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Centro motore, riflessi ancestrali e percezione meccanica

Francesco Franz Amato Centro motore, riflessi ancestrali e percezione meccanicaQualche sera fa stavo passando per Corso V. Emanuele a Milano. Questo Corso è il più importante, il più centrale della città ed è isola pedonale, completamente interdetta al traffico, ovviamente anche molto affollata.

Come credo in molte altre città è anche molto frequentata da venditori ambulanti di ogni genere.

Camminando, ogni tanto vedevo delle piccole macchie luminose blu schizzare verso l’alto e stagliarsi sullo sfondo del cielo notturno, partendo da molti degli ambulanti. Avvicinatomi ad uno di loro, ho visto che si trattava di piccole eliche di plastica, lanciate in aria con un elastico e che, girando su se stesse a contatto con l’aria, alimentavano un piccolo generatore che permetteva loro di emettere quella luce blu che mi aveva colpito.

Soddisfatta la curiosità me ne sono andato per la mia strada, continuando a vedere quelle piccole eliche che ogni tanto shizzavano in su. La cosa che mi ha colpito è stata che per lo sguardo sembrava essere impossibile non seguirle; nonostante sapessi di cosa si trattava e nonostante non me ne potesse fregar di meno, non potevo fare a meno di seguirle con gli occhi ogni qualvolta ne partiva una.

Guardandomi attorno ho visto che praticamente tutti i passanti facevano come me, seguendo in modo evidentemente automatico gli oggetti con gli occhi.

Ho iniziato a porre attenzione alla cosa e ho scoperto che il fatto altro non era che un riflesso, messo in atto da un istinto abbastanza primario: quello di difesa.

I miei occhi, come ho potuto osservare, seguivano quegli oggetti non per il fatto che fossero strani o per il bel colore della luce emessa, quanto perchè la loro velocità li faceva “emergere” da un quadro complessivo di tutt’altra qualità.

In altre parole, era come se la situazione fosse stata in qualche modo parametrizzata dal cervello che ne aveva tratto una sorta di “Immagine qualitativa dinamica”, con una sua  mediana. Le eliche, schizzando via a velocità evidentemente molto maggiore della media dei movimenti attorno a me, uscivano da questa “valutazione media” e quindi facevano scattare un allarme per cui lo sguardo era costretto a seguirle.

Ascoltando con molta attenzione, mi sono accorto che l’allarme era prodotto proprio da un riflesso automatico. Ogni volta che nel campo visivo, anche periferico, e quindi non sottoposto allo stesso livello di vigilanza di quello centrale, si muovevano quegli oggetti, i miei occhi andavano automaticamente a collimare con precisione sulla loro posizione.

Un riflesso ancestrale dunque, non originato dalla corteccia, ma da qualche zona subcorticale; molto probabilmente un retaggio di epoche remote in cui percepire un possibile pericolo con il massimo anticipo poteva fare la differenza tra la vita e la morte.

Controllare quel riflesso non era affatto facile, come ho scoperto poi, perchè l’impulso per il movimento era praticamente immediato all’insorgere dello stimolo e del tutto subconscio.

Stimolato dalla scoperta ho iniziato a cercare di controllarlo volontariamente e devo dire che non è stata affatto un’impresa facile. Per riuscirci ho dovuto praticamente concentrare tutta la mia attenzione sul campo visivo periferico, ed esercitare una “vigilanza” costante su di esso. Un solo istante in cui l’attenzione andava da qualche altra parte e il controllo se ne andava a farsi benedire.

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Il Sentire, questo sconosciuto atto del cuore

raggi del sole Quella italiana non è una lingua adatta a descrivere correttamente parole come questa. L’inglese, ad esempio va già meglio. Nella lingua anglosassone infatti esistono due vocaboli distinti, solo per fare un esempio, che traducono il verbo sentire; uno è to hear, usato per definire l’atto fisico di sentire qualcosa con le orecchie, l’altro è to feel, che invece indica il sentire nel senso di sentimento.

Ma vi sono anche altri significati per questa parola. Sentire nel senso di “percepire” qualcosa, ad esempio. In questo caso ci viene in aiuto ancora una volta il latino, che ci spiega brillantemente l’etimologia di questo termine.

