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Sono andato a curiosare in rete, per cercare un po’ di documentazione su ’sta storia del vaccino contro il papilloma virus, e sulla correlazione tra il virus e il carcinoma della cervice uterina.

Tanto per cominciare, come è stata stabilita la correlazione tra il virus e questo tumore: fondamentalmente con la PCR, una tecnica che consente di prendere un qualsiasi tessuto, e “moltiplicare” le eventuali tracce di DNA virale fino al punto da renderle osservabili. Da notare come l’inventore stesso di questo procedimento, abbia più volte sostenuto che non è adatto a questo scopo.

Da quello che ho trovato quasi ovunque comunque pare che il 70% dei cancri al collo dell’utero abbia fatto rilevare al suo interno frammenti di DNA del virus HPV. Questo dato è ovviamente ottenuto statisticamente con uno studio a campione. Quindi nel 30% circa dei casi di carcinoma uterino, le donne colpite non sono mai state in contatto con questo virus.

E già questo dato dovrebbe far venire un dubbio. Ma proseguiamo con questo diabolico virus.

Lo human papilloma virus (per gli amici HPV), non è altro che… la causa delle verruche. Se ne conoscono circa 150 tipi diversi. Circa il 75% delle donne sessualmente attive è venuto in contatto con questo virus, prima o poi nel corso della vita. Il contagio avviene quasi esclusivamente tramite rapporti sessuali non protetti.

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Indagando sulla situazione delle medicine complementari in Italia, ho avuto una bella sorpresa, trovando questa pagina.

In essa si legge come la Regione si stia muovendo in un modo decisamente anomalo per l’Italia bigotta e Aulin-dipendente:

“La Regione Lombardia, con l’obiettivo di tutelare la salute di tutti quei cittadini che scelgono la Medicina Complementare (MC), sta sviluppando un percorso normativo che, partendo dagli studi osservazionali, arrivi a disciplinare l’intera materia.”

Un miracolo allo stato puro.

Praticamente a partire da Febbraio 2000, con questa delibera, la Regione ha disposto tutta una serie di studi in cui fosse possibile osservare, con parametri sicuramente più oggettivi di quelli degli studi sponsorizzati dalle onnipresenti case farmaceutiche,  i risultati di trattamenti con Agopuntura, Omeopatia, Shiatsu, Riflessologia… insomma tutte quellemedicine cosiddette “alternative” ma cui guarda caso sempre più gente, stufa dei danni dei farmaci, ma soprattutto della loro inefficacia in un numero sempre crescente di casi, si va rivolgendo da una decina d’anni a questa parte.

Tra le altre cose ho trovato un riferimento a questo interessante documento dell’OMS (in italiano), riguardo l’aumento dei casi di reazioni avverse ai farmaci.

Nel passo successivo, del Marzo 2002, la Regione inserisce la Medicina Complementare nel proprio Piano

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Questo articolo del Corriere parla abbastanza chiaro. La media di incidenza attesa della SLA nei calciatori dovrebbe essere rappresentata dal numero 1,24. La media osservata è di 6,45.

Qualcuno ha fatto osservare che i calciatori sono sempre su un prato impregnato di pesticidi per vari motivi. E allora il PM raffaele Guariniello, che da anni indaga sulle malattie professionali dei calciatori è partito in quarta e adesso indaga sul possibile nesso tra pesticidi e SLA nei calciatori.

Inutile dire che se il nesso venisse trovato non varrebbe solo per quelli che prendono a calci un pallone di professione.

Vogliamo parlare di quanti bambini giocano nei prati (quando li trovano, ovviamente)?

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Ma siamo sicuri che ce la stiano raccontando giusta?

Tanto per iniziare c’è una bella differenza tra “morbo celiaco” (o celiachia) e intolleranza al glutine. Ma mi chiedo: solo 50 anni fa quante erano le persone celiache o intolleranti?

E’ un bel casino scoprire oggi se questo problema stia aumentando perchè i giornali ne parlano, o se i giornali ne parlino perchè sta aumentando.
Ragionando con logica però, e a quanto si può reperire come dati, sembra che l’intolleranza al glutine stia proprio aumentando. Ma se qualche anno fa questa “patologia” aveva un incidenza molto inferiore, cos’è cambiato?

