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Il più grande monopolio mondiale… e nessuno sembra poterlo fermare

Francesco Franz Amato Il più grande monopolio mondiale... e nessuno sembra poterlo fermareIl monopolio in questione è quello sull’informazione.  O meglio sulla possibilità di reperirla. Un vecchio assioma dice, tra le altre cose, che un’informazione di cui non si sospetta l’esistenza è come se davvero non esistesse. Diciamo, in termini semplici che potete avere in mano tutte le informazioni più importanti del secolo ma, se nessuno lo sa, esse sono completamente inutili.

E chi è oggi a detenere il predominio sulla posizione delle informazioni sulla rete? Ma Google, naturalmente.

Il motore di ricerca più famoso del mondo infatti, monopolizza letteralmente più del 90% delle ricerche sulla rete. Il che significa, tra le altre cose, che nelle sue mani transitano informazioni fondamentali sui gusti, le esigenze e i desideri praticamente di tutto il mondo.

Ma non solo: Google, nella sua perenne ricerca del modo migliore per arraffare denaro (è una mission perfettamente lecita, peraltro…) si arroga il diritto di decidere quali siti e quali contenuti siano più adatti a rispondere alle richieste del pubblico.

Il che andrebbe perfettamente bene se non fosse che i principi su cui si muove il motore dei motori sono esclusivamente commerciali e quindi la scelta che ci propone quando gli chiediamo qualcosa deriva di conseguenza. Vale a dire che ormai è Google a decidere se e quanti visitatori un sito deve ottenere, decidendo arbitrariamente, e senza nessuna possibilità di contenzioso (provate voi a protestare con Google per qualunque motivo…) la sorte dell’informazione mondiale.

Non sono rari i casi di siti che spariscono completamente dai risultati delle pagine di ricerca senza una sola vera ragione, se non quella di aver violato (e magari non si sa manco bene come…) un qualche fantomatico termine di riferimento.

Alla fine Google Inc. è cresciuto in modo così enorme che una posizione di assoluto monopolio come la sua non viene neppure sfiorata dalle varie normative sulla posizione predominante (quelle per intenderci che qualche volta hanno bacchettato Microsoft per motivi analoghi).

Ma non è finita qui: Google ha accesso a una tale valanga di dati personali, di tendenza, di profilo psicologico, emozionale ed economico, da rappresentare il più grande assembramento di informazioni di utilità commerciale al mondo. Logico che nessuno lo possa toccare e altrettanto logico che nessuno lo voglia toccare

Il problema comunque allla fine è duplice: da un lato l’aspetto delle informazioni ammassate nelle mani di un’unica grande azienda, ma dall’altro, e qui sta il vero nocciolo della questione, l’assurdità della concessione del potere di decidere della vita di un sito o di un blog, senza che nessuno possa farci nulla.ù

Non so se ho spiegato la cosa con sufficiente chiarezza: se Google, per un qualunque motivo, decide che un sito non dev’essere nei suoi indici, quel sito non riceverà sostanzialmente più che poche visite, e le sue informazioni risulteranno perse, per quanto preziose possano essere.

Ma come possiamo opporci a questo? Per fortuna un modo c’è: basta essere un po’ meno pigri e iniziare ad usare altri motori di ricerca, come Bing, ad esempio, oppure Yahoo! Sono lì a disposizione nostra e non aspettano altro che essere usati!

La posizione dominante è tale solo fino a che… domina, appunto. Ma se c’è una cosa valida nel mercato occidentale, è il principio di concorrenza e, dato che i risultati forniti da Bing o Yahoo sono comunque di buona qualità, cominciamo ad usare più motori e non soltanto uno.

E’ un segnale, quello che potrebbe arrivare a Big G, che lo porterebbe sicuramente a riesaminare alcune sue politiche che al momento possiamo solo definire, al meglio, aleatorie.

