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Il Grande Fratello è servito: qui l’articolo del corriere. Google ha messo in orbita il suo primo satellite, in società con la National Geospatial-Intelligence Agency, l’agenzia di intelligence geospaziale USA.

Se qualcuno poteva ancora avere dei dubbi sulla potenza del gigante di Mountain View, o sulla sua stretta vicinanza agli organismi governativi americani, credo che adesso non possa che toglierseli.

Da notare che la risoluzione delle immagini del satellite è spaventosa,sufficiente per distinguere “una base di un campo da baseball”.

Però possiamo stare tranquilli, per usi commerciali le immagini avranno una risoluzione ridotta, non superiore ai 50 centimetri.

Si, e noi ci crediamo.

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Troppa informazione uguale nessuna informazione. E’ uno dei teoremi di base dell’information technology.

E’ ovvio: se si cerca qualcosa che c’è, ma è “affogato” in mezzo a un miliardo di stronzate che non c’entrano nulla, sarà difficile trovarlo.

Ma l’interessante è che l’informazione, da qualche parte c’è. Magari frammentata, magari divisa in dieci pagine diverse, ma c’è.

Per trovarla occorre molta pazienza, una discreta testardaggine, e un po’ di tecnica. Le prime due non sono affar mio, ma per la terza, posso dire come faccio io.

1) Uso Google. Ma so che questo motore presenta per primi i risultati più “popolari”. La posizione in classifica delle pagine presentate, dipende in alcuni casi dalla loro popolarità, che viene dedotta dal numero di link che puntano ad esse. Faccio un esempio: se esiste un sito che dice che il pianeta Terra è in realtà un cubo, e viene linkato in 100.000 siti (magari proprio per dire che è un sito assurdo), Google lo piazzerà in classifica prima di un sito che invece dice che la Terra è tonda, ma viene linkato solo da 50.000.
Un altro criterio è quello commerciale.Google metterà prima i risultati provenienti da siti commerciali

(provare per credere: cercate “rana” su Google. La prima voce sono i ravioli omonimi.)

2) Sfrondo i link inutili. Per togliere dei risultati, è sufficiente aggiungere il segno “-” davanti alla parola che NON voglio trovare. Ad esempio, cercando “viagra”, se aggiungete “-online”, il motore non vi presenterà nessun risultato comprendente siti che lo vendono in linea.

3) A questo punto dipende da cosa sto cercando. Mediamente arrivati a questo punto i risultati di Google sono sufficientemente ristretti per cominciare ad esaminarli. Il gioco comincia qui, bisogna cominciare a leggere. Il che implica:
a) Collegare il cervello. Se il sito dice evidenti castronerie, lo casso e passo al prossimo.
b) Calibrare l’importanza e l’affidabilità del sito. Se a scrivere è un giornalista, attenzione. Non risponde in primis di quello che dice. Ma è anche vero che se è un buon giornalista, e scrive di un argomento scottante, avrà prima controllato le fonti. Lo faccio anche io, controllando le sue affermazioni con una nuova ricerca su Google, proprio di queste ultime.
c) Capire se il contenuto è originale o arriva da qualcun altro. Capita molto spesso, che una notizia particolarmente “agreable” parta da un singolo sito, e venga poi riportata in mille altre pagine web. In questo caso viene in aiuto il breve riassunto che Google fornisce subito sotto il link. Se ottengo cento risultati, ma i riassunti citano parole simili o uguali, allora probabilmente la fonte è una sola, e tutti gli altri si sono limitati ad un veloce “copia e incolla”. E’ utile allora rintracciare la pagina originale, perchè molto probabilmente citerà le vere fonti.

Quello che conta, è non farsi fregare dal motore di ricerca, ma usarlo correttamente. Può succedere così che si trovino correlazioni tra fatti anche lontanissimi tra loro, ma che danno un quadro d’insieme significativo su ciò che cerchiamo

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Sappiamo tutti che cos’è l’ONU, e credo più o meno tutti pensiamo che si tratti di un organismo dedito al cittadino e ai suoi diritti. Molti peraltro ritengono che si tratti di un organismo privo di qualsiasi potere, e unicamente di rappresentanza. Magari è così, ma l’ONU ha alle sue dipendenze parecchie agenzie.

Una di queste si chiama ITU, unione internazionale per le telecomunicazioni, e sta prendendo seriamente in esame questo documento, presentato chissà come mai, proprio dalla Cina.

In esso, si pongono le linee guida per un processo che porti a tracciare ogni movimento di un utente su internet. Una cosuccia così… che tenta pure di passare sotto silenzio. Inutile dire che all’idea aderiscono allla grande anche gli Stati Uniti, con la fetidissima NSA (perchè fetidissima? Per chi non ne sa nulla consiglio il film “nemico pubblico”, con Gene Hackman e Will Smith).

