Nada De Nuevo - un racconto di Liam
Scritto da: Liam in Articoli, Divertimento, Racconti --->
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“VICTORIA ESTAS DESNUDA,SIEMPRE”

La frase campeggia su alcuni edifici ad altezza d’uomo, scritta con spray rosso con alcune curiosità nella composizione delle parole: la O è trafitta da una freccia,le A sono a forma di cuore rovesciato, le S hanno il simbolo del dollaro.
Questa grafia mi colpisce e mi incuriosisce; come prima impressione mi sembra un messaggio di rimprovero, poi la presenza di quei simbolismi nelle lettere mi spiazza: trovo in questa dichiarazione una sorta di rifiuto di fronte all’evidenza dei fatti e nel contempo una sorta di appello disperato, qualcosa che assomiglia alla presa di coscienza di un amore tradito, di un’amara sorpresa…
Mentre cammino per le calles di Barcellona, il germe della curiosità per questo strano “murales” mi prende sempre più. Sono arrivato con una borsa di studio ERASMUS nell’ottica degli scambi culturali Italia - Spagna, mi interesso di arte e spettacolo e, come dicev,o sono in città da pochissimo, con la prospettiva di rimanerci almeno sei mesi. La città è straordinaria, viva come poche altre in Europa, forse nel mondo.
La prima impressione è che qui non dorma mai, e che il riposo sia vissuto come una maledizione, una costrizione alla quale ci si debba sottomettere per forza. Barcellona: fantastico esserci!!
Fantastico soprattutto perché qui abita Matilde V. Da Silva Ibanez, una splendida ragazza mora che ha frequentato il DAMS a Bologna fino a pochi mesi fa.
La conobbi circa diciotto mesi fa a una festa di laurea e la sua comparsa in pubblico fece scalpore: arrivò nel locale a festa già iniziata ammutolendo la platesa presente dopo pochi secondi.
Molti l’avevano già vista in giro per la città, sempre molto sportiva vestita a jeans, felpe, t-shirts, con i capelli raccolti sotto cappellini di varia foggia.
Quella sera era uno schianto: capelli corvini sciolti sulle spalle nude, occhi più verdi che mai (quelli erano naturalmente gli stessi di sempre ma in quella occasione avevano un’altra luce), un tubino rosso fuoco a fasciare un corpo perfetto. Era talmente aderente che nella zona pubica, il vestito si increspava a contatto della peluria sottostante.
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Un bel ritorno: Sam, con un estratto da un suo racconto
Scritto da: Sam in Articoli, Racconti --->
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Tu vuoi che io sia per te un’amica… la libertà, mi dici, è non essere legati…
Mio caro io ti rispondo… legami le mani dietro la schiena, strette, bendami gli occhi, mi inginocchi davanti a te nuda…
nei miei desideri non ci sei che tu, solo da te voglio bere, solo la tua carne mi sfama… che tu ci sia o no, rimango ad aspettarti.
Sola nel respiro che diventa fuoco, in questo, io vivo la mia espressione. Libera.
Non proprio un’amica… che dici?
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Piccolo giallo notturno: su un taxi di notte.
Scritto da: Liam in Articoli, Racconti --->
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“Era una notte buia e tempestosa…”: quanti libri cominciano in questo modo! Magari lo fosse, invece è luglio, un luglio assolatissimo e caldissimo anche di notte, quindi anche stasera dovremo adattarci ad un’altra sfacchinata per arrivare a mattina e soffrire di più.
Sono in giro per la città in cerca di refrigerio e di clienti ( ehi-ehi… non equivocate, sono un tassista e quindi sono al lavoro! Chiaro?? Scusate la puntualizzazione ma ci tengo alla mia integrità MORALE).
Sono in servizio assistito dalla mia fedele BRIGITTE e ci trasciniamo per la città senza meta con poca voglia e spirito di sacrificio. Stasera ho deciso di assecondare la mia fedele compagna e le lascio campo libero.
Il traffico è scarso in periferia, tutto sembra andare a scartamento ridotto; qualche passante che accompagna il proprio cane nella passeggiata igienica serale mi ricorda che dietro quei muri ancora bollenti riscaldati dal sole esiste un esercito di sventolatici di ventagli e di asciugamani e fazzoletti arrotolati a colli sudati e aimè “cervicalizzati”.
In città non si lavora come all’estero, cioè non si carica al volo, si usa il radiotaxi e quindi di solito si sta fermi e si aspetta.
Stasera però la sosta è sofferenza fisica, allora per dare un po’ di vantaggio alla mia Brigitte ci muoviamo in completo relax. Non vi risulta che si lavori in due sul taxi? Verissimo, non due umani ma due entità sicuramente. Va bene vi presento Brigitte, una delle ultime nate della prestigiosa casata francese Peugeot, uno splendido esemplare SW dalle curve mozzafiato. (misure? Ovviamente 307!!) inguainata in un abitino bianco candido - bella forza!!- che fa risaltare la sua linea d’oltralpe.
Siamo una bella coppia, lei mi parla con quell’incantevole accento parigino ed io le rispondo cercando di insegnarle i nostri gradevoli modi di dire a volte un po’ “grassi”. Forse penserete che stia esagerando ma chi non vive in simbiosi con la propria auto non capisce il rapporto che si crea.
Ho capito che non sono molto credibile perciò soprassediamo, ne riparleremo in un’altra occasione….oplà la Centrale chiama, è arrivata una “corsa” e data la mia completa disponibilità la accetto: Via Larga ventisette interno, con attesa. Sono in breve tempo sul posto e non devo nemmeno attendere, dal buio compare un giovane extracomunitario, ben vestito, che con dizione corretta mi chiede se gentilmente lo posso accompagnare a Medicina. Il primo pensiero è positivo: è una bella -”gita” anche se di solito con soggetti simili qualche leggera preoccupazione ti viene. Comunque si va. Su Via Larga all’incrocio del supermercato c’è un semaforo, rosso, quindi stop come da regolamento. Dal nulla spunta l’Alfa dei Carabinieri che mi affianca, il capo macchina con tono gentile mi invita ad accostare mentre il suo collega scende e si avvicina al mio cliente chiedendogli di scendere a sua volta; il mio ospite sembra non capire, eppure con me si era espresso in un ottimo italiano, da’ l’impressione di prendere tempo, sembra voglia sfruttare il buio nel quale siamo immersi. Sento qualcosa di strano: è un rumore che fatico a riconoscere, sembra lo stropiccio della cartine delle caramelle quando vengono manipolate!?
Nel frattempo il carabiniere non ha cessato di interloquire con il nostro protagonista e vista la reticenza dello stesso è passato all’azione aprendo lo sportello ed estraendolo di forza.
Con la luce di cortesia accesa realizzo tutto: lo stropiccio è dovuto alle “cartine” delle dosi che cercava di far sparire seminando la polvere sui tappetini ed ovunque. Vistosi scoperto il “nostro” pusher tenta di divincolarsi ed in un attimo si ritrova ammanettato.
Il capo pattuglia si attrezza con guanti di lattice, palettina, spazzolino e raccoglie il corpo del reato: io in tutto questo bailamme rimango stupito ed il carabiniere mi tranquillizza dichiarando che lo aspettavano perché era stato segnalato in zona.
Prima di lasciarmi libero si sincera del mio avere e dalle tasche del nostro amico estrae il dovuto.
Ok, doveva succedere anche questa, per fortuna che era un bel tipo, ben vestito ecc. se era uno di quelli stile fedayn cosa poteva succedere? Buonanotte, alla prossima!!
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Posteggio Re Enzo al mattino è una base sicura di partenza: è considerato l’ombelico della città in quanto la nostra splendida Bologna lo è del mondo (o no? Avii quel in contrari?).
Da qui si parte per tutte le direzioni e con i più disparati soggetti; ci sono anche i clienti fissi che tutti i giorni più o meno alla stessa ora chiamano, vado a memoria: c’è il Prof che va a scuola, il chirurgo che va al Bellaria, il dirigente che passa in azienda e poi due volte a settimana all’aeroporto e così tanti altri. Poi c’è …..e non ci voglio nemmeno pensare…….Strada Maggiore destinazione S.Lazzaro di Savena !!
Stamattina c’è un po’ di stanca, sembra che tutto vada a rilento, oggi si festeggia “la sagra del bradipo” ed un po’ alla volta ci si adegua a questa atmosfera soporifera.
Non tutti i colleghi in questo posteggio si prenotano confidando nel cliente che arriva a piedi, quindi non essere il primo della fila non assicura che non arriverà la “corsa”.
Io come altri sono fuori dall’auto a godermi l’ombra della Piazza, è già un bel po’ che non succede nulla e cominciamo tutti a pensare che sarebbe ora che qualcuno chiamasse. All’improvviso il cicalino del “tamagogi” richiama la mia attenzione e poiché il tempo per rispondere è di pochi secondi allungo la mano e schiaccio senza nemmeno guardare.
Risalgo in auto e mentre un collega fa manovra per farmi spazio leggo l’indirizzo: nooo!!!! Strada Maggiore 23 !!! non ci posso credere, me la sono cercata, cosi’ imparo a prenotarmi!!
Secondo voi sto esagerando? Vedremo! L’indirizzo è vicino al negozio di Scaramagli in un punto critico per la viabilità, vuoi per gli autobus che passano numerosi, le soste per lo scarico merci ed anche per qualche artista che pretende di fermarsi solo per 1 secondo, magari in seconda fila.
La cliente che devo caricare, (non sono ancora certo che sia lei ma ci sono altissime probabilità) ha l’abitudine di chiamare il taxi e dopo aver avuto la conferma finisce di sistemarsi per uscire.
