Dalle nebbie del tempo

Dalle nebbie del tempo: qualcuno c’è riuscito

La nebbia di oggi, originariamente pubblicata nell’ottobre 2010.

Ma allora qualcuno c’è riuscito…

Pubblicato originariamente il: 26/10/10.

Francesco Franz Amato Dalle nebbie del tempo: qualcuno cè riuscitoGrazie a Cicero, che mi ha segnalato questo articolo apparso ieri sul Corriere.

In sintesi nel Bhutan, un paese che per molto tempo è stato estremamente chiuso, l’attuale re, un monaco buddhista, ad un certo punto, dopo aver portato il paese ad un livello di qualcosa che non posso che definire “civiltà”, ha dato le dimissioni, dopo aver sostituito la monarchia con una democrazia.

Nel tempo del suo regno ha però ottenuto con astuzia politica e saggezza umana, tutta una serie di accordi con l’India, grazie ai quali nel Bhutan ora vige una relativa condizione di felicità.

Nelle sue stesse parole, l’ex monarca, agli inizi del suo regno, aveva espresso questa condizione come l’unica di un qualche significato.

Oggi in Bhutan, a detta del giornalista che ha scritto l’articolo, “persino i cani randagi non soffrono la fame”.

Nelle scuole è stata introdotta la meditazione e ogni disordine, in breve tempo, è sparito. I cittadini Bhutanesi ricevono ogni anno un sondaggio di 70 pagine da compilare, in cui lo Stato si informa su tutta una serie di fattori di cui, dalle nostre parti, non gliene frega a nessuno di quelli che stanno al govern, tipo il livello di stress, quello di felicità, su quanto alcool sia stato bevuto etc. etc.

La sanità e la scuola sono gratuite (compresi i libri di testo), il tasso di suicidi e omicidi è tra i più bassi al mondo.

E l’autore di tutto questo, una volta ottenuto il risultato, si è ritirato “sua sponte” in eremitaggio in una piccola valle, dove trascorre il suo tempo praticando meditazione e ricercando la propria via, interrompendosi di tanto in tanto per leggere le principali testate giornalistiche mondiali (lo fa su un iPad, e forse questo è il suo unico demerito).

A quanto pare qualcuno c’è riuscito a mettere in pratica tutto questo.

Ergo, si dimostra che la cosa è possibile.

Quindi proviamo a pensare se, a furia di crederci, qualcosa di simile non possa accadere anche da noi, in occidente.

Certo, saremo fortunati se i nostri nipoti potranno vedere tutto questo ma la storia di questo paese dimostra che è possibile vivere una vita sociale meno assurda di quella che ci tocca in sorte in questi tempi davvero oscuri.

Iniziamo dal nostro pensiero, dalla nostra personale inclinazione.

Iniziamo dalla nostra disposizione interiore.

Non per essere dozzinale, ma un viaggio di mille miglia inizia sempre, davvero, con il primo passo.

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Dalle nebbie del tempo: Natale all’Esselunga

La nebbia di oggi, originariamente postata in dicembre 2009.

Natale all’Esselunga? Aiaiaiaiai!!!

Pubblicato originariamente il: 24/12/09.

Francesco Franz Amato Dalle nebbie del tempo: Natale allEsselungaShit happens! Dicono gli americani, la merda quando arriva… arriva. Più o meno come Natale.

E meno male che Natale viene una volta all’anno.

Non come Pasquale che invece viene almeno una volta al giorno se no gli fanno male le palle.

Ma il peggio… no, dico, veramente il peggio… è quando alla vigilia ti tocca passare all’Esselunga perchè ti manca una cosa sola ma indispensabile.

Arrivi al parcheggio e già cogli i primi sintomi della follia. La protezione civile dirige il traffico tra cumuli di neve.

All’ingresso marca male: due marines ti squadrano  mentre fanno segno ai mitraglieri dietro ai sacchi di sabbia di lasciarti passare.

Finalmente entri e ti manca il fiato. Nell’aria un gigantesco uniforme rombo, davanti a te una marea umana tra l’inferocito e l’esaltato fluisce incessantemente tra gli scaffali e le corsie, come onde di alta mare che lambiscono una costa.

Occultati abilmente in posizione strategica uomini dei servizi segreti  occhieggiano come falchi a protezione del Camembert e del Dom Perignon.

