legge dell’ottava

Fare salti d’Ottava per cogliere il Meraviglioso – by Giuseppe

Francesco Franz Amato Fare salti d’Ottava per cogliere il Meraviglioso   by GiuseppeProviamo a ricordare quante volte, nella vita, abbiamo fatto sforzi incredibili per raggiungere qualcosa che ci stava particolarmente a cuore.

E, tornando indietro a quei ricordi, sicuramente ci sovverrà l’atmosfera di meraviglia che, aureolata, circondava ogni gesto, ogni parola…ogni sensazione ed emozione.

Chi di noi non ha fatto un lungo viaggio per appagare un desiderio, rinunciato a dormire o vissuto momenti d’attesa sotto la pioggia; oppure sopportato il caldo, il freddo e la fatica per raggiungere un obiettivo, per un amore…per un “contatto”.

Sempre, dietro l’esperienza del Meraviglioso, vi è il nostro “sforzo” per raggiungere l’oggetto desiderato, poi tutto diventa magia.

Pensiamo, al contrario, a quanti momenti, giornate, forse mesi, abbiamo vissuto nell’apatia e nel grigiore.

A qualcuno sembrerà strano ma…dietro tutto questo c’è la Legge del Tre e del Sette.

Finché non portiamo a compimento un’Ottava, saltando gli intervalli, e fin quando non passiamo da un’Ottava all’altra, siamo costretti a “rimasticare il masticato”: pena la ripetitività e la noia. Niente freschezza, niente meraviglia.

Ma quando grazie ad un intenso sforzo, animati dal “fuoco della passione”, siamo riusciti a non fermarci davanti a nessun ostacolo, allora,  anche se stanchi, sudati, coi muscoli doloranti o col cervello che ci scoppia, l’atmosfera attorno a noi cambia di colpo, rivelandoci tutto il suo splendore.

Allora una musica, un sorriso, un tramonto…ma anche il semplice respirare, guardare le proprie mani, ascoltare la propria o l’altrui voce…tutto, insomma, si trasforma nell’esperienza del Meraviglioso.

Non è che prima “lui” non c’era: eravamo noi che non c’eravamo.

Il Meraviglioso è sempre lì, che attende un nostro “risveglio”.

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Tagliarsi i capelli a volte annulla il cambiamento

Francesco Franz Amato Tagliarsi i capelli a volte annulla il cambiamentoE’ una cosa che tipicamente fanno le donne (ma anche alcuni uomini che li portano lunghi): tagliarsi i capelli, con l’intenzione di iniziare da questo atto un cambiamento; solo che, a volte, il cambiamento si ferma lì, al taglio dei capelli, e non prosegue verso l’interno.

Personalmente credo che ciò sia dovuto alla motivazione (tanto per cambiare), alla disposizione interiore con cui ci si approccia a un atto come questo che, pur sembrando del tutto banale, ha invece ripercussioni molto più profonde di quanto non sembri a prima vista.

Iniziamo col dire che i signori maschietti devono togliersi immediatamente quel sorrisetto di superiorità: la cosa toccherebbe anche loro se si lasciassero crescere i capelli. E ve lo dice uno che li porta lunghi da parecchio.

Il capello è qualcosa che per sua natura collega l’interno con l’esterno (il capello inizia a crescere da dentro il corpo, per poi allungarsi verso l’esterno), ma non solo; a differenza di un pelo, ad esempio, lo fa allungandosi verso l’alto (anche se poi, una volta allungatosi, tende a ricadere). Quindi, per estensione simbolica, il capello gioca una parte importante nella connessione tra il nostro interno e quello che a tutti gli effetti potremmo definire un mondo più rarefatto, più raffinato.

Ecco perchè tagliare un capello lungo è molto spesso uno shock di gran lunga maggiore di quanto non si creda (ed ecco perchè, per inciso, trovo personalmente del tutto iniquo costringere i bambini a tagliarsi i capelli solo per la comodità dei genitori che hanno poca pazienza).

