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I cellulari non sono altro che piccoli computer dalle funzioni limitate. Come tali hanno un sistema operativo. E come tali possono essere programmati per fare virtualmente qualsiasi cosa. Il fatto che ieri quelli del tg siano addirittura andati ad intervistare il garante della Privacy su questo argomento è quasi esilarante.

Le intercettazioni telefoniche possono essere messe in piedi in qualsiasi punto della trasmissione dati tra due cellulari, ma di fatto gli unici due punti che garantiscono di poter avere la continuità di ascolto sono due: l’apparecchio e la centrale del gestore. Tutti gli altri sono fallaci. La cella cambia quando il cellulare si sposta, e se si sposta a velocità sufficientemente elevata non è possibile seguirlo con i normali protocolli.

Ma un cellulare non è altro che una banalissima radio ricetrasmittente, con un portata (nemmeno troppo) limitata. La voce nel protocollo GSM viene digitalizzata e criptata con una chiave abbastanza semplice in termini di sicurezza, che non è altro che una combinazione del seriale dell’apparecchio e di quello della SIM.

Decriptare il traffico vocale mentre passa dal telefono alla cella di riferimento è uno sforzo inutile. Basta andare alla fonte (il gestore) con un’ordine giudiziario, e il gioco è fatto.

Ma siccome un privato non può fare questo, ecco che diventa importante l’altro punto fisso del traffico: il telefono stesso.

Il sistema operativo dei cellulari si è evoluto in pochi anni in modo piuttosto forte, per poter supportare le funzionalità avanzate dei nuovi apparecchi: trasmissione dati veloce, servizi push per la lettura delle email e quant’altro, al punto che il 99% dei cellulari sul mercato oggi hanno sistemi operativi che non sfigurerebbero nemmeno su computer di discreta potenza.

E’ qui che si generano le falle. Il sistema operativo Symbian, forse il più diffuso in assoluto, imperante sia sui Nokia che su altre marche, è pieno di

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Il quasi è d’obbligo. Tutto dipende da chi decide di scoprire cosa fate e dove, quali sono le sue motivazioni, e quali mezzi ha a disposizione. Un hacker ben motivato, o incazzato che poi fa lo stesso, o un ufficiale di polizia internazionale ben addestrato, possono muoversi molto più in profondità di quanto si pensi. Ma se vogliamo semplicemente difenderci da chi invece il proprio movimento lo fa in zona commerciale… allora ecco qui di seguito come fare. Bisogna fare un po’ di sforzo, ma ne vale la pena.

Innanzitutto diamo per scontato che abbiate a disposizione una connessione a banda larga.

0) Andate sul sito http://www.whatismyip.com e prendete nota del vostro indirizzo di rete.

1) Non pensate di usare Internet Explorer. E’ un sistema tanto bucato che è praticamente impossibile proteggerlo. Quindi andate subito a scaricarvi Firefox cliccando QUI, e installatelo.

2) A questo punto andate sul sito http://www.tor-project.org e scaricate il pacchetto d’installazione, andando in questa pagina e scegliendo quello che si adatta alla vostra configurazione. Quindi installatelo.

3) Nella pagina di download, trovate anche alcuni consigli su come fare perchè TOR funzioni veramente. Seguiteli.

4) Scaricate i plugin per Firefox: NoScript (lo trovate QUI), Torbutton (lo trovate in questa pagina, cliccando sul link accanto alla parola “Install”). Installateli, e riavviate FireFox. Se avete bisogno di una guida su come installare i plugin per firefox, cliccate QUI.

5) A questo punto siete pronti, o quasi. Cliccate sul pulsante TORBUTTON che si è aggiunto. Quando la cipollina in icona diventa verde, significa che TOR è attivo. Da questo momento la vostra navigazione diverrà un po’ più lenta (un po’ tanto), ma parecchio sicura. TOR fa rimbalzare la connessione tra un numero indefinito di proxy e routers in giro per la rete. Gli altri plugin servono per evitare che il vostro peregrinare venga comunicato all’universo dai bastardissimi cookies che ogni sito tende a scaricare.

6) Ritornate sul sito http://www.whatismyip.com e verificate che ora il vostro IP sia diverso. In questo caso TOR è attivo e funzionante. In caso contrario avete combinato qualche pasticcio.

TOR non è un aggeggio facilissimo da usare, ma purtroppo neanche la rete in realtà lo è. Se avete bisogno di qualche dritta, il blog è a disposizione.

Buona navigazione

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La mia era un’ipotesi. A quanto pare non sono l’unico scemo a farsi venire strane idee.
Vedi:

Punto informatico

Electronic Privacy Information Center (EPIC)

Microsoft (ma guarda…)

The Guardian

Io l’ho sempre detto: oggi a gratis non ti danno manco gli schiaffi. Figuriamoci un browser!

