dubbio

MIlano, il Dalai Lama, i cinesi e la paura: quanto c’è di non detto…

Francesco Franz Amato MIlano, il Dalai Lama, i cinesi e la paura: quanto cè di non detto...E’ di pochi giorni fa la notizia per cui il Dalai Lama, a cui era stata promessa la cittadinanza onoraria dal sindaco di Milano, dovrà rinunciarvi. Il motivo ufficiale, per quanto assurdo possa sembrare, è l’opposizione della Cina che, a quanto pare, godrebbe di un notevole potere in quanto uno dei maggiori espositori (e quindi contributori economici) dell’Expo 2015.

Siamo arrivati al punto che uno stato estero, la Cina, notoriamente uno stato che dei diritti umani si fa una proverbiale sega, arriva al punto di influire sulle decisioni di una nazione straniera (come l’Italia) su chi può o non può godere delle cittadinanza di quel paese.

Milano ha ceduto al ricatto, dimostrando un nerbo inferiore a quello di un bruco, e quindi non assegnerà l’onoreficenza al Dalai Lama.

Il tutto subito dopo (guarda che caso strano) alla campagna mediatica di soli pochi giorni prima sulle presunte connivenze dello stesso Dalai Lama in atti deprecabili.

Inutile dire, mi pare, che il puzzo di bruciato sale dritto dritto fino al cielo, fino a far prudere le suole di San Pietro.

Per un Expo, una intera città si piegherebbe così tranquillamente di fronte al diktat neppure troppo silenzioso di un paese che, in teoria, dovrebbe solo tenere chiusa quella fogna di bocca che si ritrova?

Non raccontiamoci balle: qui gli interessi sono sicuramente altri.

Non che debba per forza essere collegato, chiaramente, ma proviamo a fare uno scenario di pura fantascienza/fantapolitica: non più tardi di un anno fa, l’allora ministro Tremonti fece un viaggetto in Cina a cercare soldi per coprire l’immenso buco del debito pubblico italiano.

Sempre recentemente, anche Monti, se non vado errato, ha fatto qualche giretto nel paese di Confucio.

Molto più recentemente lo stesso Monti ha messo in vendita al miglior offerente il patrimonio artistico e naturale italiano.

Ora, a me i dubbi crescono come funghi, e magari esagero ma, onestamente, qualche associazione mentale a me viene spontanea: non è che i cinesi hanno qualche zampa in più nella politica italiana rispetto ad un semplice potere economico?

Non è che per caso, ma dico per caso, gli interessi della Cina e quelli italiani hanno trovato una confluenza che va un pochetto oltre quello che ci dicono?

Solo un dubbio, chiaro, ma dato che questo è il motto del mio blog… mi sorge spontaneo.

Proprio come a Lubrano.

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Dalle nebbie del tempo: dubbio e sospetto

La nebbia di oggi, originariamente pubblicata nell’Ottobre 2009

Essere o non essere. Questo non è un problema

Pubblicato originariamente il: 05/10/09.

Francesco Franz Amato Dalle nebbie del tempo: dubbio e sospettoRecita il bardo.

Essere o non essere, questo è il problema:
se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna,

o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli.

Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio

e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte.

Uno dei più diffusi  sonetti di Shakespeare ma anche uno dei meno conosciuti. Conosciuti nel senso di esperiti.

Non essere non è un problema. Essere non è un problema.

Perchè se non sei e non lo sai e non ti viene nemmeno il dubbio allora non te ne frega niente. Allo stesso modo se sei quello che sei allora sai di essere e la prospettiva si sposta.

Giochi di parole a parte, Shakespeare non era uno stupido. E nemmeno l’ultimo arrivato.

Sapeva che, mediamente, l’essere umano non c’è. Quelle “infinite miserie retaggio della carne“, cosa possono essere se non gli accidenti propri della vita materiale?

I casi della vita si possono subire, cosa che facciamo un po’ tutti, oppure si possono prendere in mano le armi della conoscenza e andando incontro a un mare di guai, ovvero con una bella serie di sofferenze, combattere la naturale tendenza dell’uomo a farsi portare con se’ dagli accidenti della vita materiale fino a comprenderne la fondamentale illusorietà.