Ho cercato in giro, e ho scoperto che il glutine non è presente solo come componente naturale in alcuni alimenti, ma viene utilizzato come elemento a se’ stante in una marea di preparati alimentari. Sostanzialmente di glutine, se non venisse “additivato” dappertutto, ce ne sarebbe molto di meno.

A questo punto, mi faccio venire un dubbio (si, proprio come il motto del blog).

Ma il glutine, in assenza di reazioni immunitarie patologiche, fa male o fa bene?

Non è che l’aumento di consumo di glutine ha fatto sì che nel corpo di alcune persone la presenza di questo elemento raggiugesse livelli patogenici?

E’ di questi giorni la notizia della sperimentazione umana di una cura contro intolleranza al glutine e celiachia. Si tratta di un prodotto (ovviamente artificiale) che rimodulerebbe il sistema immunitario dei celiachi per convincerlo ad accettare il glutine.

Ora, nella mia logica, delle due l’una:

a) il glutine è un elemento dannoso in sè per tutti (e non solo per i celiachi e gli intolleranti)

b) il sistema immunitario di celiachi e intolleranti è guasto

Nel secondo caso, siamo sicuri che sia così? Il fatto che sempre meno persone lo tollerino, significa che l’esagerata reazione immunitaria al glutine è effetto di qualcos’altro, qualcosa che di fatto: o guasta il sistema immunitario, oppure guasta qualcos’altro,

Quindi, in entrambi a) e b) esiste una causa, collegata al glutine che lo rende dannoso per l’essere umano, solo che qualcuno reagisce peggio degli altri e sviluppa una malattia autoimmune, gli altri no (ma magari soffrono di altri casini che non sappiamo essere connessi al glutine).

Se non ho ragionato male (il che può essere), alla fine stiamo cercando di convincere il sistema immunitario che una cosa dannosa è invece normale.

Mi pare sinceramente una stronzata!

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Grazie Francesca per la segnalazione!

L’articolo su Repubblica è qui per chi lo vuol leggere.

In sintesi a furia di usare gli antibiotici per ogni cagata, e non solo quando veramente sono indispensabili,  finalmente si viene a sapere “ufficialmente” (ma la cosa è nota da anni) che lo sviluppo di ceppi batterici e microorganici in genere, resistenti agli antibiotici è più rapido di quanto non sia la produzione di nuovi antibiotici.

E per forza!
Una marea di gente ha l’abitudine (ovviamente fomentata dai medici) di prendere antibiotici in qualunque momento si ritrovi con un problema fisico.

Hai l’influenza? Vai coll’antibiotico, hai il raffreddore? Giù botte! Il bambino ha mal di gola? Et voilà, come te lo farcisco…

Gli antibiotici dovrebbero essere considerati farmaci di emergenza, non qualcosa da trattare alla leggera. Oltretutto, contro le infezioni virali sono TOTALMENTE inefficaci, anzi, controproducenti, perchè massacrando intestino e fegato, debilitano ulteriormente le difese naturali.

Ma se lo dici a quelli che li usano nei casi sopra citati, ti rispondono “Eh, ma serve per prevenire le sovrainfezioni batteriche”

Ma quali sovrainfezioni… e poi basta con ’sta cazzo di prevenzione esasperata. Fra un po’ ti spareranno nella culla per prevenire la tua morte! Se verrà la sovrainfezione staremo a vedere, se l’influenza durerà quattro giorni invece di due chissenefrega…

Invece stiamo tutti qui, a farci di farmaci, col risultato che funzionano sempre di meno, e anche i n quei limitati e rari casi in cui sarebbero indispensabili… non fanno più un cazzo!

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E’ da un po’ che sulla rete e sui giornali si leggono un sacco di polemiche sull’omeopatia, grazie a questo articolo del Lancet, la “prestigiosa rivista” della medicina ufficiale.

In sintesi, l’articolo commenta i risultati di un singolo studio, che dimostrerebbero come gli effetti dell’omeopatia non si discostino da quelli dei placebo di controllo.

