La Magia del Suono: la corretta tecnica per eseguire un Mantra
Un Mantra non è un canto, questo dovrebbe essere chiaro.
L’uso del suono rappresenta un orizzonte molto più vasto del semplice canto e anche delle tencniche mantriche di base. Tuttavia, per cominciare, occorre conoscere alcuni elementi fondamentali. Anche per un mantra quindi esistono tecniche e suggerimenti per la corretta esecuzione dello stesso.
Eseguire un Mantra correttamente implica fare la differenza tra produrre un suono efficace e dare aria ai denti. In questo post è esposta la tecnica base per iniziare.
Leggi il resto dell’articolo sul blog de “La Magia del Suono”.
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Ci sono diverse modalità di uso della memoria; nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di modalità inconscie. L’uso di una modalità o dell’altra dipende da una tale quantità di fattori che non vale neppure la pena di stare a parlarne: condizionamenti, abitudini dei genitori, eredità genetica, modelli comportamentali etc. etc.
Quello che conta è che col passare degli anni si stabilisce in ognuno di noi un “modo” per usare la memoria. Di modi ce n’è praticamente una quantità infinita. E ci sono alcuni sistemi per “riprogrammarli” (Giordano Bruno fu uno dei primi a creare ed usare questa scienza), ma in questo post parleremo di un singolo aspetto della memoria che è, da solo, capace di causare danni particolarmente gravi.
Si tratta di un meccanismo di base, ovvero di quel fenomeno per cui un ricordo, pian piano, viene integrato nella nostra mente e se ne perdono le origini. Questo è un meccanismo particolarmente evidente sulle nozioni, ma vale per tutti i processi di memorizzazione.
Per chiarire, facciamo un esempio: la storia di Muzio Scevola. Molti di noi l’hanno studiata a scuola e la ricordano ancora oggi. Ma dove l’abbiamo sentita la prima volta? Sul libro di testo o dalle parole dell’insegnante?
Un altro esempio: molti di noi ricordano cose che erano usi fare quando erano piccoli. Ma se si prova a ricordare davvero il momento in cui quelle cose le facevamo effettivamente, ecco che si perde traccia. La realtà è che noi non ricordiamo direttamente quegli episodi, ma gli stessi ci sono stati raccontati, riferiti un certo numero di volte. E dato che la nostra mente funziona prevalentemente su segnali visivi (vale a dire in questo caso l’immaginazione), noi abbiamo creato una raffigurazione visiva mentale di quegli episodi che, pian piano, è entrata nella nostra memoria come se fossero ricordi reali.
In realtà quello che ricordiamo è l’immaginazione seguita al racconto che ci ha fatto un parente e non un episodio che ci è davvero accaduto.
Il meccanismo mnemonico che produce questo è molto importante, perchè è alla base stessa della costruzione della personalità e permette integrazione di diversi concetti tra di loro. Ma, come per tutte le cose, ha anche un lato B che è quello di consentire l’acquisizione di un episodio come se l’avessimo vissuto in prima persona anche se ciò non è mai avvenuto.
Sulla base di questo spiacevole effetto collaterale si costruiscono falsi ricordi, alcuni del tutto innocenti, altri potenzialmente letali, per noi, per i nostri rapporti con gli altri o, nei casi più gravi, per chi entra in relazione con noi.
E’ il classico caso del testimone oculare che pian piano modifica la propria versione dei fatti sulla base di quello che legge sui giornali o che le persone intorno a lui dicono. E’ il principio del “telefono senza fili”, per cui la parola o la frase detta all’inizio, passando di bocca in bocca, arriva in fondo alla catena completamente alterata.
Ecco perchè è importante cercare sempre di sapere da dove arriva un ricordo. Un ricordo senza la sua origine è pericoloso perchè non possiamo fidarci di esso. Ma dato che i nostri ricordi sono per il 90% privi della loro origine, come possiamo fare?
Due cose fondamentali: la prima è sicuramente quella di sforzarci di ricordare anche l’origine di ogni nuova nozione, senza fagocitarla automaticamente.
