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Mai successo che decidete di cambiare una cosa e quella si rompe?

Francesco Franz Amato Mai successo che decidete di cambiare una cosa e quella si rompe?Ragionavo ieri con un mio carissimo amico su questo fatto. Nel caso specifico parlavamo del mio computer, o meglio “ex” computer che, essendo decisamente vecchiotto (era un Pentium IV 3 Gz) non ce la faceva decisamente più, per questioni di usura (insomma, sei anni per un computer nelle mie mani non sono pochi e neppure leggeri, devi riconoscerlo).

Avevo deciso di cambiarlo già da qualche tempo, ma il problema era il solito: No money, no computer. Finalmente pochi giorni fa scopro che il mio fornitore abituale ha messo in opera una campagna di noleggio decisamente notevole e, come logica conseguenza, metto in pista tutta la faccenda.

Ed ecco che mercoledi sera il fornitore mi avvisa che il computer è arrivato e che posso ritirarlo il mattino dopo.

Neanche a farlo apposta, il vecchio pc, a distanza di circa 20 minuti dalla telefonata… muore come nel film “La leggenda del pianista sull’oceano”.

Un attimo prima era lì che andava, anche se tutto sudato, e un attimo dopo… BANG! Piantato alla grande!

Mi è sembrato che lo facesse apposta… Poi ho ragionato e mi sono ricordato che una cosa che consiglio sempre quando c’è da cambiare un qualsiasi apparecchio è proprio… non farsi sentire da quello vecchio. E questo perchè il defungimento improvviso dello strumento vecchio poco prima di cambiarlo è abbastanza una costante.

Tralasciando la sfiga e superstizioni di vario tipo, con questo mio amico abbiamo raggiunto una conclusione cui, in effetti avevo pensato qualche tempo fa.

Credo che alcuni strumenti di uso comune per le persone, arrivati al termine del loro ciclo di vita come oggetti, resistano all’usura del tempo grazie… all’energia di chi li ha usati fino a quel momento.

Energia, attenzione, cura… chiamatela come volete, sta di fatto che, nel momento in cui si decide di cambiare uno strumento vecchio, la nostra energia immediatamente cessa di alimentarne la resistenza. A quel punto per lo sventurato oggetto non resta altra scelta che… guastarsi.

Fateci caso, sarà successo anche a voi almeno una volta una cosa simile.

E se pensate che questa spiegazione, in qualche modo, vi convince, sapete come fare per arrivare ad un cambio strumenti non troppo costoso: tenendo a freno l’emotivo.

E’ lui che decide da che parte la nostra energia possa orientarsi, perciò, la prossima volta che dovrete cambiare la macchina, non pensateci troppo fino a che non arrivate dal concessionario con quella vecchia o, quantomeno, non fatelo a distanza troppo ridotta!

Tempo in contrazione.

Francesco Franz Amato Tempo in contrazione.Osservavo qualche giorno fa come, a volte, la percezione del tempo, anzi che espandersi, si contragga.

Un effetto abbastanza comune, sperimentabile ad esempio quando viviamo un momento piacevole, al termine del quale è abbastanza facile che accada di dire: Il tempo è volato.

Esattamente il contrario di quell’esempio fatto poco tempo fa, in cui il tempo si dilata, ad esempio in situazioni di pericolo.

Cosa fa la differenza? Cosa produce la percezione di una contrazione in un caso e di un’espansione in un altro?

Credo che la cosa sia da ricercare nel piano su cui si focalizza l’attenzione, o su cui diviene attiva la consapevolezza.

Evidentemente il fatto che il tempo passi più veloce di quanto si pensi implica che le impressioni che ci raggiungono cambiano in quantità e qualità.

Al di là degli aspetti emotivi legati alla percezione del tempo (aspettativa dell’istante successivo), qualcosa accade davvero al nostro sistema percettivo.