 

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Delibera dell’AGCOM: imminente il bavaglio totale a Internet

Francesco Franz Amato Delibera dell’AGCOM: imminente il bavaglio totale a InternetIl 6 Luglio, succederà in Italia una cosa oscena. Se tutto va come sembra che andrà, la rete sarà sostanzialmente finita in Italia.

Questo perchè, se passerà la delibera dell’AGCOM (e passerà se non si solleverà un polverone a livello popolare), a qualunque sito potrà essere ingiunto di ritirare contenuti in quanto sospetti (avete capito bene: basta il sospetto) di ledere qualche copyright.

La norma è strutturata in modo da essere un cavallo di troia, ed è una vergogna tutta italiana. Una porcata inventata grazie all’incompetenza ed alla malafede e che andrà a chiudere definitivamente il capitolo di quel poco di libertà che rimane ancora su internet.

Infatti i tempi per reagire ad una eventuale accusa di infrazione sono estremamente ridotti (due giorni) e anche in caso di contenzioso sono talmente stringati (cinque giorni) da rendere quasi certa la seconda parte delle sanzioni: l’oscuramento del sito.

Si, avete capito bene: questa puttanata legale consentirà sostanzialmente di chiudere qualunque sito, blog o canale dia fastidio, con la semplice scusa del copyright.

E’ l’ennesima porcata di questo governo, ma senza una reazione immediata popolare, questa volta andrà in porto e la rete chiuderà, sostanzialmente, i battenti.

Il modo è diverso, ma il risultato non è così differente dalla censura messa in piedi da certi stati canaglia come la Cina.

Come fare per reagire? Fare casino, aderire alle iniziative, come per esempio quella di

http://www.sitononraggiungibile.it,

dove potrete firmare una petizione che sta già contando parecchie adesioni.

Oppure potete andare sul sito di

http://www.agoradigitale.org/nocensura

dove oltre a firmare la petizione, qualora voleste, potrete anche contribuire con qualche donazione alla campagna di opposizione a questo immensa schifezza che stanno per commettere alle nostre spalle.

Tra l’altro su quest’ultimo sito potrete trovare anche un testo prefatto da inviare via mail a diversi personaggi di AGCOM, per manifestare la vostra volontà (io l’ho appena fatto!).

Lo so che abbiamo appena fatto un gran casino per i referendum, ma la voglia di castrare la libertà da parte di chi è al potere non dorme mai.

Ergo non possiamo farlo neppure noi

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Wi-Fi libero dal 1 gennaio 2011. Finalmente abolito il decreto Pisanu

Francesco Franz Amato Wi Fi libero dal 1 gennaio 2011. Finalmente abolito il decreto PisanuIn Italia il problema era bello grosso, grazie all’ignoranza di alcuni personaggi che non si capisce cosa ci facciamo in un governo.

Com’è noto, chiunque volesse offrire servizi di connettività pubblica (leggi internet point), era tenuto a registrare ed accertare l’identità dell’utente prima di concedere l’accesso alla rete.

Questo ovviamente ha impedito lo sviluppo del wi fi pubblico, cosa che in tutto il resto del mondo si è già sviluppata da parecchio. Non era neppure ipotizzabile l’installazione di reti comunali o statali a copertura cittadina, proprio per la difficoltà di registrare l’identità dell’utente.

Il tutto era nato dalla convinzione che la misura fosse necessaria per prevenire accessi anonimi alla rete e quindi limitare attività criminali.

Come se chi vuole delinquere si fermasse di fronte alla registrazione d’identità.

Il risultato è stato ovvio, come per molte delle leggi sull’ordine pubblico italiane: gli unici ad avere problemi sono stati i cittadini normali che non hanno potuto usufruire di servizi pubblici a copertura geografica.

Dal 1 Gennaio però questo decreto è stato finalmente annullato. Grazie all’intervento del ministro Maroni infatti non è più richiesta la registrazione d’identità degli utenti per chi vuole offrire servizi di connettività pubblica. Rimane solo l’obbligo di licenza, fino a dicembre 2011, per chi volesse aprire un internet point come attività principale. Chi invece volesse offrire questo servizio come accessorio ad altra attività lo può fare e da subito senza comunicazioni o licenze.