Quando decidiamo di voler effettuare un cambiamento profondo nella nostra vita, la prima cosa da fare non è tagliarsi i capelli ma… aspettare. Pensare. Puntare il bersaglio (il cambiamento stesso o il risultato a cui vogliamo che porti) e iniziare a fissarlo nella mente (nel senso di volontà, intelligenza e cuore collegati assieme).

Così facendo, caricheremo di energia il nostro intento, magnetizzandolo per così dire, in modo che maturi al nostro interno. E’ un’idea quella che abbiamo avuto; quindi, perchè abbia luogo, dobbiamo avere sufficiente energia per nutrirne lo sviluppo, esattamente come un seme deve trovare un ambiente adatto per poter dar luogo ad una pianta.

Se una donna (o un uomo) inizia il percorso di un cambiamento tagliandosi i capelli in un momento non propizio (ovvero troppo presto) si produrrà uno shock che non porterà a nulla e, per colmo di ironia, si porterà via tutta l’energia accumulata fino a quel momento.

Se invece attende il momento giusto, potrebbe accadere una delle seguenti tre cose:
A) perde interesse al taglio dei capelli e va avanti sulla strada del cambiamento,
B) si taglia i capelli e lo shock conseguente lo/la proietta in avanti (avremo cioè quello che Gurdjieff chiamava “shock addizionale”), andando ad aumentare enormemente l’energia a disposizione del cambiamento,
C) si taglia i capelli e questo rappresenta una sorta di “atto simbolico” che sancisce la venuta alla luce del cambiamento. 

In ogni caso, è chiaro che il taglio di capelli deve avvenire in un momento scelto con cura, per avere il massimo di probabilità di risultare utile.

Altrimenti il risultato sarà…  che non cambierà un cazzo (se non che si ritroverà con i capelli più corti).

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Dalle nebbie del tempo: non offrire punte

La nebbia di oggi, originariamente pubblicata nel maggio 2010.

Movimento circolare, respirazione circolare: non offrire punte.

Pubblicato originariamente il: 29/05/10.

Francesco Franz Amato Dalle nebbie del tempo: non offrire punte

La foto qui a fianco non è un montaggio, ve lo posso assicurare.

Nel praticare Aikido, una delle cose più difficili è non creare “punte”; nelle cadute, crearne una con un’articolazione significa offrire un punto su cui la forza d’urto con il terreno si può scaricare, creando danni fisici.

Nelle tecniche, creare una punta significa interrompere il naturale fluire del movimento e quindi offire una possibilità di fuga all’attaccante.

Qui però non stiamo parlando della punta come estremità di qualcosa, ma come interruzione della circolarità.

Come per quanto riguarda l’arco, inserire un’interruzione nella linea ellittica, significa fornire un appiglio per le forze che dovremmo dissipare, e se l’appiglio è in corrispondenza della chiave di volta ecco che l’arco non tiene e va a pezzi.

La linea di frattura, il componente più debole, sono sempre quelli su cui si scatena la forza in opposizione, di qualunque genere essa sia.

Interrompere l’armonia del respiro fa la stessa cosa; quando espiro ed inspiro si spezzano nel ritmo dell’affanno, inizia la corsa all’ossigeno. Ma fino a che il suono del respiro mantiene la qualità delle onde del mare, vi è un’armonia ineluttabile nel corpo.

Credo che muoversi efficacemente e in modo armonico sia molto legato all’armonia del respiro. Una respirazione “rotta” porterà inevitabilmente ad un movimento caotico e… viceversa.

Muoversi, anche in senso lato, creando interruzioni, alla fine non paga. Perchè proprio su quelle interruzioni si innesta la deviazione, l’effetto della legge dell’ottava.

Quando l’energia, anche quella derivata dall’intenzione, fluisce in un’unica direzione, senza interruzioni, la distrazione non trova appiglio.

Si costituisce una sorta di ponte tra il punto di partenza e quello di arrivo.

Come nel caso del fulmine in cui, prima della scintilla, si costruisce un canale attraverso cui poi fluirà il fulmine vero e proprio, anche nel fare, quando riusciamo a focalizzare l’intenzione senza interromperla, si costituisce una possibilità attraverso cui fluirà l’azione.