La nostra percezione della realtà, fortunatamente, ha la possibilità di espandersi, di diventare attiva su diversi livelli, un po’ come se ad un televisore aggiungessimo un decoder satellitare.

Il televisore è la nostra consapevolezza e il decoder l’accumulo di esperienze oggettive.

Il nostro spazio di esperienza si amplia nel momento in cui ciò che entra a far parte di noi genera nuove possibilità di percezione.

Quindi abbiamo la possibilità, di volta in volta sempre più marcata, di essere consapevoli, di percepire realtà meno “materiali” o, quantomeno, non usuali.

Ma come abbiamo visto in altri post, a mano a mano che ciò che sperimentiamo si fa più sottile, aumenta la frequenza vibratoria di ciò che percepiamo.

Se non vado errato, che potrebbe benissimo essere, quando la nostra consapevolezza si esplica lungo una frequenza vibratoria maggiore, si focalizza e quindi inizia a “campionare” questa nuova realtà con maggior frequenza.

Dal punto di vista soggettivo, l’intervallo di tempo sperimentato rimane sempre quello ma, al termine dell’esperienza, il numero di impressioni raccolte su un piano e sull’altro risulta essere del tutto diverso. Molte di più sul piano più sottile, molte di meno su quello più materiale.

Ed ecco che il tempo relativo al piano “inferiore” (quello più materiale) risulta passare molto più velocemente. Meno impressioni, meno fotogrammi. Meno fotogrammi, riproduzione accelerata.

Ecco perchè la percezione del tempo, in stati di meditazione o di profondo raccoglimento, cambia totalmente nei confronti della realtà esterna.

Cornamuse, lacrime e forme pensiero

campi magnetici risonantiIeri sera ho postato una bellissima esecuzione per cornamusa del famosissimo brano “Amazing Grace”. Quasi tutti si sono sentiti toccati intimamente da quel brano. Perchè?

Io credo che i fattori siano molti. Quelli di cui posso parlare sono quelli che ho potuto osservare in me stesso, osservazione che condivido qui.

Innanzitutto gli strumenti a fiato fanno mondo a sè nel quadro degli strumenti musicali. Il fiato è il respiro e il respiro è la base della vita. Uno strumento a fiato esprime quindi una qualità vibratoria molto vicina a ciò che più sta all’interno di un essere umano. D’altronde, quando si dice “il soffio della vita” si parla di questo, no?

La cornamusa ha però qualcosa in più. Innanzitutto è strutturata in modo da produrre due o più tonalità contemporanee. Una bassa e una alta, alla quale è riservata la produzione della melodia. Vi è quindi una continuità di conduzione sonora e tonalità che porta l’ascoltatore all’interno della musica in un battibaleno, grazie alla mancanza di “stop” nell’emissione sonora.

In più, le tonalità prodotte dalla sezione melodica solista hanno spesso la qualità di un “singhiozzo”. Il suono di una cornamusa, quando suonato volontariamente in questo modo, riverbera nella memoria emotiva come un pianto.

Fin qui la parte relativa allo strumento.

Per quanto riguarda il brano “Amazing Grace”, in particolare… beh, qui la faccenda è seria!

Ascoltandolo infatti, quanto meno per quanto riguarda il sottoscritto, l’emozione che si produce è qualcosa di estremamente malinconico, oltre che molto, molto dolce. Come la carezza o l’ultimo saluto che si può dare ad un amico in partenza o ad un caro che è mancato.

Amazing Grace è il classico brano che nel mondo anglosassone si associa… ai funerali o alle occasioni di particolare tristezza.

Chi lo ha composto voleva far riverberare in realtà un altro sentire. “Amazing Grace” significa infatti “Grazia meravigliosa”. E in effetti, in quei rari momenti in cui si tocca un vero stato di grazia, la reazione emotiva è di grandissima commozione, con una qualità del tutto diversa dalla commozione per tristezza ma che, di fatto, in qualche modo ne è affine.