Ora non resta che aspettare, per vedere se la cosa prenderà piede.

Una cosa è sicura: d’ora in poi chi chiederà cifre astronomiche per l’accesso internet (come gli alberghi) con la scusa che il lavoro di registrazione gli costa una cifra… beh, potete mandarli a fare in culo.

Vedete che dopo una nutrita serie di inviti come questi anche questo vizio, perlatro esclusivamente italiano, se ne andrà.

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Wikileaks: istruzioni per l’uso

Francesco Franz Amato Wikileaks: istruzioni per lusoWikileaks fa tremare il mondo. Sputtana tutti alla grande, svelando quelle cose che i governi vorrebbero davvero tenere per se’.

Nulla di fantascientifico, niente UFO, cerchi nel grano o altri complotti o ipotesi varie; semplicemente svela quello che i vari organi governativi si dicono.

Il che, è peggio, molto peggio, di qualunque cosa, perchè i governi fanno tutto in modo occulto e spesso e volentieri si tratta di autentiche porcate.

Ecco perchè il mondo trema quando wikileaks parla.

Ma come si fa rovistare tra le tonnellate di materiale pubblicato dal sito? WL infatti non mette le notizie in prima pagina, non più di tanto. Semplicemente mette a disposizione tutto quanto in un database interrogabile a piacimento.

La navigazione è molto semplice: innanzitutto occorre andare sul sito: lo trovate a questo link: http://www.wikileaks.org. Nella barra di sinistra potete scegliere di esplorare l’archivio più famoso, riguardante la gerra in Iraq.

Se invece volete esplorare l’ultimo leak, ovvero quello di cui parlano i giornali da un paio di settimane e in particolare questa mattina, dovete andare a questo indirizzo:

http://cablegate.wikileaks.org.

La navigazione è un po’ meno dettagliata, ma volendo potete scaricare l’intero archivio via bittorrent. Una volta scompattato sul desktop avrete praticamente l’archivio completo in locale.

Facile ed efficiente.

Buon divertimento!

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Semantica e controllo: il desiderio ci identifica.

Francesco Franz Amato Semantica e controllo: il desiderio ci identifica.Per quanto sottile o raffinata, qualsiasi comunicazione è basata su dei segni. La sequenza in cui questi segni vengono disposti e la relazione tra essi viene definita sintassi.

Il rapporto tra i segni ed il loro significato viene definito semantica, mentre il rapporto tra i segni e chi trasmette l’informazione viene definito pragmatica.

In parole più semplici e riferite alla lingua, la sintassi si occupa di stabilire le regole secondo cui vengono messe le parole all’interno di una frase e le frasi all’interno di un discorso. La sintassi è qualcosa che più o meno tutti abbiamo studiato alle elementari e medie, anche se molti tendono a dimenticarla.

La semantica è lo studio di ciò che collega una parola al suo significato, mentre la pragmatica si occupa di definire, grossomodo, il contesto di chi parla.

Quando una parola può avere più di un significato all’interno di un discorso, è una questione di semantica e pragmatica, per intenderci.

E’ il classico caso di quello che non capisce le battute. La sua capacità di interpretazione semantica e sintattica è del tutto funzionale, ma è incapace di cogliere il nesso tra la battuta e chi la dice (o meglio, tra la battuta e il contesto in cui viene posta).

In molte forme di comunicazione verbale, la semantica è di estrema importanza, perchè consente di capire i diversi significati della stessa parola.

E’ il caso della lingua cinese, in cui la stessa parola arriva ad avere decine di significati diversi a seconda della sintassi (ovvero in che punto della frase viene messa) e della pragmatica (il contesto in cui viene utilizzata)

Al momento attuale si parla spesso di “web semantico”, una porcata linguistica che sta per “analisi semantica del web”.