La seconda è di imparare a non dare mai nulla per scontato, a partire proprio dalle nostre convinzioni che dovrebbero essere analizzate una per una a caccia delle rispettive origini.
Un lavoro non breve e non semplice, sicuramente, ma tale solo perchè nessuno ci ha avvertito di farlo da subito.
Quindi la terza cosa da fare, per chi ha dei figli, è insegnare loro ad essere sempre il più presenti possibile. Questo permetterà di fissare i ricordi in modo lucido, e quindi di ricordare per ogni cosa la relativa origine, senza quindi ritrovarsi magari a quarant’anni con tutto il lavoro da fare.
Certo, ci vuole una motivazione per fare tutto ciò. Ognuno può trovare la sua ma una bella grossa potrebbe essere: ti piacerebbe vivere davvero smettendo di soffrire della maggior parte di ciò che ti crea problemi?
Si, nella stragrande maggioranza dei casi, quello per cui pensiamo di dover soffrire in realtà è qualcosa di cui non ce ne frega niente. E’ solo che da qualche parte nel nostro passato, qualcuno, magari anche in modo del tutto inconsapevole e innocente, ci ha detto che la tal cosa era dolorosa, o che dovevamo starne alla larga pena guai di ogni tipo.
E noi abbiamo iniziato a soffrire per una cosa e aver paura di quell’altra.
Ergo, liberarsi di un po’ di questi pesi non sarebbe male, no?
Certo… sempre che a uno interessi, ovvio!
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E tra un po’ tocca anche al resto…
La Magia del Suono – Conferenza Esperienziale a Milano
Venerdi 22 Marzo 2013 ore 21.00 – Pantagruele Teatro – Via Taormina 11 – Milano

Parleremo di Vibrazione, Mantra, Canto Armonico e uso del Suono e della voce. Durante l’incontro ci saranno anche momenti di sperimentazione diretta.
Per i tesserati di Pantagruele Teatro e Arte Per, l’ingresso è gratuito, per tutti gli altri è previsto un contributo di 5 euro per l’ormai irrinunciabile tessera associativa (durata un anno)
Imparare ad usare la nostra voce è importante, perchè è il nostro modo di trasmettere quello che abbiamo all’interno, ma è anche uno strumento avanzatissimo di ricerca interiore.
La voce umana può arrivare ad emettere suoni particolari, in accordo con principi e vibrazioni di ordine anche molto elevato. Una specie di Magia alla portata di tutti che permette di far risuonare direttamente al nostro interno ma anche nell’ambiente in cui ci troviamo alcune armoniche universali , mettendoci in contatto diretto con la loro essenza.
Venerdi 22 Marzo 2013, alle ore 21
Presso
Pantagruele Teatro – Via Taormina 11, Milano
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La pratica del suono, come tutte le altre pratiche, abbisogna di alcune cose, di alcuni fattori che devono essere presenti per favorirne lo sviluppo.
La pazienza, il tempo… elementi indispensabilil per poter entrare all’interno di qualcosa che non è semplicemente “fare”, ma che attiene maggiormente alla sfera dell’essere.
Quali sono le cose principali di cui dotarsi per una pratica corretta? Non molte e nemmeno difficili da procurarsi ma è meglio sapere di cosa si tratta. Un piccolo elenco per iniziare che può aiutare a risparmiare tempo e ad accostarsi alla pratica del suono con maggior efficacia.
Vibrazione e apprendimento interiore
Ci sono vari tipi di apprendimento. Esiste un apprendere mentale, quello derivato dallo studio di materie tecniche o anche umanistiche, ad esempio. In questo caso andiamo a nutrire il sapere, cioè quello che riusciamo ad incamerare nella nostra memoria tramite l’uso della mente.
Poi esiste un altro tipo di apprendimento: quello interiore. Si tratta di qualcosa in cui la mente può e deve intervenire a posteriori, per rendere consapevole ciò che si è compreso in modo da traslarlo sul piano appunto della consapevolezza.
Questo tipo di apprendimento avviene solitamente per risonanza. Ognuno di noi contiene, per nascita o per evoluzione, valori e costituenti che in qualche modo risiedono all’interno. Non tutti questi contenuti sono pienamente sviluppati. Molti, la gran parte, sono per così dire a livello embrionale, a livello di principio.