Qualcosa che potrebbe essere efficacemente tradotto con:

“Chi la dura la vince”


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Vivere nel passato non aiuta a crescere

Francesco Franz Amato Vivere nel passato non aiuta a crescereE’ una considerazione che, dopo aver visto Midnight in Paris, non può che sorgere spontanea. Il passato ha generato ciò che esiste ora, ovvio, ma è anche vero che ciò che è il nostro presente, oltre che di ciò che è stato, è soprattutto funzione di ciò verso cui ci muoviamo.

Intendo dire con questo che secondo me non è il passato a produrre il presente; semplicemente… lo precede. Intendiamoci: ciò che eravamo ieri fa parte di ciò che siamo oggi ma, grazie a Dio, ciò in cui ci trasformiamo ad ogni secondo che passa non è semplicemente la somma degli eventi passati, ma anche il risultato dell’interazione con ciò che incontriamo sul nostro cammino muovendoci verso il futuro.

Però quasi tutti, noi italiani in particolare, tendiamo a dimenticarcene. Ed ecco che nasce la tradizione (quella becera, nel senso di riproposizione meccanica e di pura affezione) e l’attaccamento a “ciò che siamo stati”. Motivo per cui, ad esempio, lo sviluppo di un’intera città può fermarsi (magari con danno notevole al commercio e all’edilizia) se nello scavare una fondamenta hai la sfiga di inciampare su un’anfora romana. Zac! Arrivano le “belle arti” e bloccano tutto.

E’ un’assurdità! Va bene la storia (che va conosciuta, appunto in quanto progenitrice di una parte del nostro presente), ma bloccare il futuro in nome del passato è una cosa stupida e dannosa.

Il passato è passato. Se cerchi di riproporlo nel presente, i casi sono due: o ci riesci, e allora rimani impantanato in qualcosa che non c’è più, oppure no, e allora rischi di vivere nell’immensa frustrazione per qualcosa che non puoi riproporre.

Continuare a rivangare “i tempi d’oro” è futile. Produce solo sofferenza e, per giunta, ti avelle completamente dal presente: non sei più quello che eri e non sei ancora ciò che sarai. Fattene una ragione e vai avanti!

D’altronde quello che ci fa vivere nel passato è un baco del nostro sistema operativo mentale, un baco di cui tutti soffriamo, chi più chi meno. Quindi è anche qualcosa di completamente connaturato nella natura umana, anche se per sbaglio. Il problema è però che, a non saperlo, finisci per cascarci dentro e a non riconoscere quando un ciclo finisce.

Tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine” è la frase dell’Oracolo a Neo in Matrix. Può sembrare una banalità, ma a tutti gli effetti è una legge bella e buona. Se te ne dimentichi, finisci col pretendere che tutto duri in eterno, mentre, almeno in questo campo materiale, fisico, c’è una legge che impone il cambiamento.

Quindi se vivi nel passato, significa che non riesci o non vuoi cavalcare il cambiamento il quale, però, che tu lo voglia o no, che tu lo capisca oppure no, avviene lo stesso.E mentre lui avviene e il mondo ti cambia intorno, tu finisci con lo scambiare il restare sempre uguali con l’essere stabile, e ti ritrovi “fuori tempo”.

Ma essere davvero fuori dal tempo dovrebbe significare averne la percezione dell’illusorietà, non essere perfettamente infognati in essa. Voglio dire: se realizzi la quarta dimensione, ti ritrovi fuori dal tempo nel senso che arrivi a contenerlo per intero, non parcheggiato fuori mentre ti scorre a fianco, perdendoti da qualche parte.

Se invece “stai nel tempo” ma resti esattamente al pari con esso, allora puoi riconoscere il ciclo di un evento, di un accadimento.

E nel momento in cui una parte della tua vita (o anche la totalità di essa, cosa che accade prima o poi a tutti) come si suol dire “ha fatto il suo tempo”, ecco che te ne liberi all’istante. Con questo non intendo dire che te ne dimentichi: semplicemente che sei in grado di voltare pagina.