E tu… tu devi andare a prendere quella singola cosa la cui mancanza ti rende la vita difficile. Ti fai coraggio e ti butti nella calca. Il carrello non serve, filtri tra la gente con due agili spostamenti memoria dei tempi d’oro delle arti marziali ma qualcosa va storto.

L’equilibrio ti tradisce e un’energumena sui sessanta ti sbatte contro il banco degli ananas. Cerchi di rimbalzare con le vertebre che scricchiolano ma non c’è versi: una compagine organizzata sta marciando a ranghi serrati verso il reparto carni; brandiscono tutti il loro biglietto numerato e tu non ce l’hai.

Schizzi via sotto gli sguardi feroci, dribbli due addetti allo scatolame ma quattro signore impellicciate affiancate come spazzaneve ti si avventano addosso nella corsia delle offerte speciali. Ti improvvisi freeclimber e scali alla grande lo scaffale dei liquori, ma vieni notato dalle telecamere di sicurezza; scatta la sirena d’allarme e immediatamente quattro agenti della SWAT sbucano dal soffitto lungo funi da arrampicata libera.

Scivoli silenzioso lungo il mucchio delle decorazioni in saldo e prendi copertura sotto i panettoni in offerta.

I quattro SWAT ti perdono di vista, ti rialzi e parti in corsa. Con un salto mortale raggruppato salti l’ultimo bancone e arraffi al volo quello che ti serve.

L’uscita è lontana ma ce la puoi fare. Da supereroe metropolitano diventi improvvisamente mutaforma, ti crescono le scaglie da serpente e con movenze anacondesche infiltri quasi senza difficoltà la cassa rapida dei dieci articoli.

Approfitti di un attimo di distrazione della coda, mostri la tua preda e tutti si ritraggono guardandoti con un misto di pietà e schifo.

Paghi il conto e finalmente esci. Vincitore.

Con la tua preda: la confezione formato famiglia di carta igienica triplo velo.

Una vera carezza per il culo.

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Dalle nebbie del tempo: misurare il tempo

La nebbia di oggi, originariamente pubblicata nel giugno 2011.

Se smettessimo di misurare il tempo…

Pubblicato originariamente il: 01/06/11.

Francesco Franz Amato Dalle nebbie del tempo: misurare il tempoSiamo abituati a misurare il tempo, da moltissimi anni.

E’ naturale… la scansione del giorno e della notte, quella delle stagioni, elementi ciclici naturali, ci hanno sempre portato a questo. E’ una questione di ritmo; non appena si percepisce un ciclo, ecco il ritmo che fa attendere la prossima ripetizione.

E’ un modello mentale, qualcosa di davvero profondamente insito nella nostra natura umana.

Poi però, abbiamo cominciato a fare altro. A misurare le ore. A contarle. E poi i minuti, i secondi…  e così via.

Ma proviamo a pensare cosa sarebbe del tempo, se non lo misurassimo. Il tempo esisterebbe comunque, trascorrerebbe lo stesso ma noi non ce ne preoccuperemmo più.

Quante volte un’esperienza ci sembra ricoprire un tempo lunghissimo in quanto spiacevole, oppure brevissima in quanto piacevole? Praticamente in continuazione.

Ebbene, se smettessimo di misurare il tempo, ogni esperienza avrebbe il suo tempo. Non troppo breve, non troppo lungo. Sarebbe il suo tempo e basta.

Forse, se smettessimo di misurare il tempo, potremmo improvvisamente accorgerci che la dimensione in cui ci troviamo a vivere non è solo falsa, ma anche, in qualche modo, blasfema.

Il tempo, come ho spesso detto in altri post, è l’unica cosa in nostro “possesso” che nessuno ci potrà mai togliere ma neppure dare. Noi possiamo decidere di dedicare il nostro tempo a quella persona o a quella azione ma, alla fine, nessuno potrà mai renderci nemmeno un femtosecondo della nostra vita.

Ciononostante, il tempo ci scorre tra le mani in una continua considerazione su “quanto ce ne occorra”.

Quando ci vediamo? A che ora passi? Abbiamo bisogno di scadenziare, misurare la giornata in modo che, alla fine di essa, noi si sia svolta tutta una serie di attività. E poi, quando arriva il momento… non abbiamo tempo.

Non abbiamo tempo per stare in silenzio, per stare da soli, per stare con la persona che amiamo o con i nostri figli. Non abbiamo mai il tempo che vorremmo. Ma questo accade perchè lo misuriamo.