Con questo dubbio attendo qualche secondo in più prima di mettermi in azione, cerco di prendere il ROSSO delle Due Torri, il tratto di strada è comunque breve ed arrivo sul posto dove non c’è nessuno come volevasi dimostrare. Cerco la posizione più defilata possibile per non creare intralcio sperando di poter partire al più presto. I mezzi passano abbastanza agevolmente, quasi tutti si rendono conto del mio disagio, solamente qualche imbecille suona senza averne motivo. Il tempo passa e non si vede nessuno ed al semaforo dietro compare minacciosa la sagoma della “balena arancione” il 13 doppio che notoriamente non ce la fa a passare; debbo spostarmi per forza e decido di fare il giro attorno all’isolato delle Due Torri per ripresentarmi davanti al portone incriminato.
Dalla chiamata sono già passati più di 5 minuti su una distanza di massimo
Mi ripresento al portone che miracolosamente si apre e fa apparire chi temevo: una non più giovane signora che insiste ad agghindarsi come ai bei tempi (suoi), sembra uno scricciolo impaurito con i capelli cotonati rosso menopausa, vestitino di seta trasparente, sandalini chanel portati con sofferenza a causa dell’artrite deformante agli arti inferiori.
Leggiadra sale in auto e dopo uno squillante buongiorno prosegue stupita:”Già qui, bravo, pensi che per non aspettare in strada ho deciso di rimanere nell’androne, c’è sempre qualcuno che passando fa lo spiritoso con apprezzamenti espliciti!!
Sto per avere una crisi (non so ancora se di pianto oppure di riso), rispondo con un energico buongiorno e con un MENTALE ma molto più incisivo “va ben a cagher”
Alla prossima.
LIAM
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Un sacerdote incontrò un giorno un Maestro Zen e, volendo metterlo in imbarazzo, gli domandò:
“Senza parole e senza silenzio,
sai dirmi che cos’è la realtà?”
Il Maestro gli diede un pugno in faccia
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«GGHUARRR!!!» rantolò l’uomo portandosi entrambe le mani all’inguine prima di lasciarsi cadere a terra, rannicchiato nel vano tentativo di contenere il dolore.
L’altro, in piedi, lo guardò per qualche istante, con le mani affondate nelle tasche dei pantaloni e la testa un po’ piegata di fianco, come quando ci si imbatte in qualcosa di insolito e curioso.
Poi si abbassò, lo afferrò saldamente per le caviglie, e cominciò a trascinarlo lungo il breve vialetto che portava al cancello esterno, e quindi alla strada.
E a quel punto – chissà perché – alla signora Ines venne da ridere!
Non una di quelle sane risate che nascono dalla pancia, come quando assisteva a certe esibizioni della Corrida, il sabato sera. No: piuttosto un riso maligno, senza allegria, che sembrava generarsi fra il petto e la gola per uscire a scatti dalle labbra serrate con piccoli colpi come di tosse stizzosa.
Un po’ si vergognava, e avrebbe voluto smettere, ma quella malsana ilarità sembrava incontenibile. Anzi, addirittura sembrava aumentare di secondo in secondo, tanto che a un certo punto, scossa da un singhiozzo, sbatté la fronte contro la tapparella mezza abbassata, producendo uno schiocco che, nel silenzio del primo mattino, risuonò come una fucilata.
Così il suo vicino, il signor Mauro, alzò lo sguardo dalla sagoma rantolante che stava trascinando e la vide, con i suoi capelli ormai quasi del tutto bianchi e lo scialletto da casa giallo paglierino che spiccavano nella penombra della stanza da letto.
«Buongiorno, signora!» la salutò affabilmente «L’ho forse disturbata?»
«No…no» si schermì lei, improvvisamente tornata padrona di sé «È che a quest’ora sono sempre in piedi. Sa… risveglio precoce… è colpa dell’età…»
«Non dica così,» ribattè galantemente il signor Mauro «che è ancora una ragazzina!»
E la Ines, involontariamente, si aggiustò i capelli.
In quella, il sacco umano a terra emise un gemito più forte, quasi articolato in una richiesta di aiuto.
«Ooops…» si scusò il signor Mauro, stringendosi nelle spalle e allargando le braccia all’indirizzo della sua vicina.
Si chinò, afferrò una manciata di terra e ghiaia dal vialetto e la cacciò a forza nella bocca del disgraziato, che cominciò a tossire disperatamente.
E fu in quel momento, esattamente in quel momento, che alla signora Ines accadde qualcosa che avrebbe cambiato per sempre il corso della sua (fino ad allora) monotona esistenza.
«… tumore al cervello…» balbettò la sua mente come prima reazione, cercando disperatamente ricordi recenti dall’Enciclopedia Medica a dispense, o dal TG2-medicina33 di Luciano Onder.
Poi anche i pensieri si spensero, e poteva solo guardare.
C’era qualcosa, fra i suoi occhi e il mondo esterno. O forse era dietro agli occhi, fra questi e la sua mente.
Uno schermo colorato, una tavolozza di colori in sovrimpressione alla scena che stava guardando, con chiazze cangianti che mutavano forma, dimensione, posizione e sfumatura cromatica, come “cose” al microscopio elettronico in un servizio di Piero Angela.
Ebbe paura, e una chiazza rosso-bruna sulla sinistra dello schermo aumentò in larghezza e intensità.
Ne fu incuriosita, e subito un’area giallo brillante prese a pulsare vivacemente.
Questo la divertì, e un delicato, liquido velo rosa prese a fluire fra le altre chiazze di colore, mescolandosi ad alcune ed evitandone altre, come per sfuggirle.
La signora Ines si appoggiò alla parete con le gambe divenute molli, sbatté gli occhi più volte, li sfregò con le mani, scosse il capo, poi tornò a guardare fuori dalla finestra.
Il suo vicino, che nel frattempo era riuscito a trascinare il corpo sulla strada e stava rientrando, la salutò con un gesto della mano e un sorriso d’intesa.
Lei ricambiò, e per un istante la tavolozza scomparve. O meglio: c’era ancora ma… non c’era! Era come se, nel rivolgere la sua attenzione ad altro, l’avesse esclusa. Come se ci fosse passata attraverso con lo sguardo.
Le vennero in mente i segni sul parabrezza della sua Twingo (ultimo rantolo – ormai quasi ventennale – di una gioventù mai consumata). Guidando, poteva vederli o non vederli a suo piacimento, solo cambiando la messa a fuoco dello sguardo.
Provò a fare la stessa cosa con lo schermo colorato, e si accorse che era ancora più facile che con i segni sul parabrezza.
Uno scatto della mente, e c’era. Un altro scatto, e non c’era più.
Ma la scoperta più sorprendente fu un’altra, e coincise con lo squillo della sveglia, che teneva puntata alle sette, nonostante la certezza di un risveglio precoce, per ricordare a se stessa che era ora di prepararsi per andare al lavoro.
Dunque la sveglia squillò, e la Ines, come ogni mattina, venne presa dalla fretta e dall’ansia, pur sapendo che, come ogni mattina, sarebbe arrivata in ufficio con un buon dieci minuti di anticipo su tutti gli altri.
La fretta diede vita a una grossa massa verde scuro, che prese ad agitarsi e a pulsare furiosamente.
L’ansia, invece, era violacea, e tendeva ad allargarsi con propaggini prima sottili e poi sempre più consistenti, in sincronia con lo sgradevole corteo dei sintomi psicofisici dello stress.
“Ci vorrebbe del bianco!”: non fu un pensiero coerente, ma piuttosto una reazione istintiva, come quella si sfregare la pelle quando ci si scotta, cucinando.
Però funzionò.
Il viola cupo divenne a poco a poco un delicato ciclamino, riducendosi alle dimensioni di un bottone da cappotto, e intanto lo stomaco smetteva di bruciare, il ventre si rilassava, il cuore e il respiro tornavano a un ritmo calmo e regolare.
Provò a schiarire e a ridimensionare anche il verde scuro della fretta, e subito si accorse che i movimenti rallentavano e che, tutto sommato, non le importava più un granché di arrivare in orario.
La scoperta di poter influire sulle proprie emozioni la entusiasmò (l’entusiasmo era una chiazza rosso-arancio, che tendeva ad allargarsi di scatto, come un palloncino che esplode), e perse una mezz’ora buona sulla sua consueta tabella di marcia per fare esperimenti.
Evocò sentimenti di tutti i tipi, li osservò nella loro forma visibile, li manipolò, constatandone gli effetti sul corpo e sulla mente, per poi riporli ordinatamente in un ipotetico “magazzino delle emozioni”, come fossero abiti pronti per la nuova stagione.
E finalmente uscì di casa, dopo aver “indossato” un giusto mix di calma, sicurezza e autostima.
Superò il capannello dei vicini che si affollava intorno al corpo a terra – forse vivo o forse no – in probabile attesa dell’ambulanza, salutando quelli che alzarono lo sguardo su di lei.
Qualcuno rispose distrattamente al saluto e qualcuno, come al solito, la ignorò.
In qualunque altro giorno avrebbe tirato dritto, cercando di ricacciare giù l’astio come un rigurgito acido.
Ma non quella mattina. Perché adesso, finalmente, poteva decidere.
Si fermò, tornò sui suoi passi, batté educatamente sulla spalla del signor Campedelli – uno dei più maleducati – e lo invitò ad andare a fare in culo.
