.
Pag. 1 di 212

Archivi per la categoria ‘Recensioni Film’

Fuori Controllo: non leggero ma ben fatto.

Francesco Franz Amato Fuori Controllo: non leggero ma ben fatto.Un ufficiale della polizia di Boston si vede ammazzare la figlia sotto gli occhi. Pensando di essere lui la vittima designata e che la figlia sia stata uccisa per errore, si mette ad indagare ma scoprirà che le cose non sono come sembrano.

Scoprirà infatti che la figlia è stata uccisa per nascondere gli sporchi affari di una multinazionale governativa che produce bombe atomiche “sporche” con specifiche di altri paesi, in modo da fabbricare false “prove” di atti terroristici.

Avvelenato a sua volta con il tallio radioattivo riuscirà a concludere le indagini in extremis.

Tratto dalla miniserie TV “The Edge of Darkness” (BBC, 1995), il film parte un po’ in sordina, con un movimento lento ma indispensabile per lasciar sedimentare gli avvenimenti. La verità si rivela pian piano, portando poi ad un finale in stile “action” ma non troppo.

L’ipotesi è tutt’altro che inverosimile, tanto da far pensare che il film possa avere qualche mira diversa dal semplice entertainment.

Mel Gibson, con tutte le rughe al posto giusto (nessun accenno di lifting, cosa più unica che rara ad Hollywood), recita bene, con intensità e maturità e sta decisamente meglio davanti alla macchina da presa che dietro, mentre i coprotagonisti sostengono egregiamente il confronto.

La componente “noir” è particolare in questo lavoro, emergendo più nella qualità della trama che non nelle classiche componenti del genere; non ci sono molte scene al buio o sotto la pioggia e il protagonista non ha l’aria da “bello maledetto”, ma alla fine il peso è comunque notevole.

La figura di un uomo misterioso, quello che, per lavoro, “fa in modo che non si possa arrivare da A a B”, rappresenta un quadro a parte nella narrazione, qualcosa di più di un semplice cameo e qualcosa di meno di una sottotrama. Il Capitano Jedburg, ottimamente impersonato da Ray Winstone, è un punto interrogativo che da’ spessore alla vicenda, aggiungendo un elemento di mistero alquanto inquietante.

Insomma, un buon thriller vecchio stile, ben costruito e ben recitato, con un finale inaspettato e particolarmente dolce.

A me è piaciuto.

Il Mahabharata – by Giuesppe

Francesco Franz Amato Il Mahabharata   by GiuesppeAncora un grande film.

Il Mahabharata è un indiscusso capolavoro cinematografico di Peter Brook che, per la considerevole mole dell’omonimo poema indiano da cui è tratto, ha richiesto circa sei ore di programmazione.

Ed è veramente impossibile portare su pellicola in tempi minori tutto quello che ha da dire questo maestoso poema epico.

Quest’ultimo infatti è di una mole spaventosamente considerevole, tanto da essere diverse volte più esteso dell’Iliade e dell’Odissea messi assieme, praticamente il più esteso che memoria umana ricordi.

Il Mahabharata con le sue 125.000 strofe di quattro ottonari ciascuna (e diviso in diciotto libri) è considerato un itihasa, cioè una raccolta di storie del passato, e fa parte della tradizione sacra indiana.

La tradizione racconta che questo poema è stato composto dal saggio Vyasa per trasmettere all’umanità, in questa era di Kali  (il Kali yuga, cioè un’era di decadenza e di povertà intellettiva, etica e spirituale), le quattro finalità dell’esistenza umana: 1) Kama, passione, desiderio e godimento estetico nel senso più ampio del termine; 2) Artha, ciò che è utile dal punto di vista economico e sociale; 3) Dharma, complesso di regole etiche e spirituali a cui anche Kama e Artha si devono uniformare; e 4) Moksha, la liberazione finale dell’uomo dalle catene dell’ignoranza, dell’illusione e dell’attaccamento alle cose terrene (naturale conseguimento di chi ha pienamente soddisfatto i suoi desideri, coltivato la conoscenza sacra e assolto ai suoi doveri interiori ed esteriori).

Da ciò possiamo quindi capire, nel vedere questo bellissimo film, quanto la guerra fratricida tra Kaurava e Pandava (su cui sia il film che il poema si basano) sia solo un pretesto per trasmettere al “debole” uomo del Kali yuga una minima parte della Scienza Sacra (Brahamadeya) al fine di condurlo sul sentiero dello Yoga e quindi della liberazione finale.

Ciò risulta evidente dalla lettura della Bhagavad-gita (un “poema nel poema” contenuto nel VI libro del Mahabharata, il Bishma-parvan) e nel dialogo mostrato anche nel film, dove il dio Krishna trasmette al suo discepolo Arjuna la summa di tutte le Vie di autorealizzazione esponendogli i differenti tipi di Yoga.

Ma il Mahabharata ha diverse “chiavi di lettura”.