Anche Krishnamurti (e non solo lui, a dire il vero) considerava la sofferenza come illusoria. Infatti diceva:

Cos’è sofferenza, gioia…cosa sono il nostro corpo, i nostri pensieri se…un giorno tutto questo morirà?

Secoli di distanza, stesso concetto; il “mare di triboli” ovvero le emozioni ordinarie, dato che muoiono con il corpo devono essere impermanenti e quindi illusorie… quindi chi ce lo fa fare di soffrire?

E ancora nella Gita la descrizione dei Gunas, le tre “corde” che traggono l’uomo verso l’alto o verso il basso (per esemplificare, dato che di basso e alto alla fine non c’è proprio nulla). La virtù, la passione e l’ignoranza.

Tre traenze che cambiano la materia. Il cibo in Sattva ha un significato, in Raja ne ha un altro in Tamas un altro ancora. L’amore idem, il sesso pure.

Tutto quello che abbiamo a disposizione può servire in modo diverso. A farci crescere dentro, o a farci rincoglionire ogni giorno un po’ di più.

Essere non è un problema. Non essere non è un problema.

Il problema nasce quando ti fai venire un dubbio!

Viva il problema! Viva il dubbio!

E vaffanculo al sospetto!

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Attenzione ai titoli dei giornali… qui gatta ci cova.

Francesco Franz Amato Attenzione ai titoli dei giornali... qui gatta ci cova.Guardate un po’ i titoli dei giornali, di tutti i giornali degli ultimi mesi. Non troverete traccia di notizie che evochino emozioni positive, se non relegate a posizioni nascoste e marginali.

A leggere un qualsiasi giornale (italiano, perchè in quelli esteri la faccenda è ben diversa), c’è da strapparsi i capelli; non una volta che dicano qualcosa per aiutare le persone a sentirsi meno sole, meno in pericolo, meno minacciate. E lo stesso vale per la TV.

La spiegazione comincia onestamente a sfuggirmi: la domanda è infatti sempre quella: cui prodest? A chi va in tasca? Chi trae vantaggio da una situazione destabilizzata, socialmente tesa, in cui le persone cominciano a chiedersi veramente come andrà a finire la loro vita, il loro lavoro, la loro famiglia?

Si, certo, le emozioni negative “tirano” di più di quelle positive, si sa. Ma qui stiamo esagerando. Personalmente non ritengo che sia solo una questione di tensione del momento, di desiderio di trasparenza e di giustizia (non mi pare che la stampa italiana si faccia un particolare dovere di incedere in questa direzione).

E allora, la domanda giunge spontanea: perchè lo stanno facendo? Perchè mai (e dico veramente mai) una bella notizia? Eppure le cose belle, sono sicuro, accadono ancora. Solo che loro, i giornali, non ne parlano proprio.

Sembra quasi che ci sia una volontà di fare sentire sempre peggio le persone, di togliere loro il fiato, la speranza. Eppure un giornale, oltre alla cronaca, dovrebbe anche pensare alla propria responsabilità nelle conseguenze di quello che produce con la propria linea editoriale.

E se è così, allora dove vogliono arrivare (ammesso che “volere” sia il verbo giusto)?

E se non è volontà ma puro caso, perchè proprio adesso, proprio ora?

A me ‘sta faccenda comincia a puzzare quanto un bidone della spazzatura di Napoli.

A voi no?

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Ma poi… perchè uno si mette a cercare la verità?

Francesco Franz Amato Ma poi... perchè uno si mette a cercare la verità?Non succede a tutti. Non tutti sono così pazzi da lasciare il certo per l’incerto, la via conosciuta per quella sconosciuta. La ricerca della verità è qualcosa che però, quando ti prende, ti prende sul serio! Non ti molla più. Ti accompagna ogni secondo della vita, ed è sempre lì a dirti: “Ma sei sicuro che non ci sia dell’altro?”