Dal punto di vista della teoria dell’informazione, l’analisi semantica di un testo è una delle cose più difficili da far eseguire ad un elaboratore. Non da un punto di vista di programmazione, quanto da quello algoritmico.

E’ molto difficile infatti codificare la sintassi corretta per far si che un software acquisisca la possibilità di distinguere semanticamente i significati di un insieme di parole.

O meglio: era difficile fino a qualche tempo fa, a causa dell’elevata capacità di memoria richiesta dagli algoritmi di analisi semantica; ma ad un certo punto, la necessità di aumentare l’efficacia degli annunci pubblicitari ha determinato un aumento dei fondi e di conseguenza un aumento della capacità di calcolo da dedicare a questa attività.

Ed ecco che, di punto in bianco, anche se dopo un inizio esitante, gli annunci pubblicitari che ci martellano durante la navigazione hanno iniziato ad essere stranamente coerenti con la nostra linea di pensiero.

Grazie alla pragmatica.

Quando noi navighiamo sul web, gli indirizzi che digitiamo, le ricerche che effettuiamo, la durata di una nostra visita su uno scritto anzi che su un altro, sono considerabili alla stregua di segni. Segni che identificano un linguaggio, il quale a sua volta identifica una comunicazione da parte nostra: la comunicazione di ciò che ci interessa.

Lo studio della semantica di questo linguaggio, ma soprattutto della pragmatica che lo lega a noi, consente di elaborare profili psicologici sorprendentemente precisi, al punto di identificarci come persone.

Non crediate che a qualcuno interessi più chi siamo e come ci chiamiamo. Quello interessa solo ai governi, legati da sempre all’esigenza del tutto illusoria del controllo personale.

Alla rete importa solo quello che desideriamo: è più che sufficiente per identificarci.

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Non c’è solo il blog, ma anche il sito

Francesco Franz Amato Non cè solo il blog, ma anche il sitoEhm… scusate, ennesima marchetta autoprodotta.

Solo per dirvi che ho appena ristrutturato il mio sito, quello che potete raggiungere cliccando sul menù, alla voce “Il sito”. Risponde all’indirizzo www.francescoamato.com

Tutto sommato, dopo anni che sviluppo siti per altri, mi sono reso conto che il mio personale non era granche. Un po’ la vecchia storia del calzolaio che va in giro con le scarpe rotte. Allora l’ ho risistemato (eufemismo… in realtà l’ho rifatto ex-novo). Se ci buttate un occhio, tra l’altro potete trovare lì la pagina dedicata al suono, con i mantra che ho pubblicato in questi anni.

Let me know…

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Ma che te ne fai di un blog?

Francesco Franz Amato Ma che te ne fai di un blog?Domanda sacrosanta che mi è stata rivolta ieri da un amico, a cui rispondo in loco.

All’inizio fu un esperimento, un modo per studiare la rete e le sue leggi, un sistema per entrare attivamente in un mondo sconosciuto ed affascinante, in previsione di una crisi del mio settore lavorativo.

Poi però , scoprii altro.

Principalmente, come già dissi in altro post, la possibilità di mettere in ordine i propri pensieri. Scrivere, specialmente sulla rete, in cui la velocità di consumo di un argomento può essere fulminea, è un tremendo banco di prova.

Al di là del risultato (“chissè se a qualcuno interessa quello che ho da dire”), per scrivere devi imparare a pensare. Rapidamente, lucidamente, in modo congruente.

E ti devi informare. Se vuoi scrivere di un argomento, considerando che quelle parole gironzoleranno su internet, famose o no, più o meno per l’eternità, devi sapere quello che dici; documentarti, studiare. Come tutti hanno sicuramente potuto sperimentare, trovare un’informazione oggi su internet è facile quanto difficile è discriminare le informazioni vere dalle stronzate.

A volte per scrivere un post ci metti due giorni, per cercare e fornire a chi ti leggerà dati verosimili e non pettegolezzi o dogmi del tutto soggettivi, come spesso fanno tanti sedicenti “ricercatori di verità”, per poi vederlo letto da una quarantina di persone.