Se nessuno misurasse il tempo, non saremmo mai in anticipo e neppure in ritardo: saremmo lì dove dobbiamo essere al momento giusto.

Finiremmo sempre in tempo di fare quello che dobbiamo fare e avremmo tutto il tempo che occorre per fare ciò che serve.

Troveremmo un altro piacere nel fare, per il semplice motivo che faremmo quello che occorre quando occorre, non prima e non dopo.

Dice…. “Ma quanto ci vuole ad andare a Roma?”. Un tot.

Se non misurassimo il tempo, sarebbe sempre il momento giusto per dare un bacio a chi amiamo, oppure per abbracciare un amico.

Se non misurassimo il tempo mangeremmo quando abbiamo fame, e faremmo l’amore quando ci viene voglia. Ci sarebbero meno obesi e più bambini, forse. Ma andrebbe bene così.

Se non misurassimo il tempo non saremmo pagati mai troppo o troppo poco.

Ma, alla fine, soprattutto, se non misurassimo il tempo… non sarebbe mai troppo tardi.

Dalle Nebbie del Tempo: perchè no?

La nebbia di oggi, originariamente pubblicata nel settembre 2009.

Perchè no?

Pubblicato originariamente il: 15/09/09.

Francesco Franz Amato Dalle Nebbie del Tempo: perchè no?Di cento argomenti e di ancora cento si può parlare ma quando si tocca la ricerca interiore, la ricerca della verità… tutti lì a partire in quarta con quello che credono e non credono, con quello che possono dimostrare e quello che non possono dimostrare.

Alla fine pochi sono quelli che decidono di smettere di usare la mente, di cessare di valutare se una cosa sia vera oppure no con l’unico strumento che per sua stessa natura… mente. Sono pochi quelli che decidono di provare.

E questi sono quelli che alla fine si fanno venire un dubbio fondamentale: perchè no?

Che problema c’è nel mettere in atto una tecnica respiratoria anche se con gli strumenti a nostra disposizione non è possibile dimostrarne gli effetti? Nessuno. Basta dirsi: “Perchè no?”

Che problema c’è nel provare a sedersi in silenzio, per qualche minuto, così… tanto per provare se a furia di farlo, qualcosa non possa veramente cambiare nella propria vita? Ancora una volta: perchè no?

Che problema c’è nel pensare che, forse, tutti quelli che hanno dedicato la propria vita cercando qualcosa che potesse andare al di là della semplice materia qualcosa potrebbero aver trovato. Perchè no?

“No” è la risposta del bambino nella fase del rifiuto, è quella parola che gli permette di stabilire la propria individualità. “No” è la prima parola che pronuncia l’ego.

Il problema è che, a furia di dai e dai, a volte è anche l’ultima. Ecco perchè “no”.

Non è che l’ego sia questa bestia così brutta. Il problema nasce solo quando è l’unica. Allora “no” è l’unica cosa che si può dire.

Cosa può portare alcuni medici a negare l’evidenza pur di mantenere ancora per qualche tempo un illusorio potere di classe? Lui, l’ego.

E cosa può portare uno scienziato a negare che qualcuno abbia toccato qualcosa che lui non può toccare con i suoi strumenti? Sempre la brutta bestia.

Alcuni però hanno una grandissima fortuna: quella che un giorno, mentre corrono al lavoro trafelati, senza neppure aver salutato i figli perchè “la riunione di oggi è importantissima“… improvvisamente si fermano, si guardano intorno e si rendono conto che così non può andare avanti. Che non è possibile buttare via la propria vita dietro alla ricerca della ricchezza, della sicurezza, del principe azzurro o della principessa di giada, della pensione o della ragione.

E allora di botto vedono un giardino fiorito di rose nel sole dolce e un po’ strano di un autunno inoltrato e improvvisamente sentono il profumo di quei fiori. E poi il calore di quel sole sulla pelle. E gli viene in mente di sedersi qualche minuto, su una panchina un po’ distante dalla strada. Così, per stare in silenzio.

E può capitare che per una strana grazia, qualcosa all’interno faccia loro decidere di farlo. In culo a tutto: al capufficio, al contratto, alla moglie gelosa e alla suocera tediosa, al figlio segaiolo e alla figlia rincoglionita dalle winx, alla banca e al mutuo… A tutto quello che alla fine, di lì a qualche decina d’anni al massimo, di fronte alla signora con la falce, non conterà più un cazzo.