Ricercare la verità significa anzitutto farsi delle domande. Farsi delle domande significa farsi venire un dubbio. E, come diceva un mio caro amico, per farsi venire un dubbio occorre avere almeno tre neuroni; uno che dice “si”, l’altro che dice “no” e il terzo che guarda i primi due e risponde, sconsolato: “BOH!”

E’ qualcosa che accade: magari dopo una perdita, o dopo un problema di quelli tosti. In genere dopo un evento comunque traumatico. Allora le persone, portate dalla vita a sperimentare stati che mai e poi mai si sarebbero aspettati che potessero anche solo esistere, si rendono conto che quello che prima consideravano indispensabile, può anche diventare… inutile. E’ uno dei motivi per cui un essere umano può mettersi a cercare qualcosa che esiste davvero, e non solo per il banale quanto ristretto arco di una singola vita, per quanto gradevole.

Un Maestro una volta usava dire che, tutto sommato, chi ha tutto dalla vita è per un certo verso molto sfigato: perchè ha molto di più che lo tiene attaccato alla materia e molto di meno che lo spinga a cercare qualcosa di un po’ più permanente degli agi e dei piaceri che essa può offrire.

Non so comunque perchè le persone si mettono ad un certo punto a cercare la verità. Posso al massimo dire come mai è successo a me.

E la risposta è: diamine… perchè non ho mai creduto possibile che questo mondo di merda fosse tutto quello che c’è.

Mai, eh? Neppure quando ero in culla e vedevo, sfuocati, quei tre cazzi di uccellini di carta stagnola che mi giravano sopra la testa. All’epoca non avevo pensieri nel senso comune del termine (non come nel film “Senti chi parla“, per intenderci), però ricordo nettamente che il fatto che l’immagine fosse sfuocata mi gettava in uno stato che potrei solo definire “desiderio di vedere“.

Ed è una cosa che, bene o male, non mi ha mai mollato. Appena imparato a leggere ho iniziato a divorare tutti i romanzi di fantascienza che trovavo in giro. Non per evadere, ma perchè mi sembravano molto più plausibili delle tristi storie che cercavano di farmi bere a scuola.

Mi ricordo ancora però che un momento particolare fu rappresentato per me dalla lettura del libro “Il Gabbiano Jonathan Linvingston“. Rimasi affascinato dalla storia di quel gabbiano che, in culo a tutti, se ne andava per la sua strada per trovare… la verità. Sarà stata anche una storia semplice, magari anche ingenua, ma mi fece schizzare l’adrenalina nelle vene: perchè finalmente avevo la prova che c’erano anche altri a non credere a questo mondo come unica cosa esistente (non parliamo poi delle sue regole idiote…).

Ovviamente poi fu il turno di “Illusioni“, dello stesso autore, e ricordo ancora quante settimane passai nel tentativo disperato di muovere una piuma con il solo pensiero (inutile dire che la piuma non si spostò neppure di un millimetro). Però, in compenso, questo sforzo mi aveva portato a sperimentare una possibilità di concentrazione per me fino ad allora sconosciuta. Ma, soprattutto, mi aveva aperto le porte del mondo della magìa. Da lì partii alla ricerca di qualcuno  che potesse insegnarmi ad usare la magia del fare. Quella stessa magia che oggi chiamiamo energia, e che solo molti anni dopo imparai essere nient’altro che l’applicazione di leggi ancora non conosciute.

Ma fu solo dopo molto tempo che riuscii ad arrivare a contatto con persone davvero in grado di dischiudermi orizzonti sempre più larghi, possibilità di visioni sempre più veritiere e immersioni sempre più profonde nella coscienza e nella consapevolezza. Però una cosa non mi ha mai abbandonato: un’incrollabile fiducia nel fatto che la verità, prima o poi, la troverò. Anzi, più mi trovavo a perdermi in lande sempre più grandi (e a sentirmi di conseguenza sempre più piccolo), e più questa fiducia acquisiva forza. Una forza incredibile che poi, ad un certo punto, si trovò ad essere superata dal desiderio di condividere, in qualche modo, quello che avevo potuto vedere, vivere e toccare.