Altrimenti succede che rimani al palo, legato a qualcosa che nel frattempo è finito (oppure cambiato in modo sostanziale) e che in quanto tale continuerà ad assorbire le tue energie che così non potranno più essere dedicate a vivere il presente e ad andare verso il cambiamento del futuro. Qualcosa che, quando accade, produce un’immediato attrito in noi e in chi ci circonda e ci ama, provocando danni di ogni tipo in tutti. Per giunta, se rimani nel passato troppo a lungo, poi riconoscere il presente diventa impossibile: ed ecco che ti ritroverai a cambiare in qualcosa che, nell’istante in cui nasce, è già fuori tempo, ancora passato, anche se tu pensi che sia adeguato ai tempi.

Il passato è passato. Farsene una ragione, per quanto non sempre facile, è essenziale.

Altrimenti va a finire che una vita già sognata diventa il sogno di un sogno; e allora buonanotte ai suonatori!

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Momo. Michael Ende, i misteri del tempo e della legge dell’ottava

Francesco Franz Amato Momo. Michael Ende, i misteri del tempo e della legge dellottavaUn’opera davvero particolare. Delicata, ma densa di significati e concetti, espressi in modo a volte criptico, a volte fiabesco. Comunque un lavoro denso di contenuti, da parte di qualcuno che aveva capito più che qualcosa.

La storia di Momo, ragazzina solitaria che sa ascoltare, che tutti amano per questa ragione. Lei ascolta per davvero e, proprio per questo, mette i propri interlocutori davanti allo specchio, quasi un catalizzatore di consapevolezza, che rende chi le parla rapidamente conscio di quello che dice e, di conseguenza, altrettanto rapidamente armonico.

Momo entrerà in contatto con gli uomini grigi, entità destinate a rubare il tempo degli uomini, contro cui si scontrerà duramente, con l’aiuto di Mastro Hora e di Cassiopea, una tartaruga in grado di vedere il tempo che verrà per la prossima mezz’ora.

La storia si dipana con una tale grazia e una tale magica delicatezza come raramente si incontra nelle opere letterarie. Un linguaggio sobrio, ma al contempo estremamente dolce, che trascina il lettore in un mondo del tutto simbolico, magicamente descritto dalla penna magistrale di Ende.

Vi è tuttavia una tale evidente chiarezza di visione in questa storia, da impedire, per chi sa dove guardare, di credere che anche la minima parola possa avere alcunchè di casuale.

I misteri del tempo vengono esplorati con una profondità davvero rara, e molti contenuti esoterici vengono messi praticamente a nudo, alla portata di chiunque.

La legge dell’ottava, spiegata perfettamente, così come la multidimensionalità dell’universo, sono protagoniste di diversi passi particolarmente intensi, sparsi qua e là, apparentemente in modo casuale, ma in realtà secondo un preciso schema espositivo, lungo l’intera trama.

“…nel corso dell’universo ci sono a volte dei momenti stupendi, momenti speciali ma non unici, in cui tutte le cose e gli esseri fino alle stelle più lontane, operano insieme con una armonia eccezionale così che può avverarsi qualcosa che ne prima ne dopo sarebbe possibile. Purtroppo gli uomini, in generale, non sono capaci di farne uso e questi momenti passano inosservati”

Questo libro va letto almeno tre volte. La prima con il cuore, la seconda con il cervello, la terza con i due organi strettamente correlati tra loro.

Ma in ogni caso, un libro che non dovrebbe assolutamente mancare nella biblioteca di un ricercatore.

E quindi grazie a Francesca che me ne ha fatto dono, immensamente gradito!

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C’è un momento per fare e uno per progettare…

Francesco Franz Amato Cè un momento per fare e uno per progettare...…Il problema è distinguerli. Alla base di tutto, come sempre, c’è l’osservazione. Osservazione di se stessi, soprattutto, ma anche di quello che accade intorno a noi.

