Immortals – By Giuseppe

Francesco Franz Amato Immortals   By GiuseppeAncora una uscita Hollywoodiana del filone fantasy-mitologico.

A mio parere Immortals non è niente di eccezionale, ma non è neanche brutto. Anzi.

Sicuramente le scene e certi effetti speciali sono a dir poco bellissimi e molto suggestivi (per fortuna). E in questo si vede la mano di Tarsem Singh (lo stesso regista di The Cell) e del produttore di Trecento.

Insomma, per chi apprezza gli effetti scenici, combattimenti sanguinari e la solita vittoria dei buoni, il film è riuscitissimo, e se ne può tornare a casa soddisfatto dopo la visione.

Per chi invece cerca qualcosa di più profondo, che lasci un segno, è sicuramente più difficile trovarvi materiale da masticare.

Sicuramente vi sono scene di forte impatto. Alcune nella crudeltà, grazie al cattivissimo Mickey Rourke (nel ruolo del re Iperione), ed altre nella bellezza ed eleganza dei costumi, degli interni e dei panorami.

Ma alla fine del film sono comunque uscito insoddisfatto. Non so, potrebbe essere solo una cosa mia, personale, e quindi potrei anche sbagliare. Ma mi è sembrato estremamente riduttivo e infantile il modo in cui è stato presentato un personaggio eroico del calibro di Teseo.

Visto che avranno speso cifre enormi per realizzarlo, ci potevano anche mettere qualcosa in più. Che ne so, consultare un vero esperto di miti e di eroi.

Poi…quanto sangue.

Il finale, poi, dalla liberazione dei Titani  allo scontro con gli dei dell’Olimpo, è come se fosse stato arrabattato, così, alla bella e buona, giusto per concludere la storia (lasciando naturalmente aperto uno spiraglio per un prossimo episodio).

Lo so, non è sicuramente facile trattare su pellicola argomenti come quelli mitologici. Poco spazio. Poco tempo. E tuttora non ho ancora capito se facciano bene o male a mettere su certi film.

A parte questo, se piace il genere il film è guardabile e bello da vedere.

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Dalle nebbie del tempo: mostrare la commozione

La nebbia di oggi, originariamente pubblicata nel Gennio di quest’anno.

Permettersi di mostrare la commozione

Pubblicato originariamente il: 27/01/11.

Francesco Franz Amato Dalle nebbie del tempo: mostrare la commozioneQuasi tutti, prima o poi, abbiamo provato un grosso imbarazzo nell’accorgerci che una nostra emozine era diventata visibile; vuoi per un improvviso arrossire, vuoi per un lucidarsi improvviso degli occhi o altro.

In quel momento ci si sente scoperti, indifesi e vulnerabili e allora si prova, appunto, un grande imbarazzo.

In parte è vero: mostrare le proprie emozioni in pubblico rende in qualche modo vulnerabili. Ma è anche vero che trasmette, alla fine, quello che di un po’ più profondo si manifesta al nostro interno.

Le emozioni che possiamo provare, e quindi mostrare, sono fondamentalmente di due tipi: negative e positive. Molte volte ho esposto la mia opinione su come le emozioni negative siano un vero e proprio tossico, un veleno per la nostra esistenza in generale.

Intendiamoci, esiste un momento per tutto, anche per incazzarsi, indignarsi o infastidirsi. Ma è un momento. Qualcosa che deve essere gestito con grande attenzione e che, normalmente, non dovrebbe essere provato per più di tanto tempo, e mostrato solo al momento opportuno, ovvero quando serve per la situazione in cui ci troviamo.

Cosa diversa è per le emozioni positive, che dovrebbero essere la norma, il nutrimento abituale per noi.

Ecco allora che mostrare una commozione, un sentire dolce che ci porta le lacrime agli occhi, magari, o anche un momento di gioia, non dovrebbe essere fonte di imbarazzo, ne per noi, ne per gli altri che ci stanno intorno.

Cosa ci dovrebbe essere di negativo nel far vedere che qualcosa ci ha colpito, commuovendoci?

Forse l’unica cosa è proprio il fatto che non siamo più abituati a far vedere quella parte di noi più profonda (non la più profonda, di quella il più delle volte non sappiamo neppure l’indirizzo), qualcosa a cui ci hanno disabituati fin da quando eravamo in culla, inculcandoci il controllo sopra tutto, la paura di mostrarci per quello che siamo, paura che alla fine ci si è rivoltata contro.

Non sto parlando ovviamente di scene madri, ma semplicemente di essere in grado di lasciar trasparire all’esterno quello che abbiamo dentro.

E continuare a fare o dire ciò che stavamo facendo o dicendo.

Anche se può sembrare infantile, anche se verremo giudicati, alla fine, idioti a parte, chi ci vede non potrà che osservare qualcosa di più vero e sincero e, perchè no, magari sentire anche se’ stesso un po’ più libero.

