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Tracce di Profumo: Mamme – By Valeria

Francesco Franz Amato Tracce di Profumo: Mamme   By ValeriaMamme (o papà) che chiedono ai figli di ragionare con la propria testa ma in realtà intendono la loro

L’ho visto fare così tante volte da passarmi quasi inosservato. Ecco uno dei pilastri dell’insegnamento: l’obbedienza.

Se fai come dico io avrai la mia approvazione e il mio amore incondizionato. E siccome l’ho detto io, che ho ragione per definizione, se ti comporti di conseguenza hai fatto la cosa “giusta” e “quindi” hai messo in moto il cervello.

È quel “quindi” che fa acqua da tutte le parti.

Li avete mai guardati gli occhi sgranati di quei bambini che si sono visti costretti a mettersi sull’attenti, pena l’abbandono (reale o presunto), pena una punizione o dei musi lunghi che durano settimane o addirittura mesi?

Vi sono sembrati occhi nei quali si è accesa la scintilla della comprensione, della conoscenza?

O sono solo occhi ricolmi di paura, di confusione, di senso di impotenza o perfino di rabbia compressa?

Ho visto bambini chiedere spiegazioni.

“Sei troppo piccolo, non puoi capire”.

“Eh ma allora deciditi! Devo mettere in moto il cervello o sono troppo piccolo per capire???”

A questo punto il danno è fatto. È scattata la trappola mortale: il metodo “educativo” di quel genitore non ha nulla a che vedere con un insegnamento che aiuti ad affrontare la vita. Ha un altro nome: “puro esercizio del potere”.

Quel genitore (probabilmente schiavo a sua volta) ha creato uno schiavo, non un essere senziente.

Poi, nella vita del nuovo schiavo, tutto nel tempo si riprodurrà fedelmente secondo il copione:

egli si metterà sull’attenti di fronte all’ ”ordine costituito” per paura di un rifiuto, per il timore di non essere accettato nella nuova famiglia, nell’ambiente di lavoro, nel circolo degli scacchi… Farà qualunque cosa gli verrà richiesta compatibilmente con le sue possibilità. Spenderà ogni risorsa ed energia in cerca di approvazione.

Salvo fare tutto il contrario quando potrà eludere la sorveglianza, ma non per capacità di discernimento, solamente per affermare se stesso. Un atto di disubbidienza, non di saggezza.

E se un giorno si troverà nelle condizioni “favorevoli”, eserciterà a sua volta il potere, pretendendo obbedienza e non logica, non comprensione, non crescita. Anzi, i suoi schiavi non dovranno affatto crescere, non dovranno affatto capire.

Se il nuovo “schiavo – padrone” avrà sufficienti strumenti intellettivi e cognitivi, terrà per se conoscenze e competenza onde evitare che quei sudditi acquisiscano autonomia, rimanendogli assoggettati e fedeli, pieni di aspettative e di timore reverenziale. E saprà sapientemente mescolare tutto questo al ricatto: “senza di me sei nessuno”.

Si costruisce così una rete di interdipendenze in progressione geometrica che non ha per nulla il sapore dell’affetto, dell’amore, dell’intesa, della crescita ma solo lo sterile sapore della necessità, del reciproco bisogno, dell’asservimento .

A questo punto, che quell’ordine fosse originariamente impartito per ragioni valide o futili  è del tutto irrilevante agli occhi di quel bambino ormai diventato grande, ma non adulto.

È un ordine. Punto.

E si porta addosso tutto il carico dell’imprigionamento mentale ed emotivo.

Per tutta la vita la quella persona eviterà di ascoltarsi, eviterà di guardare cos’ha veramente nel cuore, nel timore di scoprire che la parte più vera e profonda di se possa non rispondere alle aspettative di quel genitore (che poi diventerà il maestro di scuola, il capufficio, il direttore, il coniuge) che tanti anni prima gli insegnava a “ragionare” col dito indice alzato…

Soltanto alla fine dei suoi giorni, forse, si accorgerà di aver costruito una vita “non sua”.

Ma allora, come foglia che cade in autunno, non potrà che abbandonarsi all’unico destino di cui v’è certezza.

Fedeltà e ubbidienza non hanno nulla a che vedere fra loro. La fedeltà è dettata dal cuore, dalla saggezza,  dal discernimento, l’ubbidienza è dettata dalla paura. E come scrisse Frank Herbert : “La paura uccide la mente”.