Una di queste paragona il Campo di battaglia di Kurukshetra ai conflitti emotivi e passionali che si svolgono in ognuno di noi, dove solo chi si innalza (o si abbandona) al Sé superiore può trovare la vittoria sulle eterne turbolenze del Mondo Emotivo Inferiore, cioè del regno di Maya (altrimenti detto il Regno Astrale o  l’Oceano dell’Illusione).

Alice in 3D. Manca la tecnica di Cameron.

Francesco Franz Amato Alice in 3D. Manca la tecnica di Cameron.Adesso è il momento catartico del 3D e ci tocca pupparcelo così com’è.

Nel caso di Avatar effetticamente mi è toccato vederlo in un cinema con uno dei peggiori sistemi 3D, ma ieri per l’ultima fatica di Tim Burton il sistema era efficiente. In compenso mancava la tecnica.

La trama è quella di sempre da Lewis Carrol, appena un filo rivisitata. Decisamente visionario il film e ben interpretato , con un Jhonny Depp quasi irriconoscibile che riesce a dare mimica ad un volto truccatissimo ed estremamente ben progettato, il film si dipana in un ben bilanciato misto tra personaggi umani e computerizzati, tra sovrapposizioni e trasparenze fuori dall’ordinario.

Il problema nasce nel momento in cui il tridimensionale fallisce, fornendo profondità a tutto ciò che “cartoon” e perdendo completamente profondità nellescene a camp largo.

La tecnica di ripresa dei protagonisti umani infatti, per un qualche motivo, li fà apparire piatti, mentre tutto il resto intorno a loro  ha effettivamente una notevole profondità tridimensionale.

Il risultato è che spesso vi sono inquadrature in cui gli attori sembrano delle fotografie animate di se’ stessi.

Leggi il resto di questo articolo »

Kundun – By Giuseppe

Francesco Franz Amato Kundun   By GiuseppeUna storia vera, ancora attuale e irrisolta.

La storia del genocidio di un popolo pacifico antico nobile fiero…  e quella di un uomo (o un buddha?): Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama e capo politico e religioso del Tibet.

Ma Kundun è soprattutto una storia di crudeltà, di sopraffazione del forte sul debole. Una storia di infinite menzogne da parte dell’occupante e di indifferenza da parte del resto del mondo.

Iniziata ufficialmente nel 1950, quando l’esercito della Repubblica Popolare Cinese ha invaso il territorio tibetano e occupato la sua capitale, Lhasa, in verità questa storia è iniziata parecchio tempo prima. Infatti nei decenni precedenti vi sono state manovre “sotterranee” da parte dei cinesi per infiltrarsi nella politica tibetana e corroderla dall’interno come un cancro.

Solo quando questa subdola opera fu compiuta (per fare la faccia lavata di fronte al mondo) la Cina passò infine alle maniere forti (mostrando il suo vero volto) invadendo militarmente il Tibet, sterminando senza pietà circa un sesto della popolazione, radendo al suolo interi villaggi e migliaia di templi e, soprattutto, distruggendo l’anima di quel popolo, cioè la sua cultura millenaria e le sue tradizioni.

Nel 1950, in questo scenario di terrore e di mostruosa violenza, il quindicenne Tenzin, nato per guidare la sua gente come già aveva fatto in vite precedenti (i tibetani sanno che è sempre lo stesso Essere a tornare per guidarli spiritualmente), non poté fare altro che scegliere la via dell’esilio e constatare amaramente che la Cina stava togliendo tutto al suo popolo.

Emblematica la frase del giovane Tenzin quando, ascoltando gli slogan cinesi sparati ad alto volume da altoparlanti dislocati in vari punti della capitale, sussurra al suo assistente:

…ci hanno tolto anche il silenzio”.

Questa può sembrare una frase incomprensibile a noi occidentali assuefatti all’inquinamento acustico ma, per un popolo dedito da molti secoli alla meditazione il silenzio è sacro, quindi togliergli il silenzio equivale ad “inquinare” il suo spazio sacro.

Ebbro di donne e di pittura – By Giuseppe

Francesco Franz Amato Ebbro di donne e di pittura   By GiuseppeIn una nazione tormentata da rivoluzioni e rovesci politici, un uomo coltiva sin dalla gioventù due passioni, anzi tre (se la terza si può considerare una passione): la pittura, le donne e il vino.

Un uomo, insomma, col “vizietto” di vivere intensamente la propria vita.

Questa è la storia di un grande artista, genio ribelle e tormentato, Ohwon Jang Seung Up. Ohwon sin da bambino dà prova d’un talento fuori dal normale che, sotto la guida d’un bravo maestro, regala alla Corea stupendi capolavori.

Ohwon fu un genio particolare che non amava il conformismo e, anche se metteva il suo pennello al servizio dei nobili e dei potenti, non acconsentì mai di dipingere opere in cui non credeva o senza ispirazione.

Una frase del suo maestro (seminata in un buon campo) rivela pienamente quale “etica” ispirava questo grande artista: “Un dipinto fatto solo per denaro e fama immediata è pura e semplice vanità, è un atto inutile. Nasce morto”.