E allora si faranno quella strana domanda che alla fine non sai dove ti porterà ma che alle volte può portarti esattamente dove dovresti essere:

“Perchè no?”

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Dalle nebbie del tempo: verità, blues e nota storta

La nebbia di oggi, originariamente pubblicata nel luglio 2009

La ricerca della verità, il blues e la nota storta.

Pubblicato originariamente il: 27/07/09.

Francesco Franz Amato Dalle nebbie del tempo: verità, blues e nota stortaVi è mai capitato di ascoltare un pezzo blues e avere la tentazione di piegare la testa di lato? O il corpo? O di muovervi in modo strano, piegando comunque qualche parte del corpo?

La causa è quella che in gergo si chiama “la nota storta”, o “blue note”

In realtà non è la nota ad essere “storta”, ma l’intervallo, ovvero la differenza che passa tra la tonalità della dominante e la nota stessa. La blue note è una nota di  quinta o settima maggiore, abbassata di mezzo tono e calata ancora un po’.

Per capire cosa intendo, c’è questo video di Yngwie Malmsteen, in cui questa specie di alieno suona un pezzo che, pur non avendo alcuna progressione classica del blues, appare estremamente “storto”.

La ragione è che Yngwie utilizza degli intervalli “maledetti” nelle sue scale, con terze e quinte diminuite, in cui la diminuita è un po’ più bassa di quello che dovrebbe. Da qui il sound “blues” di questo brano, che in realtà sulla carta non ha nulla di blues (Mi minore, Sol # minore, Do# minore e poi ancora Mi minore) ma che lo ricorda tremendamente.

Ora voi direte:

“Ma scusa Franz, che cazzo c’azzecca il blues con la ricerca della verità?”

C’azzecca perchè ancora una volta non è la nota a fare il gioco, ma l’intervallo. Ovvero la differenza. La “blue note” non esiste senza una tonalità rispetto a cui essa sia “storta”. La blue note esiste solo all’interno di una melodia in cui essa sia tale.

La blue note è qualcosa che, ficcata all’interno di una scala, la rende “storta”, sdrucciola. In qualche modo strano direi che rende necessario il “passare oltre” in quella stessa scala, risolvere l’intervallo e saltare all’ottava succcessiva.

Il nostro corpo gioca tutto sulla differenza. Tenete una mano immobile, appoggiata ad un tavolo per un tempo sufficiente e vedrete che non sarete più in grado di capire in che posizione è messa. Sono i recettori epidermici che, progettati per funzionare su una differenza di pressione, quando continuano a ricevere uno stimolo sempre uguale, vanno in tilt.

La differenza è quello che l’essere umano è in grado di cogliere. Nel caso del blues, questo è particolarmente evidente. La blue note infatti è una differenza tra come la nota dovrebbe logicamente essere e come invece è veramente.

Storta, appunto. Come la nostra percezione.

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Dalle nebbie del tempo: algoritmi mentali e fregature automatiche

La nebbia di oggi, originariamente pubblicata nel Dicembre 2009.

Pattern recognition. La fregatura meccanica e la schermata blu.

Pubblicato originariamente il: 17/12/09.

Francesco Franz Amato Dalle nebbie del tempo: algoritmi mentali e fregature automaticheI computer sono stati costruiti prendendo spunto dal cervello umano. Ma non solo, anche per il software vale lo stesso.

Quella cosa chiamata “pattern recognition” altro non è che il riconoscimento di uno schema da parte del computer.

Perchè questo possa avvenire occorre che esista un software specifico per il tipo di schema da riconoscere.

Ad esempio, la trasformazione di un testo passato allo scanner in un testo modificabile.

L’immagine della pagina scritta, catturata da uno scanner per un computer non significa nulla. Per l’uomo è naturale mettersi a leggere quello che c’è scritto ma per un computer no. Una pagina di un libro o la foto di un tramonto sono la stessa cosa. A meno che non intervenga un programma in grado di “riconoscere” le forme presenti nell’immagine ed estrapolare la corrispondenza con caratteri tipografici.

Un programma di questo tipo è detto OCR (Optical Carachter Recognition) ed è un esempio di “pattern recognition” ovvero di strumento in grado di rconoscere uno schema ed agire di conseguenza.