Lo studio citato sul Lancet, non è nemmeno uno studio vero. E’ pubblicato da un pirla qualunque, che non ha nemmeno fatto esperimenti di suo, ma ha semplicemente messo insieme un  centinaio di studi fatti da altri. Dopo aver scartato quelli secondo lui “fatti male”, questo figuro, ha deciso che i risultati rimasti dimostrano che l’omeopatia non funziona.

Le case farmaceutiche la dovrebbero finire di prendere le persone per il culo.

L’omeopatia funziona. Io ne ho le prove, perchè molte volte mi sono curato con quella, anche se più spesso con l’agopuntura. E non ho dubbi in merito all’efficacia di nessuna delle due.

Il fatto è che non è facile curare con l’omeopatia, e non è che se hai una laurea in medicina allora automaticamente sei un buon omeopata, o un buon agopuntore.

Non diversamente dall’agopuntura, anche nel caso dell’omeopatia, occorrono molti anni di studio e di pratica, per arrivare ad utilizzarne efficacemente i rimedi, essendo moltissimi i fattori da tenere presente per una corretta diagnosi ed un’altrettanto corretta prescrizione.  Non si può pensare di usare un rimedio omeopatico come si usano i farmaci ordinari, i principi sono totalmente diversi, e non si può pensare di prescrivere un rimedio omeopatico come un normale farmaco, dato che nell’omeopatia il sintomo da curare è spesso l’ultimo fattore tenuto in conto.

Mi sembra quindi assurdo e anche prova di evidente mala fede, andare a dire che una cosa non funziona sulla base di un singolo studio, prodotto mettendo insieme altri studi, ovviamente fatti nel passato.

Perchè il Lancet e tutti quelli che lo citano, non provano a prendere dei veri omeopati, non dei medici prezzolati, e gli fanno condurre un trial serio, magari su un migliaio o più di pazienti?

Mi sembra ovvio… perchè se poi viene fuori che l’omeopatia funziona, tutto il sistema farmaceutico attuale dimostrerebbe la propria falsità, crollando miseramente!

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Difficile datare l’inizio della storia dell’agopuntura. Il primo testo che ne codifica alcuni principi è il NEI CHIN SU WEN, del 200 a.c., ma se ne trovano tracce risalenti a periodi tra il 3000 e il 4000 a.c.

Una pratica che trova riscontri anche in Egitto nei Papyrus Ebera, datati 1550 a.c.,  e in altre regioni e popolazioni del mondo, quali il Sud Africa, l’Arabia, l’India e il Brasile.

Il principio alla base è qualcosa che da sempre permea completamente tutta la cultura orientale. L’energia e la sua armonia.

Energia vitale che fluisce all’interno dell’essere umano come in tutto il resto, con i suoi ritmi, e i suoi canali. Un’alterazione di questa circolazione energetica produce una disarmonia, che poi si riflette sul corpo dando origine a patologie.

Come sempre, nelle medicine più antiche, l’uomo viene visto globalmente, e non come un insieme di sintomi. Allo stesso modo, il disturbo e la patologia vengono visti come conseguenza di un’alterazione più interna e più “intrinseca”.

Il fluire dell’energia vitale avviene all’interno di canali detti meridiani, lungo i quali alcuni punti chiave forniscono il bersaglio per l’infissione dell’ago, che può così riequilibrare quanto squilibrato, e quindi sanare quanto ammalato.

Ovviamente la medicina occidentale non può nemmeno lontanamente ammettere questi principi, ma grazie al cielo, non può nemmeno permettersi di negare l’evidenza di qualcosa che funziona.

Il problema è il solito. Siccome non sono ancora nati gli strumenti materiali per rilevare l’energia di cui sopra, allora essa non esiste.

Come dire: “La vostra medicina che esiste da 5.000 anni è una stronzata. Noi si che sappiamo tutto”

Secondo gli irriducibili del cosiddetto metodo scientifico, il modo in cui gli uomini si sono curati da sempre, fino all’arrivo dei primi farmaci “veri” era una stronzata. Fa nulla se l’erboristeria, la fitoterapia, l’agopuntura e l’omeopatia si basano praticamente tutte sugli stessi principi, pur sviluppandosi in regioni diverse e lontane tra loro migliaia di chilometri, a secoli di distanza, e se questi principi si ritrovano paro paro nei più antichi testi filosofici e religiosi che sia stato dato di rinvenire finora.