Ohwon dipingeva dunque per passione – oltre che con maestria – e il suo “furore” artistico, volendo azzardare un paragone, mi sembra una via di mezzo tra Van Gogh e Michelangelo. Simile al pittore olandese perché era immediato, impressionista; mi ricorda Michelangelo per il rigore della sua arte e la costante insoddisfazione del livello raggunto: “…è la disciplina della mente che deve guidare il pennello sulla carta”…”rinnovarsi ogni giorno, rinnovarsi profondamente”.

Sicuramente, questo era un uomo con la rara dote di saper contemplare, cogliendo l’essenza delle cose per poi trasferirla nei suoi dipinti. Fu anche un innovatore artistico (come tutti i veri artisti) e per primo osò togliere le scritte che sempre accompagnavano i dipinti della scuola coreana del suo tempo: “La vera pittura sa parlare benissimo da sola, non ha bisogno di parole”.

Ebbro di donne e di pittura è, a mio avviso, un film che lascia un segno non solo per la storia, ma anche per la recitazione, i costumi, le scenografie, gli interni, i paesaggi mozzafiato, il ritmo armonioso delle vicende e gli intrecci storici e personali ben incastrati. Un vero capolavoro del regista Im Kwon Taek.

Nell’anno del Signore – By Giuseppe

Anno del signore targaQuesto film rappresenta un bell’affresco della Roma papalina del XIX secolo.

Narra della vicenda (vera) di due carbonari di buona famiglia, idealisti e un po’ ingenui (almeno così vengono presentati nel film): Leonida Montanari e Angelo Targhini, ghigliottinati in Piazza del Popolo nel 1825 per aver accoltellato un nobile romano (anch’egli affiliato alla carboneria) perché stava per tradirli.

La vicenda dei due patrioti si intreccia con altre due storie: la prima (inventata), divertente e surreale, è quella di Pasquino, un ciabattino che si spaccia per analfabeta, mentre invece è un fine scrittore di versi satirici contro la Chiesa e l’oppressore straniero.

L’altra storia è quella della feroce avversione della Santa Sede verso gli ebrei.

La bellezza di questo film di Luigi Magni (che fa parte di una trilogia con “In nome del Papa re” e “In nome del popolo sovrano”) è che riesce a raccontare una serie di vicende tragiche in modo ironico e divertente. D’altronde come potrebbe essere altrimenti con un cast composto da Nino Manfredi, Alberto Sordi, Claudia Cardinale, Ugo Tognazzi ed Enrico Maria Salerno?

A ricordo dell’esecuzione dei due Carbonari all’inizio del ‘900 è stata posta una targa in Piazza del Popolo, a ridosso della caserma.

AI – Intelligenza Artificiale. By Giuseppe

Francesco Franz Amato AI   Intelligenza Artificiale. By GiuseppePuò un cyborg amare?

Se è programmato per questo, la risposta dovrebbe essere si.

Ma la cosa non è così semplice. Dipende da cosa intendiamo per amore.

Se per amore intendiamo un attaccamento cieco, meccanico, ripetitivo, verso qualcuno o qualcosa allora sì, un cyborg può amare.

Ma se l’amore è compenetrazione, comprensione profonda dell’altro/a, capacità di vivere in empatia ed operare i continui adattamenti che il caso richiede, allora come può un robot amare (fosse anche sofisticato all’ennesima potenza)?

Eppure in questo stupendo film di Steven Spielberg, quasi quasi veniamo convinti che David (il piccolo protagonista della storia) ami alla follia la madre adottiva, forse più del vero figlio. E fin qui va bene.

Proprio come lo Strumento Formatore (cioè la Parte Meccanica del Centro Intellettivo), David fa esattamente ciò per cui è stato programmato: non può scegliere, operare dei cambiamenti. Ma il fatto è che lui ama la mamma fino al punto di accettare di cambiare, di non entrare più in competizione col fratellastro.

In poche parole di adattarsi, di trasformarsi consapevolmente.

E questa sembra una cosa incredibile per una macchina. Leggi il resto di questo articolo »

Incontri con uomini straordinari. By Giuseppe

Francesco Franz Amato Incontri con uomini straordinari. By GiuseppePrima di dire due parole su questo “straordinario” film, una domanda: “Come incontrare uomini straordinari?

E’ necessario essere anche noi uomini straordinari? Sicuramente no! Ma una cosa è certa: è molto difficile incontrare siffatti uomini seguendo una routine di “quartiere”: sempre lo stesso bar, le stesse facce conosciute, gli stessi discorsi, gli stessi ambienti ed abitudini.

Ed anche se per puro caso succedesse che un “uomo straordinario” ci passasse a fianco o bevesse un caffè gomito a gomito con noi nello stesso bar, sicuramente non lo riconosceremmo neanche di striscio.

Perché questa “tipologia” di uomini non sempre ama “rivelarsi”, anzi, loro amano giocare all’uomo comune, o quasi.