Per la verità non era proprio sicura di aver usato l’espressione giusta (di solito in televisione dicono “vaffanculo” tutto attaccato, ma a lei sembrò più congeniale la forma estesa, anche se non capiva bene cosa si potesse “fare”; e poi nel culo di chi?).
In ogni caso, però, la cosa funzionò, e la Ines poté allontanarsi sorridendo, sotto lo sguardo esterrefatto del signor Campedelli e di quanti, intorno a lui, avevano potuto sentirla.
Stava ancora sorridendo quando montò sulla Twingo, evocò la giusta grinta e mise in moto, slittando sull’asfalto umido e facendo schizzare via il gatto che aveva scelto la sua auto come ostello per la notte.
Il tragitto verso l’ufficio, prima in macchina e poi a piedi, non le era mai sembrato così piacevole, vario e stimolante.
Tutta concentrata su se stessa e sul suo nuovo affascinante “superpotere”, non si accorse nemmeno di quello che stava accadendo in città.
Le capitò – è vero – di dover schivare un paio di volte auto di traverso sulla carreggiata, o di imbattersi in qualche suo concittadino dal fare distinto che brandiva spranghe di ferro o attrezzi da giardino (riconobbe il signor Calza, dell’omonima ferramenta, che la salutò agitando la motosega che reggeva con entrambe le mani). Ma forse fu rassicurata dal sorriso che tutti sfoggiavano, o dalla loro aria tranquilla. Oppure era troppo occupata a osservare e a modificare le proprie reazioni emotive, per farsi domande in proposito.
E poi c’era qualcosa – o meglio qualcuno – che occupava una buona fetta dei suoi pensieri.
Sergio Fantin. Quarantanove anni. Celibe. Basso, molle e pingue. Praticamente calvo, sotto ai pochi lunghissimi capelli che obbligava con impiastri ributtanti a percorrere traiettorie improbabili lungo il cuoio capelluto.
Vice-direttore. Stronzo.
Stronzo come può esserlo solo chi non ha altri lenimenti per la propria nullità che l’esercizio di un potere autoritario e inutilmente coercitivo.
Stronzo come se fosse una missione.
Stronzo come se fosse in lizza per il nobel degli stronzi. E come se la Ines fosse la sua palestra privata dove allenarsi.
Da quindici anni.
Al principio aveva provato a parlarci, a lusingarlo, ad adularlo, a impietosirlo. Ma senza alcun risultato. Anzi, sembrava che ci provasse un maggior gusto a umiliarla in modi sempre più raffinati.
Certo – come le dicevano sempre i colleghi – avrebbe dovuto reagire! Non avrebbe dovuto lasciarsi mettere i piedi in testa! Qualcuno, prima di lei, aveva risposto per le rime, e la musica era cambiata. Oh sì, se era cambiata! Cantargliele chiare, ecco la soluzione! Senza peli sulla lingua e a muso duro!
Purtroppo però non era la sua storia. Aveva provato a convincersi. Aveva addirittura provato la scena a casa, davanti allo specchio, ma poi, al momento opportuno, le era mancato il coraggio.
Finché, alla fine, si era rassegnata a subire, a soffrire, a ingoiare, con l’unico magro sollievo dell’imminente pensionamento.
Ma non oggi.
Perché da oggi, finalmente, poteva decidere.
Non andò nemmeno a timbrare l’entrata per dirigersi subito, schiena dritta e passo veloce, verso l’ufficio del vice-direttore Fantin.
Non si impensierì del fatto che i colleghi presenti fossero veramente troppo pochi, né che i pochi presenti fossero tutti affacciati alle finestre, richiamati da ciò che stava accadendo di sotto.
Con disinvolta sicurezza, nel breve tragitto evocò dal suo “armadio delle emozioni” la rabbia più rossa, la incendiò di astio feroce, la irrorò con la benzina di una violenza selvaggia e primordiale, poi congelò il tutto con la fredda precisione di un chirurgo, finché si sentì pronta.
Ferma, davanti a quella porta che troppe volte aveva temuto di dover varcare, la Ines adesso sorrideva.
In un altro luogo, anche Zor-tah-ka sorrise, inchinandosi ai piedi del sommo Askhariel.
«Dunque?» chiese questo, toccandola sul capo col pugno chiuso per accettare la sua sottomissione e invitarla ad alzarsi.
«È iniziata. Gli osservatori riferiscono che gli umani più sensibili sono già pienamente operativi, e stimano che entro ventiquattr’ore l’intera zona campione sarà coinvolta nel Processo.»
«Così sia. Avverti la confraternita dei sacerdoti di aumentare la potenza d’influsso, e di estendere l’area quanto possibile. Per domani all’alba voglio coinvolta tutta la nazione.»
Zor-tah-ka abbassò il capo: «La tua volontà è destino, signore.»
Questa volta toccò ad Askhariel, di sorridere: «Da tremila anni gli esseri umani perseguono il sogno del pieno controllo emotivo. Hanno elaborato teorie e inventato pratiche, costruito religioni e creato interi sistemi di pensiero, nell’illusione di potersi evolvere pervertendo la loro stessa natura.»
Arretrò di qualche passo fino al trono di ossidiana, dove sedette.
«E finalmente» riprese poi «grazie a noi il loro sogno potrà realizzarsi. Non solo avranno accesso alle loro emozioni, ma potranno farne ciò che vorranno, con pieno controllo. Ciascuno secondo la propria natura e…» fece una pausa «ciascuno secondo la propria evoluzione!»
Rise, e Zor-tah-ka si unì a lui.
«Quando credi che sarà completato, il Processo?» chiese.
«Ancora non so dirlo. Con Atlantide ci sono voluti quasi tre mesi, però oggi siamo molto, molto più forti… Ma ora và, e porta alla confraternita dei sacerdoti i miei ordini!»
Zor-tah-ka si inchinò nuovamente e iniziò ad arretrare, prostrata, per lasciare la sala del trono.
Il sommo sacerdote la guardò allontanarsi, in silenzio, compiaciuto di lei.
Poi si alzò dal trono e si diresse alla sala rossa del tempio, per rendere onore ai Signori del Caos.
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Afferrò il coltello.
Lo avvolse con un panno e lo ripose nella borsetta. Non si prese il tempo di gustare quell’oggetto prezioso come in altre occasioni si era concessa, ma si limitò a sfiorare la lama per appurarne l’affilatura.
Questa volta era di fretta… Non voleva perdere l’occasione di incontrare quell’uomo da solo, giù al molo, dove si erano dati appuntamento al tramonto.
Un appuntamento al buio.. non si erano mai visti prima. Ma gli uomini non temono, come le donne, di poter essere oggetto di un sopruso da parte dell’altro sesso.
L’ingenuo si sbagliava… Eccome. Ed era questa la caratteristica del prescelto.
Aveva fatto in modo che non avesse alcun pregiudizio sullo scopo dell’incontro. Le piaceva creare questo genere di aspettative e infatti lo aveva più volte eccitato, con provocazioni di ogni genere, anche per tastare il terreno, per inquadrare il tipo… Nelle loro conversazioni via email aveva giocato al ruolo della seduttrice. Poteva farlo solo perché l’uomo con cui flirtava era distante mentre si toccava e ansimava. Lei non lo avrebbe sopportato.
Brutti ricordi d’infanzia. Liquidava sempre così la faccenda.
Si, certo, era stata tanti anni in terapia… Ma a quello stronzo ficcanaso non aveva mai rivelato nulla. Non avrebbe mai detto a nessuno il suo segreto, ancor meno ad un uomo. Se lo era ripromesso quando ai primi tentativi di confidarsi con i suoi genitori in tutta risposta si era sentita accusare. Con loro chiuse lì la faccenda, anche perchè non ebbero mai il coraggio di chiederle altro. Per quanto riguardava il resto di tutta quella storia se la sarebbe smazzata lei, ovviamente a modo suo.
Ora doveva sbrigarsi, altrimenti avrebbe fatto tardi. Era sempre puntuale ai suoi appuntamenti.
Dopo pochi minuti parcheggiò l’auto sulla strada alta per non lasciar traccia della sua presenza. Scese la scalinata lentamente portando l’attenzione ad ogni passo e al suo corpo sinuoso. Aveva bisogno di concentrazione. Non aveva tempo per quei ridicoli pensieri compassionevoli che le passavano per la mente prima di ogni incontro.
Ascoltò il profumo del mare e si sentì libera…
Lo vide. Era là sul molo. La figura scura in controluce.
Era arrivato prima lui. Non le era mai successo.
Quando ormai era vicina, lui smise di scrutare il sole scendere nell’acqua all’orizzonte e molto lentamente si voltò, ma non le venne incontro. Sembrava calmissimo.
Notò che era un uomo affascinante.
A pochi metri rimase di stucco. Gli occhi di quell’uomo erano stupendi, potevano… potevano addirittura penetrarla, potevano leggere tutto di lei. Le scappò un sorriso nervoso. Allungò la mano pogendogliela. Lui fece lo stesso. Piacere, piacere. Si voltarono contemporaneamente verso il mare come per un tacito accordo.
D’improvviso sentì una fitta tra le scapole. Di un dolore gelido, liquido, immenso. Si voltò verso di lui mentre cadeva in avanti, trafitta al cuore. I suoi occhi. Lui… lui… l’aveva liberata…
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«…Ma se ti dico che le ho viste! …Davvero! Sono come una galassia, un coacervo di amebe pulsanti che si contorcono e si inglobano di continuo tra loro. Di tutti i colori (un po’ spenti devo dire…) e nel loro confondersi, amalgamarsi, entrare le une delle altre, formano come una tavolozza sporca, tendente al grigio-bruno… Qualche sprazzo luminoso, come lampi, ma niente di più… È una scoperta sensazionale, Giorgio! Si potrebbero isolare, studiare, capirne la sostanza, trovare il modo di controllarle… eliminare quelle fastidiose, pericolose, e valorizzare quelle piacevoli…! Ma dài! Tu che sei uno scienziato dovresti capire l’importanza della scoperta!