Pecepire viene infatti da “percipio“, composto dalla particella “per” (attraverso, per mezzo di) e il verbo “capio” ovvero “prendere“, nel senso di “intendere“.  Il significato originale ptrebbe quindi essere tradotto con “intendere attraverso“. Percepire diventa quindi intendere in sè, nel senso di “lasciarsi attraversare“.

Ecco che il sentire, ovvero la percezione, si svelano come quel modo assai difficile di apprendere, lasciandosi attraversare, prendendo in sè qualcosa. Una sorta di intuizione, ma assai diversa. L’intuizione è qualcosa che si genera “sua sponte” dalla correlazione di esperienze e che può determinare, in un dato momento, una sorta di “fusione” che porta ad un lampo, un attimo di luce, che svela un concetto o un pensiero tutto insieme alla mente conscia.

Il sentire è un atto del cuore, che consente di andare al di là delle ordinarie considerazioni mentali. Per questo è così difficile distinguerlo dalle altre percezioni.

Come se non bastasse poi, è anche difficile distinguerlo da tutto il rimanente sostràto di reazioni emotive… ma forse è meglio procedere con ordine.

Se si prova ad ascoltare le proprie emozioni ovvero, per chi non è avvezzo a questo termine, a rendersi consapevoli di esse, ci si accorge prima o poi che le suddette sono di diversi tipi e “gradazioni”. Come se esistessero delle linee di separazione tra la densità delle emozioni che si possono provare.

Attenzione che qui non si sta parlando di “intensità”, ma di “densità”. Soprattutto le donne devono fare attenzione a questo particolare distinguo giacchè, più degli uomini, tendono a confondere i due termini.

Emozioni dense sono sempre intense. Emozioni intense non sempre sono dense. Anzi.

Esistono infinite sfumature di densità e intensità nel campo emotivo ma, ascoltando attentamente, si noterà che nell’estensione di queste sfumature esistono delle specie di linee, come degli spartiacque, che dividono tra loro le possibili densità del campo emotivo.

Passata una di queste linee non è possibile provare emozioni dalla densità corrispondente al livello inferiore. Ciò che varca questi livelli spartiacque è la consapevolezza. Per chiarire, è come se noi fossimo dei pesci che nuotano e il mare in cui lo facciamo il campo emotivo.

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Il pensiero è un sistema aperto. Grazie al dubbio. By Giuseppe

Galassia SombreroStavo per intitolare questo post: “Il pensiero è un sistema chiuso”.

Poi mi sono detto: “Calmati, rifletti un attimo…”.

In effetti non credo che il pensiero sia un sistema chiuso. Lo sono le opinioni fisse, ripetitive, ossessive, che non ammettono cambiamento di visione. Lo sono i dogmi: ciechi, presuntuosi e arroganti.

Ma non il pensiero in sé.

Il pensiero può dar vita a uno scritto, un discorso o un’azione…e quindi riversarsi all’esterno e modificare qualcosa.

Inoltre il pensiero (quando il pensatore è aperto) può accogliere nuovi punti di vista, nuove idee, ampliarsi…e la coscienza può scorgere nuovi orizzonti.

Il pensatore, perciò, dovrebbe sempre usufruire del beneficio del dubbio su ciò che sa, aggiornare continuamente il proprio “archivio” e…rimanere sempre aperto alle impressioni esterne.

E’ vero che il dubbio può paralizzare l’azione, infatti nell’azione non vi dovrebbero essere dubbi: quando è il momento di agire bisogna agire, e basta.

Nella riflessione, invece, il dubbio può servire a procurarci una sorta di choc che ci aiuta ad uscire dal “sistema chiuso”, meccanico, delle opinioni fisse e ripetitive (il famoso: “ora ho capito come stanno veramente le cose”).

Mi viene in mente a proposito l’enneagramma.

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Il suono: esercizio di canto armonico in Sigit

Francesco Franz Amato Il suono: esercizio di canto armonico in SigitIl suono è suono.

Che si tratti di un mantra, come nei post precedenti, o di un canto, come quello che vi propongo oggi.

La linea di base sfrutta armonie di quinta e nona maggiore e l’utilizzo di diverse vocali per “aprire” o “chiudere” l’impatto emotivo, mentre la linea melodica acuta è ottenuta con la tecnica classica del canto armonico detta “Sigit”.