Il cuore della faccenda è costituito dal ritmo. Tutto ha un ritmo: la Terra, i pianeti, il Sole stesso… e noi. Se ci ascoltiamo, ovvero stiamo attenti a quello che ci accade all’interno, possiamo osservare che, in alcuni momenti, è più facile progettare che mettere in atto, mentre in altri succede esattamente il contrario.

Fare e progettare sono due attività complementari, due atti che hanno una loro successione logica. Prima si progetta, poi si mette in pratica. Certo, a volte toca agire senza progettare più di tanto (il famoso “pensare in fretta“) e poi ci sono quelli che fanno senza pensare, ma l’incoscienza non è argomento di questo post.

Dicevamo che tutto ha un ritmo. Noi, come esseri umani, siamo soggetti ai ritmi dell’universo e, in quanto esseri viventi sulla superficie di questo pianeta, siamo sostanzialmente l’ultima ruota del carro o quasi.

Perciò ci becchiamo i ritmi di ciò che sta sopra di noi. Ovvero, praticamente, tutto quanto. Il modo in cui reagiamo a questi ritmi non è identico per tutti, ma il fatto è che i suddetti cicli valgono per tutti.

Un termine per identificare questi ritmi è, guarda caso, “ottava“. Questo perchè l’andamento ritmico segue la legge del sette (detta, appunto, anche legge dell’ottava).

Ora, le ottave, come sa chi conosce un po’ la musica, possono muoversi da una nota più bassa ad una più alta, e vengono dette ottave ascendenti, oppure al contrario, nel qual caso si definiscono ottave discendenti.

Per traslato, dalla musica alla natura, un’ottava ascendente tende a portare un cambiamento di vibrazione verso piani più raffinati, mentre una discendente fa esattamente il contrario.

Quindi, possiamo dire che durante un’ottava ascendente (rappresentabile, ad esempio, con l’inspiro), è più facile portare verso l’alto. Ergo, una simile ottava è più favorevole ai processi mentali, di quanto non faccia una discendente, esattamente come l’espiro, che tende invece a portare verso il basso, ovvero a favorire la messa in pratica.

Il legame tra fare, pensare e relative ottave è esattamente quello che si ottiene nella vita con il semplice atto di respirare. Nessuno impedisce di fare durante un inspiro e pensare durante l’espiro, ma è dannatamente vero che se si fanno le cose nel modo opposto, stranamente, diventano più semplici.

Si riproduce in qualche modo il processo più naturale che porta dall’inconscio alla mente percettiva (ideazione) e solo successivamente dal mondo delle idee, coiè potenziale, a quello della materia (realizzazione).

Ritornando all’ascolto, è possibile, dopo qualche tempo, riconoscere quando il nostro muoverci nella vita è in una fase ascendente. In tal caso, favorire le attività di progettazione è un buon modo per assicurarsi maggiori possibilità di riuscita, esattamente come nel caso in cui si percepisca una fase discendente e si decida di mettere in pratica i progetti fatti precedentemente.

E’ sostanzialmente un modo per accordare il nostro movimento con quello di tutto quanto l’universo (scusate se è poco), e renderlo così più armonico, più ad ampio respiro. In buona sostanza è un modo per fare le cose in un altro modo.

Ovviamente qui la faccenda l’ho presentata in modo estremamente riduttivo, però credo che sia un buon punto di partenza per provarci, se non altro!

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Accelerare la propria energia

Francesco Franz Amato Accelerare la propria energiaLa nostra energia ha una tendenza: seguire la via di minor resistenza. Il che, in termini economici, potrebbe non essere del tutto errato, se non fosse che, seguendo questo tipo di “trend“, si finisce… per non fare più un cazzo.

Diciamo che, ad un certo punto, parte la festa del rinvio: questo lo faccio domani, questo non ho voglia, per questa cosa sono troppo stanco… una corsa al rallentamento per cui ogni cosa diventa più difficile, più pesante. Si ha meno energia, meno voglia di fare, e quindi si fa davvero meno. Un loop pericoloso per cui meno fai e meno faresti.