A tutti gli effetti, quasi tutte le funzioni legate ai sensi ordinari sono gestite dal nostro cervello con un algoritmo molto simile, anche se infinitamente più raffinato. Il riconoscimento di un volto, di una voce, di un passo o di un odore, sono tutti operati tramite il riconoscimento di uno schema da parte del nostro “software mentale”.

Ma paradossalmente, è proprio qui che casca l’asino. E anche il babbuino, se è solo per questo.

Il problema infatti è che il riconoscimento di uno schema non viene applicato solo ai segnali trasmessi dai sensi, ma anche alle estrapolazioni prodotte successivamente all’acquisizione degli stessi.

Questa era astrusa per cui faccio un esempio pratico.

Usciamo al mattino e incontriamo il nostro vicino. Lo riconosciamo dai lineamenti, dal linguaggio del corpo, magari anche dall’odore se è uno che non si lava o che, al contrario, si fa il bagno nel profumo.

Il nostro riconoscimento però non si ferma a questo livello. Prosegue infatti oltre al riconoscere l’identità della persona, in una valutazione emotiva dello stato del vicino, basata sempre sui segnali letti sul volto della persona.

Così se ha le sopracciglia aggrottate, dedurremo che è incazzato. Sapendo che la moglie gli rompe le palle tutte le volte che esce la sera per andare a giocare a poker con gli amici faremo due più due e dedurremo che questo è quanto gli è accaduto.

E siccome il vicino gioca a poker tutti i martedì sera, dedurremo automaticamente che oggi è mercoledì, giorno in cui dobbiamo fare tutta una serie di cose, per le quali siamo in ritardo sparato. L’ansia della giornata partita male si impadronisce a quel punto delle nostra vita… etc. etc. il tutto naturalmente in  modo del tutto automatico ed inconscio.

Peccato che il vicino aveva le ciglia aggrottate perchè è miope e a differenza del solito non aveva ancora messo le lenti a contatto. Che oggi è martedi e non mercoledi e che tutto quello che abbiamo vissuto è una stronzata colossale!

Come esempio è un po’ esagerato e tragicomico, ma credo renda bene il concetto di “riconoscimento degli schemi”

La meccanicità comportamentale non è una questione di merito o demerito. E’ una questione di software. Siamo disegnati in un certo modo, con un sistema operativo di base alquanto semplificato, a cui la vita provvede ad aggiungere spesso applicativi e programmi aggiuntivi.

Questi programmi non sono installati secondo una politica evolutiva e precisa, ma semplicemente “accadono”.

E’ un po’ come prendere un computer qualsiasi con installato Windows XP e cominciare a sbatterci sopra software a casaccio, a seconda di quello che ci gira per il cervello in un momento piuttosto che in un altro.

Il risultato, dopo un certo periodo più o meno esteso nel tempo, è che il sistema si incasina e comincia a diventare lento. Fino alla proverbiale schermata blu, ineffabile segno della resa totale del sistema.

Una resa che non a caso viene chiamato in gergo BSOD, Blue Screen Of Death.

Lo schermo blu della morte.


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Dalle nebbie del tempo: passaggio al limite e sforzo

La nebbia di oggi, originariamente pubblicata nel marzo 2010

Consapevolezza: passaggio al limite e sforzo

Pubblicato originariamente il: 17/03/10.

Francesco Franz Amato Dalle nebbie del tempo: passaggio al limite e sforzoCi siamo lasciati esplorando il concetto di cosa potrebbe accadere con un numero infinito di “fotogrammi” da parte della nostra consapevolezza.

Il risultato è l’annullamento del tempo, ovvero la presa di coscienza istantanea della realtà per quello che è, anche se sarebbe meglio dire “per quello che possiamo cogliere”. L’osservazione non dipende infatti solo dai sensi, per quanto raffinati, ma questo è meglio riservarlo ad altro momento.

Ciò su cui desidero porre l’accento è quel misterioso passaggio che occorre fare per passare da un numero altissimo di osservazioni, di fotogrammi per così dire, ad un numero infinito.

Questo è un aspetto che per la mente non è possibile cogliere. La mente ordinaria è infatti legata alla sua struttura organica, ovvero il cervello. Per sua natura quindi non può esulare da una logica binaria e, pertanto, limitata a funzionalità di percezione “discreta”, ovvero non continua.

Se volete la prova, provata a pensare al concetto di infinito. Non riuscirete a concepirlo. Arriverete fino ad un certo punto, ma poi la percezione esatta inizierà a sfuggirvi di mano come un pesce che scivola dalla stretta del pescatore.