Perchè i raggi b che balenavano nel buio vicino alle porte di Tannhäuser non andassero persi come lacrime nella pioggia.

Certo, oggi voltandomi indietro posso dire che la strada sarebbe stata più semplice se qualcuno che l’aveva percorsa prima di me mi avesse dato una mano, magari anche solo dicendomi che non ero pazzo. Sarebbe già stato qualcosa di molto, molto utile. (Si, perchè credetemi, non è un pensiero che mi ha sfiorato poche volte, in passato. E se è per questo ogni tanto viene ancora a farmi visita).

Ecco, non so nemmeno perchè mi sia messo a scrivere queste parole. Forse perchè sono convinto che, se le avessi lette a suo tempo, quando la mia ricerca non era altro che un semidisperato brancolare nel buio, mi sarebbero state di grande aiuto.

Non si sa mai…

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Azione e reazione: ma veramente?

Francesco Franz Amato Azione e reazione: ma veramente?Ad azione corrisponde sempre reazione. A causa corrisponde effetto. Su questo non ci piove.

Le nostre azioni sono effetti e, a loro volta, cause di altri effetti. Forse è proprio questa condizione di essere in terra di mezzo che a volte ci sfugge.

Se spingo qualcuno e quello cade, non vi è dubbio che il mio comportamento sia causa della sua caduta. Ma perchè l’ho spinto? Alla fine la causa della caduta di colui che ho spinto sono io o la causa che a sua volta mi ha indotto a spingerlo?

Pensare di essere sempre la causa di ciò che accade in seguito al nostro agire è assurdo tanto quanto lo sarebbe se una tessera del domino, cadendo addosso a quella successiva, pensasse di essere la causa di quella caduta.

Esiste la responsabilità, mi pare ovvio. Ma su 100 casi in cui pensiamo di essere davvero la causa di un evento, in quanti abbiamo realmente una responsabilità?

Chiarire questo aspetto è di grande importanza. Primo perchè potremmo venire a scoprire quanto il nostro agire non sia affatto conseguenza di nostre libere scelte, secondo perchè potremmo scoprire quanto potremmo fare per evitare il cosiddetto “male”.

Un esempio classico è il pettegolezzo. Nel momento in cui ci rifiutiamo di continuare la catena del “ho sentito che”, da un lato evitiamo di propagare quella che è a tutti gli effetti una semplice ipotesi, dall’altro esemplifichiamo con il nostro agire un comportamento responsabile (stavolta si) per cui coloro che invece fanno del pettegolezzo una ragione di vita potrebbero ad un certo punto avere un dubbio.

Inoltre, scoprire che non siamo le cause prime di praticamente nulla nella nostra vita, potrebbe fornirci quello sfrizzolo al velopendulo grazie a cui ci potremmo porre la fatidica domanda:

“Ma allora, in fin della fiera… che cazzo ci sto a fare qui?”

Analizzare alcune catene di causa ed effetto infatti può decisamente portare alla scoperta che le nostre azioni, in quanto ingenerate da meccaniche del tutto automatiche, non siano affatto così libere come pensiamo.

Il che ci porterebbe al tittillamento di papilla per cui ci porremmo l’altra fatidica domanda:

“Ma io (presumibilmente quello di prima)… chi minchia sono?”

E se per caso a quel punto, sentissimo una vocina che ci sussurra un po’ satanica e un po’ divertita: “E chi ti ha detto che sei?” allora il dubbio potrebbe acquisire improvvisamente una dimensione salvifica insospettata.

Perchè il dubbio, al contrario del sospetto, porta con se’ la ricerca della verità.

O no?

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FateGLI venire un dubbio…

Francesco Franz Amato FateGLI venire un dubbio...Quando pochi gridano e molti tacciono, sembra sempre che i primi rappresentino il pensiero della maggioranza.