Per spezzare questo circolo vizioso, ci sono due strade: quella della fortuna e quella della volontà. La prima consiste nell’approfittare di uno stimolo esterno mentre la seconda presuppone un minimo di controllo sulla propria volontà. La prima ha il difetto che lo stimolo esterno adeguato potrebbe non arrivare mai, mentre la seconda necessita di un minimo di preparazione.

Diciamo che per usare la seconda strada, occorre di solito innanzitutto realizzare che ci si sta “lasciando andare“. Non appena questo succede, però, non bisogna cedere alla tentazione di “fare qualcosa“. Se si parte in questo momento l’energia a disposizione non è in genere sufficiente e la ripresa è destinata a naufragare.

Occorre perciò fare qualcosa per mettere in tasca un po’ di energia in più. Ecco allora che il primo atto da mettere in pratica è qualcosa che ci dia il modo di accumulare dell’energia. Per fare questo ci sono diversi modi, ma tutti fanno capo ad un unico metodo: darsi uno scossone. Si può fare in molti modi: ad esempio evitando di fare qualcosa che ci piace molto per qualche tempo. Diciamo che il giochetto è quello della sofferenza volontaria. Non sto parlando di cilicio, ovviamente, anche se uno degli scopi di quella pratica era proprio questo, ma di qualcosa di meno truculento. Ad esempio si può osservare un giorno di digiuno (lo so,  per chi ci è abituato un giorno non è nulla. Benissimo, allora fatene cinque!). Oppure ci si può tenere alla larga dalle sigarette o dal caffè (tra l’altro così la salute ci guadagnerà certamente). Il concetto è quello di creare una resistenza volontaria ad una qualsiasi abitudine (nefasta o meno). Questa cosa, incredibilmente, oltre allo stress emotivo, porterà con se’ un accumulo di energia.

A quel punto si che ci si può lanciare. Occorre puntare la volontà, mettere in fila gli impegni e portarli a termine nel modo più efficiente possibile, senza concedersi pause non indispensabili. Man mano che si prosegue in questo gioco, si scoprirà che staremo riprendendo le fila della nostra vita. Continuiamo a fare quello che c’è da fare quando va fatto, non un minuto prima e non uno dopo.

In questo modo volontà ed energia si allineeranno lungo un’unica direzione, un’unica mira, aiutandosi a vicenda nella focalizzazione.

Ma… a tutto c’è un “ma“: tutto questo deve essere fatto nel momento giusto. Se viene messo in pratica in quello sbagliato, non porterà a nulla. Fateci caso: prima abbiamo accumulato energia e poi l’abbiamo spesa. Non vi ricorda il ritmo del respiro? Inspiro uguale accumulo, espiro uguale azione.

Questo ritmo duale è noto per essere sostanzialmente universale. Ergo tutto ciò che ci compone, in qualche modo, segue la stessa ritmicità. Occorre quindi sintonizzarsi su questo ritmo, per cogliere il momento in cui raccogliere energia e quello in cui spenderla.

Il problema è che non esiste un calendario prefabbricato per questo: occorre usare il famoso “ascolto” di cui ogni tanto cito. Ascoltarsi  significa, sostanzialmente, prestare orecchio alle sensazioni come si svolgono al nostro interno, facendo estrema attenzione alle relative variazioni. Se una cosa non cambia è difficile ascoltarla (quello è il passo successivo). Ma se una sensazione presenta delle fluttuazioni, allora tenerla d’occhio diviene più semplice.

Avete presente quei periodi in cui si è dei vulcani di idee (che in genere non si riesce mai a mettere in atto) e quei periodi in cui, al contrario, non si smetterebbe mai di “fare”?

Ecco a voi l’inspiro e l’espiro. Progettazione e messa in pratica, osservazione e azione… e così via.

La maggior parte degli insuccessi sono dovuti al fatto che si cerca di agire in un momento in cui dovremmo pensare, pianificare, per giunta senza magari la necessaria spinta e motivazione.

Se invece ci si armonizza con le fluttuazioni della situazione, del momento, le cose sono più facili. A quel punto, l’energia che ci serve per “fare” diventa autoalimentata, ed il nostro agire diviene sempre più preciso, forte e determinato.