Il risultato sono quei suoni flautati estremamente acuti che hanno inizio circa a 1:50 per proseguire fino alla fine dove rimangono in “assolo” per qualche tempo.

In questo caso si tratta proprio di un esercizio, nulla di particolare quindi, ma mi faceva piacere condividerlo come sempre in questo spazio.

Come tutti gli altri brani da me registrati è a disposizione nell’apposita pagina, da cui potete anche scaricarlo, alle condizioni riportate in loco.

Per ascoltare cliccare sul player qui sotto (non appena si carica…)

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Il suono: mantra Aum eseguito in Kargiraa

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Francesco Franz Amato Il suono: mantra Aum eseguito in Kargiraa

Il canto armonico, in tutti i suoi stili e sottostili, è molto antico. Presso il popolo tibetano entra a gran diritto nella tradizione non solo religiosa, in cui viene utilizzato per il canto dei mantra, ma anche in quella medica.

Nella medicina tibetana, infatti, il suono viene utilizzato moltissimo, specialmente nelle varianti del canto armonico, per produrre effetti vibratori precisi che, interferendo con l’energia della persona, ne possono ristabilire l’armonia, quando ad esempio questa sia stata inficiata da ferite o malattie.

Ci ho messo molti anni ad acquisire questa tecnica, detta “Kargiraa”. Nonostante a molti venga istintiva, per me non è stato così e fintanto che non ho potuto ascoltarla direttamente dalla voce di un Maestro, non sono mai riuscito a produrla correttamente.

Ho fatto da poco questa incisione, utilizzando la tecnica in questione, per tentare di riprodurre una qualità a me molto cara, per diversi motivi. La condivido in questo spazio.

Gli armonici acuti e alti che si sentono in diverse fasi sono prodotti spontaneamente dall’interazione delle varie tracce. Come sempre, il file è a vostra completa disposizione per il download nella pagina dedicata al suono. Per andarci cliccate qui e seguite le istruzioni in loco. Per ascoltare invece, cliccate semplicemente sul player all’inizio dell’articolo.

 

Sistemi umani e termodinamici: l’entropia vale lo stesso

Francesco Franz Amato Sistemi umani e termodinamici: lentropia vale lo stessoUn essere umano è un sistema termodinamico aperto a tutti gli effetti; è costituito da un insieme di elementi (organici e non) che interagiscono per formare una “macchina” anche termodinamica. Essa scambia energia con l’esterno, sotto forma ad esempio di cibo, idee, parole, azioni.

Come tale, la sua energia non è costante, ma varia in relazione a quanta ne immette e a quanta ne emette. L’entropia per un essere umano tende naturalmente ad aumentare ma, essendo esso un sistema aperto, non arriva all’equilibrio.

Quando però l’essere umano smette di scambiare energia con ciò che lo circonda, l’energia tende rapidamente ad equilibrarsi. Il sistema diventa chiuso e l’entropia tende naturalmente ad aumentare. Lo stato entropico finale corrisponde alla stasi energetica sotto tutti i punti di vista.

A questo punto l’energia può essere naturalmente rappresentata da una linea piatta, esattamente come quella del grafico di tutte le sue funzioni e anche come la sua posizione finale, ovvero quella orizzontale.

In poche parole, per un “sistema uomo” lo stato di massima entropia coincide con la morte.

Espandendo il concetto, un sistema di esseri umani, normalmente definito “gruppo”, rimane in vita e contrasta il naturale aumento dell’entropia fintanto che scambia energia con l’esterno. Socialmente parlando, il gruppo si comporta proprio come un sistema termodinamico, apparendo all’esterno come una entità che si muove in un modo definito da leggi e dinamiche abbastanza costanti e definite.

Fintanto che il “gruppo” interagisce con altri gruppi, individui, situazioni ed eventi, scambiando energia, idee, cognizioni e nozioni, contrasta l’entropia, l’energia fluisce sia dall’interno verso l’esterno che viceversa, portando variazioni all’interno del gruppo e quindi ai suoi componenti ma anche all’esterno, producendo modificazioni nell’ambiente circostante.

Quando però il gruppo diventa chiuso, ovvero si isola rispetto all’ambiente circostante, ancora una volta si trasforma in un “sistema” chiuso.

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Lasciarsi attraversare, per imparare.