Ma non è così. Attenzione all’effetto strillo, che poi è quello sfruttato spessissimo da giornali scandalistici e stampa di bassa qualità.

L’Italia vuole sapere di più” oppure “Gli italiani ne hanno piene le tasche di…” sono tutte espressioni che non possono essere vere. Chi le usa infatti non ha di certo indetto un referendum, e neppure un sondaggio per verificare la propria affermazione che, di conseguenza, rimane del tutto soggettiva, anche se, ovviamente, troverà molte persone in accordo.

Il problema nasce quando persone che non hanno una particolare capacità critica non mettono in dubbio queste affermazioni. Succederà allora che, prima o poi, a furia di sentir strillare sempre le stesse frasi, finiranno per convincersi che quella è anche la loro opinione.

Così si generano i movimenti di massa; partendo da un’affermazione del tutto gratuita ma profferita da una posizione di presunta autorità. Se si insiste abbastanza a lungo l’ipotesi si trasformerà in realtà.

Se alla televisione, angolo di pura idiozia investito di troppa autorità, si intervistano solo persone che la pensano in un certo modo, sembrerà che l’opinione pubblica sia quella espressa, il che porterà un certo numero di persone a convincersi che quella sia la cosa da pensare.

L’opinione pubblica non esiste da sola. Viene creata dai mezzi d’informazione e pilotata nella direzione desiderata.

Da questo si deducono tre fattori, ugualmente importanti.

Il primo è che non è vero che i buoni vincono sempre. Anzi, i buoni non vincono quasi mai; perchè tendono a tacere, a non farsi sentire, mentre i fanatici e le persone che, in genere, hanno una “fede” più forte, non solo religiosa, tendono a darsi da fare per convincere, per spargere il proprio credo, di qualunque natura esso sia.

Il secondo, direttamente conseguente dal primo, è che occorre sviluppare la propria individualità, informarsi, conoscere, sperimentare e, in sintesi, imparare a discernere quello che viene detto per esperienza diretta, o per una conoscenza acquisita ma comunque veritiera, da quelle che invece non sono altro che fandonie, balle travestite da verità e spacciate per tali.

Il terzo, quello più serio in fondo, è che non opporsi alle iniquità perpetrate nei nosti dintorni, significa esserne corresponsabili. Non sto dicendo di ficcarsi nei guai, ma di esprimere il più possibile il proprio sentire, per quanto fattibile.

Molto spesso per opporsi a una menzogna non serve gridare, non serve infuriarsi o cacciarsi nei guai: a volte basta alzare un sopracciglio, scuotere leggermente la testa. O anche rimanere impassibili mentre tutti gli altri hanno una reazione emotiva.

In molti casi, un atteggiamento come quello appena descritto è sufficiente perchè intorno a noi si introduca qualcosa, una distrazione, come una nota stonata.

In altre parole, stiamo parlando della capacità di “far venire un dubbio” non solo a noi stessi, ma anche alle persone che ci stanno attorno.

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Tracce di Profumo: Sullivan – By Valeria

Francesco Franz Amato Tracce di Profumo: Sullivan   By ValeriaSullivan passeggia lungo la spiaggia, poi va al bar e beve qualcosa con gli amici, torna a casa e si immerge nel suo ruolo consolidato di padre e marito. Il giorno dopo si reca in ufficio, timbra il cartellino, la giornata è densa di impegni che lui rincorre affannosamente.

Alla mensa i colleghi parlano di calcio, della gnocca del momento, di un modello di auto particolarmente ambito o dell’ultima dichiarazione del politico di turno.

Qualcosa non quadra nella sua vita ma lui non sa che cosa. Dorme poco e così la sera cerca, fra le pagine dei libri, cerca in rete e, nel silenzio della notte, anche in se stesso.

Ma non trova. E non sa neppure cosa cerca.

Il giorno successivo tutto si ripete come da copione.

Alla pausa caffè osserva i colleghi, sta al gioco, usa lo stesso gergo ma sente che quel linguaggio non gli appartiene; li osserva e si chiede se anche loro avvertono lo stesso vuoto, la medesima nota dissonante. Ma ha l’impressione che loro non sentano una sola nota di questa bellissima sinfonia che è la vita.