Detto questo, come incontrare uomini straordinari e riconoscerli (almeno in parte)?

Mettendoci noi stessi in situazioni fuori dall’ordinario, in modo da “guardare” il mondo e gli altri con “occhi diversi”, viaggiando…cercando.

In parte è quello che ha fatto il protagonista della nostra storia, G. I. Gurdjieff, anche se lui (per karma?) ne ha incontrati tantissimi sin dalla più tenera età.

Esortato dalla moribonda nonna a “non fare mai quello che facevano gli altri” e da un padre anch’egli fuori dall’ordinario, Gurdjieff sentì sin da giovane il “richiamo” della Ricerca della Verità.

Questo capolavoro di Peter Brook narra appunto, sinteticamente, alcune delle vicende di un Ricercatore di Verità, così come sono descritte nel libro autobiografico “Incontri con uomini straordinari”. Vicende che hanno visto alcuni uomini, tra cui il nostro protagonista, avventurarsi nei primi del ‘900 in terre lontane e spesso pericolose e inospitali, come la regione nei pressi del fiume Oxus (a nord dell’Afghanistan), il Tibet, il deserto del Gobi. Luoghi che ospitavano monasteri nascosti tra le montagne e…un sapere antico come il mondo.

Una chicca dal libro, dove è Padre Giovanni (un Iniziato) a parlare:

“…La comprensione è l’essenza di ciò che si ottiene partendo da informazioni intenzionalmente acquisite e da esperienze personalmente vissute”-.

Più che un film, quest’opera sembra un documentario, intenso e suggestivo.

Milarepa – By Giuseppe

Milarepa - Liliana CavaniEcco un film del quale è difficile parlare.

Qui siamo di fronte ad un tentativo coraggioso di una regista (Liliana Cavani) che ha tentato una trasposizione cinematografica della biografia (Vita di Milarepa) di colui che è considerato il più grande santo, yogi, mistico e poeta del Tibet.

Vissuto nell’XI secolo, in realtà Milarepa è un Bodhisattva, un Buddha realizzato e dedito alla salvezza di tutti gli esseri.

Le sue difficili prove e i lunghi anni vissuti nelle caverne dell’Himalaya a meditare spaventavano addirittura i suoi contemporanei (uomini avvezzi ad ogni sorta di disagio) che dire dei praticanti odierni?

Eppure leggendo la sua biografia o i suoi Canti, così come guardando questo bel film, un po’ del suo coraggio, della sua determinazione nel conseguire la Verità, potrebbe riversarsi nel cuore di un sincero ricercatore.

Certamente non può comprendere questo film chi non sente l’anelito all’Illuminazione, né tantomeno chi non pratica meditazione.

Di certo di Milarepa ci si innamora spontaneamente (se si è destinati a questo).

Leggi il resto di questo articolo »

Stati di Allucinazione – By Giuseppe

Francesco Franz Amato Stati di Allucinazione   By Giuseppe1967.

In un’America attraversata da bagliori di fermenti culturali e rivoluzioni giovanili Eddie Jessup (William Hurt), giovane Fisiologo, professore universitario e ricercatore scientifico sta inseguendo il suo sogno di scoprire le origini della vita e della coscienza.

Grazie a particolari attrezzature scientifiche (e all’aiuto di un amico scienziato) Eddie sperimenta personalmente stati alterati di coscienza che lo portano ad una regressione nel tempo. In uno di questi “viaggi” interiori il giovane vive una breve ma strana esperienza: quella di ritrovarsi tra i primi ominidi e condividerne la caccia ed un pasto selvaggio.

Incredulo e spaventato, ma anche attratto da ciò che ha vissuto, il ricercatore vorrebbe portare avanti in segreto gli esperimenti, ma l’amico trova tutto ciò pazzesco e si rifiuta di andare oltre.

Dopo alcuni anni Eddie si è sposato con una brillante antropologa. L’uomo ha fatto carriera, ma non ha mai dimenticato il suo sogno. Così riesce a tirare di nuovo in gioco l’amico e dopo un viaggio in Messico (dove sperimenta l’azione dei funghi allucinogeni) riprende in gran segreto le ricerche interrotte.

Ma questa volta l’uomo non vive solo delle esperienze interiori. La strana combinazione del macchinario che il giovane usa, più l’effetto dei funghi che continua ad assumere, alterano la sua struttura biologica causando una vera e propria (anche se temporanea) metamorfosi in uomo preistorico.

Non soddisfatto Eddie continua gli esperimenti, che lo portano a rischiare seriamente la vita (nonché la salute psichica). Lo scienziato arriva a sperimentare il “ribollire” del magma che ha dato vita alla vita biologica così come la conosciamo ora.

Solo alla fine Eddie comprende che la nostra struttura molecolare attuale è il risultato di miliardi di anni di evoluzione. Questa ha le sue leggi e si rischia veramente grosso ad alterarle senza sapere bene dove mettere le mani.