Tali contenuti sono sempre presenti dentro di noi, e sono potenzialmente in grado di crescere, o di sviluppare altri contenuti simili. Diciamo che un archetipo di principio è in grado di generarne altri per similitudine. Non si tratta di una similitudine organica, o concettuale, quanto di una similitudine vibratoria. Se un principio ne incontra un altro simile, viene cioè messo parzialmente in vibrazione da quest’ultimo. L’effetto più classico di questo è quando si incontra qualcuno con cui abbiamo una naturale affinità: ce ne accorgiamo praticamente all’istante. Questo accade perchè al nostro interno qualcosa risponde a qualcos’altro presente nella persona che incontriamo.
Lo stesso principio è alla base della possibilità di ognuno di noi di realizzare e incamerare principi che originariamente non contiene. Sostanzialmente basta che all’interno qualcosa risuoni in risposta ad un principio ancora non contenuto: a causa di questa “vibrazione di risonanza”, il nuovo principio potrà entrare in noi e svilupparsi a livello di comprensione e realizzazione.
Questo è il meccanismo generale. Tuttavia, la vibrazione di cui sopra e la relativa risonanza, avvengono in un “mezzo” (come tutte le vibrazioni) che potremmo definire il nostro “campo vibratorio personale”. Ognuno di noi possiede un campo, una matrice che genera tramite i pensieri, le emozioni, il fisico, oltre che, naturalmente, tramite ciò che contiene a livello interiore.
E’ il nostro campo personale che risponde vibratoriamente alla presenza di un principio esterno e ne può consentire l’ingresso in profondità, in conseguenza alla presenza o meno di un principio corrispondente (anche solo in parte) al nostro interno.
Potremmo dire che il nostro campo vibratorio funge da filtro. Un filtro che lascerà passare contenuti più o meno elevati a seconda della propria qualità vibratoria. Più quest’ultima è densa, ovvero più è lenta la velocità di vibrazione del campo, più sarà facile per principi densi passare in esso, come sarà difficile per principi più elevati farsi strada.
Viceversa, più la nostra qualità sarà elevata, veloce e raffinata, meno i principi più densi potranno passare, rendendo al contrario più semplice il passaggio di principi di qualità più elevata, ovvero di maggior frequenza vibratoria.
Questo meccanismo, se vogliamo così chiamarlo, lasciato a sé stesso produce invariabilmente una direzionalità nella crescita interiore; se ci nutriamo costantemente di principi densi, il nostro campo tenderà a densificarsi di conseguenza, impedendo progressivamente a contenuti vibratoriamente elevati di entrare e facilitando al contempo l’ingresso di contenuti densi.
Fortunatamente lo stesso vale in senso opposto: più ci nutriamo di contenuti a vibrazione rapida, più contenuti e principi simili potranno filtrare nel nostro campo, elevandolo vibratoriamente e spingendolo a lasciar passare contenuti sempre più raffinati, impedendo al contempo l’ingresso a vibrazioni di più basso rango.
Ecco perchè tutte le religioni, le filosofie, e le vie spirituali insistono tanto sulla preghiera, la pratica meditativa e, non ultima, su una alimentazione il più possibile a base di frutta e verdura: si tratta di attività che elevano la frequenza vibratoria del nostro campo, predisponendoci alla ricezione di contenuti corrispondenti.
Ed ecco perchè, in questa nostra società, vengono sempre più spinti contenuti superficiali, rozzi, densi e, in senso lato, valori di basso rango: un popolo evoluto non può essere facilmente manipolato e gestito da chi detiene il potere, per quanto illusorio, cosa che invece è più facile nel caso di persone progressivamente sempre più superficiali e distanti da quei principi che potrebbero elevarne la condizione interiore.
Come sempre, una scelta l’abbiamo. Si tratta di rendersene consapevoli e poi di mettere in atto qualcosa per sovvertire questa spirale al ribasso. Non conta in quanti ci si dedichi a questo: conta con quanta intensità lo si fa. Come diceva il Mahatma: “Sii tu stesso il cambiamento che vuoi operare nel mondo“.
