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Sistemi umani e termodinamici: l’entropia vale lo stesso
Un essere umano è un sistema termodinamico aperto a tutti gli effetti; è costituito da un insieme di elementi (organici e non) che interagiscono per formare una “macchina” anche termodinamica. Essa scambia energia con l’esterno, sotto forma ad esempio di cibo, idee, parole, azioni.
Come tale, la sua energia non è costante, ma varia in relazione a quanta ne immette e a quanta ne emette. L’entropia per un essere umano tende naturalmente ad aumentare ma, essendo esso un sistema aperto, non arriva all’equilibrio.
Quando però l’essere umano smette di scambiare energia con ciò che lo circonda, l’energia tende rapidamente ad equilibrarsi. Il sistema diventa chiuso e l’entropia tende naturalmente ad aumentare. Lo stato entropico finale corrisponde alla stasi energetica sotto tutti i punti di vista.
A questo punto l’energia può essere naturalmente rappresentata da una linea piatta, esattamente come quella del grafico di tutte le sue funzioni e anche come la sua posizione finale, ovvero quella orizzontale.
In poche parole, per un “sistema uomo” lo stato di massima entropia coincide con la morte.
Espandendo il concetto, un sistema di esseri umani, normalmente definito “gruppo”, rimane in vita e contrasta il naturale aumento dell’entropia fintanto che scambia energia con l’esterno. Socialmente parlando, il gruppo si comporta proprio come un sistema termodinamico, apparendo all’esterno come una entità che si muove in un modo definito da leggi e dinamiche abbastanza costanti e definite.
Fintanto che il “gruppo” interagisce con altri gruppi, individui, situazioni ed eventi, scambiando energia, idee, cognizioni e nozioni, contrasta l’entropia, l’energia fluisce sia dall’interno verso l’esterno che viceversa, portando variazioni all’interno del gruppo e quindi ai suoi componenti ma anche all’esterno, producendo modificazioni nell’ambiente circostante.
Quando però il gruppo diventa chiuso, ovvero si isola rispetto all’ambiente circostante, ancora una volta si trasforma in un “sistema” chiuso.
Entropia, meccanicità e strani attrattori: la tensione verso il minimo sforzo
La definizione di entropia è un tantinello complessa e per giunta cambia parecchio, a seconda che a fornirvela sia un matematico, un fisico o qualcun altro.
Diciamo che in senso lato l’entropia, un concetto introdotto nel 1864 da Rudolph Clausius in un suo famoso trattato, può essere definita come la tendenza di un sistema chiuso a raggiungere una condizione di equilibrio.
Un sistema (inteso come insieme di entità interagenti) viene considerato chiuso quando non può scambiare energia all’esterno di se stesso.
Abbiamo un universo. Consideriamolo infinito. All’esterno non c’è nulla, dato che non esiste un esterno, ergo è un sistema chiuso.
L’universo tenderebbe quindi, di riffa o di raffa, ad una condizione di equilibrio, ovvero alla massima entropia.
L’entropia è qualcosa di veramente universale. Una tendenza riscontrabile in tutto ciò che è fisico. L’energia (per lo meno nelle forme da noi osservabili) tende sempre a fluire da una fonte che ne ha di più ad una che ne ha di meno. Si comporta così l’energia elettrica, i fluidi (tutti). Ma anche diverse forme di energia, come quella emotiva, quella del pensiero…
Persino l’attenzione sembra in qualche modo tentare di raggiungere una condizione di equilibrio: senza una volontà a sostenerla… tende a zero.
Tutto questo universo fisico sembra strutturato per appiattire, livellare, equilibrare l’energia in tutte le sue forme.
Eppure le stelle continuano a nascere, gli uomini pure, le emozioni anche…
Qualcosa continua a creare, ma quello che c’è tende immediatamente a una condizione di equilibrio.
Forse è questa la ragione per cui anche l’uomo tende a lasciarsi andare, a lasciarsi trascinare dalla vita, a non fare nulla per cambiarla; l’energia a disposizione per cambiare le cose non è infinita e ad un certo punto si esaurisce.