Non tanto tempo fa, la medicina ufficiale basava le proprie terapie su poco o nulla: salassi, cataplasmi, e pochi principi attivi. Manco a dirlo crepavano tutti. Ma era la medicina ufficiale, e se ti azzardavi ad usare qualche altro sistema, finivi al rogo.

Oggi che i roghi non si possono più fare (colpa del caro petrolio, mi verrebbe da dire), la messa al bando arriva comunque, magari da un articolo sulla “prestigiosa e autorevole rivista”, o da un’intervista in televisione di questo o quel barone della medicina.

Qualcuno ancora ci casca, ma fortunatamente molti altri no, scoprendo che con due aghi messi al posto giusto, gli passa il mal di testa che li tormenta da tre giorni.

Senza prendere un antidolorifico, e  senza effetti collaterali.

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Sono andato ad indagare su cosa siano e come vengano svolti i test clinici sui nuovi farmaci.

Tanto per iniziare c’è da chiarire che non esiste un farmaco privo di effetti collaterali. La prima parte della sperimentazione, consiste proprio nel determinare quanto un farmaco sia tossico. Nelle successive fasi, i cosiddetti “trials” (test clinici), si cercherà di capire quanto un farmaco sia davvero efficace, e se la sua efficacia superi la gravità degli effetti collaterali.

Un test clinico, implica normalmente che i pazienti soggetti della sperimentazione vengano divisi in due gruppi. Al primo viene somministrato il nuovo farmaco, al secondo un farmaco preesistente, notoriamente già efficace (e già qui mi viene da ridere), oppure un placebo, ovvero un preparato totalmente inattivo.
Quando questo trial viene eseguito senza che i pazienti sappiano se riceveranno un farmaco o un placebo, si dice studio “a cieco”. Quando neppure chi somministra la cura sperimentale sa se sta dando il farmaco o il placebo, si parla di “doppio cieco”. La differenza statistica tra le percentuali di miglioramento dei due gruppi dice se un farmaco è efficace o no. Notare che basta che la differenza superi pochi punti percentuali perchè un farmaco venga giudicato efficace.

Ora, quello di cui dobbiamo renderci conto è che questi “trials” costano un mucchio di soldi. Un esorbitante mucchio di soldi. Quindi nella sperimentazione in questione si cercano regolarmente degli sponsor. Casualmente questi sponsor sono quasi sempre le case farmaceutiche stesse. Quindi si parte già con un piede sbagliato: non ha senso che a fornire i fondi per sperimentare l’efficacia di un farmaco sia la stessa azienda che lo produce. Mi sembra abbastanza ovvio.

Un’altra cosa interessante è che non tutti i nuovi farmaci vengono sperimentati a cieco o doppio cieco. Il che significa che non per tutti viene stabilito l’effettivo risultato contro un gruppo di controllo trattato a placebo o con un farmaco già esistente.

Ma qui la cosa si fa interessante. Non molto tempo fa, nel 2003 per la precisione, il Sig. Allen Roses, vicepresidente mondiale del settore genetica della GlaxoSmithKline, uno dei colossi farmaceutici, affermò pubblicamente che “la maggior parte dei loro farmaci era efficace in una percentuale variabile dal 30 al 50% dei casi trattati” (trovate QUI l’intervista originale). Giusto per dare un’idea, i farmaci indicati alla sezione oncologia risultano efficaci nel 25% dei casi trattati.  Il Sig. Roses continua nella sua intervista spiegando che si tratta di una cosa ben nota tra tutte le case farmaceutiche, ma che ovviamente non viene rivelata al pubblico.

Ma parliamo dell’effetto placebo. Questo “misterioso” effetto, è conosciuto da centinaia d’anni. Sostanzialmente è quell’effetto per cui ti danno acqua e zucchero dicendoti che è un farmaco potentissimo e tu guarisci.

L’effetto placebo varia in misura incredibile a seconda di un mucchio di fattori: il luogo, la persona, il tipo di patologia per cui lo si studia… ma una cosa è certa: l’effetto c’è nonostante qualche idiota ancora si ostini a dire che non esiste. Credo che in un caso o nell’altro più o meno tutti lo abbiano sperimentato.