Oggi, dopo tre anni di attività più che serrata, devo dire che sono estremamente felice di questa scelta.

Al di là della possibilità di conoscere il pensiero di altri e far conoscere il mio, infatti, ho potuto “incrociare la penna” in tante situazioni diverse e con molte tipologie di persone altrettanto variegate: dall’idiota al guru, dal provocatore all’esperto, dal genio allo studente a chi più ne ha ne metta.

Imparare a discutere, quando non hai la persona davanti e non la puoi guardare negli occhi per capire cosa realmente sta pensando, o chi davvero sia, toglie davvero tante informazioni che normalmente diamo per scontate in una discussione ma che, quando vengono a mancare… si sente.

Devi rispondere alle parole e non alla persona (anche se ogni tanto, lo confesso, la personalità di qualche commentatore era talmente evidente dal tono che non ho avuto bisogno di vederli per capire che razza di idiota fosse!)  e devi farlo a tono, stando attento a non insultare gratuitamente, a non ledere una sensibilità di cui non conosci la profondità e la vulnerabilità.

E poi… alla fine… scoprire che all’interno avevo parecchio da dire e che, ancora, qualche cartuccia mi rimane.

Tanti argomenti si sono sviluppati da soli, mentre scrivevo qualche incipit esitante. E tanti altri sono nati in modo del tutto indipendente da quello che volevo scrivere in origine (non avete idea di quante volte mi è toccato cambiare il titolo che avevo pensato per il post perchè ero finito a parlare di tutt’atro…)

Sabato scorso sono andato a presentare il mio libro alla Libreria Esoterica di Milano. Una piazza importante, senza dubbio, ma soprattutto la mia prima volta a parlare in pubblico di cose non tecniche, e fuori da un ‘aula di formazione; ho parlato per un’ora a fila. Se non avessi scritto tutto quello che ho scritto, non credo avrei avuto la capacità di organizzare un discorso coerente “al volo” (non mi ero preparato assolutamente nulla).

Credetemi: scrivere per questo blog è stato non solo un piacere, ma un’esperienza personale di maturazione e crescita.

Qualcosa che ha ampiamante ripagato gli sforzi giornialieri fatti da quasi tre anni a questa parte.

E, infine, un’esperienza che consiglio caldamente a tutti.

Dopotutto non ci vuole molto a mettere in piedi un blog. Ci sono molte piattaforme del tutto gratuite su cui iniziare questo fantastico viaggio nel mondo della comunicazione.

E poi, nel caso aveste bisogno di una mano… io sono qui.

Provateci, dai!

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Wi-Fi libero: forse Maroni ce la fa

Francesco Franz Amato Wi Fi libero: forse Maroni ce la faL’Italia è e rimane l’unico paese di tutta Europa e Stati Uniti, in cui gli Hot-Spot pubblici richiedono la registrazione dell’utente con tanto di documento di identità.

Suggerisco la lettura di questo ottimo articolo del mitico Beppe Severgnini che spiega ottimamente l’intera faccenda.

Dal canto mio, la sintesi è la seguente: grazie al decreto Pisanu, in Italia qualsiasi accesso alla rete eseguito da luogo pubblico (Wi-Fi o Cable) richiede la registrazione dell’utente con carta d’identità o altro documento in un registro insieme all’ora di accesso e a quella di disconnessione.

Un ottimo sistema per impedire lo sviluppo delle comunicazioni e dell’uso di internet che, in origine, venne varato come misura antiterrorismo. Nessun altro paese al mondo ha un decreto simile, ma non perchè noi siamo i più intelligenti o all’avanguardia, quanto perchè ovunque, tranne che da noi, i governi hanno capito che contro il terrorismo tutto questo non ha la benche minima funzione.

E’ così: richiedere la registrazione rende l’accesso agli Hot Spot inutilmente macchinoso e costoso, fermando coloro che, normali cittadini, vorrebbero usufruirne, ma non terroristi, delinquenti e mafiosi che invece, al contrario di chi legifera, hanno a disposizione esperti in materia e quindi utilizzano ben altri metodi per comunicare le proprie illegalità in rete.

