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Il suono: esercizio di canto armonico in Sigit
Che si tratti di un mantra, come nei post precedenti, o di un canto, come quello che vi propongo oggi.
La linea di base sfrutta armonie di quinta e nona maggiore e l’utilizzo di diverse vocali per “aprire” o “chiudere” l’impatto emotivo, mentre la linea melodica acuta è ottenuta con la tecnica classica del canto armonico detta “Sigit”.
Il risultato sono quei suoni flautati estremamente acuti che hanno inizio circa a 1:50 per proseguire fino alla fine dove rimangono in “assolo” per qualche tempo.
In questo caso si tratta proprio di un esercizio, nulla di particolare quindi, ma mi faceva piacere condividerlo come sempre in questo spazio.
Come tutti gli altri brani da me registrati è a disposizione nell’apposita pagina, da cui potete anche scaricarlo, alle condizioni riportate in loco.
Per ascoltare cliccare sul player qui sotto (non appena si carica…)
Il suono: mantra Aum eseguito in Kargiraa
Il canto armonico, in tutti i suoi stili e sottostili, è molto antico. Presso il popolo tibetano entra a gran diritto nella tradizione non solo religiosa, in cui viene utilizzato per il canto dei mantra, ma anche in quella medica.
Nella medicina tibetana, infatti, il suono viene utilizzato moltissimo, specialmente nelle varianti del canto armonico, per produrre effetti vibratori precisi che, interferendo con l’energia della persona, ne possono ristabilire l’armonia, quando ad esempio questa sia stata inficiata da ferite o malattie.
Ci ho messo molti anni ad acquisire questa tecnica, detta “Kargiraa”. Nonostante a molti venga istintiva, per me non è stato così e fintanto che non ho potuto ascoltarla direttamente dalla voce di un Maestro, non sono mai riuscito a produrla correttamente.
Ho fatto da poco questa incisione, utilizzando la tecnica in questione, per tentare di riprodurre una qualità a me molto cara, per diversi motivi. La condivido in questo spazio.
Gli armonici acuti e alti che si sentono in diverse fasi sono prodotti spontaneamente dall’interazione delle varie tracce. Come sempre, il file è a vostra completa disposizione per il download nella pagina dedicata al suono. Per andarci cliccate qui e seguite le istruzioni in loco. Per ascoltare invece, cliccate semplicemente sul player all’inizio dell’articolo.
Sistemi umani e termodinamici: l’entropia vale lo stesso
Un essere umano è un sistema termodinamico aperto a tutti gli effetti; è costituito da un insieme di elementi (organici e non) che interagiscono per formare una “macchina” anche termodinamica. Essa scambia energia con l’esterno, sotto forma ad esempio di cibo, idee, parole, azioni.
Come tale, la sua energia non è costante, ma varia in relazione a quanta ne immette e a quanta ne emette. L’entropia per un essere umano tende naturalmente ad aumentare ma, essendo esso un sistema aperto, non arriva all’equilibrio.
Quando però l’essere umano smette di scambiare energia con ciò che lo circonda, l’energia tende rapidamente ad equilibrarsi. Il sistema diventa chiuso e l’entropia tende naturalmente ad aumentare. Lo stato entropico finale corrisponde alla stasi energetica sotto tutti i punti di vista.
A questo punto l’energia può essere naturalmente rappresentata da una linea piatta, esattamente come quella del grafico di tutte le sue funzioni e anche come la sua posizione finale, ovvero quella orizzontale.
In poche parole, per un “sistema uomo” lo stato di massima entropia coincide con la morte.
Espandendo il concetto, un sistema di esseri umani, normalmente definito “gruppo”, rimane in vita e contrasta il naturale aumento dell’entropia fintanto che scambia energia con l’esterno. Socialmente parlando, il gruppo si comporta proprio come un sistema termodinamico, apparendo all’esterno come una entità che si muove in un modo definito da leggi e dinamiche abbastanza costanti e definite.
Fintanto che il “gruppo” interagisce con altri gruppi, individui, situazioni ed eventi, scambiando energia, idee, cognizioni e nozioni, contrasta l’entropia, l’energia fluisce sia dall’interno verso l’esterno che viceversa, portando variazioni all’interno del gruppo e quindi ai suoi componenti ma anche all’esterno, producendo modificazioni nell’ambiente circostante.
Quando però il gruppo diventa chiuso, ovvero si isola rispetto all’ambiente circostante, ancora una volta si trasforma in un “sistema” chiuso.
Lasciarsi attraversare, per imparare.
Non sempre è possibile vivere qualcosa in prima persona.
Molti eventi non sono “vivibili” personalmente, perchè avvengono entro un contesto, magari con un loro “lessico comportamentale”. Al punto che riprodurli è davvero impossibile.