Himalaya. L’infanzia di un capo – By Giuseppe

Francesco Franz Amato Himalaya. Linfanzia di un capo   By GiuseppeCon questo film ci spostiamo sull’Himalaya, nel Dolpo, una provincia a nord del Nepal confinante col Tibet.

Il Dolpo – oggi considerato uno dei rari luoghi dove ancora sopravvive la cultura tibetana – è definito Bé-Yul, un paese nascosto (perché isolato, essendo interamente circondato da altissime montagne).

Gli abitanti della zona sopravvivono grazie all’orzo (che però dura solo 4-5 mesi) e ai derivati degli yak.

Per compensare la carenza di alimentazione, da secoli, gli abitanti del Dolpo scambiano il loro sale con l’orzo del sud del Tibet (e per fare questo devono attraversare montagne alte anche otto mila metri.

Ma questo stretto rapporto secolare economico-culturale tra i dolpo-pa e i tibetani è messo in serio pericolo dalla politica di isolamento cinese nei confronti del popolo tibetano.

Himalaya narra della storia di un vecchio capo villaggio – Tinlé – uomo fiero e tenace (che mette la sua forza al servizio del suo popolo) e dell’addestramento del suo nipotino, proprio attraverso uno di questi difficili viaggi attraverso le montagne innevate.

Questa è dunque una storia di tenacia, di determinazione…di resistenza alla fatica:

Quando hai davanti due sentieri scegli sempre il più arduo”;

ma anche di intelligenza, capacità di adattamento e di sottomissione al volere divino:

“Un capo comanda ai suoi uomini ma riceve i suoi ordini da Dio”.

Diretto da Eric Valli e con la stupenda colonna sonora di Bruno Coulais questo film -  girato interamente sul posto – è veramente un viaggio straordinario sulle pendici dell’Himalaya (perciò consiglio di guardarlo con il camino acceso, perché ad un certo punto di neve ce n’è davvero tanta).

Una recensione per Avatar? In 3D secondo me ci perde…

Francesco Franz Amato Una recensione per Avatar? In 3D secondo me ci perde...Appena visto.

L’ultima fatica di Cameron è decisamente… una fatica, anche per lo spettatore.

Pandora è un pianeta ricco del minerale più prezioso per la terra. E’ un pianeta pacifico, popolato da indigeni dal corpo longilineo.

Sul pianeta è di stanza un’installazione scientifica, oltre ad un battaglione di Marines. La tencnologia consente il trasferimento di coscienza da un corpo umano a quello degli indigeni, preventivamente clonati.

E’ così che il protagonista, chiamato a sostituire il fratello morto e paralizzato per un incidente di guerra, può finalmente tornare a correre nel corpo di un alieno.

Mandato tra gli indigeni per acquisirne i costumi e convincerli a sloggiare da dove vivono, per permettere il saccheggio del famoso minerale, scopre che gli alieni vivono una sorta di simbiosi completa con il pianeta, simbiosi che coinvolge tutte le forme di vita di Pandora.

Innamoratosi ovviamente della figlia del capo, arriverà a capeggiare i guerrieri autoctoni nel tentativo di difendere Pandora ed il suo habitat.

Girato con accorgimenti tecnologici davvero fantascientifici, questo film è il primo vero mastodonte della nuova generazione di lavori tridimensionali. Costato diversi anni di lavorazione, con alcune centinaia di persone coinvolte, è veramente un monumento al digitale.

Le scene sono state girate da attori in carne ed ossa, i cui movimenti, registrati grazie a centinaia di sensori, sono serviti ad animare i loro alter-ego digitali.

L’ambientazione è completamente artificiale, con effetti di luce davvero belli. Peccato che l’effetto tridimensionale sia ancora prodotto con i classici occhiali mezzi rossi e mezzi verdi.

Le lenti tolgono circa un quarto della luce, per cui molte scene risultano un po’ buie, e i colori più vivi, come il rosso ed il verde, sono piuttosto spenti. Purtroppo questo è dovuto anche al fatto che in Italia la maggior parte delle sale sono attrezzate con il sistema di proiezione 3D più economico, il cosiddetto “Dolby3D”.

Il cervello poi lavora in continuazione per compensare l’inganno della profondità di campo, che non è quella abituale, e spesso non riesce a seguire i movimenti molto veloci.

Il risultato è un forte distacco forzato dalla scena che impedisce l’immersione nel film.

Anche la colonna sonora, orchestrata da James Horner (star trek, per intenderci) non mi è parsa particolarmente adatta, troppo spesso smaccatamente tribale.

Inoltre, alcuni doppiatori forse farebbero meglio a seguire qualche altro corso di recitazione.

Insomma, a parte il bell’effetto di molte scene in cui la luce la fa da padrona (fermi restando i limiti di cui sopra), credo che il film renda molto di più in 2D, cosa che non mancherò di verificare quanto prima.

Spiacente per Cameron.


Morte di un Maestro del Tè – di Giuseppe Merlicco

Morte di un maestro del tè - Toshiro MifuneVi sono film che aprono una finestra su mondi a noi sconosciuti: Morte di un Maestro del tè è senz’altro uno di questi.