Non abbiamo la possibilità (ma se è per questo neppure il diritto) di cambiare direttamente gli altri. Ma abbiamo la possibilità (e il dovere) di cambiare noi stessi. Chi ci starà vicino cambierà per assonanza, se al suo interno sono contenuti principi affini ai nostri.
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… passare qualche ora senza “produrre” in compagnia della città in cui sei nato, nella zona in cui sei cresciuto, sembra innaturale all’inizio. Ma poi il calare della sera, quel naturale scemare della tensione che sempre accompagna il tramonto, facilitano una pausa.
Nei pensieri, ma anche nelle emozioni, a volte un po’ rancide e… allora riesci a capire che questo è uno stato più naturale, un po’ più vero.
Sei da solo, seduto sulla sponda del naviglio; un caffè, un po’ di aromatico tabacco da pipa, e anche osservare diventa più facile: le persone, il lavoro, la lontana scia di un aereo che taglia il sole al tramonto.
Quando il mondo si allontana un po’, quello della follia per intenderci, allora si può avvicinare un sentire caldo, come il tepore di una vecchia coperta che fa capolino all’interno. Se lo ascolti, scopri che è quel calore che ti accompagnava da ragazzo.
Un senso di sé, gli inglesi lo chiamano “oneness”, che apre la dimensione interna all’orecchio del silenzio.
Facile dimenticarlo in questi tempi in cui “fare” sostituisce così spesso “essere”.
Eppure, per strano che possa sembrare, a volte è ancora più facile ritrovarlo.
Basta ricordarsi di sé…
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“Non potete imitare ciò che io faccio. Ogni tecnica è unica, è un’esperienza che avviene una sola volta. Le mie tecniche emergono liberamente, sgorgando come getti da una fontana. Invece di cercare di copiare ciò che faccio, ascoltate ciò che dico. E lì che risiede l’essenza delle tecniche. Un giorno capirete.”
Le parole sono di Ueshiba Morihei, fondatore dell’Aikido. E lui, di fluire se ne intendeva! Parole che mi hanno colpito ieri sera su una foto pubblicata su faccialibro, che non mi stupiscono, soprattutto se riferite a lui, O Sensei.
Parole utili non solo per ciò che esprimono ma anche, paradossalmente, per ciò che separano.
Il maestro Ueshiba ebbe una profondissima esperienza ad un certo punto della sua vita, a seguito della quale l’Aikido classico, per suo stesso dire, prese forma direttamente nella sua mente.
Ueshiba Morihei non era solo un grande guerriero e studioso di arti marziali. Era anche un uomo estremamente dedito alla religione (Shintoismo) ed alla spiritualità in genere. Forse fu per questo o per chissà quale combinazione di eventi, sicuramente non casuale, che arrivò a creare quell’autentico miracolo di ingegneria interiore che è l’Aikido.
Fatto sta che Ueshiba si trovò di colpo nel mondo delle idee, da cui tirò giù a forza l’essenza del movimento. Egli stesso diceva che per lui spiegare le tecniche era impossibile o quasi, non solo per i motivi espressi nella citazione d’apertura di questo post, ma soprattutto perchè gli era mancato il percorso. Ueshiba non aveva fatto una tappa dietro l’altra, ma aveva spiccato un incredibile salto in lungo direttamente dal punto A (quello di un ottimo praticante di arti marziali ma non molto di più) al punto B (l’essenza stessa della tecnica).
Mancandogli la conoscenza delle tappe realizzative, non era neppure in grado di trasmetterla. Il che rendeva a sua volta la trasmissione dell’Aikido molto difficoltosa. Occorreva gioco forza procedere per imitazione. Solo che gli schemi di uno come lui semplicemente… non esistevano. Quindi c’era ben poco da imitare.
Le parole qui sopra sanciscono un fatto importantissimo: per arrivare dove qualcuno più in alto di te è già arrivato, hai due strade. Quella dell’imitazione, che però presume che tu, prima o poi, sia in grado di uscire dagli schemi per arrivare ad una sintesi e procedere oltre per realizzazione pura, e quella della comprensione diretta della fonte.