Il ministro Maroni in questi giorni ha provato a tastare il terreno governativo, forse per tentare di deprecare questo inutile quanto obsoleto metodo feudale di pseudocontrollo, la cui unica funzione, anche se non desiderata, è quella di frenare lo sviluppo della rete in Italia.

Speriamo che ci riesca.

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Come nasce la moda (ovvero come gestire il pensiero altrui)

Francesco Franz Amato Come nasce la moda (ovvero come gestire il pensiero altrui)Sei un creatore di moda, uno stilista.

Prendi un opinion-maker (ovvero una di quelle persone che vengono riconosciute come “autorevoli” dal pubblico), gli dici che l’anno prossimo andrà di moda il verde vomito.

Quello, tranquillo tranquillo, comincerà a parlare, a diffondere il verbo.

Nel giro di pochi giorni il tam tam parte, serpeggiando nella rete. Ma siccome la fonte è l’opinion maker di cui sopra, le agenzie gli stanno dietro. A quelle seguono i media e dopo una settimana ti becchi il classico servizio sulla moda con un po’ di anoressiche sculettanti.

E in men che non si dica non troverai altro nei negozi che vestiti verde vomito.

E tu, che ami vestire di blu elettrico, devi continuare a vestirti come l’anno scorso, perchè se ti azzardi a chiedere qualcosa di diverso dal verde vomito… non trovi nulla!

Questo più o meno è il processo con cui, tramite la moda, si costringe in pratica la gente a vestirsi secondo canoni del tutto prefissati.

Le cose non cambiano di molto, quando si vuol fare in modo che la massa pensi in un determinato modo. Al posto dello stilista, metteteci qualcuno con abbastanza denaro e potere da ricoprire un ruolo direttivo a livello governativo internazionale.

Saltate a piè pari l’opinion maker, e il gioco è fatto. Avete mai fatto caso che i movimenti d’opinione cominciano quasi sempre dalla stampa?

A meno che non si parli di un personaggio talmente grande, talmente influente, da far parlare di se’ le persone, prima dei media.

E’ il caso di un Martin Luther King, di un Mandela o, tanto per fare un esempio illustre, un Gesù Cristo.

In questi casi la comunicazione è avvenuta prima a livello personale, di persona in persona. E solo dopo è finita in mano ai media.

Oggi la comunicazione ha raggiunto velocità completamente impensabili, fino a poco tempo fa. Questo permetterebbe il nascere di eventi spontanei e di correnti di pensiero.

Ho usato il condizionale perchè in realtà, nella stessa velocità sta anche il limite di questa possibilità.

La rete è letteralmente traboccante di stronzate, superficialità e brutture.

Questo rende estremamente difficoltoso distinguere le informazioni sensate da quelle senza fondamento ma, soprattutto, fa in modo che sia praticamente impossibile che un contenuto dalle connotazioni profonde si diffonda davvero.

E questo grazie al fatto che la gran parte degli esseri umani va alla ricerca unicamente di cazzate.

E la rete, così veloce, li accontenta immediatamente.

Quando cercate qualcosa su Google, i primi risultati sono quelli che le persone che cercano lo stesso termine vanno a vedere più frequentemente, oppure di coloro che pagano per essere lì. Il tutto in modo direttamente proporzionale alla diffusione della parola che cercate.

Se ad esempio cercaste “ricerca della verità” su Google, trovereste che sono pochi i risultati attinenti, forse 4 o 5 al massimo. Poi arrivano quelli simili, e vi trovate affogati nelle recensioni del film “La ricerca della felicità”.

Capite come funziona il giochetto? Più la gente è superficiale e meno la rete la metterà in grado di trovare contenuti seri. E meno contenuti seri troverà più si butterà sulle stronzate.

Questo mondo, da sempre non desidera che si sappia la verità, e quindi applica un famoso teorema sulla sicurezza, che ne definisce i livelli.