Orbene, esistono alcune classi di patologie in cui il miglioramento dietro somministrazione di un semplice placebo supera la percentuale dell’80%. Per molte altre vi sono percentuali oscillanti dal 20% a oltre il 60%. Trovate la tabella in questa pagina.

Risulta ovvio a questo punto che se l’effetto in questione deriva dal fatto che il paziente “sa” che gli viene dato un farmaco efficace,  allora lo stesso effetto deve entrare in gioco quando si somministra un farmaco “vero”. Ma se la maggior parte dei farmaci è inefficace in più della metà dei pazienti, qualcuno mi spiega che differenza passa tra questi farmaci e il placebo?

Un’altra osservazione: l’effetto placebo varia in modo sensibile a seconda della zona del mondo in cui lo si misura, e indipendentemente da ciò per cui lo si misura. Vale a dire: se ad esempio si fa uno studio a doppio cieco su un nuovo farmaco ad Hong Kong, la percentuale di miglioramento nel gruppo trattato con il placebo è del 30%. Se la stessa cosa si fa in Finlandia la percentuale sale al 70%. Quindi, a meno di non conoscere esattamente le percentuali di sensibilità al placebo della zona in cui viene condotto il trial per un dato farmaco (sempre che sia un trial a cieco o doppio cieco), quel trial non è significativo.

E’ chiaro che l’efficacia di alcuni farmaci non può essere negata. Ma è altrettanto chiaro che per molti altri vale quanto segue:

1) Nessun farmaco è privo di effetti collaterali. Al massimo si dice che tali effetti sono inferiori ai benefici portati dall’uso del farmaco stesso.

2) La ricerca sui nuovi farmaci viene finanziata quasi esclusivamente dalle case farmaceutiche che li producono.

3) Anche i test clinici volti a determinare l’efficacia di un farmaco vengono finanziati quasi esclusivamente dalle case farmaceutiche che li producono.

4) I suddetti test clinici molto raramente vengono effettuati a doppio cieco.

5) Quand’anche lo sono la percentuale di efficacia non è affidabile per la variabilità della sensibilità della popolazione all’effetto placebo.

6) Uno dei maggiori dirigenti della Glaxo ha ammeso pubblicamente che la maggior parte dei farmaci sul mercato funziona in meno della metà dei casi, percentuale paragonabile tranquillamente a quella di un effetto placebo.

Ma davvero volete continuare a ingozzarvi di Aulin?

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Lo avevo già detto in questo articolo: il motivo alla base di tanto clamore ogni anno sul vaccino antinfluenzale è essenzialmente economico. Riporto un stralcio di un lancio dell’AGI:

-… (AGI) - Vilamoura, 15 set. - Se si adotta la vaccinazione contro il virus dell’influenza, che ogni anno tra morbosita’ e mortalita’ coinvolge dal 5 al 30% della popolazione mondiale, per la fascia piu’ produttiva della popolazione, quella dai 50 ai 64 anni, si ottiene un abbattimento dell’assenteismo per giorni persi pari al 70%. E parallelamente una stessa percentuale si avrebbe di riduzione sui costi diretti ed indiretti che oscillano dai 535 milioni ai 3,3 miliardi di euro in Germania, dai 390 mln ai 2,4 mld di euro in Francia, Italia e Regno Unito e tra i 275 mln e 1,7 mld per la Spagna. E’ questo in sintesi l’aspetto piu’ interessante di uno studio condotto su 8 paesi europei tra i quali l’Italia e i maggiori paesi industriali del mondo (Usa, Cina, India, Canada) e oggetto di riflessione da parte della terza Conferenza europea sull’influenza (Eswi), in corso a Vilamoura in Portogallo. -

Ma dato che ci siamo, perchè non dare una seria occhiata  a questo documento: Considerazioni sull’efficacia del vaccino antinfluenzale:

In sintesi qui si dice che il vaccino suddetto negli over 65, ha un’efficacia che varia dal 21% al 58% nella prevenzione dell’influenza, mentre ha un’efficacia del 26% (o meglio: dal 12 al 38%) nel prevenire le complicazioni fatali, e del 42% (o meglio: dal 24 al 55%) nel prevenire le morti per tutte le cause. In sintesi questo articolo ci dice che se tutta la popolazione over 65 venisse vaccinata, probabilmente si avrebbe un tasso inferiore di morti per complicanze che va dal 24 al 55%, vale a dire circa da 1600 a 3685 unità.