Nel mondo, centinaia di milioni di persone associano questo brano con la tristezza del distacco. Questo “sentire comune”, ripetuto nel tempo, genera una sorta di onda, una perturbazione in quello che a volte viene chiamato “inconscio collettivo” ma che, almeno in questo caso e solo secondo il mio parere personale, è una specie di campo emotivo, formato dai campi emotivi dei singoli esseri umani.

A lungo andare, questa perturbazione raggiunge una sua forma, una sua persistenza, come un’eco che si riflette sulle montagne. Con la differenza che in questo caso non c’è l’attrito dell’aria a smorzarne la propagazione.

Quando si ascolta un brano così intensamente “caricato” dal dolore di tante persone che, ascoltandolo si trovano a provare tutte un’emozione simile, si finisce per collegarsi a questo campo.

Un campo immenso, molto forte, in quanto generato dall’emotivo di così tanti esseri, è in grado di influenzare il nostro stesso campo emotivo, allo stesso modo in cui una luce molto intensa lascia un fantasma sulla nostra retina, riproponendosi anche ad occhi chiusi.

Quello che ci tocca in questo caso quindi è la sinergia tra quello che chi ha scritto “Amazing Grace” voleva trasmettere, riuscendoci benissimo e quella “forma” creata dal pensiero emotivo di centinaia di milioni di persone nell’arco di decine di anni.

Qualcosa in grado di toccare chiunque, anche se non ha mai ascoltato “Amazing Grace” ad un funerale o in un’occasione triste.

Una “forma-pensiero” può essere qualcosa di estremamente potente. In grado di cambiare anche la materia.

Io personalmente ritengo che molti “miracoli” siano in realtà prodotti dalla stessa fede espressa dalle migliaia di persone che in essi ripongono la propria fiducia, concentrazione e speranza.

In natura, tutti i simili si attraggono (non sto parlando di polarità, ma di similitudine). Una forma pensiero sufficientemente condensata è in grado di attrarre a sè l’emotivo che vibra su un piano simile che, prima o poi, finisce per adeguarsi, allo stesso modo in cui un campo magnetico finisce per trasferirsi ad un pezzo di ferro originariamente dotato di carica magnetica quasi nulla.

Ritornerò sull’argomento, perchè, guardando le cose sotto questo punto di vista, sono tanti i fenomeni inspiegabili che, improvvisamente, acquistano una diversa chiarezza.

Concentrazione e identificazione

Francesco Franz Amato Concentrazione e identificazioneConcentrare uguale: “Andare verso un centro”. Lo dice la parola stessa.

Molti pensano alla concentrazione come alla capacità di pensare a qualcosa per un tempo x.  Una cosa che non definirei concentrazione.

La capacità di concentrarsi infatti non deve obbligatoriamente essere limitata ad un obiettivo per volta. Anzi, la concentrazione vera è esattamente il contrario: la potremmo definire uno “stato”.

In realtà, concentrarsi su una, due o più questioni contemporaneamente, è la morte stessa della concentrazione. Infatti viene definita “identificazione”.

E’ una condizione facile da verificare. Quante volte, mentre siamo concentrati su un’attività o su qualcosa da fare, l’improvvisa irruzione di un collega o di un rumore forte, ci fanno sobbalzare?

In quel momento il mondo cessa di esistere, al di fuori dell’oggetto della nostra attenzione, ma in  un processo che non ha nulla di volontario. Non siamo noi a decidere di quali stimoli occuparci e di quali no. E’ lo stimolo stesso che ci ghermisce e ci trascina nel suo piccolo inferno privato. Tutta la nostra energia è assorbita dall’atto e tutto il resto non ne riceve più.

Identificarsi in un pensiero, in un obiettivo, in un sentimento significa perdere di vista tutto il resto. Significa che noi DIVENTIAMO quello di cui ci occupiamo. E lì è finita la presenza. Chi è infatti presente a quel punto? Non più l’osservatore, l’essere umano che agisce, ma l’oggetto dell’attenzione.