Occorre un altro strumento, non limitato a parametri duali, per concepire qualcosa di realmente continuo. Una mente non ordinaria o, se vogliamo, non ordinariamente sperimentabile.

La matematica però, proprio per ovviare a questo, ci viene in aiuto. Come ho detto già molte volte, lo strumento principe è quello del calcolo integrale, o meglio, quello del passaggio al limite.

Nel caso più becero, il calcolo integrale serve per calcolare l’area di una parte di spazio circoscritta da una funzione continua. Per fare un esempio un po’ meno oscuro, supponiamo di avere il disegno di una parabola. Per calcolarne l’area compresa in un certo intervallo, possiamo iniziare con il sovrapporre alla superficie oggetto del calcolo delle mattonelle, la cui area è nota, e che, approssimativamente, ricoprono l’area in questione.

Se uno dei lati delle mattonelle è costante, nel nostro esempio quello alla base della mattonella, più piccolo sarà il lato e più l’area calcolata sommando le aree di tutte le mattonelle sarà vicina a quella che vogliamo trovare. Ma vicina non significa coincidente.

Possiamo dire che, quando il lato base delle mattonelle sarà uguale a zero, allora l’area totale delle infinite mattonelle coinciderà perfettamente con quella che vogliamo calcolare.

Capite l’analogia? Infinite mattonelle = infiniti fotogrammi e base delle mattonelle nulla = tempo fermo.

Ma, come per il calcolo matematico ci occorre un algoritmo, un sistema per simulare una dimensione nulla e un numero infinito di mattonelle, ovvero il passaggio al limite, per la consapevolezza ci occorre un passaggio DEL limite,

Superare un limite (non uno oggettivo, ma uno di quelli soggettivi, quelli illusori proposti dalla mente) implica passare dal mondo del discreto (le mattonelle) al mondo del continuo (la parabola).

Nella vita quindi, lo sforzo necessario a superare un limite, per quanto apparente e arduo esso sembri, porterà ad allontanare lo sguardo dal tavolo, ad allargare la visione, ovvero a percepire uno spazio più vasto in cui esperire.

Ogni sforzo di questo tipo ci porta un passo più lontani da una visione soggettiva, ed un passo più vicini a quella visione “in continuo” della curva della vita.

Ma attenzione: ogni sforzo ci porta in alto, è vero, ma non dura per sempre. Se lo lasciamo marcire e non ci diamo subito una spinta verso il livello superiore, torneremo inesorabilmente a planare verso terra.

Esiste una sorta di “velocità di fuga” dall’illusione. Una velocità sotto la quale, per quanto ci si sforzi, prima o poi si tornerà al punto di partenza.

Ecco che compare un’altra rottura di palle: la legge dell’ottava.

- Continua -



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Dalle Nebbie del Tempo: superficialità come controllo

La nebbia di oggi, originariamente pubblicata nel Marzo 2009

Superficializzare per sovvertire: il sesso

Pubblicato originariamente il: 30/03/09.

Francesco Franz Amato Dalle Nebbie del Tempo: superficialità come controllo

Credo sia la cosa più facile da vedere. Forse non per i giovanissimi, ma per chi ha qualche primavera in più sulle spalle, si.

Il sesso è il motore dell’evoluzione umana. E non solo nell’accezione dello sfregamento del coso nella cosa. Il sesso è in ogni cosa, inteso come tendenza all’unione, alla fusione, al piacere. E guarda caso è proprio la cosa che tutte, ma proprio tutte, le religioni tendono a castrare. Per quanto riguarda le due maggiori, Islam e Cattolicesimo, nella figura della donna.

Castrare il sesso significa castrare la tendenza all’unità. E castrare questa tendenza significa portare dritti dritti al suo opposto, la separazione. Se è vero che il concetto stesso di separazione è illusorio, è altrettanto vero infatti che qui e ora, in quello che come viene definit0 da Richard Bach un

hic et nunc irrinunciabile

la separazione ha purtroppo qualche effetto tangibile.
Se tutto è uno, se Dio è tutto, allora non esiste nulla al di fuori di questo “tutto” e quindi non può esistere qualcosa di realmente diverso, diviso da qualcos’altro. Ma è anche vero che qui ed ora, l’unità è a malapena qualcosa di più di una testata giornalistica.