Francesco Franz Amato Lasciarsi attraversare, per imparare.Non sempre è possibile vivere qualcosa in prima persona.

Molti eventi non sono “vivibili” personalmente, perchè avvengono entro un contesto, magari con un loro “lessico comportamentale”. Al punto che riprodurli è davvero impossibile.

Esperienze macroscopiche, ad esempio, come trovarsi coinvolti in una sparatoria, una guerra, creano una sorta di collante tra chi le ha vissute, anche se ovviamente l’esperienza non può che essere soggettiva.

Ma di fronte all’enormità di un fatto come quelli citati, per quanto soggettiva, l’esperienza ha comunque livelli di possibile condivisione molto elevati.

Questo è dovuto all’energia intrinseca della situazione. Uno shock traumatico da esplosione, o da combattimento, ha una sua energia talmente elevata che l’esperienza dello stesso, per quanto soggettiva, viene vissuta più o meno in modo comune.

Diverso è quanto accade invece nel momento in cui si parla proprio di una “piccola” esperienza, di qualcosa di personale.

Nella vita di ognuno di noi accadono piccole o grandi “rivelazioni”, epifanie che hanno senso solo all’interno di un particolare spazio di esperienza.

Eppure è possibile apprendere, imparare anche dalle esperienze di altri.

Quando siamo assillati da un problema, da una pena personale, a volte è possibile uscirne semplicemente ascoltando.

Ascoltando davvero, con il cuore, con tutto noi stessi ciò che una persona può aver vissuto.

Allora può accadere che ciò che quella persona ha vissuto ci attraversi, come un vento tra le garze di una tenda. Se non opponiamo resistenza, se non apponiamo un giudizio, allora quell’esperienza ci “passa dentro”, facendo vibrare ciò che in noi esiste di simile.

Non è come aver realmente vissuto un fatto, un evento. Ma se usiamo la sensibilità allora si può davvero far tesoro dell’esperienza di un altro.

“Similia similibus curantur” era la frase preferita di Hahnemann, l’inventore dell’omeopatia moderna. Allo stesso modo in cui il simile cura il simile, al nostro interno il simile fa vibrare il simile. Anche se poco in noi è assonante con ciò che ci attraversa, il solo fatto di vibrare in accordo con l’esperienza di un altro renderà più ricco ciò che in noi vi è di simile.

Ripeto, non è come vivere qualcosa in prima persona.

Ma se ci alleniamo ad ascoltare, ad accogliere, qualcosa di quell’esperienza ci può rimanere dentro.

Per farci crescere.

E di gente che è passata di lì prima di noi… in giro ce n’è tanta!

Il canto gregoriano incontra quello armonico. David Hykes in “Kyrie Fragments”

Il brano in realtà dura praticamente il doppio. Ma nella seconda parte l’influenza del canto Gregoriano è così forte… così meravigliosamente armonica che non ho potuto resistere. E la commistione con il canto armonico durante tutta l’esecuzione raggiunge veramente un apice epocale nell’ultimo minuto e mezzo.

Difficile sentire qualcosa di altrettanto bello. Davvero difficile!


Pattern recognition. La fregatura meccanica e la schermata blu.

Francesco Franz Amato Pattern recognition. La fregatura meccanica e la schermata blu.I computer sono stati costruiti prendendo spunto dal cervello umano. Ma non solo, anche per il software vale lo stesso.

Quella cosa chiamata “pattern recognition” altro non è che il riconoscimento di uno schema da parte del computer.

Perchè questo possa avvenire occorre che esista un software specifico per il tipo di schema da riconoscere.

Ad esempio, la trasformazione di un testo passato allo scanner in un testo modificabile.

L’immagine della pagina scritta, catturata da uno scanner per un computer non significa nulla. Per l’uomo è naturale mettersi a leggere quello che c’è scritto ma per un computer no. Una pagina di un libro o la foto di un tramonto sono la stessa cosa. A meno che non intervenga un programma in grado di “riconoscere” le forme presenti nell’immagine ed estrapolare la corrispondenza con caratteri tipografici.

Un programma di questo tipo è detto OCR (Optical Carachter Recognition) ed è un esempio di “pattern recognition” ovvero di strumento in grado di rconoscere uno schema ed agire di conseguenza.