 

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Tracce di Profumo: quando prevale il tempo

Francesco Franz Amato Tracce di Profumo: quando prevale il tempoÈ difficile farci caso, ma quando siamo attraversati da pensieri come: “non c’è tempo, devo sbrigarmi”, oppure “domani devo fare qualcosa che mi disturba, mi spaventa, non mi piace”, o anche “non vedo l’ora di…”, lo spazio attorno a noi si contrare. Nel senso che non vediamo e non agiamo, se non per percorrere nel “più  breve tempo possibile” l’intervallo di attesa.

Subentra come una specie di paralisi, ci si trova in una sorta di “spazio cristallizzato”, imprigionato dal tempo che scivola via.

Se al termine di una qualsiasi di queste giornate ci si domanda: “ma che ho fatto oggi?”, la risposta non potrà che essere: “non lo so”.

È l’attesa di un qualcosa, sia esso positivo o negativo, che ci imprigiona.

E così qualsiasi capacità creativa, qualsiasi intuizione, qualsiasi accadimento contemporaneo, qualsiasi possibilità di pianificazione e progettazione ci sfuggono completamente, al punto da apparire risucchiati in un enorme “black hole”.

Quando “diventiamo” l’evento, quando l’idea dell’evento si trasforma in ossessione, usciamo dallo spazio del “fare” ed entriamo in quello del “subire”.

La nostra mente infatti  è completamente protesa verso una sola immagine, un unico pensiero ricorrente, un punto immaginario che si trova da qualche parte in un tempo immaginario.

Ci troviamo immobilizzati come un animale in “difesa” di fronte al pericolo, ma non ci muoviamo da lì per paura di non saper gestire la sofferenza prodotta dal distacco, dal movimento, dalla scelta, dalla risoluzione.

Ed è lì, in quell’angolo di inferno, che ci troviamo immancabilmente preda della tela del ragno. Non viviamo più, non ascoltiamo più, non creiamo più, non desideriamo più, non agiamo più, non sappiamo che fare, imprigionati da un’idea che ci ha del tutto annientati.

Non andiamo incontro a un cambiamento, ne a una trasformazione,  e non costruiamo in nessun modo la possibilità di interagire col fronte degli eventi.

L’immagine cristallizzata crea un’esistenza cristallizzata.

E si vive in un continuo spazio di attesa, nella vana speranza che all’ultimo accada qualcosa che “ci salvi” ma che, naturalmente, non accade…

Quella odierna per me è una giornata particolare. Non c’è nulla che io “debba o non debba fare”, nessuno luogo in cui correre, nessun evento da evitare o da catturare.

Come si suol dire: “il tempo si è fermato”.

Non esiste un “punto” che frulla continuamente nella mia mente. Si potrebbe dire che non c’è aspettativa e non c’è identificazione. C’è solo tutta la sofferenza associata al “movimento”, alla “scelta” ovvero a quella risoluzione che è meramente interiore prima che esterna. Adesso non rimane che passarci attraverso.

E così mi sono messa a scrivere questo articolo.

Ho ricominciato a muovermi nello spazio vitale…

Il solo “luogo” di espressione, il solo “campo” di possibilità…

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Tracce di Profumo: Il tempo zero – By Valeria

Francesco Franz Amato Tracce di Profumo: Il tempo zero   By ValeriaA volte nella vita si delinea una sorta di “tempo zero”.

Da non confondersi con il “minimo storico”, quello in cui ci diciamo: “peggio di così…”.

E nemmeno con il “picco di euforia”, quando tutto ci sembra realizzabile.

Nulla di ciò.

Il “tempo zero” è piuttosto un istante in cui ci si rende conto di qualcosa in maniera definita, chiara. Qualcosa che fino a quel momento “transitava” nei nostri pensieri e nelle nostre abitudini, all’improvviso “sappiamo” che ci appartiene, che lo conteniamo, lo possiamo forgiare, alimentare, nutrire.

Posso portare a titolo di esempio un evento accaduto alla mia nonna moltissimi anni fa.

Alla stazione di Venezia salì sul treno diretto a Calalzo. Binario giusto, treno giusto, poltrona assai poco confortevole ma in ogni caso momento ideale per schiacciare un pisolino.

Poco dopo si sentì scrollare una spalla dal capo stazione: “Signora, lei deve scendere. Questa carrozza è stata sganciata dal resto del convoglio e lei si trova ancora ferma al binario 12”.