Ma questo studio viene confutato da questo articolo,  pubblicato dai ricercatori della School of Public Health dell’Universita’ di Alberta, che dice, testuali parole: ”Negli ultimi due decenni  i tassi di vaccinazione degli over 65enni negli Usa e’ passato dal 15% al 65% ma non vi e’ stata nessuna riduzione dei ricoveri e delle morti non correlate con l’influenza”.

Un altro aspetto interessante è il procedimento con cui vengono fabbricati i vaccini antinfluenzali. Non sono riuscito a trovare quasi nulla. L’unica cosa chiara è che il virus viene incubato nelle uova di pollo e poi stecchito con agenti chimici (ma non chiedetemi quali).

Gli effetti collaterali a quanto ci dicono sono praticamente nulli, un po’ di nausea, qualche irritazione, forse un modesto e passeggero rialzo febbrile. Salvo, in una percentuale inferiore a 1 su 100.000 casi, lo sviluppo di una noiosa reazione avversa: la sindrome di Guillan - Barre, una sindrome che sviluppa paralisi progressiva degli arti. Nelle forme acute arriva alla paralisi totale in 24 ore. La buona notizia è che è curabile, la brutta notizia è che nonostante le cure, il 5% delle persone colpite muore lo stesso, e un numero non specificato a distanza di tre anni soffre di una debolezza muscolare residua che li costringe a ricorrere ad ausili ortopedici (stampelle, tutori e via dicendo).

Se una percentuale di 1 su 100.000 viene definita “rara”, come mai esiste questo studio clinico che nei risultati evidenzia una “sostanziale differenza statistica” di incidenza della Sindrome suddetta nei pazienti trattati con vaccino antinfluenzale, e invita ad approfondire le cause di questa differenza?

Tra l’altro, mi sembra che la storia sia andata in loop. Nel 2005 si sono ripetute le stesse frasi e le stesse storie. E già in quell’anno, negli Stati Uniti, notoriamente paranoici sull’argomento farmaci, c’erano forti dubbi sull’utilità del vaccino antinfluenzale. (Vedi questo articolo dell’Espresso)

Per finire, tornando alla rarità della Sindrome di Guillain Barre: sarà anche 1 caso su 100.000, ma se quello sfigato finito in carrozzella per far risparmiare qualche euro al sistema sanitario fossi io mi girerebbero violentemente i coglioni.

A voi no?

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Come ogni anno, puntualmente, inizia la bagarre pubblicitaria perchè tutti si vaccinino contro l’influenza.
Questa volta il gong d’inizio match lo segna un comunicato dritto da Oxford, dove inizia la sperimentazione umana (nota: 12 pazienti. Che significatività può avere un simile campione, nel bene e nel male?) del nuovo vaccino universale contro ogni forma di influenza.

“Eccallà” come direbbe Sordi. Beccatevi questo Graal del naso colante, questa Arca dello sternuto.

Cominciano a cacare i loro comunicati, nonostante la sperimentazione in questione, per stessa ammissione dei responsabili dello sviluppo, continuerà ancora per una manciata di anni.

Quello che uno si dovrebbe chiedere oggi, è perchè? Perchè si spendono così tanti denari per un vaccino contro l’influenza, che tutto sommato non è che sia una cosa così drammatica, e non si spende un euro per un sacco di malattie (ce ne sono quante ve ne pare: SLA, Parkinson, AIDS, Cancro, solo per citarne alcune)?

La risposta nelle parole di Sarah Gilbert, ricercatrice di Oxford che guiderà la sperimentazione umana di ’sta stronzata, riportate da Repubblica:

“Saremo finalmente in grado di proteggere i bambini. Otterremo benefici economici risparmiando la malattia alle persone in età lavorativa. E facendo stare bene loro, aiuteremo anche gli anziani, che rispondono meno alla vaccinazione. Ridurre la presenza del virus farà infatti diminuire le occasioni di contagio”.