Primo livello: non conosco l’informazione (ma posso sempre cercarla)

Secondo livello: non so che esiste l’oggetto di un informazione (ma posso sempre farmi venire il sospetto e mettermi a cercarlo)

Terzo livello: non ho neppure il sospetto che l’oggetto dell’informazione possa esistere. (non so che esiste e non ho nessun motivo per cercarlo. Ergo non lo troverò mai)

Indovinate dove ci troviamo?

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Gli USA vogliono poter spegnere internet… come se non potessero già farlo.

Francesco Franz Amato Gli USA vogliono poter spegnere internet... come se non potessero già farlo.Leggo questo articolo su “La Stampa”, e mi faccio davvero quattro risate.

Uno scritto dai toni allarmanti sul fatto che il Presidente Obama starebbe chiedendo al Congresso USA  il permesso per poter spegnere internet in caso di emergenza cibernetica.

Mi faccio quattro risate perchè, in realtà, è cosa abbastanza nota nel settore che questa possibilità gli Stati Uniti ce l’hanno da sempre.

I 13 root server sparsi in altrettante località segrete infatti, sono di proprietà degli USA. Non solo; è altrettanto noto che quasi tutti i router primari di backbone sono di prorietà americana come, soprattutto, i principali satelliti per telecomunicazioni.

Dagli Stati Uniti transita il 75% del traffico internet mondiale di rilievo, soprattutto quello commerciale.

Gmail e Google, i principali depositi mondiali di dati, sono americani, così come lo sono altri colossi delle comunicazioni.

E’ vero che il protocollo IP prevede il dirottamento automatico di segnale qualora un nodo non fosse raggiungibile ma è altrettanto vero che il rerouting è operato ad un certo punto dai grossi “centralini” nazionali e continentali, quasi tutti di proprietà di compagnie direttamente o indirettamente controllate dagli USA.

Pertanto, se davvero Obama volesse “spegnere” internet, già oggi non ci vorrebbe molto. Più o meno 24 ore.

E non credete alla stronzata che stia chiedendo il permesso di farlo solo in caso di emergenza, dato che nella proposta di legge (che sicuramente verrà ratificata), tale emergenza non viene descritta per nulla.

Inoltre, nella stessa proposta, vengono conferiti poteri straordinari alle agenzie di sorveglianza, per consentire loro di fare più o meno quello che vogliono con i computer di chiunque.

E mi sono fatto altre quattro, veramente grasse, risate di fronte alla seguente frase di Dario Corradino, tratta sempre da un articolo su “La Stampa”, in cui il giornalista così risponde alla domanda su cosa accadrebbe fermando i root server:

La navigazione Internet sarebbe seriamente compromessa, ma non bloccata. Potrei infatti in teoria continuare a connettermi a un sito web utilizzando il suo indirizzo IP, numerico. Inoltre in rete esistono ormai altre gerarchie di connessione analoghe a quella ufficiale che sarebbe possibile utilizzare eliminando il disagio in tempi relativamente brevi.

Gli IP numerici, dice lui. Si, come no… e chi te li da gli IP numerici di un sito, una volta che quel sito non è più raggiungibile tramite il normale indirizzo? E quand’anche si riuscisse a trovare il suddetto IP (ad esempio perchè salvato nella cache del computer) considerando che il 70% dei router è spento, come diavolo si potrebbe fare a raggiungere il sito cercato?

Considerato che la maggior parte delle comunicazioni passa dai router americani, inoltre, ci sarebbero enormi difficoltà anche dal punto di vista delle comunicazioni video, telefoniche e fax, per non parlare di tutti quelli che utilizzano servizi come Gmail, Yahoo e altri per la posta.

Quindi la risposta è: forse Obama non potrebbe spegnere la rete del tutto, ma il risultato sarebbe ugualmente la paralisi del 95% dei sistemi di comunicazione.

Eccheccazzo… diciamo le cose come stanno, please!


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