Dando una rapida occhiata fuori dal finestrino, mia nonna si rese immediatamente conto che non si trattava di uno scherzo di cattivo gusto. Si trovava effettivamente ancora ferma alla stazione di partenza.

Corsa successiva: primo pomeriggio con l’aggiuntiva scocciatura di un cambio treno a metà tragitto per prendere la coincidenza.

Normalmente questi disguidi fanno sentire a disagio, quasi perduti.

Ma lei aveva un progetto. E fu quel progetto, quell’intenzione, a farle pensare: “Beh, già che sono ancora qui… perché no”.

Quale che fosse la natura di quel progetto, fatto del tutto irrilevante, ciò che conta è che ne aveva uno.

E cosa assai più importante fu quel che avvenne dopo.

Non subentrò lo scoramento, ne la rabbia e nemmeno l’angoscia.

Non si trattò tanto del fatto che riuscì a fare buon uso di un tempo che avrebbe potuto invece lasciarsi sfuggire, presa da una sorta di paralisi, quanto piuttosto che l’imprevisto agì come una vera e propria magia, donandole una forza propulsiva aggiuntiva: l’evento le fornì l’opportunità di vedere distintamente ciò che fino a un attimo prima aveva reputato scontato, nell’ordine naturale delle cose, ovvio: sostanzialmente comprese l’importanza di quel progetto, sentì che era vitale per lei. Tanto da travalicare qualsiasi ostacolo o difficoltà.

Scese dalla “carrozza fantasma”, si diresse al primo telefono pubblico, ebbe la fortuna di trovare proprio la persona che cercava. Riuscì a farsi dare un passaggio in auto raggiungendo la destinazione desiderata.

Arrivò in largo anticipo rispetto alle aspettative.

Ciò che stava per compiere non era più quel che il destino aveva disegnato per lei e che lei avrebbe pedissequamente seguito. No…

Così come il tocco della Principessa che bacia il ranocchio lo trasforma in Principe Azzurro (a qualcuna di voi è mai è mai capitata una cosa simile? a me proprio mai… se becco quello che ha inventato questa cazzo di fiaba…!!! Vabbè, ma questa è un’altra storia…), mia nonna si trovò a transitare dall’atto scontato dell’agire meccanico all’azione volontaria.

E quando questo accade, è sempre un vero miracolo…

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Tracce di Profumo: tutto si corrompe – by Valeria

Francesco Franz Amato Tracce di Profumo: tutto si corrompe   by ValeriaAspirare a qualcosa di più elevato. Null’altro conta.

Il resto è esperienza.

Ma nel cammino prima o poi, purtroppo, tutto si corrompe.

Si può partire con le migliori intenzioni, con grande energia e buoni propositi ma poi si cade.

Si cade nel bisogno di essere considerati speciali da qualcuno. Nel bisogno di trovare il testimone dei nostri progressi e cambiamenti.

Dimentichiamo allora che l’unico testimone siamo soltanto noi col nostro ascolto sincero e con tanta umiltà. E così, non appena ci si eleva anche di poco dalla gran massa, ci si sente subito dei super eroi.

Eroi pieni di desiderio di raccontare e di raccontarsi, di trasmettere ciò che si è appreso e compreso.

E tuttavia se tutto questo non avviene per vera volontà di aiutare qualcuno (anche uno soltanto) a percorrere un pezzo di strada ma unicamente per vedere nei suoi occhi lo stupore e l’ammirazione per ciò che siamo, per ciò che abbiamo toccato e raggiunto, allora ciò che trasmettiamo è già inquinato.

Non stiamo aiutando, stiamo esponendo noi stessi come sterili oggetti in vetrina.

Non serviamo più a nulla. Ne a noi ne tantomeno agli altri, che cadranno a loro volta nel gioco dell’emulazione, dell’identificazione del loro eroe, nella massima aspirazione di essere accettati, amati, considerati e compresi.

Lì, in quel preciso istante, senza saperlo, ci si sarà venduti per un piatto di lenticchie. E il proprio cammino sarà allora già concluso.

La strada è più difficile, ma anche più nobile e misteriosa.

La strada è il nostro personale tragitto che, infondo, non ammette scorciatoie.

Non è una scorciatoia che dobbiamo cercare ma un’attitudine e una volontà. E non dimenticarle mai, giorno dopo giorno, passo dopo passo.

Verso il centro di noi stessi. Verso il centro di ogni cosa. Il Centro del Tutto.