Il che significa che noi non esistiamo più. Finiti. Kaputt.

Concentrarsi significa a tutti gli effetti andare verso un centro.

Lo stato di cui parlo è quello in cui NOI siamo la concentrazione. Allora nulla potrà distrarre da qualcos’altro, perchè sarà tutto all’interno del nostro “campo” di attenzione concentrata.

Ma nonostante ciò che può sembrare, quando lo stato di concentrazione è reale, la capacità di focalizzare il pensiero su qualsiasi cosa, anche su più cose contemporaneamente, diventa incredibile.

E’ la condizione di presenza che determina la facoltà di concentrazione. Una concentrazione vera, inamovibile da fattori esterni o interni. Non il contrario, in cui la consapevolezza e lo spazio di esperienza si riducono ai minimi termini e a volte anche oltre.

Non è ovviamente uno stato facile da raggiungere, anzi. Mi pare che migliaia di esseri umani lo cerchino costantemente senza raggiungerlo o raggiungendolo per periodi di tempo molto limitati.

Non per nulla, nella pratica della meditazione, credo che la “tecnica” più difficile da mettere in atto per un praticante sia quella di non usare nessuna tecnica, ovvero non esercitare la concentrazione su nulla in particolare, se non sulla propria permanenza.

Quando però si tocca questo stato, anche solo per un istante, ecco che si apre un nuovo enorme spazio di esperienza. Toccare una condizione simile, per quanto breve sia l’esperienza, porta ineluttabilmente ad un cambiamento poichè, prima di questo evento, lo stato in questione è solo teorico. Ma nel momento in cui lo si sperimenta, ci si rende improvvisamente conto che esiste molto, moltissimo da sperimentare.

Un universo nuovo, uno stato naturale di cui “prima” non si aveva la minima idea, ma che una volta toccato lascia all’interno l’assoluta certezza di averlo sperimentato.

Riuscire a riprodurlo può essere faticoso, difficile (anzi, molto difficile!) ma a quel punto il nostro desiderio, la nostra traenza hanno cambiato definitivamente assetto, perchè un lungo viaggio ha appena avuto inizio.

Proteggere ciò che inizia

Francesco Franz Amato Proteggere ciò che iniziaL’ho imparato sulla mia pelle. Proteggere ciò che iniziamo, fino a che l’intero processo non si sia consolidato.

Vale per tutto, naturalmente, ma molto di più per tutto quello che riguarda il nostro interno.

Quando qualcosa nasce, ha sempre bisogno di protezione. Che sia un essere vivente, un’idea, un sentire o un progetto, quando “parte”, possiede una sua sorta di energia potenziale; l’energia che gli servirà per arrivare a compimento è già tutta contenuta in una specie di”spazio potenziale”.

Più tardi, se l’energia potenziale iniziale era sufficiente, il tutto prenderà piede, avrà radicato solide radici nella realtà e allora le cose cambieranno, l’energia necessaria gli arriverà dalle interazioni con l’ambiente e… se son rose fioriranno, come si suol dire.

Ma se l’energia iniziale, chiamiamola “energia di lancio” è appena sufficiente, oppure viene dissipata inutilmente nelle primissime fasi di vita, allora le probabilità di arrivare ad una certa maturità auto rigenerante sono tagliate in partenza, e il tutto è destinato a naufragare.

Fateci caso. Avete un’idea, cominciate a pensarci, definite piani e possibili variazioni; in alte parole, progettate qualcosa. Fino a che state zitti, e non ne parlate, la cosa può morire per motivi oggettivi (era un’idea non buona), ma anche proseguire, costruendosi pian piano nella vostra mente.

E più vi cresce all’interno, più sembra acquisire già un corpo suo, una sua ragion d’essere. Poi la mettete in atto. Ecco, in quel passaggio, nell’attimo in cui l’idea si trasferisce dal mondo del potenziale a quello effettivo, tutta l’energia, tutta l’intenzione, tutto il cuore che ci avete messo si realizza nella materia.