«Dài, Giorgio! Ma cosa c’entra che sono le cinque del mattino? Certo: le ho viste poco fa! Non potevo aspettare! Anzi, ho pensato subito a te, perché voglio che sia tu a presentarle al mondo scientifico… Potrebbe valerti un premio Nobel… Ti rendi conto? Ma no… Aspetta! Giorgio…».
Il suo amico aveva staccato bruscamente la comunicazione, smoccolando. Non ne era sicuro, ma gli era sembrato di aver sentito la parola “rompicoglioni” in sottofondo. O forse se lo era solo immaginato.
Sta di fatto che Giorgio non aveva capito. Forse era solo stanco. O aveva dormito male… Chissà… Gliene avrebbe parlato ancora, più tardi, e certamente sarebbe stato capace di risvegliare l’entusiasmo dell’amico.
Come non essere entusiasti, d’altronde? Quella notte, in un momento sospeso nel dormiveglia (e al ricordo un brivido gli percorse la schiena) egli aveva “visto” …le emozioni!
Non aveva “provato” un’emozione. No! Quello sarebbe stato normale… Invece, nessuna gioia, né sgomento, o sorpresa, stupore, smarrimento, meraviglia, curiosità, malizia, turbamento, sconcerto… Solo una visione lucida “dall’esterno”. Così come si guarda un cielo stellato, o un proliferare di microorganismi al microscopio. Aveva VISTO le emozioni!
Aveva visto come si generano, quasi dal nulla, come una nebbiolina che prende sostanza. Una nube colorata che si forma in meandri e circonvoluzioni ruotanti nello spazio; e poi va unirsi alle altre, già coese tra loro, e sempre ruotanti, in evoluzione, in un ammasso magmatico che muta forma di continuo, inghiottendo parti di sé in sé e facendone crescere altre. Senza mai interrompere il fenomeno. Una sorta di vita nella vita, in una qualche dimensione dell’esistenza che egli ancora faticava a definire.
Cazzo! – sorrise tra sé – che figata strepitosa… Mentre si faceva un caffè pensò alle possibili applicazioni. Ora, sapendo che esistono in forma visibile, si sarebbe potuto pensare a un apparecchio in grado di individuarle, e poi studiarle come su un tavolo anatomico. Sezionarle, separarle, distinguerle per forma e colore, suddividerle in generi e categorie. E poi intervenire chirurgicamente su di loro. Eliminare quelle perniciose, pericolose socialmente, e “coltivare” quelle positive, trasformando così un mondo di odio e paura in un paradiso di comprensione e amore.
Bevve il caffè in un solo sorso, godendo dell’amaro in bocca. Sarebbe diventato famoso… Ma non gli importava. Davvero! Gli bastava poter avere una parte importante in quella scoperta che avrebbe rivoluzionato il comportamento umano… Che, alla fine, – si disse – è quello che sta alla base della felicità più che i beni materiali.
Stava già pensando a come “riprendere” la sua visione in modo più controllato, riproducendo le condizioni che lo avevano portato alla scoperta, quando il suono penetrante del campanello lo fece sobbalzare. “Ma chiccazz… alle sei del mattino…”, pensò, e andò alla porta.
Era il vicino di casa. Paonazzo in volto e decisamente infuriato, farfugliava qualcosa a proposito della macchina parcheggiata davanti al passo carraio… Sembrava volesse che lui andasse a spostarla, e forse pretendeva anche delle scuse, o almeno che si sentisse in colpa. «Non si fa così! Se tutti lasciassero… Ma che sistemi sono? Non è la prima volta…» sputava, e neppure si capiva bene cosa dicesse, poiché ingoiava le parole prima ancora di pronunciarle, e sembrava soffocare nella sua stessa rabbia.
Fu allora – mentre immaginava la nuvola grigio-scuro della collera del vicino – che la vide. Vide in sé la “sua” emozione formarsi, come reazione a quella di quell’uomo. Una nebbiolina lieve, di un giallo paglierino, prese forma e sostanza, riempiendo a poco a poco quello spazio coscienziale della sua visione notturna. Si sentì felice. Ecco. Poteva tornarci. E guardare. Osservare la genesi, la crescita e l’evoluzione di quell’altro da sé. Di quella vita propria che andava prendendo forma.
Fantastico! Come un buon padre avrebbe potuto prendersi cura di quel suo figliolo, disciplinarlo, controllarlo, aiutarlo a formarsi secondo principi buoni e giusti. Per un mondo migliore, per una più civile convivenza tra tutti gli esseri viventi.
Si sentì commosso. Andò incontro al vicino sempre più infuriato con un largo sorriso, fino ad arrivargli di fronte. Dentrò di sé vedeva la nuvoletta (ora di un giallo ocra più acceso) pulsante di lampi di luce. Guardò l’uomo furibondo. Si concentrò.
Senza altre emozioni gli tirò un calcio preciso nei coglioni. Spappolandoglieli.
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…le peonie bianche si sono aperte nel vaso, insieme alle calle…hanno un profumo delizioso
…è raro profumino così, le peonie
…le notti passate sono rientrata sempre tardi
…così che nel pomeriggio, ieri , tra il profumo delle peonie e la pioggia che scendeva leggera mi sono addormentata
…la tua figura era completamente in ombra ed io ti ero così vicina da sentire il respiro …calmo…
…con una mano mi tenevi il polso e con l’altra ti slacciavi
…non ho esitato
…la mia mano tra le tue gambe si è riempita
…e tutto ha preso forma
…appogiando le mie labbra alle tue ti ho respirato…
…un respiro due respiri
…il calore del mio corpo riposato mi riporta al bianco dei fiori
…mi accorgo, ha smesso di piovere .
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…era da tempo che nella mente di Richard
strane geometrie si evidenziavano al minimo ascolto di un brano musicale….
spirali che ricordavano il dna,
geometrie complesse , numeri, colori ,
la sua immaginazione era super attiva,
quasi una dimensione interiore immaginativa dove rifugiarsi…
le sue giornate si riempivano di musica,
pittura scultura, disegno, creatività a tutti i livelli, in quel periodo studiava composizione
e frequentava danzoterapia…
il computer si chiamava ancora commodor 64 se non sbaglio…
ormai aveva anche nella notte una intensa attività….
tutte le volte che si coricava
ripeteva nella sua mente tutti i brani che di giorno aveva studiato per ore sullo strumento….
la sua mente era iper attiva…
e più di una volta si fermava su note dominanti lunghe,
quasi mantra interiori che lo facevano entrare nella dimensione notturna….
con una qualità particolare…
Una nota ed un colore…
si fecero spazio nella mia mente…
da tempo mi coricavo la sera immergendomi in quel suono ed in quella cromia…
e mi ritrovai in una strada…
ai margini molti esseri che avrebbero voluto ma non potevano accedervi…
sospesa nel nulla si allontanava nel vuoto della notte……
ero sospinto da un energia…
insieme la percorravamo e mentre la attraversavo
osservavo gli esseri che a loro volta mi osservavano
quasi tenuti fuori da una barriera invisibile
e li mi resi conto che mi stavo allontanando dal pianeta…
…portava al centro di una possente montagna in una grotta….
in quel momento mi resi conto che ero arrivato all’interno della montagna…
e che dovevo salire… in alto dall’interno….come prendere un ascensore…
ma mi chiesi come potevo se non vedevo bottoni di sorta…
e lì che la mia guida si palesò a me…
dicendomi che dove mi trovavo non avevo bisogno di nulla
perchè ci stavamo muovendo in un certo senso col pensiero…
il viaggio fu breve e mi ritrovai in un altopiano…
nella penombra quasi al buio…
non capivo cosa stesse succedendo
e la mia guida quasi a carpire le mie preoccupazioni si fece intravvedere,
aveva un cappello alto sulla testa giallo e ricurvo simile a quello di alcuni monaci…
mi tranquillizzò parecchio…questa cosa…
fui accompagnato al centro di un immensa piazza circolare…
una sorta di grande disco luminoso sotto i miei piedi….
tutt’intorno altri dischi luminosi che scorgevo nella penombra….come sospesi nel vuoto…
ma scorgevo anche le strutture che li sorreggevano,
erano immense statue, sculture gigantesche e possenti che forse ricordavano l’antica grecia…
erano bellissime e stupefacenti,
mi guardai intorno ed in basso, ne scorsi parecchie altre…
erano in piedi in una posizione a braccia semi alzate…con i palmi delle mani rivolti verso l’alto…
…sorreggevano questi dischi luminosi appoggiati di piatto…
rimasi al centro su un disco parecchio tempo…
sentivo che mi rigeneravo,
mi ricaricavo,
mi ripulivo…e non solo…
il tempo che rimasi fu indefinito…
il piacere che provavo…anche… [………]
ed al mattino quando mi svegliai….
qualcosa era cambiato….