Ci passano attraverso con pochi sporadici dubbi che dissolvono rapidamente come cercassero di scacciare con la mano una mosca che ronza loro attorno, infastidendoli.

Periodicamente prova a parlare con loro di quel senso di “mancanza” ma ottiene sempre le medesime due reazioni possibili: l’indifferenza oppure una sorta di sguardo disorientato, un po’ incredulo, neppure vagamente interrogativo.

Rimane con la sensazione di aver usato per un momento un idioma del tutto sconosciuto ai presenti, intanto loro riprendono il discorso lì dove era stato interrotto.

Una notte, malgrado la stanchezza e il bisogno di dormire, mentre la sua famiglia già da un po’ è sprofondata nel sonno, esce di casa e rivolge lo sguardo alla volta celeste.

Una stella cadente attraversa il cielo e lui sente un leggero fremito.

Come se quello spettacolo lo avesse già vissuto, in altre epoche, e condiviso. Questa volta invece è solo.

Solo.

Nessuno sembra accorgersi di quel richiamo solitario e disperato che nasce dal suo cuore. Lui stesso cerca di rendersi sordo a quel richiamo. Va a dormire e sprofonda nel sonno.

Gli anni che scorrono cavalcano il tempo, come cavalli imbizzarriti. Allo specchio lui vede comparire le prime rughe e qualche capello bianco; ma i solchi maggiori sono quelli che non si vedono. Li ha scavati la solitudine, la paura, e quella sorta di “richiamo della foresta”, causa di un dolore sordo, incomunicabile, che non lo abbandona mai.

Altro tempo scorre, ormai si è assuefatto alla dissonanza delle note.

Un giorno gli passa accanto una frase melodica coerente, ma il codice comportamentale appreso nell’arco di tanti anni lo confonde. Tanto da non riuscire a decifrarla.

Ascolta con la mente e non col cuore e quel suono melodico lo riempie di una insopportabile nostalgia.

Dalla quale cercherà di sottrarsi il più rapidamente possibile.

Il frastuono di una vita ha soffocato l’assolo…

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Tracce di Profumo: L'ultimo Atto – By Valeria

Francesco Franz Amato Tracce di Profumo: L'ultimo Atto   By ValeriaArriva come una sorta di gelo: la “mente razionale” percepisce qualcosa che codifica come assolutamente credibile e coerente mentre intuitivamente si avverte una lieve dissonanza, una disarmonia in parole dal contenuto in apparenza chiarificatrice.

Nel contesto di un dialogo è più evidente perché l’interlocutore non ha il tempo di mediare e pesare, di valutare ciò che sta esprimendo, non stilla un testo che può correggere e limare.

E poi parla anche il suo corpo, la gestualità, lo sguardo che integrano e riempiono gli spazi di parole non dette, di pensieri taciuti, di paure inespresse.

Mentre invece, quando leggiamo un testo scritto, le parole possono scivolare via esteriormente coerenti, lucide, chiare.

Ma quando nel rileggerlo sorge spontaneo il dubbio: “scusa ma credo di non aver capito”, allora forse quel testo nasconde qualcosa.

Spesso non è ciò che è scritto che non risulta chiaro ma ciò che l’autore, in quel testo, ha deliberatamente omesso.

In uno scritto di questa natura ciò che fa percepire una dissonanza non è tanto quel che è espresso poco chiaramente, o in modo contraddittorio o confuso bensì una sorta di “vuoto” che si insinua fra le righe e che contiene il timore della verità, la paura del confronto o del giudizio, o più semplicemente, il timore di esporsi vedendo non esaudita la propria volontà.

Sono pensieri deliberatamente taciuti, pensieri che, pur giunti in superficie, non si osa esprimere.

Sono tuttavia quelli più vicini alla verità, proprio quelli che andrebbero sondati e compresi e non omessi, non occultati al nostro interlocutore e, soprattutto, a noi stessi.