Se cerchiamo quell’attitudine, con sincerità, le porte si aprono da se’.

Fintanto che cerchiamo le porte rischiamo di dimenticare la motivazione iniziale che ci ha spinto verso la ricerca.

E ci siamo già perduti nel dedalo infinito di suggerimenti, indicazioni o anche imposizioni.

Caduti nel bisogno di essere all’altezza.

Cercavamo un’altra ampiezza.

E dopo tanti passi e tanto camminare ad un certo punto iniziamo a girare in tondo senza avvedercene finendo con l’incontrare di nuovo il nostro caro vecchio amico e assiduo compagno di viaggio: l’ego.

Volevamo trascenderlo. Gli abbiamo dato invece un posto al sole.

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Tracce di Profumo: stanare le proprie contraddizioni – By Valeria

Francesco Franz Amato Tracce di Profumo: stanare le proprie contraddizioni   By ValeriaStare dritti di fronte alla vita è forse l’ambizione di molti, ma più spesso non si è affatto “dritti” bensì “contratti”.

Nel lungo e difficile cammino alla ricerca di rigore e coerenza nel nostro agire, ogni ostacolo opera molto spesso nel senso di un irrigidimento dei nostri pensieri e delle nostre azioni.

Ci si percepisce dritti in un mondo “storto” ed è allora che scatta la trappola dell’autocommiserazione, del senso di solitudine, della sensazione di essere incompresi, non amati, ingiustamente giudicati.

Ma… stare dritti rispetto a cosa? Qual’ è la “perpendicolare”? Quale il punto di riferimento? Quale il parametro che scegliamo? Ma soprattutto, siamo in grado di scegliere un parametro?

Siamo davvero dritti di fronte alla vita o supponiamo di esserlo?

Io credo che non ci sia dirittura senza verità. La verità di ciò che siamo.

Dalle mie reminiscenze di geometria, ricordo che non è possibile disegnare una linea se non a partire da un punto.

Se la linea indica la direzione verso cui vogliamo tendere, il punto siamo noi stessi.

Senza individuare il punto di partenza, qualsiasi linea noi disegneremo inizierà nel vuoto e finirà nel vuoto. Il vuoto della nostra esistenza.

Il vuoto della nostra immaginazione e supponenza.

È necessario quindi incamminarsi verso quel punto, il nostro centro, molto prima di iniziare a tracciare linee. E questo credo sia il compito più arduo e difficile in cui ci si possa cimentare. Perché richiede coraggio di vedersi come si è. Richiede onestà con se stessi.

Richiede grande equilibrio, poiché normalmente, appena ci si avvicina anche di poco a quel punto, può prevalere la tentazione di prendere le distanze nel più breve tempo possibile.

È molto più facile identificarsi in ciò che si vorrebbe essere piuttosto che osservare imperturbabilmente ciò che si è.

Ma se quella osservazione persiste nel tempo, silenziosa e incessante, cominceremo a stanare le nostre contraddizioni.

A partire da queste, e risalendole come ramificazioni dello stesso albero, potremo raggiungere il tronco.

Quel tronco siamo noi, dritto o storto, esile o robusto, sano o malato. Quel tronco, e solo quello, è il nostro punto di partenza.

Da lì si potrà procedere iniziando a tracciare la linea della nostra evoluzione. E non sempre la linea sarà retta. Molto spesso sarà piena di curve, che allungheranno di molto il già faticoso cammino. A volte formerà un cerchio e ci ritroveremo al punto di partenza.

Ci scoraggeremo.

Stare dritti inizia qui. Procedere senza lasciarsi scoraggiare da nulla.

Coltivando sempre al nostro interno il ricordo che percorrere o meno quel cammino fa la differenza fra una vita degna di essere vissuta e una vita sprecata.

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Tracce di profumo: il concerto – By Valeria

Francesco Franz Amato Tracce di profumo: il concerto   By ValeriaLa serata è primaverile, una leggera brezza mi accarezza il volto, non c’è una nuvola in cielo.

Mi dirigo verso il teatro, sono ansiosa di ascoltare il concerto.

Entro in sala. Dal palco laterale osservo gli orchestrali che so essere molto bravi: ne ho letto di recente su alcune riviste. Il brano che sta per essere eseguito è uno dei miei preferiti.

Le luci si spengono. Cala il silenzio e le prime note cominciano a spandersi nell’ambiente caldo, accogliente, esteticamente bellissimo.