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Leggi le puntate precedenti: il mestiere - 1
Potevo chiaramente percepire, oltre che vedere quello che stava passando nella mente di Bri , e quasi provai un attimo di pena per lei; ma non c’era più tempo: il punto rosso del laser le si piazzò in mezzo agli occhi esattamente nel momento in cui l’afferrai per il coppino e la tirai verso di me per toglierla dalla linea di mira. Vidi i suoi occhi spalancarsi, mentre mi gettavo a terra con lei sotto; fu per questo che non vide il finestrino dell’auto esplodere. In compenso dovette udire perfettamente il boato del 308, perchè la sentii irrigidirsi e subito lanciare un breve urlo acuto. Rotolando mi portai al coperto dell’Audi, inseguito da un altro colpo che alzò un geiser di cemento dal pavimento. Misi Bri a ridosso della portiera.
“Non muoverti!” dissi semplicemente. Lei fece cenno di si con la testa. Era pallida come uno straccio, ma sembrava mantenere una parvenza di controllo. L’ho sempre detto che darla via a nastro aiuta a non avere problemi emotivi.
La scavalcai, ignorando la sua espressione mentre da sotto il completo di Armani estraevo la mia arma, una monumentale Grizzly 44 e mi diressi verso il posteriore della TT. Un altro boato. Vidi il tettuccio rigido dell’auto incurvarsi come sotto il colpo di un maglio, e l’interno esplodere in un bailamme di lamiera, scintille e imbottitura dei sedili. Non era un 308 quello che tirava. Rinfoderai la pistola, afferrai Bri per un polso e la scaraventai verso il fondo del garage, facendola scivolare sul cemento liscio fino dietro a una colonna portante, e tuffandomi subito dopo al seguito. Raggiunsi copertura appena in tempo, mentre un altro colpo staccava di netto un’intera sezione di cemento dal fianco della colonna. Bestemmiai.
“Ma cosa… chi…” farfugliò Bri da in mezzo alle mie gambe.
“Il chi te lo dico dopo, dolcezza. Il cosa è un calibro 50 BMG. ”
Vidi la confusione negli occhi della ragazza, insieme ad una sana dose di terrore. Incassai la testa tra le spalle, proteggendomi gli occhi dallo spruzzo di cemento provocato dall’ennesimo colpo del cecchino. Con quello che usava poteva essere a qualunque distanza, da cinquanta metri a un chilometro. Impossibile pensare di contrastarlo. Abbassai nuovamente lo sguardo su Bri.
“Ci stanno sparando con qualcosa di appena più piccolo di un cannone antiaereo. ”
Mi meravigliai di vedere la comprensione in quegli splendidi occhioni verdi ma non il panico. Bri si limitò ad annuire, poi disse semplicemente:
“Cosa facciamo allora?”
La voce non le aveva nemmeno tremato. Quella ragazza era davvero straordinaria.
“Ci leviamo di qui il prima possibile.”
Cercai di ostentare sicurezza, ma la realtà non era così rosea come cercavo di far sembrare. Non riuscivo ad individuare il punto di tiro del cecchino, e quello ci poteva tenere inchiodati lì per secoli. In lontananza iniziai a sentire le sirene della polizia. La cosa non mi fece sentire meglio. Se dietro il grilletto c’era chi pensavo io, le forze dell’ordine non gli facevano un baffo. Mi guardai attorno, cercando di trovare una soluzione allo stallo.
Eravamo praticamente inchiodati con le spalle al muro di fondo. L’uscita più vicina era a meno di cinque metri, ma per quello che mi riguardava avrebbe anche potuto essere dall’altra parte della città. Senza una qualche copertura rischiavamo solo di farci bucare da parte a parte. Poi lo sguardo mi cadde su due estintori messi uno a fianco all’altro su due lati della colonna accanto; un’idea molto malsana mi prese forma nella mente. Mi accucciai e dissi:
“Afferra la mia cintura, e guai a te se la lasci andare. Preparati perchè ci sarà da correre.”
Ancora una volta lei mi stupì, non dicendo una parola e afferrando la cintura da sotto la giacca. Doveva davvero avere dei nervi d’acciaio.
Sfoderai la pistola e sparai un singolo colpo. La palla da 45 winchester magnum bucò entrambi gli estintori come se non fossero nemmeno stati lì. I due contenitori sotto pressione esplosero come una bomba, proiettando ovunque l’ammonio di cui erano pieni, e l’aria calda si saturò immediatamente di vapore acqueo, trasformando il parcheggio in una specie di bagno turco.
“ORA!” esclamai scattando da dietro la colonna, e trascinandomi dietro Bri nello slancio.
Mentre mi dirigevo nella direzione approssimativa della scala di sicurezza vidi il pennello del laser sciabolare nella nebbia artificiale alla disperata ricerca di un bersaglio. Dalla direzione capii che il tiratore doveva essere appostato da qualche parte all’esterno del palazzo, dall’altra parte della strada, ma un colpo tirato a casaccio che si piantò a meno di un metro alla mia destra mi fece desistere dalle mie elucubrazioni. Un attimo dopo mi gettavo a tuffo contro il maniglione antipanico dell’uscita, finendo a terra e chiudendo con un calcio.
Aiutai Bri ad alzarsi.
“Presto seguimi, non siamo ancora fuori dai guai”
Mi lanciai giù dalle scale di sicurezza, la Grizzly in una destra, il bavero del giubbotto di Bri (con dentro Bri naturalmente) nella sinistra. Avevo la sensazione che tutto quel picchiare di calibro 50 non fosse il nostro unico problema.
Non avevamo fatto dieci gradini che due secchi colpi scavarono altrettanti crateri nella parete, ad un palmo dalla mia testa. Risposi a casaccio, sporgendo il braccio appena oltre il corrimano, mentre schiacciavo la ragazza contro la parete. I colpi di 44 presero a miagolare come gatti in amore, rimbalzando sulle pareti e sui gradini, e fui felice di sentire anche un grido di dolore. Sulla rampa scese il silenzio, ma non mi feci fregare. Presi l’accendino dalla taca e lo lanciai pochi gradini più in basso. Immediatamente furono esplosi altri colpi in rapida successione. Mi alzai di scatto, individuai il tiratore, una rampa più sotto e gli vuotai addosso il caricatore. L’urto del piombo ad alta velocità lo inchiodò praticamente a terra, scaraventadolo poi giù per le scale. Eseguii un rapido ricaricamento tattico, riafferrai Bri, che teneva le mani sulle orecchie e dissi:
“Andiamo, corri!”
Percorsi il resto della rampa, saltando praticamente i gradini. Bri mi seguì dappresso, con solo un attimo di esitazione al momento di scavalcare il cadavere dell’uomo che avevo appena abbattuto. Appena arrivati al primo piano mi arrestai di colpo. Non aveva senso cercare di uscire dalla porta principale. Ce ne dovevano essere degli altri ad aspettarci. Non ci pensai su due volte; sparai un colpo verso la porta di sicurezza, infilai un braccio nel buco grosso come un pallone da calcio e sganciai la maniglia di sicurezza, spalancando il battente. Feci un brevissimo capolino per controllare, ma lì sotto la situazione era normale; eravamo dalla parte opposta rispetto al lato in cui si trovava il cecchino, ed evidentemente se c’era qualcuno ad aspettarci era vicino all’uscita.
Richiamai alla mente la planimetria del parcheggio. Avevo di fronte il lato ovest, e se non ricordavo male proprio da quella parte doveva esserci il basso tetto di un capannore.
“Vieni” dissi, e corsi verso i finestroni, oscurati dallo smog depositatosi in anni di mancata manutenzione. La maniglia era bloccata dalla ruggine, ma due colpi dati col calcio della Grizzly la sbloccarono. Tirai immediatamente un sospiro di sollievo quando vidi che non c’era più di un metro di salto da fare.
“Sbrigati! Sali e salta sul tetto!” dissi mezzo tirando e mezzo spingendo Bri
“Ma mi ammazzo, tu sei tutto scemo!” Mi stavo giusto chiedendo quando avrebbe iniziato a perdere colpi.
“Non abbiamo molto tempo! Preferisci fare la fine dell’emmenthal?”
“Ma, io…” iniziò lei. Un classico; la voleva discutere. Non persi altro tempo. Le puntai la Grizzly in faccia, con l’espressione più gelida che mi riuscì di mettere in piedi.
“O salti o ti stendo qui e ora!” Parlai a voce bassissima, ma fu come se avessi urlato. La sua espressione si sciolse, come se sulla faccia avesse avuto una maschera di cera. Potevo capirlo. Il buco della mia pistola spianato in faccia faceva spesso quell’effetto. Guardandomi di sbieco, e con un discreto tremore, cercò di salire sul bordo del finestrone, ma era molto in alto per lei.
“Non ce la faccio!” Piagnucolò. Non mi feci intimidire. Feci solo un gesto con la Grizzly:
“Vuoi che ti aiuti con questa?” ringhiai. Ottenni l’effetto sperato. Digrignando i denti e bofonchiando un “Bastardo!” a mezze labbra, salì sul davanzale con qualche goffaggine.
“Forza, salta!” dovetti spronarla nuovamente. Allora lei saltò, atterrando malamente sul tetto appena sotto. Temetti che si fosse slogata una caviglia, ma quando si rimise in piedi tirai un sospiro di sollievo, e saltai a mia volta.
“Adesso corri se ci tieni alla vita e alla libertà!” La afferrai per una mano e partii in corsa. Lei diede un tale strappo al braccio che quasi mi buttò a terra.
“No!” gridò “C’è la polizia la sotto.” urlò correndo verso il limite del tetto. Mi tuffai a pesce, e riuscii a placcarla. Lei iniziò a strillare e a martellarmi di pugni. Il che considerato l’allenamento che aveva non fu molto piacevole. Ci misi forse cinque secondi ad immobilizzarla.
“Ma qual polizia! Non ti rendi conto che li hanno fatti fuori come volevano fare con noi?”