L’Onu tra gli articoli del suo statuto ha la protezione dei diritti umani, e a una Cina che gli propone di inventare un sistema per controllare il traffico internet, dovrebbe come minimo rispondere di andare a farsi fottere…

Eppure non solo prende la cosa in considerazione, ma ne affida lo sviluppo ad una sua agenzia.

Chissà perchè non mi meraviglia nemmeno un po’.

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Il quasi è d’obbligo. Tutto dipende da chi decide di scoprire cosa fate e dove, quali sono le sue motivazioni, e quali mezzi ha a disposizione. Un hacker ben motivato, o incazzato che poi fa lo stesso, o un ufficiale di polizia internazionale ben addestrato, possono muoversi molto più in profondità di quanto si pensi. Ma se vogliamo semplicemente difenderci da chi invece il proprio movimento lo fa in zona commerciale… allora ecco qui di seguito come fare. Bisogna fare un po’ di sforzo, ma ne vale la pena.

Innanzitutto diamo per scontato che abbiate a disposizione una connessione a banda larga.

0) Andate sul sito http://www.whatismyip.com e prendete nota del vostro indirizzo di rete.

1) Non pensate di usare Internet Explorer. E’ un sistema tanto bucato che è praticamente impossibile proteggerlo. Quindi andate subito a scaricarvi Firefox cliccando QUI, e installatelo.

2) A questo punto andate sul sito http://www.tor-project.org e scaricate il pacchetto d’installazione, andando in questa pagina e scegliendo quello che si adatta alla vostra configurazione. Quindi installatelo.

3) Nella pagina di download, trovate anche alcuni consigli su come fare perchè TOR funzioni veramente. Seguiteli.

4) Scaricate i plugin per Firefox: NoScript (lo trovate QUI), Torbutton (lo trovate in questa pagina, cliccando sul link accanto alla parola “Install”). Installateli, e riavviate FireFox. Se avete bisogno di una guida su come installare i plugin per firefox, cliccate QUI.

5) A questo punto siete pronti, o quasi. Cliccate sul pulsante TORBUTTON che si è aggiunto. Quando la cipollina in icona diventa verde, significa che TOR è attivo. Da questo momento la vostra navigazione diverrà un po’ più lenta (un po’ tanto), ma parecchio sicura. TOR fa rimbalzare la connessione tra un numero indefinito di proxy e routers in giro per la rete. Gli altri plugin servono per evitare che il vostro peregrinare venga comunicato all’universo dai bastardissimi cookies che ogni sito tende a scaricare.

6) Ritornate sul sito http://www.whatismyip.com e verificate che ora il vostro IP sia diverso. In questo caso TOR è attivo e funzionante. In caso contrario avete combinato qualche pasticcio.

TOR non è un aggeggio facilissimo da usare, ma purtroppo neanche la rete in realtà lo è. Se avete bisogno di qualche dritta, il blog è a disposizione.

Buona navigazione

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La mia era un’ipotesi. A quanto pare non sono l’unico scemo a farsi venire strane idee.
Vedi:

Punto informatico

Electronic Privacy Information Center (EPIC)

Microsoft (ma guarda…)

The Guardian

Io l’ho sempre detto: oggi a gratis non ti danno manco gli schiaffi. Figuriamoci un browser!

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L’ho scaricato. Tanto per iniziare è una versione beta, quindi ancora instabile. Poi non lo si scarica direttamente. Si va sul sito di Google, e lui ti scarica un installer (un programma) che a sua volta in autonomia scarica quello che gli serve da dove gli pare, dopodichè installa il tutto.

Lanciato il browser, l’interfaccia è abbastanza scarna ma funzionale, e il rendering grafico è decisamente veloce. Finite le novità, a parte la comodità di poter prendere una scheda e “spostarla” fuori, in modo da avviare automaticamente una nuova istanza del browser.

Quello che vorrei capire è: che bisogno c’era di un altro browser? E soprattutto: perchè proprio Google?

Sicuramente Google ha le risorse finanziare e umane necessarie, che sul suo bilancio non gravano granchè.
Ma quello che mi rode profondamente, inside, è la solita domanda: cui prodest?

Sviluppare un browser costa molti, moltissimi soldi. Google non è un’impresa benefica o una onlus, ma allora dov’è il tornaconto?

Beh, secondo me non c’è dubbio: la raccolta di informazioni. I firewall, i software di sorveglianza, i plugin per la privacy… sono tutte cose “esterne” al browser, e se il browser raccoglie le informazioni e le spedisce insieme al traffico di rete usuale, potranno fare ben poco per ostacolarlo.