Francesco Franz Amato Dalle Nebbie del Tempo: superficialità come controllo
Chi detiene il potere, per un motivo o per un altro, non ha di certo alcuno stimolo a far si che tal potere risulti illusorio e quindi effimero. Ecco da cosa deriva l’instancabile opera delle religioni contro la figura femminile: dalla profonda conoscenza del fatto che in essa è nascosto un segreto che permetterebbe a questa umanità di produrre un vero salto evolutivo, una vera “rivoluzione culturale”. 

Ma dato che il sesso è e rimane una delle pulsioni meno controllabili (grazie al cielo) dell’essere umano, quale miglior modo per controllarlo che renderlo talmente superficiale che non servirà più a nessuno?

Oggi il sesso è divenuto qualcosa di molto vicino all’andare in pizzeria: il soddisfacimento di un prurito e nulla più.

Ma al di là del piacere fisico il sesso, che si voglia o no, è qualcosa di molto diverso. E’ unione tra due esseri. In un modo o nell’altro, in un rapporto sessuale si finisce col toccarsi veramente. Più o meno in profondità, d’accordo, ma il tocco c’è. Non si può negare, sempre che uno se ne accorga, ovviamente.

Ecco che allora superficializzare il sesso, renderlo qualcosa di commerciale, unicamente riferito all’atto fisico, è il modo migliore per impedire a uomini e donne l’accesso a qualcosa di diverso, qualcosa che veramente gli potrebbe cambiare la vita!

E questo, consentitemi, è veramente un crimine!

Francesco Franz Amato Dalle Nebbie del Tempo: superficialità come controllo

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Dalle nebbie del tempo: ricordo e traccia emotiva

La nebbia di oggi, originariamente pubblicata nel dicembre 2010

Ricordo e traccia emotiva

Pubblicato originariamente il: 03/12/10.

Francesco Franz Amato Dalle nebbie del tempo: ricordo e traccia emotivaAvete mai provato a ricordare un’emozione? A prima vista sembra semplice, immediato ma a ben guardare… davvero ricordiamo l’emozione? O piuttosto ne ricordiamo il nome e l’intensità, ma non esattamente l’emozione in se’?

Facciamo un esempio; ieri un’auto quasi ci investe. Ci pigliamo un bello spavento. Oggi cerchiamo di ricordare quello spavento: nessun problema, ancora sudiamo freddo. Ma cosa succederà fra un mese?

L’emozione non ci sarà più. Sarà sostituita da un simulacro pseudoverbale di essa, corredato da un vago ricordo della sua intensità. Ma l’emozione in se’, se davvero cerchiamo di ricordarla, sarà scomparsa o quasi. E più tempo passa più questo è valido.

Esatto, proprio lui: il tempo. Non per nulla si dice che il tempo guarisce tutte le ferite.

Infatti, per quanto sia stata grande un’emozione, dopo un tempo più o meno lungo, a meno che la stessa non venga ripetuta, o meglio riprodotta pari pari, è destinata a svanire.

Solo che noi siamo convinti di ricordarcene, perchè abbiamo una specie di segnaposto che la piazza nella nostra memoria. La riprova di ciò, come detto prima, può essere ottenuta proprio cercando di ricordare l’esatta emozione, cosa ci ci farà rendere conto di come sia in realtà impossibile farlo.

Ma attenzione, meno l’emozione è stata forte o profonda, e più è difficile accorgersi del simulacro mnemonico che l’ha sostituita.

Neppure i traumi più grandi sfuggono a questo impallidire. Infatti l’emozione negativa provata in occasione del trauma viene in realtà sostituita da una vera e propria lacerazione del tessuto emotivo. Ed è quella lacerazione che si ricorda, non l’emozione in se.

Ecco perchè gli eventi traumatici tendono a generare in seguito disturbi all’interno della psiche. E’ come per uno strappo ad un muscolo che lascia un punto di debolezza nel tessuto, punto di debolezza che può essere il bersaglio postumo di una rottura o di altri problemi. Nell’emotivo un trauma, una sofferenza molto grande, possono generare una cicatrice simile, determinando una zona di debolezza che potrà cedere più avanti nel tempo, determinando reazioni psichiche patologiche, come manie, compulsioni, ossessioni e psicosi.

Credo che il problema della fugacità delle emozioni sia dovuto, oltre all’innegabile instabilità delle stesse, anche al fatto che mediamente noi esseri umani non sappiamo neppure cosa siano le vere emozioni.