Lei si agitò ancora, ma le tenevo le braccia inchiodate a terra, ai lati della testa.
“Non ti accorgi che non si sentono più le sirene? Sono andati! Kaputt! Fottuti!”
A quel punto Bri sembrò calmarsi. Si era resa conto che dicevo la verità. Il passo successivo era scontato: le lacrime iniziarono a farsi strada dalle sue palpebre. Ma era un lusso che nessuno dei due poteva permettersi. La rimisi in piedi d’autorità.
“Devi fidarti di me se vuoi rimanere in vita!” le dissi con tono un filo più dolce, liberandole i polsi. Lei esitò un attimo, poi annuì.
“Forza, corri!” Nuovamente la presi per mano e mi misi a correre lungo il tetto, stando il più lontano possibile dal bordo.
Dopo venti metri c’era un lucernario. Lo forzai con facilità; come speravo c’era una scala di scurezza. Scendemmo entrambi nella penombra dell’interno, rischiarata appena dalle luci dell’illuminazione stradale. Seguii ciecamente il mio senso d’orientamento, aggirando mucchi di casse e altre cose indistinguibili, e la guidai fino alla parete nord, seguendola fino a che non incontrammo una porta. Ci misi dieci secondi a forzarne la serratura, poi l’aprii di un paio di centimetri; la strada sembrava sgombra.
“Via libera!” dissi. Uscimmo entrambi in una minuscola via laterale. Alla nostra destra si udirono altre sirene in avvicinamento.
“Questi sono vigili del fuoco!” disse Bri, che nel frattempo aveva ripreso il suo pieno controllo.
“Dobbiamo sparire da qui. Vieni!” Mi diressi verso il lato opposto, la ragazza sempre alle mie spalle che mi tallonava. A quanto pareva aveva deciso di fidarsi.
- CONTINUA -
p.s. Strega, a te la palla… voglio vedere come te la cavi!
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Era una dolcissima sera di Giugno. La ricordo come fosse ora. Palermo in quella stagione diventa quasi una poesia. L’aria si riempie del profumo dei glicini, e quando il traffico si placa, di solito all’ora dei pasti, diventa così forte da farti quasi sentire ubriaca.
Parcheggiai alla solita rimessa di Via Vittorio Emanuele, due passi fuori dal parcheggio e mi ritrovai in palestra.
“Ciao Jenny” Mi salutò Cinzia, il sorriso ormai fotocopiato che faceva capolino da sopra quelle enormi tette al silicone che si era fatta mettere.
“Ciao Cinz” le risposi. Guai a chiamarla col nome per intero. Si incavolava come una capra.
Colpa del suo ex, andava dicendo, che la chiamava così tutte le volte che le voleva mettere le mani addosso.
Era per quello forse che ero diventata amica sua. Nonostante le tette giunoniche e i bicipiti da peso massimo, tutto merito degli ormoni di cui faceva il pieno praticamente tutte le domeniche, sotto sotto non era altro che una poveraccia, che da poco aveva iniziato a recuperare la sua dignità, dopo tre ricoveri e altrettante denunce nei confronti del suo uomo, ormai ex, appunto.
Ex in tutti i sensi; dopo l’ultima aggressione lei gli aveva pestato una mazza da baseball nelle palle. Ai medici del pronto soccorso non era rimasto altro da fare che recuperare i cocci, tagliare gli avanzi e ricucire.
Passai nella reception, mentre Cinzia faceva scoppiare fragorosamente un’enorme bolla di chewing-gum. Lo scoppio si sentì appena nel silenzio ovattato della moquette posata di fresco, mentre con la tessera facevo aprire il tondino d’ingresso. Mi cambiai in fretta e mi diressi verso la sala spinning. Il corso sarebbe iniziato di lì a pochi minuti.
Erano già tutti lì, i membri del comitato “campionario bestiale”. C’era Marco, secco come un palo della luce, con i suoi ridicoli occhialini pinz-nez. Come al solito mi squadrò con aria torva da sopra le minuscole lenti, ma non disse una parola.
Carola invece mi corse incontro, abbracciandomi. Ricambiai: mi piaceva Carola. Ci eravamo trovate un paio di volte dallo stesso cliente, e al di là della collaborazione professionale, qualcosa c’era comunque stato. Carola era una bionda minuta ma aggraziatissima. E aveva un corpicino tutto pepe. Ci eravamo intese subito, e anche divertite parecchio, tutto a spese del cliente. Quando mi posò il solito bacio sulle labbra percepii chiaramente il livello ormonale alzarsi in impennata; d’altronde erano tutti “machi” lì dentro: Mauro, Fox, Mario, Beppe, persino Elena, la moglie di Fox non era immune dalla tensione sensuale che sempre io e Carola scatenavamo quando ci trovavamo nella stessa stanza. Lei mi salutò con una strizzata d’occhio appena accennata, e mentre si dirigeva verso la sua bici, notai che mi guardava in modo strano, per poi spostare la mira verso un qualche punto alla mia destra. Ebbi un lieve gesto di assenso, mentre mi dirigevo a mia volta allo strumento di tortura, letale ma fondamentale per tenere alte le mie natiche. Avevo capito che mi voleva indicare qualcuno nuovo, ma decisi di attendere qualche istante per buttare lo sguardo sul bersaglio. Se Carola si scaldava voleva dire che era qualcosa di valido. Feci appena in tempo a sistemare il sellino che la voce del trainer si diramò dagli altoparlanti.
“Bene signori e signore, se volete accomodarvi, per stasera ho preparato un programma speciale. Fa caldo, molto caldo, e ne approfitteremo per fare colare via il grasso dai nostri pori…”
Lo odiavo quando usava quelle espressioni. E ancora di più perchè sapevo che avrebbe mantenuto la parola. La lezione prese subito una brutta piega infatti, senza il solito warmup. Dopo meno di due minuti le casse pompavano tutti e mille i watt dell’impianto, e contemporaneamente il mio cuore tutti e 170 i battiti di cui era capace. Il sudore, la fatica e lo sforzo mi fecero dimenticare il suggerimento di Carola, fino quasi alla fine del turno, quando per sua grazia il trainer Federico decise di introdurre un’ultima fase di defaticamento, e io voltai la testa, quasi per caso.
Credo fu quella la volta che sperimentai la mia prima extrasistole. Appena sudato, un corpo scolpito da chissà quale attività fisica, pedalava tranquillo sulla sua bici una specie di dio greco. I capelli biondi e ricci, lunghi ma non troppo. La carnagione abbronzata di chi passa molto tempo all’aria aperta, ma anche completamente rivestito da capi da allenamento firmati e di gran qualità. Mi prese subito un’insana curiosità per le mani. Erano quelle, più di tutto il resto, le cose che mi davano la misura di un uomo. Insieme agli occhi, e naturalmente alle reni, quella particolare regione lombare che ti può dare l’esatta idea della capacità di spinta di un maschio. Mi sentii osservata, e intuii prima ancora di vederlo, il sorriso beffardo di Carola. Mi alzai dritta sulla sella, e fingendo di sistemarmi i capelli, presi due piccioni con una fava. Alla mia destra notai con la coda dell’occhio che l’adone non si lasciava mancare un lungo sguardo alla mia terza abbondante, mentre alla mia sinistra Carola quasi cadeva dalla bici, notando il mio medio sinistro alzato dritto verso di lei, ma occultato dalla mia testa.
Ridiscesi immediatamente sul manubrio. Le tette erano importanti, ma anche i capelli, che ora mi erano ricaduti sulla spalla facevano la loro parte. Con quello che spendevo di parrucchiere d’altronde non poteva essere diversamente. Erano castano scuro d’inverno, ma con l’arrivo dell’estate si schiarivano naturalmente, e io li aiutavo con dei colpi di sole particolari, che solo Bobo, il gran maestro di Charme & Chic in Piazza Pretoria, distribuiva con la centellinazione di un Somellier di prima classe.
Adone mi gratificò di uno sguardo un poco più lungo del dovuto. E come si aspettava che accadesse, io lo ignorai. Ma non così la mia vista periferica. Notai che aveva un naso aquilino ma aristocratico, una mascella forte e le labbra più carnose che avessi mai visto.
“Piano, Bri” mi dissi, parlandomi in terza persona, un trucco che mi calmava sempre “non hai ancora deciso se questo è il cliente della tua vita o un GiPPilwe, Giocattolo Perfetto Per Il Week End”
La lezione finì in quel momento, e io mi misi immediatamente addosso la giacca della tuta. Adone aveva già visto troppo per quella sera. Sciamammo fuori dalla sala, in crisi di astinenza da liquidi. Alla mia destra Carola che faceva finta di nulla. Alle mie spalle Adone, che quasi mi faceva scottare la nuca.
Poco più tardi, sotto il getto ristoratore, non potei trattenermi:
“Dio Mio! Ma chi è quello… quello…”
“Quel dio in terra intendi forse?” Mi fece eco Carola ridendo nel box accanto “Non ne ho idea. E’ spuntato ieri alla lezione di Kick Boxing”
“Anche quelle fa? E come se la cava?”
“Benissimo, te lo assicuro. Ha fatto un combattimento libero con Massimo, e lo ha messo all’angolo in un minuto”
Rimasi di stucco. Massimo era cintura nera, terzo dan di karate, e si era classificato diverse volte primo agli europei. Non era facile metterlo in difficoltà.
“Sai qualcosa di lui?”
“Solo che si chiama Renato”
Chiusi l’acqua e uscii dalla doccia, avvolgendomi i capelli con l’asciugamano a mo’ di turbante. Carola sbucò contemporaneamente. La vista del suo corpo supertonico mi fece il solito effetto.