Scritto, diretto e interpretato nel miglior stile della tradizione nipponica questo film (diretto da Kumai Kei) narra di come visse e morì il Maestro del tè Sen no Rikyu (interpretato da Toshiro Mifune).

Vissuto tra il XVI E XVII secolo in un Giappone tormentato da guerre intestine tra clan rivali, il Maestro Rikyu cercò, attraverso la sua arte perfetta, di far comprendere ai potenti dell’epoca l’importanza dell’Armonia e del Rispetto tra gli uomini.

“…la Libertà è sacra, ed è naturale rifiutare qualsiasi idea che spinga l’uomo all’aggressione.” Questa era l’idea del Maestro.

Ma la visione del Maestro – come quella dei monaci zen, o di altri maestri della Cerimonia del tè, che “vedevano in un filo d’erba l’Assoluto” – non poteva certo essere condivisa dal suo “signore” Hideyoshi.

Uomo avido di potere, Hideyoshi pur rispettando enormemente il Maestro Rikyu (elevandolo al grado di primo cerimoniere di corte) e partecipando con la massima sacralità possibile al rituale sacro, non riuscì mai a penetrare lo “spirito” della Cerimonia del tè.

Leggi il resto di questo articolo »

La leggenda di Beowulf

La leggenda di BeowulfEd ecco un film con una storia da raccontare: la leggenda dell’eroe  svedese Beowulf e di come uccise il troll Grendel, liberando il re della Danimarca dal terribile mostro.

Tratto dall’omonimo poema epico (messo per iscritto da due amanuensi in inglese arcaico, intorno all’anno 1000, su una storia ben più antica) questo film di Robert Zemeckis (premio Oscar con Forrest Gump) cerca di presentare al grande pubblico una storia che altrimenti non conoscerebbero mai (visto che quasi più nessuno legge qualcosa che non siano quotidiani o libri a grande tiratura).

Il compito del regista non è stato facile e pur servendosi di attori di grosso calibro: Ray Winstone, Anthony Hopkins, John Malkovich e Angelina Jolie, e di tecniche cinematografiche all’avanguardia (come quella di digitalizzare gli attori con la Motion Capture) non sono comunque mancate le critiche.

Eppure, secondo me, qualcosa di forte questo film lo esprime. Sì, è vero che si sono messe poco in evidenza le caratteristiche della cultura nordica; è vero che la digitalizzazione dei personaggi li ha in parte svuotati di contenuto umano (difficile rendere la profondità di uno sguardo con questa tecnica) e forse, sì, il regista avrebbe potuto “innestare” le vere immagini degli attori su scenografie ritoccate, ma forse sarebbero sorti altri problemi tecnici.

Leggi il resto di questo articolo »

Excalibur – di Giuseppe Merlicco

Francesco Franz Amato Excalibur   di Giuseppe MerliccoVi sono film che lasciano un segno perché sono fatti bene e altri che lasciano un segno perché hanno qualcosa da raccontare. Infine vi sono anche film che lasciano un segno perché hanno degli insegnamenti da dare. Excalibur fa parte di questi ultimi.

Adattato dal romanzo “La morte di Artù” di Sir Thomas Malory, e diretto da John Borman, Excalibur racconta della Leggenda del Santo Graal e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, di Re Artù, Ginevra, Mago Merlino, Lancillotto e Parsifal senza cadere nel filone “favolette per bambini” o in una “melensa storia d’amore e di tradimento”.

Questo, invece, è ricco di spunti e frasi profonde che mostrano molti dei dati salienti legati alla storia della Cavalleria, il cui scopo era servire la Verità e la Giustizia in nome dell’Unità. Una “Fratellanza d’armi” unita nel Principio dell’Anello e rivelata da una frase di Merlino:

- Voi siete tutt’uno sotto le stelle -.

Allo stesso tempo ci vengono rivelati i “valori” di un Cavaliere: Coraggio, Onestà, Misericordia, Altruismo, Veridicità, Nobiltà d’animo, Lealtà, Dignità.

Già questo potrebbe bastare per affermare che questo film è stato fatto con scrupolo da qualcuno che “masticava” qualcosa di Cavalleria.

Ma non finisce qui. Excalibur è veramente denso di insegnamenti, che si susseguono a ritmo incalzante, ambientati in un “tempo” di transizione tra l’epoca dei Re Eroi e semidivini a quella degli uomini senza più un re (o governati da re senza misericordia). Uomini il cui destino è ora affidato quasi esclusivamente nelle proprie mani.

Leggi il resto di questo articolo »

Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e poi ancora primavera – di Giuseppe Merlicco

Francesco Franz Amato Primavera, Estate, Autunno, Inverno... e poi ancora primavera   di Giuseppe MerliccoUn film per gli amanti dello zen (ma non solo).

Primavera, estate, autunno, inverno…e poi ancora primavera ci mostra il naturale fluire della vita in cicli che sempre ritornano al punto di partenza, ma in una voluta più alta.