Sono pronto a scommettere che questa versione “beta” al momento non fa nulla di tutto questo. Ma sono altrettanto pronto a scommettere che una delle prossime invece qualcosa del genere lo implementerà.

Io personalmente non lo userò, e fossi in voi farei lo stesso.

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Riporto un articolo comparso su Punto Informatico. Si commenta da solo. Okkio!!!

Washington ha attivato il Grande Fratello globale

Da ieri la backdoor di Stato è aperta: tutti gli operatori di rete, qualunque provider di qualsiasi genere, hanno installato strumenti che facilitano le intercettazioni delle attività Internet. E la cosa non riguarda i soli utenti americani.
Tutti gli operatori di rete statunitensi, i fornitori di accesso e di servizi online, i provider di servizi VoIP, le aziende del broad band e quelle del cavo, società satellitari e molte università: da ieri tutti questi soggetti negli Stati Uniti sono tenuti per legge a disporre di tecnologie che consentano alla polizia federale di accedere in qualsiasi momento alle attività online degli utenti Internet.
Lo ha ricordato ieri Wired che parla di Giorno dell’Intercettazione di internet, in uno scenario atteso da tempo e che le nuove leggi rendono reale.

Si tratta, come noto, degli effetti dell’estensione alla rete delle norme sulle intercettazioni, che già da più di dieci anni obbligano i fornitori di servizi voce tradizionali a facilitare il lavoro di monitoraggio delle conversazioni da parte della polizia.

Sebbene questo possa avvenire solo dietro mandato di un giudice, non sono mancati i casi in cui la polizia federale ha utilizzato il sistema per velocizzare indagini ottenendo i permessi a posteriori. Un quadro che ora si ripresenta, preoccupando i molti che già preconizzano l’avvento di nugoli di cybercop dediti all’osservazione delle attività online di utenti ancora non formalmente indagati. Questo è, peraltro, quanto avviene in molti paesi, un malcostume ben noto, dove l’autorizzazione a raccogliere le prove viene rilasciata a prove già acquisite, illegalmente.

Inutile dire che c’è anche chi sottolinea come la semplicità delle intercettazioni sia destinata a fornire ai detentori del diritto d’autore nuove armi per chiedere più ficcanti indagini sulle attività online degli utenti. Basterà loro la compiacenza di un tribunale per ottenere dati ed informazioni che consentano di costruire procedimenti ad hoc basati, anziché su attività investigative, sull’intercettazione pura e semplice delle attività degli utenti.

“Rendere la sorveglianza più veloce e più facile - sottolinea Wired - offre alle forze dell’ordine di ogni genere nuove ragioni per evitare il tradizionale lavoro di indagine e preferire lo spionaggio”. Come già avvenuto per le intercettazioni telefoniche, il numero di operazioni di questo tipo, secondo gli esperti, non potrà che aumentare di anno in anno.

Ciò che preoccupa gli utenti americani dovrebbe però preoccupare anche moltissimi utenti di altri paesi. Una parte consistente del traffico Internet globale, infatti, passa sulle reti americane ed è ora gestito da operatori con la backdoor a stelle e strisce. Per non parlare della quantità di attività Internet mantenuta da utenti di mezzo mondo su server statunitensi, ora soggetti al nuovo sistema di monitoraggio. Ritenere una garanzia il fatto che un tribunale americano debba dare il suo via libera al monitoraggio delle attività web, soprattutto per gli utenti non americani, è dunque del tutto improponibile.”

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Molti, privati e aziende, si mettono in casa o in ufficio una telecamera di sorveglianza. Alcuni anche più di una. Ma quasi tutti ormai montano le cosiddette “network camera”, ovvero delle telecamere che permettono con un semplice browser tipo firefox o Explorer, di gestirne tutte le funzioni, e di poter vedere in tempo reale cosa riprende il loro obiettivo.

Trovarle in rete non è facile. Ci viene in aiuto Google, con le sue funzioni che pochi conoscono. Per esempio, se digitate nella casella di ricerca il testo: “inurl:view/index.shtml“(ma siccome siete pigri come dei bradipi, potete anche cliccare qui) vi uscirà un elenco di siti web dal titolo strano. Un po’ lenti da caricare, dipende dal traffico della telecamera che avete scelto, sono al 99% gli indirizzi dei webserver interni a queste telecamere. Basta cliccare sul link… et voilà, vi potreste trovare a Toronto, o a Tokyo o Milano.

Se vi va male potrete vedere solo le immagini in tempo reale. Se invece è il vostro giorno fortunato troverete anche i comandi per spostare a vostro piacimento la telecamera.

E’ un modo per dare un’occhiata al mondo, magari in una pausa caffè. Non costa nulla, e può essere divertente, un po’ come guardare dal buco della serratura.

Enjoy!

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