E’ nato qualcosa. Ne seguite le prime fasi, la crescita, il lancio in società… ed ecco che il progetto realizzato inizia a muoversi con le sue gambe. Da questo momento in poi la sua energia non è più quella con cui è nato, ma un’altra, qualcosa di cui il progetto si nutre per i fatti suoi.

Ma provate anche solo a parlarne, a chiedere l’opinione di qualcuno prima di quel momento e molto probabilmente la cosa naufragherà miserabilmente. Prima rendete pubblica una cosa in potenza e peggiore sarà il rischio che non veda mai la luce.

Se ci fate caso i quattro paragrafi precedenti possono essere riferiti a qualunque cosa. Ad un figlio, un nuovo rapporto amoroso, l’idea per un nuovo libro, ma anche un progetto di vita, qualcosa che avete semplicemente in mente di fare.

Oppure un nuovo percorso interiore. Se ne parlate quando è troppo presto, avrete la massima probabilità di disperderne l’energia e vederlo morire ancora prima che diventi reale.

Le cose nuove vanno sempre protette, mantenute occulte quanto più possibile, all’interno. Solo dopo, quando saranno pronte per camminare con le loro gambe, allora si che potrete, anzi dovrete manifestarle, dar loro spazio e rilievo.

Perchè paradossalmente, a quel punto avranno ancora bisogno della vostra energia, ma se questa non verrà riconosciuta… allora ci sarà il rischio che il vostro sentire non trovi apparentemente riscontro. Con la conseguenza che con l’andare del tempo la vostra energia se ne andrà da qualche altra parte.

E tanti saluti.




Il sentire e la ragione

sensibilità e ascoltoSentire… tutti sentono. Chiunque sente qualcosa. Ovviamente non parlo delle orecchie, ma della sensibilità, della capacità di cogliere qualcosa al di là dei sensi fisici.

Il sentire è l’unica cosa che a volte rimane a guidarci, quando ci perdiamo nelle tenebre della ragione mendace.

Ma, come la mente, a volte, mente ed altre dice la verità, così il sentire a volte ce la racconta anche lui.

Occorre distinguere tra ciò che davvero si sente e la semplice manifestazione di un bisogno, primario o meno.

Per fare questo occorre esercitare il sentire esattamente come faremmo con un muscolo.

Non servono palestre particolari. Basta un po’ di umiltà e un po’ di sfacciataggine, il tutto mescolato ad una congrua dose di silenzio.

Innanzitutto occorre accorgersi che si sente qualcosa. Bisogna fare attenzione a quello che accade al nostro interno, alle nostre reazioni emotive, alle variazioni che accadono negli strati meno superficiali, anche se non ancora profondi, di noi stessi.

Ovviamente, fintanto che la nostra mente produrrà un gran casino di pensieri, sensazioni più o meno sballate e chiacchericci vari, non sarà facile.

Perciò occorre il silenzio. Ho scritto alcuni post sull’argomento, per cui non ci torno sopra.

Diciamo però che il silenzio, più è profondo e più permette ad un sentire vero di farsi cogliere dalla nostra attenzione.

Una volta individuata questa nuova “voce” al nostro interno, occorrerà esercitarla. Quindi permanere in una condizione di ascolto il più spesso possibile.

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Alfa privativo. Quel che resta del giorno.

luce... ovunque.. da sempre e per sempreAlfa privativo, ovvero quell’ “A” che si mette prima di qualcosa per indicare che manca: “A” cefalo ovvero senza cervello. “A” cromatico, ovvero senza colore… e via così dicendo.

L’alfa privativo è qualcosa di così profondamente intessuto oggi nella nostra vita che non ci accorgiamo di quanto ne faccia parte.