In questo meraviglioso affresco (dove ogni immagine è un quadro) il regista e pittore sud-coreano Kim Ki-duk (L’isola, La Samaritana, La casa vuota, L’arco, e altri film) ci trasporta in un mondo magico e incantato e in una natura incontaminata dove vive, in un tempio in mezzo a un lago, un vecchio monaco zen col suo giovanissimo allievo.

Il vecchio si sforza di insegnare al bimbo a discriminare tra ciò che è bene e ciò che è male, ma i consigli, si sa, lasciano il tempo che trovano e quasi mai vengono ascoltati. Perciò sarà l’esperienza personale, dolce e tragica allo stesso tempo, a far maturare il giovane discepolo.

Un film bello e commovente che parlando per immagini e suoni (più che con le parole) conduce in un viaggio tra scorci di cultura buddhista del sud-est asiatico e frammenti di pulsioni e vicissitudini dell’animo umano.

2012: ottimo e abbondante per la truppa, ma uno schiaffo all’Italia.

Francesco Franz Amato 2012: ottimo e abbondante per la truppa, ma uno schiaffo allItalia.Un kolossal nel genere catastrofico. 135 minuti tirati per bene, effetti speciali di prim’ordine. Il girato digitale è impressionante e non mancano inquadrature da assoluto capolavoro.

La sequenza del decollo fortunoso a bordo di un piccolo turboelica è lunghissima e davvero incredibile per qualità e realismo. Il tutto un po’ a scapito della trama, sempliciotta ma comunque realistica.

E’ la fine del mondo, i capi di stato lo sanno con due anni di anticipo e se ne stanno ben zitti. Organizzano alcune arche colossali con i miliardi di pochi fortunati e ci schiaffano dentro il fior fiore (secondo loro) dell’umanità.

Il protagonista, scrittore un po’ sfigato, riesce a scampare la catastrofe sempre stando un soffio avanti e a salvare ex moglie e figli, fino alla fine. Riesce anche a salire da clandestino su una delle arche e a salvare in extremis tutti quanti risolvendo un malefico guasto.

Ingenuo ma non troppo, questo film non manca di trovate ironiche, che lo alleggeriscono quel tanto che basta a far pensare che Emmerich non si prenda poi così tanto sul serio. I buoni sopravvivono (quasi tutti), i cattivi e gli antipatici no.

Una trama comunque calcolata a tavolino, con alcune grosse cappelle di irrealismo: la prima, le arche sono strutturate per affrontare la forza d’urto di un immane tsunami ma il ponte di comando è dotato di finestrini di cristallo non protetti. La seconda, in un sistema complesso come quello delle arche, c’è un blocco di sicurezza che impedisce di avviare il motore se tutti gli ingressi non sono sigillati.

Roba da strozzare l’ipotetico progettista con le sue stesse budella.

Nel film il presidente americano è l’ex arma letale Danny Glover, che alla fine rimane a terra per dare sostegno e conforto alla popolazione (ma che bravo!) in contrapposizione al capo del governo italiano che invece resta a terra perchè “preferisce affidarsi alla preghiera“. E il solo sguardo del vicepresidente quanto pronuncia questa frase la dice tutta, ma proprio tutta su quello che il regista ha voluto dire.

Un notevole quanto viscido schiaffo all’Italia da parte di Emmerich che, almeno per quanto mi concerne, solo per questo meriterebbe di essere mandato a fare in culo!

A parte questo triste particolare però il film è tirato dall’inizio alla fine, senza cadute di ritmo. E per due ore e mezza è un risultato notevole.

Il messaggio che Emmerich vuol lanciare è perfettamente sintetizzato in una sola frase, detta verso la fine dallo scienziato genio di turno, che più o meno suona così.

“E’ quando smettiamo di pensare agli altri che rinunciamo alla nostra umanità”

Fame. Saranno famosi… forse

Fame. Saranno Famosi. RemakeRifacimento di Fame di altra epoca, il remake americano ripropone le storie e le avventure degli artisti di domani alla Juliard School di New York.

Abbastanza ben recitato, raccoglie giovani talenti nel cast (quasi tutti già visti di qui o di là) che danno però vita a personaggi poco credibili e caricaturali, a tratti macchiettistici.

Al di là delle esibizioni dei singoli (Incredibile  “On my own” cantata da Natori Naughton con una voce a dir poco stellare) e di alcuni momenti nell’aula di teatro, alla fine il film non convince. Sarà forse anche colpa di un doppiaggio in alcuni casi decisamente sottotono ma alla fine il ritmo è disomogeneo, spesso frettoloso nel voler far passare quattro anni di scuola in un’ora e mezza.

Si mostrano le storie più o meno lacrimevoli di alcuni, qualche fregatura e qualche esperienza amorosa. Ma finisce lì.

Presi uno per uno i protagonisti sono bravi nei rispettivi campi artistici ma alla fine è un casino in salsa adolescenziale; poca profondità nei dialoghi, nessuna descrizione della fatica, dei sacrifici che questi ragazzi devono affrontare, poca credibilità nei rapporti umani.