Dopo poco avverto uno strano senso di disagio. Quasi impalpabile, ma c’è.

Cerco di immergermi nell’ascolto. Forse non ho la giusta predisposizione d’animo per dedicarmi alla serata.

Rivolgo l’attenzione al mio interno. Mi sento benissimo. In pace con me stessa e col mondo.

Riprendo l’ascolto ma non riesco a stare ferma sulla poltrona. Comincio ad accavallare le gambe, poi le sciolgo e le mie mani vanno ai capelli come per volerli sistemare. Reprimo quel gesto.

Il disagio si trasforma in insofferenza.

Ma non ce n’è motivo. L’orchestra è famosa in tutto il mondo, riconosciuta da musicisti di fama internazionale.

Eppure non riesco ad abbandonarmi al suono. Non riesco a percepire quella sensazione provata tante volte generata dalle note che si diffondono in ogni parte del corpo, che producono quel piacere che è “calma eccitazione”, o “eccitata quiete”… Difficile da spiegare, gli amanti della buona musica capiranno…

Allora sposto lo sguardo verso il pubblico nel tentativo di coglierne il comune sentire. Appaiono tutti assorti.

Chissà se prestano attenzione allo spettacolo o sono lì solo per partecipare alla serata mondana. Chissà se sono immersi in quelle note o soltanto nei loro pensieri.

Noto lo sbadiglio di uno spettatore che rapidamente porta la mano alla bocca e getta in giro un rapido sguardo per verificare che nessuno abbia fatto caso a lui. Poi si tranquillizza e rientra in trance.

L’insofferenza si trasforma in desiderio di andarmene.

Me ne attribuisco la responsabilità: l’esecuzione sembra perfetta, tutte le note al loro posto.

Eppure c’è una dissonanza.

Rinuncio a rilassarmi, tanto è ormai chiaro che non mi riesce. Rinuncio anche a qualunque giudizio, su di me, sull’ambiente, sul suono.

Prendo atto del mio malessere che cresce e, semplicemente, lo osservo. La serata è comunque persa, tanto vale dedicarsi ad una attenta indagine. Quasi un gioco, per far scorrere rapidamente il tempo che mi divide dalla fine del concerto.

E solo allora, quasi si fosse aperto un sipario su un mondo parallelo, vedo gli orchestrali per la prima volta.

Esecutori straordinari, ineccepibili. Ma manca loro la passione, manca il cuore, manca la luce negli occhi di chi esprime se stesso con tutto se stesso, non risparmiandosi in nulla.

Esecutori perfetti. Esecutori vuoti. Appaiono avvolti da un’ombra. Sembrano divorati dal nulla delle loro esistenze.

Mi alzo e me ne vado. Me ne frego della brutta figura e del biglietto buttato al vento.

Esco; di nuovo la brezza, la serata tiepida, mille luci nel cielo, spazio e sensazione di libertà ritrovata.

Chissà perché mi viene in mente una frase letta in un libro tanto tempo fa:

Tradire gli altri non è lecito, ma tradire se stessi è suicidio”.

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Tracce di Profumo – Forza d’attrito

Francesco Franz Amato Tracce di Profumo   Forza dattritoÈ definita forza d’attrito quella forza che contrasta il moto relativo di un corpo rispetto ad un altro.

L’attrito quindi si oppone al movimento.

Ma in realtà anche lo consente.

Ad esempio le ruote di una automobile posta su una lastra di ghiaccio scivoleranno per mancanza di attrito impedendo all’auto di muoversi a dispetto della potenza del motore.

Se invece quell’auto è già in movimento e improvvisamente finisce su una lastra di ghiaccio non potrà ne fermarsi e nemmeno cambiare direzione.

Ogni ragione di attrito che incontriamo nella nostra esistenza la riteniamo una “sfiga”, un ostacolo che osteggia le nostre scelte e decisioni.

Ma molto spesso è proprio ciò che noi abbiamo percepito come catena, come vincolo, come forza di opposizione alla nostra crescita, alla possibilità di esprimere la nostra individualità, che ci ha dato l’avvio a procedere su altri sentieri, a sperimentare nuove strade, a cambiare direzione.

Altrimenti avremmo proseguito nel nostro “mare calmo” senza probabilmente avvertire alcuna necessità di cambiamento.