Perchè non si tratta solo di una forma linguistica, ma di un vero e proprio sistema per esplorare la realtà. Armonia tramite conflitto, potremmo definirla forse. Differenza, la chiamano altri. Ma quella cosa che ci permette di toccare, vedere, odorare, gustare, udire, sentire… è quello che non c’è.

E’ quello che cambia che ci permette di vedere quello che c’era, è il nuovo che ci permette di distinguere il vecchio.

E’ sempre quello: la differenza; la nostra mano, immobile sul tavolo, dopo un po’ non ci dice nemmeno più in che posizione è.

Tutto il nostro corpo funziona per differenza, per alfa privativo. E’ l’alternarsi di stimoli che ci permette di accorgergi che gli stimoli esistono. I sensori del nostro corpo funzionano così, cogliendo la differenza tra prima e dopo, tra vuoto e pieno.

L’alfa privativo è la porta NOT dell’intelletto. E’ il deus ex machina dell’istante trascorso. Quello stesso istante che, per analogicità di percezione, non ci è dato di cogliere se non dopo il suo trascorrere.

Quando l’istante si dilata siamo noi che acceleriamo. E’ il freeze frame della consapevolezza che entra in azione, aumentando il passo di proiezione della realtà sullo schermo della memoria.

Non vi è nulla di fermo nell’universo, se non il suo punto centrale. L’origine da cui emana la nota di fondo che tutto pervade… ma che tutto è.

E se tutto è quella nota, altro non v’è. E dunque alla fine, veramente, cosa si muove?

Ancora alfa privativo: cambia il sistema di riferimento e da fulmineo lampeggiare in un attimo di accecante velocità… sarai fermo a guardare il mondo che ti passa accanto.

Muoversi o restare: che differenza fa? Vista da dentro… tutta. Ma vista da fuori… nessuna.

Ma vale fino a che esiste un fuori. Qualcosa di più grande di te esiste sempre. Ma solo fino a che “tu” si limita a quell’autosentire che si autodefinisce.

A quel grumo di luce immerso nella stessa luce che dice di essere… e che per ironia della sorte ci crede pure, non potendo farne a meno.

Una sola luce che è già ovunque. Che non si muove.

Per questo la velocità della luce è una costante. Perchè è già ovunque. Una sola.

Che si vede riflessa in quel grumo che, separandosi, la guarda e dice: io sono.

Ma separarsi implica ricordare che prima non si era tali. Separati, intendo. Come fai a separarti da qualcosa se prima non sei uno con essa? E come fai ad accorgerti che sei uno con essa se prima non ti separi?

Uno, due, tre… ciap’el ch’el ghè… io sono quello.

Trovati un solo secondo senza “io” e vedrai come cambia la vita. O come non cambia più, anzi come inizia davvero a cambiare sotto i tuoi occhi, dentro i tuoi occhi perchè la vita è. Ma senza “io” non si può più dire che la vita sei tu.

Ma se prima non sei “io” poi non coglierai la differenza, quando il desiderio di fondere allo stato puro si manifesterà, e per un istante di grazia ricevuta, cesserà l’unicità di chi guarda.

Per ritornare a quella luce che già è.

Ovunque. In ogni tempo.

Solo che dopo che l’hai toccata… magari non riesci a rimanere lì.

Ne porti qui il ricordo. Come di un sogno. Il sogno di un codice di luce che illumina tutto. Che è tutto. Il ricordo di un pianeta intero all’interno del cuore, percepito come un solo unico punto, in un unico istante.

E sai, assolutamente, che non è tutto.

Alfa privativo: quel che resta del giorno.

Centro motore, riflessi ancestrali e percezione meccanica

Francesco Franz Amato Centro motore, riflessi ancestrali e percezione meccanicaQualche sera fa stavo passando per Corso V. Emanuele a Milano. Questo Corso è il più importante, il più centrale della città ed è isola pedonale, completamente interdetta al traffico, ovviamente anche molto affollata.