In quelle parole taciute vi è contenuta tutta la saggezza dell’autenticità.

Il resto è solo costruzione mentale, gioco delle parti, movimento egioco, artificioso rapportarsi agli altri.

Chi si esprime è la maschera, il personaggio, che in quel momento è entrato in scena cercando di indurre nel pubblico una specifica emozione, come la gioia o il dolore, lo stupore, la meraviglia, l’infelicità, l’attrazione, la fiducia, la sfiducia, la nostalgia, l’ansia, la paura…

E il pubblico spesso diventa quell’emozione dimentico della farsa, dimentico che si tratta solo di una parodia della vita che si svolge lì, sul palco. Dimentico infondo di se stesso e completamente immerso nell’emozione che l’attore induce.

A teatro vi è un momento di sublime intensità: quando  il sipario si chiude sui personaggi  e poco dopo si riapre sugli attori. Alla fine dell’ultimo atto.

E’ una sorta di “scambio”, come la pausa fra inspirazione ed espirazione.

Corrisponde all’istante in cui si prende di nuovo coscienza del proprio corpo e della propria presenza e può sorgere spontanea la domanda: “ma chi è l’attore che mi ha fatto gioire e soffrire, e chi invece l’uomo?

E io, chi sono?”

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Piacere e sofferenza

Francesco Franz Amato Piacere e sofferenzaLa sofferenza c’è. Esiste, non vi è alcun dubbio.

Il problema è: che senso ha?

Parto sempre dalla stessa considerazione: se esiste una verità ultima, omnicomprensiva, allora la sofferenza deve far parte obbligatoriamente di questa verità.

Come può dunque esistere qualcosa di così terribile come la sofferenza? Non può essere! Ma dato che ognuno di noi, in misura maggiore o minore, sperimenta costantemente una qualche forma di sofferenza, la sua esistenza è innegabile.

Delle due, quindi, l’una: o la verità non esiste o sbagliamo qualcosa noi nel concepire la sofferenza.

Non ritengo sia possibile per chiunque sano di mente il negare l’esistenza di qualcosa che comprenda tutto ciò che esiste, quindi dev’esserci qualcosa’altro che ci spinge ad una percezione errata della realtà e che rende tale la sofferenza.

Ma se ammettiamo che la sofferenza, come la percepiamo noi esseri umani, è qualcosa di illusorio, una specie di errata percezione della realtà, allora potremmo anche ammettere che altrettanto illusoria è la percezione che abbiamo del piacere.

E questo avrebbe un senso, considerato che, anche nelle nostre condizioni di estrema inconsapevolezza, non è raro confondere tra loro piacere e sofferenza, così come non è raro che ciò che da piacere agli uni sia ragione di sofferenza per gli altri.

Dunque, se piacere e sofferenza sono percezioni erratiche di una realtà completamente diversa, su quante cose ci stiamo sbagliando?

Questo è un dubbio che tutti, ma proprio tutti, dovrebbero farsi venire spesso.

Anzi… sempre!

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La Russia mai così calda negli ultimi 1.000 anni. Non è che sta succedendo qualcosa?

Francesco Franz Amato La Russia mai così calda negli ultimi 1.000 anni. Non è che sta succedendo qualcosa?Come già detto in  passato non sono un catastrofista ma a mettere insieme le cose uno un dubbio se lo potrebbe anche far venire…

Il terremoto a L’Aquila, quello di Haiti, la Marea Nera, il sole in attività extra già potevano far venire in mente qualcosa.

Ma quando uno legge che dalla Groenlandia si è staccato un Iceberg enorme (4 volte Manhattan), che in Russia non c’è mai stato un caldo simile negli ultimi 1.000 anni e che in India e Pakistan sono sommersi dalle piogge più torrenziali mai viste… credo sia legittimato a pensare.

Ora, mi pare ovvio che parecchi dei soliti “scienziati” parleranno di coincidenze casuali… ma se uno non è nato idiota, sa benissimo che di casuale in tutto questo non ci può essere molto.


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