Et voilà, l’energia è accelerata.

A questo punto il passo successivo è: come evitare di tornare a sedersi. Ma questo magari lo vediamo un’altra volta.

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Buona serata: con David Hykes in Arc Descents

Francesco Franz Amato Buona serata: con David Hykes in Arc DescentsQuesto brano non è per tutti, ve lo dico subito. Non ha nulla di emotivo. O meglio, ce l’ha ma non è quello che si stuzzica col culo delle veline, in quanto sfrutta una vera e propria simbologia acustica molto particolare. Lo definirei un esempio di tecnologia interiore.

Va ascoltato con la mente e il cuore collegati assieme, altrimenti risulta un’accozzaglia di dissonanze.

Sentirete, specialmente nella seconda parte, delle note che, come dice il titolo, discendono, sopra un tappeto armonico. Le note discendenti sono strutturate per percorrere un arco lungo il quale, partendo da una condizione armonica, generano una dissonanza per poi andare a riarmonizzarsi alla fine della discesa, momento in cui parte un nuovo arco discendente. Attenzione anche all’uso delle diverse vocali (la “A” in apertura e la “O” in chiusura di ogni singolo movimento) e, soprattutto, agli armonici che intervengono in modo assai particolare in momenti di “semitono mancante”.

Un’autentica opera d’arte, per quanto mi riguarda, anche se, lo riconosco, un po’… tosta da digerire.

Buona serata da Franz’s Blog!

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Passaggio al limite, sforzo, potenziale di soglia e ottave.

Francesco Franz Amato Passaggio al limite, sforzo, potenziale di soglia e ottave.Lungi da me l’idea di mettermi a spiegare la legge dell’ottava, anche perchè non ho capito gran che neppure io. Ciò che però ho compreso di questo grandissimo casino è qualcosa che mi ha spiegato molti aspetti della vita e che mi è molto utile applicare.

Nel passaggio di un limite in particolar modo, questa legge interviene in modo massiccio. E’ a carico proprio della legge dell’ottava infatti tutta la dinamica che si viene a creare ogni volta che vogliamo fare qualcosa.

Per spiegare in sommi capi, prendiamo la tastiera di un pianoforte, come quella in figura.

Le note, si sa, sono 7 (un sacco di cose nella vita riflettono questo numero: i 7 colori della luce, i 7 giorni della settimana, le 7 note musicali, i 7 nani…). Tra una nota e l’altra, l’intervallo di frequenze che le contraddistinguono si muove secondo un rapporto ben preciso, detto “tono”. Tra il Do e il Re c’è un tono, tra il Re ed il Mi c’è un tono e così via.

Vi sono però due intervalli tra note, più precisamente tra il Mi ed il Fa e tra il Si ed il Do della scala successiva, che valgono la metà, e vengono infatti detti “semitoni”.

Sulla tastiera di un pianoforte questo è particolarmente evidente dato che manca un tasto nero, quello appunto dei semitoni. L’intervallo tra il Do ed il Do successivo è detto “ottava”, perchè contando le note, il Do successivo è l’ottava nota.

Questo aspetto riflette qualcosa di vero, di valido, per molto più che non la scala musicale. Avete mai fatto caso che, ogni volta che decidete di fare qualcosa, qualunque cosa, se non avete una decisione significativa, ad un certo punto succede qualcosa per cui cambiate idea o comunque l’azione cambia?

Quando ci si imbarca in un progetto, occorre un certo grado di determinazione per portarlo a termine, per affrontare e superare le difficoltà. Se questa determinazione non è sufficiente, il progetto naufraga.

Più è importante il progetto e più questa cosa è evidente.

La similitudine con la scala del pianoforte ci permette di comprendere che ci sono due punti “cruciali”. Fatto 7 l’intera azione dall’inizio alla fine, a 3/7 dall’inizio, di solito ci troviamo ad affrontare un ostacolo particolare; può essere un colpo di sfiga o qualunque altra cosa. Ma se osserviamo attentamente è un “accidente” che si fa notare, che svetta rispetto agli altri che abbiamo incontrato fino a quel momento.

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