Come credo in molte altre città è anche molto frequentata da venditori ambulanti di ogni genere.

Camminando, ogni tanto vedevo delle piccole macchie luminose blu schizzare verso l’alto e stagliarsi sullo sfondo del cielo notturno, partendo da molti degli ambulanti. Avvicinatomi ad uno di loro, ho visto che si trattava di piccole eliche di plastica, lanciate in aria con un elastico e che, girando su se stesse a contatto con l’aria, alimentavano un piccolo generatore che permetteva loro di emettere quella luce blu che mi aveva colpito.

Soddisfatta la curiosità me ne sono andato per la mia strada, continuando a vedere quelle piccole eliche che ogni tanto shizzavano in su. La cosa che mi ha colpito è stata che per lo sguardo sembrava essere impossibile non seguirle; nonostante sapessi di cosa si trattava e nonostante non me ne potesse fregar di meno, non potevo fare a meno di seguirle con gli occhi ogni qualvolta ne partiva una.

Guardandomi attorno ho visto che praticamente tutti i passanti facevano come me, seguendo in modo evidentemente automatico gli oggetti con gli occhi.

Ho iniziato a porre attenzione alla cosa e ho scoperto che il fatto altro non era che un riflesso, messo in atto da un istinto abbastanza primario: quello di difesa.

I miei occhi, come ho potuto osservare, seguivano quegli oggetti non per il fatto che fossero strani o per il bel colore della luce emessa, quanto perchè la loro velocità li faceva “emergere” da un quadro complessivo di tutt’altra qualità.

In altre parole, era come se la situazione fosse stata in qualche modo parametrizzata dal cervello che ne aveva tratto una sorta di “Immagine qualitativa dinamica”, con una sua  mediana. Le eliche, schizzando via a velocità evidentemente molto maggiore della media dei movimenti attorno a me, uscivano da questa “valutazione media” e quindi facevano scattare un allarme per cui lo sguardo era costretto a seguirle.

Ascoltando con molta attenzione, mi sono accorto che l’allarme era prodotto proprio da un riflesso automatico. Ogni volta che nel campo visivo, anche periferico, e quindi non sottoposto allo stesso livello di vigilanza di quello centrale, si muovevano quegli oggetti, i miei occhi andavano automaticamente a collimare con precisione sulla loro posizione.

Un riflesso ancestrale dunque, non originato dalla corteccia, ma da qualche zona subcorticale; molto probabilmente un retaggio di epoche remote in cui percepire un possibile pericolo con il massimo anticipo poteva fare la differenza tra la vita e la morte.

Controllare quel riflesso non era affatto facile, come ho scoperto poi, perchè l’impulso per il movimento era praticamente immediato all’insorgere dello stimolo e del tutto subconscio.

Stimolato dalla scoperta ho iniziato a cercare di controllarlo volontariamente e devo dire che non è stata affatto un’impresa facile. Per riuscirci ho dovuto praticamente concentrare tutta la mia attenzione sul campo visivo periferico, ed esercitare una “vigilanza” costante su di esso. Un solo istante in cui l’attenzione andava da qualche altra parte e il controllo se ne andava a farsi benedire.

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Il Sentire, questo sconosciuto atto del cuore

raggi del sole Quella italiana non è una lingua adatta a descrivere correttamente parole come questa. L’inglese, ad esempio va già meglio. Nella lingua anglosassone infatti esistono due vocaboli distinti, solo per fare un esempio, che traducono il verbo sentire; uno è to hear, usato per definire l’atto fisico di sentire qualcosa con le orecchie, l’altro è to feel, che invece indica il sentire nel senso di sentimento.

Ma vi sono anche altri significati per questa parola. Sentire nel senso di “percepire” qualcosa, ad esempio. In questo caso ci viene in aiuto ancora una volta il latino, che ci spiega brillantemente l’etimologia di questo termine.