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“Le societa private non possono spiare sistematicamente la Rete per individuare gli utenti che si scambiano file musicali o giochi su Internet.” Corriere della Sera di oggi. Echeccazzo!!! Avevo ragione o no?
Peccato che il Garante per la Privacy si sia espresso proprio con queste parole iniziali: “Le società private”. Certo, perchè invece lo Stato può fare quello che gli pare e piace.

Sempre più ci addentriamo nell’orwelliano paesaggio, di uno stato controllore, che intromette il suo naso ovunque. E si arroga il diritto esclusivo di fare ciò. Con la scusa dell’ordine pubblico, praticamente ogni genere di controllo sta diventando lecito. Negli Stati Uniti ti prendono le impronte biometriche appena entri in aeroporto “per garantire che sarai proprio tu a salire sull’aereo, e poi i dati saranno cancellati entro 24 orre”. Si, e io ci credo.

Lo Stato italiano è il depositario di quasi tutte le banche di dati personali, sensibili e non, prodotte sul territorio nazionale.
Teoricamente non dovrebbe farci nulla, se non conservarle al riparo dagli sguardi indiscreti. Peccato però che la tentazione fa l’uomo ladro, e come si fa a resistere alla tentazione di incrociare i dati del fisco con quelli dell’ACI, i dati di Alitalia con quelli di Google e così via? Navighiamo in retem prenotiamo il nostro volo per Londra sul sito Ryan Air, et voilà: quindici giorni dopo casualmente ci arriva una mail da un misterioso operatore turistico che ci fa un’offerta stracciata per un week-end all’Hilton di Londra. E questo è nulla.
Mai sentito parlare di Echelon? Si, vero? Se no andate qui e se non vi basta (come non dovrebbe) andate a leggervi questa bella tesi di un laureando dell’Università di Padova. Ma questa sera sono molto stanco. Prossimamente su questo blog qualcosa in merito “scriverog” (scusate ma non me ne veniva una migliore. Buona notte.

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L’articolo 21 della Costituzione Italiana, recita in prima riga come segue:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Da queste parole prende spunto il “diritto morale d’autore”, che garantisce a chiunque il cosiddetto “diritto d’inedito”.
Da questo diritto morale, discende gran parte della legislatura odierna in merito alla tutela della paternità di un’opera d’ingegno. Il “diritto d’autore” in senso lato, appunto.
Ho citato il termine paternità dell’opera. Il diritto privato sull’argomento sancisce il diritto di chi produce un’opera d’ingegno ad esserne indicato come l’autore, e anche al contrario, che non sia possibile attribuire a qualcuno l’opera di qualcun altro.

In realtà però, ciò di cui vorrei fare oggetto il presente articolo, è quella parte legislativa che riguarda i termini dello sfruttamento economico di un’opera. Allo stato attuale delle cose, la legge vigente è la num. 633 del 22 aprile 1941. Se volete vederne il testo originale lo trovate qui. Di fatto in questa legge, l’autore è indicato come l’unico depositario dei proventi derivanti dallo sfruttamento dell’opera in tutti i campi.

Di fatto, secondo questa legge, solo l’autore ha il diritto di pubblicare, riprodurre, rappresentare, mostrare… quello che volete, la sua opera.
Ed è proprio qui, che vorrei gridare un grandissimo “ma vaffanculo, autore. Te e i tuoi diritti!”. Ma non perchè io sia contrario al fatto che qualcuno che inventa qualcosa di utile, o anche solamente bello, ci possa guadagnare sopra. Mi sembra sacrosanto. Quello che mi fa profondamente vorticare i didimi, è che con questa scusa invece, chiunque abbia un po’ di cinismo in riserva, può permettersi di ricattare l’umanità, o di fatto limitare la circolazione di una forma d’arte che dovrebbe invece appartenere a tutti. Certo, nel caso di alcune opere, occorrerebbe una legge che tutelasse il pubblico, più che l’autore, ma nel resto dei casi, questa legge è una ghigliottina, un fuoco di sbarramento alla diffusione di ciò che è bello.

Facciamo un esempio. su youtube, circa due anni fa comparve un video You need to a flashplayer enabled browser to view this YouTube video postato da tal Jerryc, un ragazzo di 25 anni, che aveva scritto un arrangiamento rock del famosissimo Canone di Pachelbel, e aveva deciso di postarlo così, per il semplice gusto di pubblicare una propria opera. Poco tempo dopo compare una risposta, sempre in video You need to a flashplayer enabled browser to view this YouTube video di un altro giovanissimo chitarrista, pseudonimo funtwo, che esegue lo stesso arrangiamento con una maestria e un cuore davvero incredibili, tanto è vero che questo particolare video è stato visto ad oggi quasi 40 milioni di volte. Ma non è finita. Passa poco tempo e spunta un altro ragazzino, al secolo Mattrach, che a sua volta riprende l’arrangiamento di JerryC e lo elabora, con una tecnica che posso solo definire da paura. You need to a flashplayer enabled browser to view this YouTube video. Se avrete la pazienza di ascoltare i tre arrangiamenti uno dopo l’altro, vi renderete conto del miracolo che ha avuto luogo: l’evoluzione di un’idea, per il solo fatto di essere stata resa pubblica. Cosa che non sarebbe stata possibile se JerryC avesse deciso di trattenere a sè i diritti d’autore per l’arrangiamento.