Manca il cuore. Mancano i chilometri dei protagonisti, come si direbbe nel blues. La storia alla fine è irrilevante, non lascia nulla.

E’ costruita a tavolino e si vede.

Tutto per arrivare al classico gran finale, deludente e moscio che più moscio non si può. E terribilmente monco.

Non sprecate tempo con questo film.

Bastardi senza gloria: più che altro… bastardi dentro!

christoph waltz bastardi senza gloriaTarantino ci è andato a nozze, ovviamente. Il Tenente Aldo e i suoi uomini, paracadutati nella Francia occupata, scalpano i nazisti uno per uno. E sono bastardi, molto bastardi.

Ben ricostruito (i particolari sono quasi ossessivi), il film avanza a ritmo teso e veloce, tanto da farti dimenticare la lunghezza.

Splatter al punto giusto, le musichette e gli inserti narrati fuori campo tipici di Quentin sono ridotti all’osso ma di fatto sono una firma indispensabile.

Uno dei pochi film degli ultimi anni in cui si osi far vedere la faccia di Hitler che Tarantino si diverte a mostrare come un cretino pazzoide, insieme a un Goebbels magistralmente caratterizzato da Sylvester Groth.Francesco Franz Amato Bastardi senza gloria: più che altro... bastardi dentro!

Brad Pitt (Aldo Raine) non brilla per abilità interpretativa nonostante il doppiaggio faccia di tutto per salvarlo, al contrario di Cristoph Waltz nei panni del colonnello Hans Landa, investigatore e addetto alla sicurezza del Fuhrer, che mette in piedi un personaggio di tutto rispetto che alla fine risulta essere l’interprete principale.

Un “pulpettone” ben fatto, in equilibrio precario tra macchiette e personaggi realistici che alla fine non ha nulla da invidiare per ritmo e trama ai più famosi Kill Bill.

Per gli amanti del genere quentiniano sicuramente un boccone goloso.

Per tutti gli altri un buon film.

District 9. Da vedere.

Francesco Franz Amato District 9. Da vedere.Ho appena visto District 9 , da poco uscito nelle sale italiane, di Neill Blomkamp, giovane regista sudafricano all’esordio in un lungometraggio. Esperto di effetti visivi, ha diretto fin da giovanissimo diversi video musicali e pubblicitari per i quali ha ricevuto diversi riconoscimenti e che utilizza il genere fantascientifico per parlare della nostra società, portando l’attenzione sul razzismo.

Un film veramente nuovo, con una regia diversa, una via di mezzo tra il documentario, il reportage giornalistico e l’action movie, che forse spiazza dall’inizio ma dopo qualche attimo di difficoltà coinvolge e ti tira dentro.

Un film decisamente a tinte forti che non va per il sottile, con diversi momenti un po’ crudi, quasi splatter che possono mettere in difficoltà lo spettatore debole di stomaco, ma senza degenerare, equilibrato nella conduzione della storia.

Un film che non fa sconti, attraverso una storia per alcuni versi quasi paradossale, ma costruita comunque in maniera equilibrata, che non risparmia pesanti critiche alla nostra società “democratica” e “civile” e al mondo dell’informazione che con essa abbiamo creato.

Un film che tocca sia le corde emotive che mentali, e quando esci dalla sala senti che ti è rimasto qualcosa, una vibrazione, grazie anche alla bella colonna sonora.

Un film che secondo me contiene alcuni colpi di genio, sia dal punto di vista della regia che della narrazione, che lo rendono unico nel suo genere, un vero capolavoro.

Un film da vedere insomma.

Qui potete trovare  una breve intervista al regista con alcuni spezzoni del film.

La gnocca del momento
gngal2022-1
Newsletter:

Cosa aspetti... una pacca sulla spalla? Iscriviti! Metti la tua mail e clicca su submit. Io non faccio spam!

Un post scelto a caso...
Questo l’ho scritto io:
"Kesa - Alla fine della solitudine"

Kesa - alla fine della solitudine E' una storia d'amore, un po' strana, lo ammetto, ma tutti quelli che hanno letto il libro lo hanno trovato bello.

..........

Se volete potete leggere qui i primi due capitoli.

Se per caso volete ordinarlo invece cliccate sull'immagine della copertina.
Blogroll e Webroll
Istruzioni d’uso del blog
Leggi prima di sparare cazzate! Leggi prima, poi spari cazzate
Google Ads
Segui questo blog come vuoi:

Con Google Friends:

Con Facebook Networked Blogs:

Con Wikio:

Wikio - Top dei blog

Insomma... fai come vuoi ma seguilo!

Aggregatori:
Raid To Sahara

Se vuoi rivedere le avventure dei Lupi Grigi clicca sull'immagine.

Tiziana Confalonieri

Clicca sull'immagine per la pagina di Tiziana

Goggle Ads (again...)
Siti Amici