“Te l’ho mai detto che sei stupenda?”
Lei abbassò gli occhi. Riusciva ancora ad arrossire.
“Si, e mi piace come lo dici, tutte le volte che lo dici!”
Ci eravamo arrivate di nuovo. Nessuna delle due era lesbo, gli uomini erano sia il nostro hobby che il nostro lavoro. Ma dopo quell’incontro casuale si era creato qualcosa di speciale. Lo volessimo o no, l’attrazione era innegabile, e anche molto forte. C’era troppo pubblico però in quel momento, e con fatica ci distaccammo. E poi c’era Renato, di cui parlare.
“Secondo me fa il bodyguard o qualcosa del genere” disse Carola “E’ troppo allenato”
“Gli hai guardato le mani?” La mia vecchia teoria.
“Si, non sono mani da scrivania, ma nemmeno da contadino. Sono curate ma è evidente che le usa parecchio. Potresti anche avere ragione. Anche per come si muove…”
Non la guardai, ma il mio pensiero dovette essere cristallino.
“Accidenti Bri. Tu sei già partita. ”
Le sorrisi di rimando.
“Non ho ancora deciso se GiPPilwe o lavoro.”
“Lo scopriremo presto” chiuse Carola dandosi un colpo di rossetto sulle labbra piene. “Devo andare. Il lavoro chiama…”
“Cribbio! Tre in una settimana! Ma li vuoi guadagnare tutti tu?” Le dissi ridendo. Lei fece una smorfia deliziosa e uscì salutandomi con la mano. In effetti per le nostre tariffe due incontri alla settimana erano più che sufficienti. Non erano tanti a potersi permettere il nostro servizio. Non a 1.200 euro a prestazione. Cotillons esclusi, naturalmente.
Finii di asciugarmi i capelli ed uscii. Ripassai per la reception, notando che il profumo di Carola aleggiava ancora nell’aria. Salutai Cinzia e mi diressi verso il parcheggio. Nella strada stranamente deserta, ci volle poco ad udire i passi di qualcuno alle mie spalle. Senza pensarci due volte tuffai la mano nella borsetta e afferrai saldamente il coltello che portavo sempre con me. Quindici centimetri di lama affilata non erano forse un granchè, ma avevo avuto un buon istruttore, e sapevo come usarli. Però in quel momento non provai la solita sensazione di sicurezza che normalmente mi dava il contatto con quell’arma, e mi trovai mio malgrado a sentire lo sgradevole sapore della paura, che mi si mescolava in bocca con la saliva. Istintivamente allungai il passo. Fu un errore: dietro di me chiunque fosse allungò a sua volta. Stavo per mettermi a correre, quando sentii una voce calma e quasi divertita apostrofarmi alle spalle.
“Ehi, rilassati! Non ti sto seguendo. Ho la macchina anch’io al garage… ” Non so come ma capii che non poteva che essere Renato alle mie spalle. L’ansia mi scivolò via come acqua sulla plastica, lasciandomi appena un po’ di gambe molli. Rallentai voltandomi. Era proprio lui.
“Cristo! Mi hai fatto prendere un accidenti!” Sfogai. Renato mi si avvicinò. Indossava un completo grigio chiaro di Armani, e sembrava appena uscito dalla stireria, nonostante l’ora tarda e l’allenamento massacrante. Era maledettamente affascinante.
“Mi dispiace, non era mia intenzione…”
Mi trovai a tendergli la mano senza neanche pensarci:
“Britannia, ma puoi chiamarmi Bri, come tutti” La sua mano era calda e asciutta. Nessuna traccia di traspirazione o tremore da sforzo.
“Renato. Molto piacere Bri!”
Proseguimmo nell’entrata del parcheggio. Pagammo alla cassa automatica e ci dirigemmo verso l’ascensore.
“A che piano hai la macchina Bri?”
“Terzo, e tu? ”
“Anch’io” rispose Renato. Schiacciai i pulsanti dell’ascensore, e rimasi lì, senza sapere cosa dire. Dopo pochi secondi ero imbarazzata come un’adolescente, mentre lui mi fissava, con l’aria di chi non ha nulla da dire e gli va bene così. Aveva dei bellissimi occhi castano chiaro, di quel colore cangiante che schiarisce al sole. Non potei fare a meno di fissarlo. Era alto: arrivavo a malapena all’altezza del suo cuore. Di colpo mi accorsi che se quell’uomo avesse avuto qualsiasi intenzione di nuocermi, io non avrei avuto la minima possibilità di difesa. Lui sembrò leggermi nel pensiero, perchè ebbe un lieve sorriso, che lo fece però assomigliare ad un lupo. Erano passati meno di dieci secondi in quell’ascensore, e già mi accorsi che la situazione mi stava eccitando, oltre che spaventarmi.
Quando la cabina arrivò al piano senza che fosse accaduto nulla provai una piccola fitta di delusione, contemporanea a sollievo. Lui fece un gesto molto galante, e io sgattaiolai fuori dall’ascensore.
“Qual’è la tua?” mi chiese. Per tutta risposta tirai fuori le chiavi dalla borsetta e diedi un colpetto al telecomando. L’Audi TT fece lampeggiare le luci di direzione, quasi lo scodinzolio di un cagnolino che faccia le feste.
“Complimenti! Bel giocattolo.”
“Grazie” risposi “Beh, buona serata”
“Anche a te, Bri” rispose Renato con un calore sconosciuto nella voce. Esitò un attimo, durante il quale io fui certa che stava per baciarmi, poi si voltò e si diresse verso una BMW M3 a pochi metri. L’impressione che mi diede fu quella di essere stata improvvisamente cancellata dalla sua mente. E la cosa mi diede parecchio fastidio, mentre mi dirigevo a mia volta verso l’auto. Stavo per aprire la portiera quando mi accorsi che qualcosa non andava. Il motore. Non aveva avviato il motore. Mi voltai per guardare cosa stesse facendo e me lo trovai di fronte. Torreggiava su di me, fissandomi con uno sguardo serissimo. Ancora oggi non saprei dire cosa accadde in quel momento. Forse fu il caldo, o forse l’aura particolare di cui quell’uomo sembrava circondato; comunque quando mi mise una mano dietro il collo e mi attirò a sè non riuscii ad oppormi.
- CONTINUA -
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Ma io ti conosco
chi sei…
sono qui per conoscermi
è profondo… di più: sprofondo…
Scendo le scale, senza rumore
rosse di moquettes
mi aspetta…
corpo di donna nato uomo
le mani sottili mi bendano gli occhi
mi perdo nel battito convulso del mio cuore.
chi sei senza un volto da riconoscere
senza età
pelle
respiro
Odore di fiori assordante come un’estate calda;
cerco di associare le sensazioni a ciò che conosco
Angelina mi accompagna,
tenendomi per mano con le sue dita sottili
E’ dolce la sua bocca, sa di frutta mista.
“Siedi ora” mi sussurra, e sento il suo profumo.
Si apre un varco tra i corpi
vorrei non si sciogliesse da me
unica certezza
chi sei senza un volto da riconoscere
senza età
respiro e pelle
il piacere si fa spazio come un bagliore
tra i confini della forma.
Angelina si è sciolta
come una caramella nella mia bocca.
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Era solo da così tanto tempo che non si ricordava nemmeno più quanto. La fifth sotto di lui si stendeva deserta; i cadaveri delle auto, invisibili un quarto di miglio più in basso, fermi da più di quindici anni, erano ormai ridotti ad ammassi informi di ruggine, e il gracidio dei corvi rendeva per contrasto il silenzio ancora più profondo.
Simon sospirò, fissando il sole sorgente. Da dove si trovava poteva vedere comodamente verso est, e se sforzava la vista poteva anche distinguere la linea dell’oceano. Come sempre a quell’ora, specialmente nella stagione calda, la dolcezza del cielo leniva per un attimo la sua condizione; ma quel giorno i suoi ricordi scorsero giocoforza davanti ai suoi occhi come in un film.
E senza parere, ritornò alla mente agli anni prima del Grande Impatto, come lo avevano definito i giornali. Anni in cui era possibile incontrare un sacco di persone lungo le strade, anni in cui la vita brulicava sul pianeta. Ma poi era arrivato Eros. Gli scienziati avevano voluto chiamarlo così. Simon fece un mezzo sorriso tra sè e sè, comprendendo per l’ennesima volta i motivi di quella scelta, secondo l’altrettanto ennesimo punto di vista. Non ricordava più tutti gli altri, ma l’ultimo, frutto di un lampo di insight di più di un anno prima, quello lo aveva stampato in mente. Eros, Thanatos. Amore e morte. Un macabro riconoscimento al gusto noir degli anni ottanta. Alla fine comunque non era contato nulla, se non l’onnipresente Signora con la Falce.
La genesi era stata un terrorista. Il caso zero, come lo si sarebbe potuto definire, era stato un arabo, Alahim Ben Hussein, un simpatizzante di Al Qaeda. La sua nascita spirituale, nascosta dalle coltri del Corano, aveva trovato inizio tra le ceneri del sempre più prolifico Islam. Ma purtroppo aveva trovato asilo anche nelle circonvoluzioni cerebrali sempre più contorte di Ali Shakr, il nuovo “Dottor Morte” di Bin Laden.