In altre parole… da cuore a cuore.
Questo in fondo era ciò che cercava di dire il maestro Ueshiba: I Shin Den Shin.
Tutto lì.
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Forse una delle frasi più pronunciate al mondo: “Ti amo”.
Ma cosa significa, davvero, amare? Esiste un solo unico significato che fornisca qualcosa di oggettivo ai milioni di aspetti che noi esseri umani riusciamo a creare per quella che, a tutti gli effetti, è la nota fondamentale di questo universo?
E perchè esistono, se ciò è vero, tanti modi di amare quanti sono gli istanti nel tempo moltiplicati per tutti coloro che sostengono di provare questo sentimento?
E contemporaneamente, sulla base di cosa ci rendiamo conto di amare?
Forse la risposta comune è: l’emotivo. In realtà noi ci accorgiamo di amare, di esserci innamorati di qualcuno, nel momento in cui una certa emozione si impadronisce di noi.
Eppure, quello delle emozioni, per quanto raffinate, è un mondo impermamente; come può rappresentare qualcosa di così oggettivo da essere addirittura un Raggio primario?
Amare non è un processo emotivo. Eppure senza l’emotivo l’uomo non ci accorgeremmo di amare. Senza quell’emozione che abitualmente chiamiamo amore, non avremmo la minima possibilità di percepire un’energia, un flusso che in realtà attraversa tutto questo universo.
Ma succede che noi confondiamo l’emozione che chiamiamo amore con l’Amore. Non che non ci siano punti di contatto, mi pare evidente. Ma come per tutto il resto, non è solo questo.
Quando l’amore nasce per amore, allora si ama per amore, non per altro. Quando si ama, molto spesso succede di tutto… eppure l’amore non cambia. Forse muta il modo in cui si trasferisce attraverso l’emotivo, ma alla base, l’amore non cambia.
E’ amore quello dei genitori per i figli, dell’amante per l’amato e di un essere umano per un essere umano. In questo mondo duale sempre un opposto genera il suo omologo. Ma credo che esista un’espressione di amore monopolare molto rara, anche se in realtà dovrebbe essere l’abituale. Si chiama Amore.
Gli inglesi lo definirebbero “Love for love’s sake”: amare per amore. L’amore è l’energia su cui ci muoviamo, di cui siamo costituiti, su cui vibriamo. E questo anche se non ce ne rendiamo conto, anche se riusciamo spesso a generare le più basse brutture. Negare questo sarebbe negare Dio.
Nel momento in cui l’amore fluisce in noi, dovremmo renderci conto che, come tutto quello che ci viene dato in dote alla nascita, anch’esso non è cosa nostra.
E allora avremmo una visione diversa. Meno supponente, che guarderebbe all’amato non come l’oggetto del nostro desiderio, ma come una parte di noi stessi.
Amare per amore significa unire causa ed effetto in un unico singolo quanto di oggettiva luce. Forse, potrebbe significare la fine dell’egoismo, e magari anche quella delle false visioni, della gelosia, della possessività e di tutto quanto fa (brutto) spettacolo.
L’Amore esiste, al di là del fatto che ce ne accorgiamo oppure no, al di là del fatto che lo proviamo oppure no. Non dobbiamo sforzarci per amare: no, è sufficiente accorgersi che l’amore è già lì, è ovunque, è già ovunque.
Come la Luce, di cui è sinonimo.
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Per la precisione a Rho, al Centro NU, a pochi minuti dalla fermata del passante ferroviario.
Durante questo corso cercherò di condividere quello che ho appreso in due decenni di pratica sui Mantra e sul canto armonico. Oltre a ciò sono previsti nel corso dell’anno anche seminari, workshops ed eventualmente incontri individuali.
Inizio questa avventura domani, 18 Settembre.
Per qualunque informazione potete rivolgervi direttamente al Centro NU (le attività sono diverse: date un’occhiata…).
telefono +39 02 93 13 177
cellulare +39 393 94 90 866
email: info@centronu.it
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