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Francesco Franz Amato Vuoi imparare a parlare? Scrivi!Ovviamente non si discute del parlare abituale, ma dell’esprimersi, della capacità di infilare pensieri uno dietro l’altro in modo ordinato, logico e funzionale. E poter davvero comunicare.

Laddove per comunicare non si intende semplicemente esprimere ma mettere il destinatario della comunicazione in condizione di poter davvero capire quello che diciamo. Già, perchè se parli in Swahili a un italiano, sarà dura che ti capisca.

Allo stesso modo, se ti esprimi in modo poco chiaro, confuso o inintelligibile, oppure per l’uso e consumo esclusivo delle tue proprie orecchie, significa che in realtà ti interessa solo ascoltare te stesso.

Se invece desideriamo che il nostro pensiero possa essere ricevuto nel modo più chiaro in modo che sia possibile confrontarsi sul quel pensiero oppure discutere, allora dobbiamo preoccuparci di quello che il nostro interlocutore è in grado di capire.

Ricordo ancora qualche tempo del liceo, quando alcuni professori, di una cultura a dir poco spaventosa, non riuscivano in alcun modo a trasmetterla a noi ragazzi perchè non si preoccupavano di quello che eravamo in grado di comprendere, ma solo di quello che faceva loro piacere dire.

E’ un peccato, perchè così qualunque messaggio o contenuto va a finire nel vuoto oppure, in alcuni casi, genera addirittura problemi come incomprensioni o conflitti.

Personalmente ritengo che scrivere (come avviene ad esempio su un blog, o su un diario o su un libro) sia di grande aiuto, non solo per ordinare i propri pensieri (che abitualmente si agitano alla rinfusa), ma anche per imparare ad esprimerli in maniera sintetica e il più precisa possibile.

Non è che se uno sa scrivere allora sa anche parlare, perchè quest’ultimo atto implica pensare a quello che si dice in tempo reale, mentre la scrittura permette una sorta di analisi “differita”, ovvero a posteriori che da’ più tempo per modificare, rettificare, mettere in ordine.

Però aiuta moltissimo a dare una forma ed una sostanza ai pensieri che altrimenti tendono a sgusciare dalle mani come una saponetta, e come tale anche a deformarsi col passare del tempo.

Invece, una volta messi nero su bianco, le parole sono lì, stampate o digitali, in questo caso poco importa, e puoi raccontartela quanto vuoi, ma loro si alzeranno sempre in piedi a dirti:

“Eh no, bello! Questo è quello che pensavi quando hai scritto”.

Verba volant, scripta manent.

Appunto.

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Se lo senti tu, prima di non capirci un cazzo, pensa che lo sentono tutti.

Francesco Franz Amato Se lo senti tu, prima di non capirci un cazzo, pensa che lo sentono tutti.Dipende da come uno si interfaccia con la vita: può essere più o meno sensibile, più o meno vulnerabile e di conseguenza può sentire più o meno distintamente delle sensazioni emotive più o meno profonde.

Quando si dice che qualcosa è nell’aria (riferito ad una sensazione, più o meno forte), non è proprio un modo di dire e basta. In realtà, non tutte le nostre sensazioni hanno un origine endogena (ovvero che parte dall’interno).

Anzi, molto più spesso, queste sensazioni originano dal nostro esterno: da qui il detto di cui sopra.

Ma siccome noi uomini siamo molto egoici, ecco che pensiamo di essere gli unici a provare quel tipo di emozione. Capita così che qualcuno, in particolare vena introspettiva, si ritrovi in serie preoccupazioni perchè non si spiega come mai in un tal giorno si senta in un tal modo. Se poi è poco poco ipocondriaco… è la fine!

Un buon modo per rapportarsi a ciò che si sente è cercare di esulare da questa convinzione, ovvero quella di essere gli unici fatti in un certo modo, e iniziare a pensare che, quando il nostro stato diventa “particolare” e in assenza di motivazioni oggettive per la sua sussistenza, molto probabilmente esso è generato dall’esterno, ovvero dalla situazione che può essere un particolare momento sociale, meteorologico o altro.

Pensandola in questo modo, si ottengono diversi vantaggi: il primo è che, portando la causa di una sensazione di disagio da noi all’esterno, si tenderà ad osservarla in modo meno soggettivo: cosa che porta quasi sempre al ridimensionamento della cosa.

Secondo, con un semplice processo deduttivo potremmo arrivare a pensare che le persone intorno a noi non sono poi così diverse da noi. Il che ci porterebbe a considerare il vicino un po’ meno estraneo di quanto non sia.

Terzo, potremmo osservare che in un certo periodo, alcune sensazioni sembrano essere troppo forti per la realtà dei fatti. Oppure, al contrario, troppo superficiali per essa. E questo ci permetterebbe di farci venire un dubbio in più, tipo: a che gioco stanno giocando? E chi sono i giocatori? O altro.

E’ un modo leggermente diverso di sperimentare la realtà emotiva quotidiana che presenta una sorta di carattere “globale” che, tra le altre cose, è perfettamente in linea con questa epoca.

Provare per credere!

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