Shadrack, lo avevano definito. Simon non conosceva l’etimologia del termine, ma poteva ben comprenderne la scelta. L’origine; un ceppo particolarmente virulento del virus Ebola, a quanto si era sospettato creato e cresciuto in laboratori segreti del Mar Caspio. Ali Shakr ci aveva lavorato sopra con l’ingegneria genetica, fino a renderlo qualcosa di inarrestabile, invulnerabile, supernamente divino. Il risultato era stato Eros. Simon ebbe ancora un ghigno stanco pensando alla voluta e ricercata blasfemia dei ricercatori occidentali, nell’appioppargli quel nome. Eros, la Passione, l’Amore. Associato al più mortale, definitivo e implacabile agente patogeno mai visto sul pianeta.
Alahim Ben Hussein lo aveva portato a New York, Washington, Tokyo, Roma, Londra. Sotto le mentite spoglie dell’agente di cambio aveva girato il mondo, con Eros nelle vene e nel sangue, infettando, ungendo, spargendo il suo seme maledetto ovunque gli fosse stato possibile. E aveva fatto dannatamente bene il suo lavoro.
Eros si era sviluppato secondo tutti i vettori di contagio conosciuti, probabili o improbabili che fossero: aereo, per contatto cutaneo, contatto sessuale, il tutto anche a distanza di giorni. Un’incubazione di sei mesi; l’arma perfetta, alfiere della volontà di Allah, secondo Al Qaeda. Quando il caso zero era esploso, era già troppo dannatamente tardi per fare qualunque cosa. Alahim era morto 48 ore dopo il presentarsi dei primi sintomi. Unica flebile soddisfazione, aveva fatto la fine del topo, soffocato dalle inarrestabili emorragie polmonari, provocate dal collasso del sistema venoso indotto da Eros.
Non ci era voluto molto. Dopo meno di otto mesi la pandemia era esplosa, facilitata dai trasporti aerei e dai sei mesi di incubazione di Eros. Nel giro di un anno si era passati a qualcosa di più; uno scenario per cui ancora non era stato nemmeno coniato il termine. Il 90 per cento della popolazione planetaria era stato falciato dall’infezione nel giro di un mese. Il restante nel giro dei successivi due.
O almeno questo era quello che sapeva Simon. Ali Shakr, catturato dopo meno di due settimane dal primo contagio aveva presentato al mondo il suo prodigioso vaccino. Qualcosa in grado sia di prevenire che di curar l’infezione. Ma qualcosa era andato storto. Il miracolo non aveva funzionato, e il rimedio aveva fallito. Un banale errore di valutazione, e il più straccione dei fanatici Jihadisti aveva concluso la sua carriera vomitando un pezzo dei suoi stessi polmoni. Insieme ad altri cinque miliardi di esseri umani.
Simon non aveva mai capito perchè la sorte gli avesse riservato un simile scherzo: lui era immune.
Ci avevano provato naturalmente. Avevano provato ad estrarre un vaccino dal suo sangue, una cura, almeno un’idea del perchè a lui no. Ma non era servito. Nulla di quello che era stato fatto era valso a nulla. E alla fine, la fine era arrivata. Per sei miliardi di esseri umani, tranne uno: lui.
Simon non si era arreso naturalmente. Aveva passato quasi sei anni a viaggiare per un mondo desolato, popolato di cadaveri e simulacri di civiltà, alla ricerca dei sopravvissuti. Ma poi, contro ogni logica, contro ogni speranza, aveva dovuto arrendersi. Londra, Milano, Roma, Parigi, New York, Mosca, Johannesburg: erano tutte città fantasma, ridotte ad immensi deserti fatiscenti. E poi ad opera della Grande Fuga, logica conseguenza del terrore, anche le città minori, le piccole comunità. Simon non aveva trovato traccia di vita umana in tutto il pianeta. Aveva passato tre anni interi costantemente collegato tramite auricolare ad un impianto di trasmissione satellitare, in attesa di un segnale che non era mai arrivato. Poi aveva dovuto realizzare: non ce n’era un altro al mondo. Nessun sopravvissuto. Era rimasto incredibilmente, irrefutabilmente solo.
Le aveva provate tutte, a quel punto. Aveva pilotato Boeing 747 e F-117, lasciandoli precipitare quando si era stufato e lanciandosi con il paracadute. Aveva vissuto un anno nella suite presidenziale dell’Hyatt Regency, praticamente strafacendosi di tutte le droghe conosciute. Aveva letto tutti, ma proprio tutti i libri sulla meditazione e sulle pratiche esoteriche che aveva trovato nella biblioteca centrale di Londra. Per un altro anno aveva vissuto nella cantina di Herr Krugg, svuotandola completamente al ritmo costante di due bottiglie di champagne (e anche due piste di coca) al giorno. Aveva sostanzialmente vissuto nel lusso più sfrenato, libero e solo come mai un altro essere umano era riuscito ad essere.
Ma la sera prima aveva esaurito gli sfizi. La noia, la disperazione, il senso di inutilità, alla fine avevano avuto la meglio. E ora si trovava seduto sui torrioni esterni del tetto dell’Empire State, investito dai venti di quota 400 metri. Esaurì la carrellata dei pensieri e dei ricordi, e rimase così, in silenzio, la bottiglia di Jack Daniel’s Single Barrell nella mano destra, il rosario in quella sinistra. Alla fine, constatò amaramente, nemmeno la fede era riuscita a fornirgli un qualsiasi motivo per continuare. Fece un gesto al sole nascente, scolò l’ultimo sorso di Jack, lanciò il rosario nel vuoto, e poi, indolentemente, si lasciò scivolare nel vento.
Aveva studiato bene le sue carte, ne aveva avuto tutto il tempo. Come previsto i venti di quota lo ghermirono quasi subito, trascinandolo via. Aveva indossato appositamente una casacca di sua progettazione, fatta proprio con quello scopo. La Giacca del Giorno del Giudizio, come l’aveva chiamata, gli fornì la portanza sufficiente per farsi trasportare a un paio di metri dalle pareti dell’Empire. Dopotutto voleva porre fine alla propria vita solitaria, non soffrire.
Ma quell’esistenza che aveva deciso di abbandonare, gli aveva riservato ancora una sorpresa. Con suo sommo stupore, infatti, il tempo prese a dilatarsi ben oltre ogni sua precedente esperienza, indotta psicologicamente o chimicamente. Gli stimoli sembrarono arrivare in modo sequenziale, quasi in ordine. Il frusciare dell’aria tra i capelli, sui vestiti, e sul volto, ad esempio. E poi la luce, che sembrò addirittura cambiare, mentre il sole, particolarmente limpido sotto le nubi all’orizzonte, rivelava alla sua consapevolezza aumentata il proprio moto.
Voltò il viso verso le pareti del grattacielo alla sua sinistra, e non si stupì di vederle scorrere con insostenibile lentezza. Mosse un braccio verso la parete, e quando lo vide spostarsi con la stessa lentezza comprese quanto la sua mente avesse in quel momento accelerato i propri processi. Ebbe un sorriso mesto, comprendendo che quel volo sarebbe durato molto più del previsto. Ma tutto sommato gli andava bene così. Non aveva fretta e nemmeno rimpianti, perciò si mise semplicemente tranquillo, in attesa dell’impatto. Quell’impatto che lo avrebbe liberato per sempre. Niente di più, niente di meno.
Forse fu perchè era perso nei suoi rapidissimi pensieri, o forse per la particolare solennità del momento, che il suono ci mise un pò a raggiungerlo. Dapprima qualcosa di alieno, quasi perso nel vento, poi sempre più penetrante, perfettamente distinguibile.
Un suono che ebbe la proprietà di rendere di nuovo tutto perfettamente normale, di rirallentare i suoi processi mentali, e di riempirgli il cuore del più profondo senso di angoscia. Le pareti dell’Empire ricominciarono a scorrere fulminee alla sua sinistra, mentre si avvicinava alla fonte del rumore.
Fortunatamente per lui, non ebbe molto tempo per pensare, mentre, passando davanti alla finestra al decimo piano, ne riconosceva la natura: il trillo di un telefono, echeggiante nel silenzio.
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Eravamo usciti da poco dal ristorante, dove Luigi ci aveva messo come sempre a nostro agio.
Beh “nostro” non è corretto, diciamo “mio”, dato che la sventola bionda, seduta sul sedile del passeggero del Porsche Carrera, era entrata nella mia orbita da meno di tre giorni. La osservai con la coda dell’occhio mentre si passava le mani tra i capelli, scompigliati dalla brezza lacustre, cercandosenza troppo successo di farli rimanere in piega. Niente da fare; forse il vino, ma molto più probabilmente il mio piede che schiacciava l’acceleratoreun po’ in modo disuguale, le stavano rendendo l’operazione decisamente complicata.
Non rimasi molto con lo sguardo sui suoi capelli però. Credo che la colpa fosse dei seni, che più che occhieggiare si affacciavano dalla scollatura del vestito. O forse delle cosce, altrettanto ansiose di uscire dai rigori di un abito sfacciatamente aderente.
Frank Sinatra in sottofondo ribadiva il suo ego nell’eterna “My Way” quando a metà di un rettilineo, senza nessun preavviso, la cosa mi sfuggì di mano.
Fermai la macchina con calma, accostando quel tanto che bastava per lasciarle lo spazio per espletare il bisogno.
Non potei fare a meno di approvare la vista di quelle lunghissime gambe che proiettavano il resto di quella statua fuori della macchina con una eleganzapiena di energia.
La osservai portarsi inaspettatamente di fronte al muso della macchina ed allontanarsi, mentre con fare quasi distratto lanciava il reggiseno in mezzo aicespugli a lato della strada.
I glutei abbronzati proseguivano dalle cosce tornite e muscolose, terminandole come due capitelli.