Ovviamente questo non implica andare a caccia di guai per assicurarsi l’illuminazione. Ma solo avere una diversa percezione dell’ostacolo o di ciò che noi avvertiamo, magari anche solo soggettivamente e illusoriamente, come tale.

Non è detto che ogni difficoltà abbia una funzione, ma è comunque un gradino.

La questione è: quando ci troviamo a salire quel gradino lo consideriamo una barriera insormontabile  o uno strumento di ascesa?

Quando guardiamo la scalinata davanti a noi, spesso ci facciamo prendere dal panico e dall’autocommiserazione, oppure prevale un senso di sfida che ci fa procedere per pura gratificazione personale.

In entrambi i casi abbiamo potenziato quell’attrito fino a paralizzarci. Nel primo caso subito, nel secondo dopo un po’, quando avremo perduto le forze nel tragitto della nostra sfida.

Ma se ogni passo diventa consapevole, diventa strumento di osservazione di quel che accade in noi e attorno a noi durante il nostro procedere, allora potremo avvertire una sorta di “trasformazione alchemica” in se stessi, che si compie proprio eseguendo il gesto, compiendo il movimento, annullando la percezione di sforzo, ascoltando il piacere che ne deriva.

E allora un imprevedibile spazio di possibilità si presenterà ai nostri occhi…

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Tracce di Profumo: il colore dell’oblio – By Valeria

Francesco Franz Amato Tracce di Profumo: il colore delloblio   By ValeriaUn giorno l’allievo, seduto al fianco del Maestro, lo guardava con venerazione. Sapeva di essere il migliore. Era fiero di se stesso, la sua mente era pronta e veloce, i suoi movimenti sempre fluidi, la sua capacità di concentrazione esemplare. Poteva sedere per molte ore di seguito senza muovere un solo muscolo, senza compiere il più impercettibile movimento.

Aveva raggiunto stati di lucidità e comprensione sorprendenti e il Maestro quel giorno lo osservava, cupo e silenzioso.

L’allievo incrociò quello sguardo antico e leggendovi un senso di profondo scoramento, gli chiese: “Venerabile Maestro, cosa posso fare per te?”.

Si sentì rispondere: “Nulla, non vi è nulla che tu debba o possa fare”.

Ma l’allievo voleva rendersi utile e provò un senso di intima frustrazione di fronte a quelle parole.

Il Maestro comprese e lo cacciò.

Ma prima che l’allievo uscisse dalla stanza il Maestro gli disse: “C’è una ragazza all’angolo della strada, è sola e ha freddo, è affamata, ha bisogno di aiuto. Vai da lei, prendila a calci. Un essere tanto miserabile non merita protezione, merita solo di morire di freddo e di stenti. Quella ragazza è senza volontà, senza forza, priva di coraggio. Si sta inutilmente lasciando andare alla sua sofferenza. Infine uccidila e portami il suo cuore”.

L’allievo capì che un compito difficile gli era stato affidato, ma voleva dimostrare il suo valore e il suo coraggio, voleva ancora una volta mostrarsi all’altezza delle richieste del Maestro.

Uscì dall’abitazione, raggiunse la ragazza e la riempì di calci e pugni con una violenza inaudita. Lei urlava ma lui era sordo a quei lamenti. Continuò a colpirla e stava per ucciderla quando sentì una mano bloccare il suo braccio. Si girò con gli occhi pieni di ira chiedendosi chi mai poteva osare impedirgli di portare a termine il compito assegnatogli dalla sua Guida.

Ma subito dopo lo sconcerto dipinse il suo volto.

“Cosa stai facendo pazzo scriteriato?” gli chiese il Maestro, e l’allievo attonito rispose: “ciò che mi hai chiesto di fare, la tua volontà”.

Il Maestro si sentì invadere da un senso di solitudine assoluto e incomunicabile, prese l’allievo per i capelli tirandoli quasi fino a strapparli, gli girò il volto nella direzione della ragazza che ora era piena di lividi e col volto rigato di lacrime. “Le avresti anche strappato il cuore? E me lo avresti portato sanguinante nelle tue mani e offerto in segno del tuo amore?”.

“Certo Venerabile Maestro”.

Il Maestro sedette a terra, prese la ragazza fra le braccia e la scaldò col suo corpo; poi domandò all’allievo: “tanta obbedienza tu la ritieni amore o ambizione?”

L’allievo allora comprese. Si alzò in piedi, guardò la ragazza distesa fra le braccia del Maestro e per la prima volta la vide.