Esperienze macroscopiche, ad esempio, come trovarsi coinvolti in una sparatoria, una guerra, creano una sorta di collante tra chi le ha vissute, anche se ovviamente l’esperienza non può che essere soggettiva.
Ma di fronte all’enormità di un fatto come quelli citati, per quanto soggettiva, l’esperienza ha comunque livelli di possibile condivisione molto elevati.
Questo è dovuto all’energia intrinseca della situazione. Uno shock traumatico da esplosione, o da combattimento, ha una sua energia talmente elevata che l’esperienza dello stesso, per quanto soggettiva, viene vissuta più o meno in modo comune.
Diverso è quanto accade invece nel momento in cui si parla proprio di una “piccola” esperienza, di qualcosa di personale.
Nella vita di ognuno di noi accadono piccole o grandi “rivelazioni”, epifanie che hanno senso solo all’interno di un particolare spazio di esperienza.
Eppure è possibile apprendere, imparare anche dalle esperienze di altri.
Quando siamo assillati da un problema, da una pena personale, a volte è possibile uscirne semplicemente ascoltando.
Ascoltando davvero, con il cuore, con tutto noi stessi ciò che una persona può aver vissuto.
Allora può accadere che ciò che quella persona ha vissuto ci attraversi, come un vento tra le garze di una tenda. Se non opponiamo resistenza, se non apponiamo un giudizio, allora quell’esperienza ci “passa dentro”, facendo vibrare ciò che in noi esiste di simile.
Non è come aver realmente vissuto un fatto, un evento. Ma se usiamo la sensibilità allora si può davvero far tesoro dell’esperienza di un altro.
“Similia similibus curantur” era la frase preferita di Hahnemann, l’inventore dell’omeopatia moderna. Allo stesso modo in cui il simile cura il simile, al nostro interno il simile fa vibrare il simile. Anche se poco in noi è assonante con ciò che ci attraversa, il solo fatto di vibrare in accordo con l’esperienza di un altro renderà più ricco ciò che in noi vi è di simile.
Ripeto, non è come vivere qualcosa in prima persona.
Ma se ci alleniamo ad ascoltare, ad accogliere, qualcosa di quell’esperienza ci può rimanere dentro.
Per farci crescere.
E di gente che è passata di lì prima di noi… in giro ce n’è tanta!
Il canto gregoriano incontra quello armonico. David Hykes in “Kyrie Fragments”
Il brano in realtà dura praticamente il doppio. Ma nella seconda parte l’influenza del canto Gregoriano è così forte… così meravigliosamente armonica che non ho potuto resistere. E la commistione con il canto armonico durante tutta l’esecuzione raggiunge veramente un apice epocale nell’ultimo minuto e mezzo.
Difficile sentire qualcosa di altrettanto bello. Davvero difficile!
Pattern recognition. La fregatura meccanica e la schermata blu.
I computer sono stati costruiti prendendo spunto dal cervello umano. Ma non solo, anche per il software vale lo stesso.
Quella cosa chiamata “pattern recognition” altro non è che il riconoscimento di uno schema da parte del computer.
Perchè questo possa avvenire occorre che esista un software specifico per il tipo di schema da riconoscere.
Ad esempio, la trasformazione di un testo passato allo scanner in un testo modificabile.
L’immagine della pagina scritta, catturata da uno scanner per un computer non significa nulla. Per l’uomo è naturale mettersi a leggere quello che c’è scritto ma per un computer no. Una pagina di un libro o la foto di un tramonto sono la stessa cosa. A meno che non intervenga un programma in grado di “riconoscere” le forme presenti nell’immagine ed estrapolare la corrispondenza con caratteri tipografici.
Un programma di questo tipo è detto OCR (Optical Carachter Recognition) ed è un esempio di “pattern recognition” ovvero di strumento in grado di rconoscere uno schema ed agire di conseguenza.
Il ruggito di una pantera. La dice tutta…
L’unica volta in cui ho potuto vedere una pantera nera dal vivo è stato al parco delle Cornelle, vicino a Bergamo.
In quell’occasione ho potuto anche sentirne il ruggito.
Impressionante come un animale non così grande come una tigre o un leone possa sprigionare tanto “volume di fuoco” in un singolo ruggito!
Dato che ho trovato una registrazione sul web, ve la propongo qua sotto.
Mettete a manetta le casse e preparatevi.
Se avete bambini nei dintorni sarà meglio che li facciate sloggiare o che usiate le cuffie.
Se qualcuno volesse una definizione del significato di “intensità”… credo che troverà in questa breve registrazione un’utile indicazione.