Pecepire viene infatti da “percipio“, composto dalla particella “per” (attraverso, per mezzo di) e il verbo “capio” ovvero “prendere“, nel senso di “intendere“.  Il significato originale ptrebbe quindi essere tradotto con “intendere attraverso“. Percepire diventa quindi intendere in sè, nel senso di “lasciarsi attraversare“.

Ecco che il sentire, ovvero la percezione, si svelano come quel modo assai difficile di apprendere, lasciandosi attraversare, prendendo in sè qualcosa. Una sorta di intuizione, ma assai diversa. L’intuizione è qualcosa che si genera “sua sponte” dalla correlazione di esperienze e che può determinare, in un dato momento, una sorta di “fusione” che porta ad un lampo, un attimo di luce, che svela un concetto o un pensiero tutto insieme alla mente conscia.

Il sentire è un atto del cuore, che consente di andare al di là delle ordinarie considerazioni mentali. Per questo è così difficile distinguerlo dalle altre percezioni.

Come se non bastasse poi, è anche difficile distinguerlo da tutto il rimanente sostràto di reazioni emotive… ma forse è meglio procedere con ordine.

Se si prova ad ascoltare le proprie emozioni ovvero, per chi non è avvezzo a questo termine, a rendersi consapevoli di esse, ci si accorge prima o poi che le suddette sono di diversi tipi e “gradazioni”. Come se esistessero delle linee di separazione tra la densità delle emozioni che si possono provare.

Attenzione che qui non si sta parlando di “intensità”, ma di “densità”. Soprattutto le donne devono fare attenzione a questo particolare distinguo giacchè, più degli uomini, tendono a confondere i due termini.

Emozioni dense sono sempre intense. Emozioni intense non sempre sono dense. Anzi.

Esistono infinite sfumature di densità e intensità nel campo emotivo ma, ascoltando attentamente, si noterà che nell’estensione di queste sfumature esistono delle specie di linee, come degli spartiacque, che dividono tra loro le possibili densità del campo emotivo.

Passata una di queste linee non è possibile provare emozioni dalla densità corrispondente al livello inferiore. Ciò che varca questi livelli spartiacque è la consapevolezza. Per chiarire, è come se noi fossimo dei pesci che nuotano e il mare in cui lo facciamo il campo emotivo.

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Il pensiero è un sistema aperto. Grazie al dubbio. By Giuseppe

Galassia SombreroStavo per intitolare questo post: “Il pensiero è un sistema chiuso”.

Poi mi sono detto: “Calmati, rifletti un attimo…”.

In effetti non credo che il pensiero sia un sistema chiuso. Lo sono le opinioni fisse, ripetitive, ossessive, che non ammettono cambiamento di visione. Lo sono i dogmi: ciechi, presuntuosi e arroganti.

Ma non il pensiero in sé.

Il pensiero può dar vita a uno scritto, un discorso o un’azione…e quindi riversarsi all’esterno e modificare qualcosa.

Inoltre il pensiero (quando il pensatore è aperto) può accogliere nuovi punti di vista, nuove idee, ampliarsi…e la coscienza può scorgere nuovi orizzonti.

Il pensatore, perciò, dovrebbe sempre usufruire del beneficio del dubbio su ciò che sa, aggiornare continuamente il proprio “archivio” e…rimanere sempre aperto alle impressioni esterne.

E’ vero che il dubbio può paralizzare l’azione, infatti nell’azione non vi dovrebbero essere dubbi: quando è il momento di agire bisogna agire, e basta.

Nella riflessione, invece, il dubbio può servire a procurarci una sorta di choc che ci aiuta ad uscire dal “sistema chiuso”, meccanico, delle opinioni fisse e ripetitive (il famoso: “ora ho capito come stanno veramente le cose”).

Mi viene in mente a proposito l’enneagramma.

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Kesa - alla fine della solitudine E' una storia d'amore, un po' strana, lo ammetto, ma tutti quelli che hanno letto il libro lo hanno trovato bello.

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