accezione che trova conferma in molti aspetti della vita umana, in cui la separazione è il passo propedeutico ad un cambiamento della vita. La separazione dalla madre alla resezione del cordone ombelicale, quella dal corpo al momento della morte, quella dai genitori quando si va a vivere da soli, quella dal partner nel momento in cui si perde l’identità del proprio spazio esperienziale, e così via.

La separazione peraltro implica che prima di essa vi sia unità. Ecco che quindi il distacco da qualcosa cui si è uniti ancora di più rafforza il concetto di autoriconoscimento. E per lo stesso motivo, presenta un forte (more…)

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