L’uso del suono nelle arti marziali. Il Kiai Jutsu
Un altro aspetto decisamente arrivato “debosciato” in occidente è quello legato al suono nella tradizione marziale. La trasliterazione fumettistica ha infatti indotto a credere che l’uso della voce durante il combattimento marziale fosse qualcosa di simile ad un grido di guerra, utilizzato con l’intento di indurre spavento o esitazione nell’avversario.
Ovviamente nulla di più superficiale e lontano dalla realtà quanto questa visione dell’urlo prodotto con il suono del nome, “Kiai“, appunto.
La tecnica sonora delle arti marziali è giunta fino a noi quasi esclusivamente dalla tradizione giapponese. Ma in realtà il combattimento e le relative arti sono qualcosa di molto più antico, proveniente spesso da tradizioni di cui si è addirittura persa la memoria.
Senza scomodarsi tanto, basta osservare come le arti marziali giapponesi derivino quasi per intero da quelle cinesi, le quali a loro volta hanno tratto spesso origine dagli insegnamenti esoterici della vicina India.
Ricordo molto bene quando il maestro Tada Hiroshi, allora “solamente” 8° Dan di Aikido nonche direttore tecnico per l’Italia, disse in un suo discorso che non aveva mai capito l’Aikido fino a che non glielo aveva spiegato un maestro di Yoga, presso cui aveva poi studiato per mesi.
Nel corpus di insegnamento delle arti marziali, il suono e l’uso della voce non avevano certo un ruolo secondario, anzi… la voce, vista come strumento perfetto per modulare una vibrazione sonora, diventava spesso un modo per trasferire energie vibratorie particolarmente assonanti e, come nell’uso dei Mantra, atte a produrre effetti precisi.
In campo marziale, una sola sillaba, pronunciata con la corretta cordinazione interna, può sortire effetti anche letali. Un default del nervo vago con conseguente arresto cardiaco immediato non è cosa così difficile da produrre, conoscendo l’opportuna tecnica vocale (e possedendo ovviamente anche il corretto addestramento)
Il termine Kiai in realtà non è quindi un’onomatopeica definizione della vocalizzazione utilizzata ma semplicemente il nome dato ad un insieme di tecniche vocali particolari: il kiai-jutsu.
Odiernamente questo nome è stato trasportato a definire un insieme di tecniche curative che interagiscono su punti simili a quelli dell’agopuntura e dello shiatsu.
Kiai è una parola formata da due sillabe: “KI” il cui ideogramma rappresenta l’energia interna e “AI“, che significa armonia. Come nell’ AIKIDO ma invertite di posizione.
Sentire lo spazio.
Seduto in silenzio, semplicemente respiro. Testimone dapprima silente, intervengo dopo un po’ per allungare le fasi.
Senza fretta. Con dolcezza, una carezza dopo l’altra, il respiro si allunga come le carezze sul capo di una donna i cui capelli crescono a vista d’occhio.
Prima un tempo, poi un po’ di più… poi ancora di più.
E nel concentrare l’attenzione sul respiro, il corpo si fa immobile. Il pensiero si allontana, in sottofondo, dissolvenza sfumata da un misterioso DJ interiore.
Dopo qualche tempo, l’attenzione si sposta dal respiro. Prima era lineare, ora è una sfera. I confini del corpo, non più percepiti, generano una strana condizione, come essere sospesi per aria.
Ma la sfera di percezione è lì, anch’essa sfumata. Tutto, intorno, è fermo ma anche vibrante. C’è un suono che riempie lo spazio, un suono lontano.
Nell’ascoltare quel suono, lo spazio si allarga di colpo.
L’intera casa entra all’interno di chi ascolta. Un’espansione improvvisa, quasi sorprendente. Ma l’emotivo è fermo quanto il pensiero e nulla accade, se non la dilatazione di confini percettivi ora evanescenti.
Mi ritrovo al centro del capo e contemporaneamente in tutto lo spazio che percepisco. Non vi è differenza.
E’ forse per questo che la percezione si fa di colpo ancora più spaziosa. Anche i muri della casa hanno cessato di esistere ed ora la sfumatura esterna del campo percettivo, flangia impalbabile di un “me” non riconoscibile, lentamente, si ritrae fino a cadere d’un tratto nuovamente al centro del capo.
Una bellissima luna mi saluta nel silenzio della notte.
A volte un mantra può servire a ricordare qualcosa.
L’avevo lì nel cassetto. Un valore particolare per me… spero che piaccia anche a voi.
Come per tutti gli altri l’ho prodotto in proprio e potete farne quello che volete, tranne che un uso commerciale.
Per il resto, se lo volete usare sul vostro sito o blog, vi chiedo solo di citare la fonte.
Per ascoltare cliccate sul player.
Per scaricare il file, potete fare click destro qui e selezionare “Salva destinazione con nome” o similia.