Era molto bella, nei suoi occhi c’erano forza e volontà, nel suo sguardo compassione.

Scese il silenzio.

All’allievo il mondo sembrò dissolversi. Prese la ragazza fra le braccia e la portò nell’abitazione del Maestro. La distese sul letto e disse: ”Prenditi cura di lei, io non saprei farlo. Fai di lei l’allieva migliore. Il suo cuore è integro, il mio ha il colore dell’oblio”.



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Tracce di Profumo: Il giudizio ritrovato – By Valeria

Francesco Franz Amato Tracce di Profumo: Il giudizio ritrovato   By ValeriaÈ molto più frequente di quanto si immagini il ritenere la propria interpretazione di un evento o di un comportamento altrui o perfino del proprio, un verità oggettiva.

Naturalmente non è così e lo si può facilmente dedurre dal numero di diverse interpretazioni che possono scaturire dalle molte persone che hanno contemporaneamente assistito alla medesima circostanza.

Ci viene insegnato fin da bambini il concetto di “bene” e “male”. Se un tizio ci rifila un cazzotto deve essere per forza “male” (visto che ci ha fatto male), magari non ci siamo accorti di avergli appena pestato un piede.

Per avere qualche minima probabilità di ottenere una visione d’insieme di un avvenimento, e sempre più aderente all’oggettività, bisognerebbe allontanarsene un po’, così come faremmo con un quadro impressionista.

Per vedere (o anche solo intuire) un “disegno più ampio” è necessario allargare il proprio campo visivo.

Per fare questo, il primo passo da compiere è quello di eliminare il giudizio o, per meglio dire, qualsiasi forma di interpretazione di ciò che stiamo esaminando (anche quando l’osservatore e l’osservato sono la stessa persona, impresa che diventa se possibile ancora più difficile).

Ma questo è uno scoglio molto duro da superare, la domanda infatti sorge spontanea: “allora non dovrei più avere opinioni sul mondo?”

Non si tratta di questo ma “solo” di mettere in conto che forse (e molto più spesso di quanto si creda) non possediamo tutti gli elementi necessari a raggiungere una vera comprensione.

E anche dovessimo possederli, rimane sempre il rischio (elevatissimo) di vedere filtrato ciò che noi osserviamo dal nostro specifico “campo visivo” che può essere limitato da mille “fattori di confondi mento” (emotivi, psicologici, ecc).

In altre parole, ciò che si conosce meno è il proprio limite.

Ed è appunto questo limite che si va cercando in un percorso di ricerca interiore. Un limite che ci riguarda molto da vicino essendo, appunto, il nostro.

Semplificando, se siamo daltonici senza saperlo non potremo cogliere l’armonia del colore e così, un quadro che a tutti gli altri sembrerà bellissimo, a noi potrebbe non dire assolutamente nulla.

In questa circostanza saremo portati a credere che chi apprezza quell’opera d’arte non possieda alcuna sensibilità ne senso estetico e quindi non potrà che scambiare una qualsiasi tela mal dipinta per capolavoro.

Eppure… forse abbiamo di fronte un Van Gogh e non ce ne siamo resi conto.

Ma con il tempo e la pazienza, con l’allenamento a non giungere troppo rapidamente a conclusioni affrettate, lentamente si allarga il campo visivo e percettivo abbastanza da renderci sempre più consapevoli e capaci di avvicinarci ad una visione più aderente al vero.

Vediamo due persone litigare e, prima di schierarci con l’una o con l’altra in funzione delle nostre istintive simpatie, osserviamo la scena dall’esterno. E scopriamo quanto pesantemente la maggiore affinità verso una delle due rischiava di influenzare il nostro giudizio sull’accaduto.

In effetti con volontà ed esperienza, questo processo di cambiamento avviene, lentamente  ma inesorabilmente.

Però purtroppo, a questo punto del cammino affiora un pericolo; un grande quanto diffuso pericolo.

Credere di aver compreso tutto.

Quella tendenza al giudizio indiscriminato che per tanto tempo  ci aveva divisi dagli altri, ce li aveva fatti ritenere sbagliati, inadeguati, incapaci, ostili, superficiali o presuntuosi, dopo anni di lavoro su di se potrebbe improvvisamente e prepotentemente riaffiorare e con maggiore convinzione e forza di un tempo, proprio in ragione dei passi compiuti.