Ecco qui la risposta: il denaro. La gente quando ha l’influenza sta a casa, e non produce (e come nel caso italiano pesa sul bilancio dello stato per l’indennità di malattia), i vecchietti si ribaltano in parcheggio e le mamme ormai terrorizzate chiamano il 118 al primo sternuto. Quindi ecco che i soldi per la ricerca saltano fuori.

La controprova? Per le malattie più terribili continuiamo a vedere iniziative per la raccolta pubblica di fondi (che non bastano mai). Per l’influenza, no.

Ma qualcuno si è mai chiesto perchè esiste l’influenza?

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Eccola la cagata medica di stagione. Da dove arriva? Ovviamente dal Lancet, la rivista più gettonata dalla classe medica quando ne stanno pensando una delle loro, che mediamente significa che devono vendere questo o quel farmaco.

Stavolta hanno deciso che se hai più di 60 battiti al minuto, sei a rischio infarto.

La notizia, prontamente riportata dai giornali, spiega che la cosa emerge da uno studio pubblicato su circa 11.000 persone con problemi coronarici. Un paio di medici fanno uno studio a doppio cieco con un farmaco che abbassa la frequenza cardiaca. Ovviamente le percentuali di sopravvivenza tra i pazienti trattati con il farmaco sono più alte. Per corroborare la teoria, altrettanto ovviamente però occorre che la frequenza considerata normale (e ovunque leggi ti dicono che è un numero che varia a seconda dell’età e della costituzione fisica) diventi improvvisamente troppo alta per tutti, indistintamente, e per corredare la notizia citano il caso di un atleta olimpico che ha una frequenza a riposo di 28 pulsazioni al minuto (notare che Fausto Coppi, da tutti conosciuto come atleta dal cuore estremamente lento, faceva segnare 40 pulsazioni, e già veniva indicato come eccezionale).

Bontà loro, i signori medici indicano sul Lancet la frequenza massima per tutti, quella sotto la quale non sei a rischio di infarto e problemi coronarici: 60 battiti al minuto.

In nessun caso i giornalisti si sono preoccupati di specificare se si parlava di frequenza media, massima o a riposo. Se è la frequenza a riposo ci può anche stare. Peccato che in questo caso sia quella misurata con il paziente sdraiato, rilassato, e in quella posizione da un tot di tempo. Vale a dire una frequenza che non avrà MAI nel corso della giornata. Nemmeno quando si siede sul cesso.

Se si parla di frequenza massima o media invece, è proprio malafede. Il cuore umano sano è molto regolare, è vero. Ma è anche vero che qualunque movimento fisico, emotivo o anche solo mentale, induce un’immediata variazione nel ritmo delle pulsazioni. Se solo vediamo passare per strada un bell’esemplare dell’altro sesso, le pulsazioni aumentano immediatamente. Se stiamo camminando rilassati, siamo già almeno al 15% di pulsazioni in più rispetto alla condizione di riposo.
Se camminimamo un po’ in fretta, o facciamo due rampe di scale, o qualcuno in ufficio ci fa girare i coglioni, ecco che le pulsazioni schizzano alla grande. Tanto più quanto meno siamo allenati.

Ma allora che senso ha pubblicare una notizia del genere, e in questo modo?

Da tempo sostengo che l’informazione pubblica è solo una forma occulta di pubblicità. Non credo che in questo caso l’omissione  sul tipo di frequenza sia casuale. E’ che togliere questa piccola informazione era funzionale alla notizia.

Già l’anno scorso per qualche mese i giornali hanno battuto sulla questione della pressione (se avevi 120-80, fino al giorno prima eri normale. Il giorno dopo eri iperteso). Risultato: un buon aumento nelle vendite dei farmaci antiipertensivi (e contemporaneamente in quelle di Viagra, dati gli effetti collaterali dei suddetti).

Stavolta cosa avremo? Non lo so, ma basta stare a vedere se la notizia verrà inseguita e ricalcata nei prossimi giorni, per capire se serviva qualcosa da mettere tra un articolo sportivo e l’altro, o invece c’è da vendere qualche nuovo farmaco.

Basta aspettare.

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