Per quel poco che mi è stato dato di sperimentare infatti, esiste tutto un campo di emozioni estremamente raffinate, rarefatte e sottili, che stanno al nostro emotivo abituale quanto il cielo ad uno stronzo: stanno talmente lontane sopra di noi che non ne sospettiamo neppure l’esistenza.

E se un tempo la letteratura, l’arte, la musica toccavano vette che oggi sono quasi impossibili da raggiungere, forse il motivo sta proprio nel deterioramento implacabile che nel corso dei secoli abbiamo subito nella nostra sensibilità emotiva.

Oggi noi abbiamo bisogno di emozioni sempre più forti, sempre più grevi e dense, allo stesso modo di un sordo che ha bisogno che qualcuno gli urli nelle orecchie per poterlo sentire.

Solo che urlando è difficile esprimere qualcosa di non grossolano; è più intenso il rumore di un aereo che decolla o il sottile sibilo di una katana che taglia l’aria?

E più passa il tempo più questo deterioramento aumenta, rovinando la nostra capacità di ascoltare e di sentire veramente.

Per mettere un freno a tutto questo occorre fare lo stesso che per il corpo: serve una dieta emotiva.

Occorre liberarci progressivamente dalle emozioni più grevi, evitandole come la peste. Al contempo occorre nutrirci di emozioni più sottili, leggere e positive.

Nutrirci di bellezza anziche di rabbia, di speranza anziche di paura, di amore anziche di odio. (“Paura, rabbia, odio: al lato oscuro esse conducono” Yoda santo subito!).

Il percorso di liberazione non è affatto semplice ne di facile percorrenza e richiede una notevole dose di determinazione per essere intrapreso.

Ma ciò che ci può regalare vale davvero la pena!

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Dalle nebbie del tempo: non offrire punte

La nebbia di oggi, originariamente pubblicata nel maggio 2010.

Movimento circolare, respirazione circolare: non offrire punte.

Pubblicato originariamente il: 29/05/10.

Francesco Franz Amato Dalle nebbie del tempo: non offrire punte

La foto qui a fianco non è un montaggio, ve lo posso assicurare.

Nel praticare Aikido, una delle cose più difficili è non creare “punte”; nelle cadute, crearne una con un’articolazione significa offrire un punto su cui la forza d’urto con il terreno si può scaricare, creando danni fisici.

Nelle tecniche, creare una punta significa interrompere il naturale fluire del movimento e quindi offire una possibilità di fuga all’attaccante.

Qui però non stiamo parlando della punta come estremità di qualcosa, ma come interruzione della circolarità.

Come per quanto riguarda l’arco, inserire un’interruzione nella linea ellittica, significa fornire un appiglio per le forze che dovremmo dissipare, e se l’appiglio è in corrispondenza della chiave di volta ecco che l’arco non tiene e va a pezzi.

La linea di frattura, il componente più debole, sono sempre quelli su cui si scatena la forza in opposizione, di qualunque genere essa sia.

Interrompere l’armonia del respiro fa la stessa cosa; quando espiro ed inspiro si spezzano nel ritmo dell’affanno, inizia la corsa all’ossigeno. Ma fino a che il suono del respiro mantiene la qualità delle onde del mare, vi è un’armonia ineluttabile nel corpo.

Credo che muoversi efficacemente e in modo armonico sia molto legato all’armonia del respiro. Una respirazione “rotta” porterà inevitabilmente ad un movimento caotico e… viceversa.

Muoversi, anche in senso lato, creando interruzioni, alla fine non paga. Perchè proprio su quelle interruzioni si innesta la deviazione, l’effetto della legge dell’ottava.

Quando l’energia, anche quella derivata dall’intenzione, fluisce in un’unica direzione, senza interruzioni, la distrazione non trova appiglio.

Si costituisce una sorta di ponte tra il punto di partenza e quello di arrivo.

Come nel caso del fulmine in cui, prima della scintilla, si costruisce un canale attraverso cui poi fluirà il fulmine vero e proprio, anche nel fare, quando riusciamo a focalizzare l’intenzione senza interromperla, si costituisce una possibilità attraverso cui fluirà l’azione.

Qualcosa che potrebbe essere efficacemente tradotto con:

“Chi la dura la vince”


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Catherine Bellwald

Fisiatra, Agopuntrice, Esperta in Medicina Tradizionale Cinese

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