Un po’ come potrebbe fare un vecchio professore universitario che, dopo anni e anni di ricerca ed esperienza maturata, guarda al giovane laureato con sufficienza e senza accorgersi che il ragazzo, pur nella sua inesperienza, gli ha suggerito qualcosa che in effetti è una grande intuizione.

Ogni tanto occorrerebbe volgersi al nuovo giorno con la saggezza del vecchio (quando c’è…) ma con gli occhi del bambino.

Altrimenti la nostra ricerca è già arrivata al capolinea, senza più alcuna possibilità di procedere.

Io credo ci sia un quesito che dovremmo periodicamente porci: quando ironizziamo o ridicolizziamo qualcuno che ricerca come noi da tanti anni e ci sembra non abbia capito un cazzo, proviamo per un istante a fermarci e domandarci cosa lui sta osservando in noi.

Forse ci osserva nel più assoluto silenzio, forse intuendo le nostre difficoltà, le nostre paure e debolezze e, forse, sta guardando a tutto questo con atteggiamento di profondo affetto, rispetto, stima e compassione.

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Tracce di Profumo: Sullivan – By Valeria

Francesco Franz Amato Tracce di Profumo: Sullivan   By ValeriaSullivan passeggia lungo la spiaggia, poi va al bar e beve qualcosa con gli amici, torna a casa e si immerge nel suo ruolo consolidato di padre e marito. Il giorno dopo si reca in ufficio, timbra il cartellino, la giornata è densa di impegni che lui rincorre affannosamente.

Alla mensa i colleghi parlano di calcio, della gnocca del momento, di un modello di auto particolarmente ambito o dell’ultima dichiarazione del politico di turno.

Qualcosa non quadra nella sua vita ma lui non sa che cosa. Dorme poco e così la sera cerca, fra le pagine dei libri, cerca in rete e, nel silenzio della notte, anche in se stesso.

Ma non trova. E non sa neppure cosa cerca.

Il giorno successivo tutto si ripete come da copione.

Alla pausa caffè osserva i colleghi, sta al gioco, usa lo stesso gergo ma sente che quel linguaggio non gli appartiene; li osserva e si chiede se anche loro avvertono lo stesso vuoto, la medesima nota dissonante. Ma ha l’impressione che loro non sentano una sola nota di questa bellissima sinfonia che è la vita.

Ci passano attraverso con pochi sporadici dubbi che dissolvono rapidamente come cercassero di scacciare con la mano una mosca che ronza loro attorno, infastidendoli.

Periodicamente prova a parlare con loro di quel senso di “mancanza” ma ottiene sempre le medesime due reazioni possibili: l’indifferenza oppure una sorta di sguardo disorientato, un po’ incredulo, neppure vagamente interrogativo.

Rimane con la sensazione di aver usato per un momento un idioma del tutto sconosciuto ai presenti, intanto loro riprendono il discorso lì dove era stato interrotto.

Una notte, malgrado la stanchezza e il bisogno di dormire, mentre la sua famiglia già da un po’ è sprofondata nel sonno, esce di casa e rivolge lo sguardo alla volta celeste.

Una stella cadente attraversa il cielo e lui sente un leggero fremito.

Come se quello spettacolo lo avesse già vissuto, in altre epoche, e condiviso. Questa volta invece è solo.

Solo.

Nessuno sembra accorgersi di quel richiamo solitario e disperato che nasce dal suo cuore. Lui stesso cerca di rendersi sordo a quel richiamo. Va a dormire e sprofonda nel sonno.

Gli anni che scorrono cavalcano il tempo, come cavalli imbizzarriti. Allo specchio lui vede comparire le prime rughe e qualche capello bianco; ma i solchi maggiori sono quelli che non si vedono. Li ha scavati la solitudine, la paura, e quella sorta di “richiamo della foresta”, causa di un dolore sordo, incomunicabile, che non lo abbandona mai.

Altro tempo scorre, ormai si è assuefatto alla dissonanza delle note.

Un giorno gli passa accanto una frase melodica coerente, ma il codice comportamentale appreso nell’arco di tanti anni lo confonde. Tanto da non riuscire a decifrarla.

Ascolta con la mente e non col cuore e quel suono melodico lo riempie di una insopportabile nostalgia.

Dalla quale cercherà di sottrarsi il più rapidamente possibile.

Il frastuono di una vita ha soffocato l’assolo…

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Catherine Bellwald

Fisiatra, Agopuntrice, Esperta in Medicina Tradizionale Cinese

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