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La ricerca della sicurezza a tutti i costi, la mania del controllo su ogni possibile cosa possa farci male.
Due giorni fa stavo ascoltando alla radio un programma sulla fabbricazione dei profumi, quando salta fuori un tizio, che ha ovviamente preferito rimanere anonimo, che spiega che di mestiere fa qualcosa di simile ad un profumiere: fabbrica delle sostanze per dare al cibo l’odore che dovrebbero avere, ma non hanno più.

Sono rimasto allibito, perchè mi spiego tante cose, dai pomodori che non sanno di nulla, al pollo che sa di cartone.

Il succo dell’intervento di questa persona era infatti teso a rivelare come nei cibi industrali la necessità (più o meno giustificata) di rendere il tutto il più asettico possibile, abbia portato alla totale mancanza di odori dei prodotti. Quindi occorre qualcuno che li fabbrichi, e li riaggiunga ai cibi.

Questo significa che quello che mangiamo, oltre all’essere preparato con tali e tante sostanze disinfettanti da non avere più odore (e di conseguenza anche molto meno sapore), viene anche adulterato con un’altro quintale di sostanze di origine esclusivamente chimica per fargli riacquistare una parvenza di quell’odore che, almeno in teoria, dovrebbe avere in condizioni naturali.

Se questo è sano…

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Forse il nome l’hanno scelto con una strana concezione del marketing, ma sta di fatto che ho trovato questi succhi di frutta in un locale a Milano.

Come sempre butto un occhio agli ingredienti, e trovo solo frutta. Non acqua, non zucchero, non dolcificanti, aromi, conservanti e altre schifezze.

Ne ho assaggiato uno. Beh, vale la pena. Non ho un gascromatografo in bocca, percui non so se quello che dicono è vero, però la differenza con qualsiasi altro succo, sedicente naturale, è notevole.

La cosa divertente è che sul sito della TVB Italia, l’azienda produttrice, c’è anche un blog. Inutile, ovviamente ma ha il vantaggio di dare la composizione dei loro prodotti. Potete andare qui per trovare i principali.

Premesso che questi signori non sanno neppure che esisto, che non mi pagano, e che manco mi sorridono, mi permetto di suggerire a chi leggesse questo articolo di andare a caccia di questi succhi. Soprattutto le mamme con bambini in tenera età, ma anche a chi avesse voglia di bersi qualcosa che, almeno all’apparenza gustativa, sembra per una volta veramente genuino.

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E’ sul Corriere, a questo indirizzo.

A quanto pare l’accusa, portata avanti anche da alcuni dipendenti, è quella di proporre prodotti con la data di scadenza contraffatta.

Nulla di definitivo, ma mi viene spontaneo pensare che se una COOP arriva a ritirare dei prodotti dalla vendita non possa certo trattarsi di una cosa inventata.

Tra l’altro la cosa mi incuriosisce parecchio, dato che qualche tempo fa la Galbani fu coinvolta, questa volta come vittima, in un altro scandalo alimentare, quello della Delia, l’azienda di Piacenza che riciclava i formaggi andati a male per distribuirli alle aziende del territorio. Ne avevo parlato in questo post.

La Galbani era citata dall’articolo di Repubblica come una delle aziende a cui andavano i prodotti adulterati della Delia.

Insomma, tanto per cambiare il dio denaro la fa da padrone. Ai nostri danni.

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Oggi sulla Repubblica il terzo articolo (qui i precedenti: 1 e 2) dell’indagine sui formaggi avariati in circolazione europea.

In sintesi un giro notevole di riciclo di formaggi avariati (ma sul serio: muffa, scarafaggi, topi, larve e insetti solo alcuni degli “ospiti” trovati dai NAS), che partendo da una azienda fornitrice dei più importanti marchi a livello nazionale, aveva messo su un giro da 20 milioni di euro annui.

La merda in questione (definita così anche nelle conversazioni telefoniche intercettate dagli inquirenti), finiva mescolata a piccole percentuali di prodotto fresco, per andare poi sulle nostre tavole sotto forma di sottilette, formaggio pregrattuggiato, etc. etc, il tutto grazie soprattutto alla corruzione dei vari esponenti degli organi di controllo.

Evidente che la cosa non può sorprendere.  Quello che invece deve sorprendere, è l’essere ancora vivi con tutte le porcate che ci fanno mangiare.  Di certo quello sopra non è il primo caso di adulterazione nè l’ultimo.

Il prodotto fresco non esiste quasi più. Troppi passaggi nell’epoca della globalizzazione.

Se il latte viene da Cuneo, per andare a Salerno dove c’è l’impianto di pastorizzazione, per poi tornare a Venezia dove c’è quello di confezionamento e poi rimbalzare a Piacenza dove viene lavorato in pasta di formaggio, per poi essere trasportato a Roma dove viene trasformato in sottiletta, per poi essere trasportato a Nuoro dove ha sede il distributore nazionale (passaggi inventati ma verosimili), come cavolo possiamo pensare di avere in tavola un prodotto commestibile?

E poi ci meravigliamo dell’aumento dei prezzi? Ma cazzo! Al costo originario, quanto dobbiamo aggiungere per il gasolio consumato per portarlo in giro, e poi per sofisticarlo fino ai limiti dell’inverosimile?

Quello che arriva sulla nostra tavola, è un prodotto che ha subito tali e tante lavorazioni che non ha quasi più nulla a che vedere con quello che era alla partenza.

Poi non dobbiamo stupirci se ci ammaliamo. Per forza! Noi non ci nutriamo, ci avveleniamo!

(Grazie a Porrima per la segnalazione! )

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