Ora, spostiamo il nostro orizzonte, dalla musica, a qualcos’altro. Per esempio ai farmaci. Anche loro sono coperti dal diritto d’autore, (che in questo caso assume il nome di brevetto) tanto è vero che ogni volta che prendiamo un’aspirina andiamo a mettere qualche soldino in tasca al signor Bayer (o al signor Sterling negli USA). Ma vi rendete conto? L’aspirina non è altro che acido acetilsalicilico. Un’acido che si trova in natura, in particolare, come dovrebbe fare intuire il nome, nel salice, più precisamente nella sua corteccia. Un rimedio citato da Erodoto, è già noto agli assiri, ai sumeri e agli indiani d’america.

Poi arriva una casa farmaceutica qualsiasi, e si ascrive il diritto di farlo pagare a tutti. Ma siamo diventati matti? No, secondo me solo coglioni!

Non voglio qui trattare di farmaci e case farmaceutiche (ma ci potete giurare che prima o poi mi ci metto…), perciò ritorno alla musica.

Un CD musicale oggi costa cifre variabili, dai 25 ai 40 €, a seconda della confezione. Ecco come si fa a limitare la circolazione della musica. Basta mangiarci sopra in tanti. Troppi. Produrre mille copie di un CD in proprio, compreso di confezione completa di libretto interno, costa circa un Euro a pezzo. Qualcuno mi spiega (ma sul serio, dati alla mano) COME CAZZO SI FA AD ARRIVARE A 30 Euro????????

Altra stronzata: sempre in nome del fottutissimo diritto d’autore, dal 2003 esiste una legge (applicata solo in Italia e in Francia) secondo la quale, presumendo che prima o poi su un CD vergine ci andrà a finire materiale protetto, allora c’è da pagare una tassa sul futuro utilizzo illegale del supporto, pari a circa 0,3€ a cd (+IVA, ovvio; altro primato dell’Italia, l’unico paese al mondo in cui si pagano le tasse sulle tasse). Il bello è che questa tassa la pagano anche quelli che stampano CD perfettamente legali!!! In proposito segnalo l’illuminante intervista di Mario Ruffili a Mario Pissetti, presidente dell’Asmi, che trovate qui.

Poi spunta il genio, il Ministro Giuliano Urbani, che recependo la tendenza delle major discografiche, promuove un decreto per la protezione del diritto d’autore anche sulla diffusione online. Risultato: le opere d’ingegno circolano sempre di meno. E si, perchè prima di questa disgraziatissima legge, nessuno aveva nulla da dire se chi condivideva in rete un’opera, lo faceva senza fini di lucro. Poi, alle ultime tre parole viene sostituita l’espressione “profitto personale”. Fatto il giochetto. Qualunque programma peer-to-peer mette immediatamente in condivisione verso l’esterno ciò che scarica verso l’interno. Quindi si ricade nell’ambito della legge Urbani, che ha rilevanza penale.
Ma come fanno direte a sapere che io scarico musica? Semplice: utilizzando programmi di sniffing, che analizzano il vostro traffico di rete e quello che ci passa dentro. Ma è legale usare programmi di questo genere? La risposta è NO! NO, PORCA PUTTANA!!!! Non è legale sniffare il traffico di rete altrui. Lo dice la legge italiana, cazzo! Si vedano gli articoli 614, 615, 615 bis e 615ter, codice penale, cap. 2, sez IV, “Dei delitti contro la inviolabilità del domicilio”, con specifico riferimento alla violazione di sistemi informatici e all’intrusione nella nostra vita privata! Capito? PRIVATA!!!!

Ecco a cosa serve il diritto d’autore: a legalizzare lo sfruttamento a scopo di lucro di opere d’ingegno, che per loro natura dovrebbero essere solo ed esclusivamente patrimonio dell’umanità.

Ripeto, non vedo perchè l’autore di una tale opera non ci debba guadagnare, ma dove sta scritto che gli altri non devono poterne godere se non pagano?

Ecco perchè in sintesi qui esprimo la mia personale opinione:

 

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‘FANCULO AL DIRITTO D’AUTORE!!!!

 

 

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