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Il ruggito di una pantera. La dice tutta…

PANTERAL’unica volta in cui ho potuto vedere una pantera nera dal vivo è stato al parco delle Cornelle, vicino a Bergamo.

In quell’occasione ho potuto anche sentirne il ruggito.

Impressionante come un animale non così grande come una tigre o un leone possa sprigionare tanto “volume di fuoco” in un singolo ruggito!

Dato che ho trovato una registrazione sul web, ve la propongo qua sotto.

Mettete a manetta le casse e preparatevi.

Se avete bambini nei dintorni sarà meglio che li facciate sloggiare o che usiate le cuffie.

Se qualcuno volesse una definizione del significato di “intensità”… credo che troverà in questa breve registrazione un’utile indicazione.

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L’uso del suono nelle arti marziali. Il Kiai Jutsu

Francesco Franz Amato Luso del suono nelle arti marziali. Il Kiai JutsuUn altro aspetto decisamente arrivato “debosciato” in occidente è quello legato al suono nella tradizione marziale. La trasliterazione fumettistica ha infatti indotto a credere che l’uso della voce durante il combattimento marziale fosse qualcosa di simile ad un grido di guerra, utilizzato con l’intento di indurre spavento o esitazione nell’avversario.

Ovviamente nulla di più superficiale e lontano dalla realtà quanto questa visione dell’urlo prodotto con il suono del nome, “Kiai“, appunto.

La tecnica sonora delle arti marziali è giunta fino a noi quasi esclusivamente dalla tradizione giapponese. Ma in realtà il combattimento e le relative arti sono qualcosa di molto più antico, proveniente spesso da tradizioni di cui si è addirittura persa la memoria.

Senza scomodarsi tanto, basta osservare come le arti marziali giapponesi derivino quasi per intero da quelle cinesi, le quali a loro volta hanno tratto spesso origine dagli insegnamenti esoterici della vicina India.

Ricordo molto bene quando il maestro Tada Hiroshi, allora “solamente” 8° Dan di Aikido nonche direttore tecnico per l’Italia, disse in un suo discorso che non aveva mai capito l’Aikido fino a che non glielo aveva spiegato un maestro di Yoga, presso cui aveva poi studiato per mesi.

Nel corpus di insegnamento delle arti marziali, il suono e l’uso della voce non avevano certo un ruolo secondario, anzi… la voce, vista come strumento perfetto per modulare una vibrazione sonora, diventava spesso un modo per trasferire energie vibratorie particolarmente assonanti e, come nell’uso dei Mantra, atte a produrre effetti precisi.

In campo marziale, una sola sillaba, pronunciata con la corretta cordinazione interna, può sortire effetti anche letali. Un default del nervo vago con conseguente arresto cardiaco immediato non è cosa così difficile da produrre, conoscendo l’opportuna tecnica vocale (e possedendo ovviamente anche il corretto addestramento)

Il termine Kiai in realtà non è quindi un’onomatopeica definizione della vocalizzazione utilizzata ma semplicemente il nome dato ad un insieme di tecniche vocali particolari: il kiai-jutsu.

Odiernamente questo nome è stato trasportato a definire un insieme di tecniche curative che interagiscono su punti simili a quelli dell’agopuntura e dello shiatsu.

Kiai è una parola formata da due sillabe: “KI” il cui ideogramma rappresenta l’energia interna e “AI“, che significa armonia. Come nell’ AIKIDO ma invertite di posizione.

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Sentire lo spazio.

Francesco Franz Amato Sentire lo spazio.Seduto in silenzio, semplicemente respiro. Testimone dapprima silente, intervengo dopo un po’ per allungare le fasi.

Senza fretta. Con dolcezza, una carezza dopo l’altra, il respiro si allunga come le carezze sul capo di una donna i cui capelli crescono a vista d’occhio.

Prima un tempo, poi un po’ di più… poi ancora di più.

E nel concentrare l’attenzione sul respiro, il corpo si fa immobile. Il pensiero si allontana, in sottofondo, dissolvenza sfumata da un misterioso DJ interiore.

Dopo qualche tempo, l’attenzione si sposta dal respiro. Prima era lineare, ora è una sfera. I confini del corpo, non più percepiti, generano una strana condizione, come essere sospesi per aria.

Ma la sfera di percezione è lì, anch’essa sfumata. Tutto, intorno, è fermo ma anche vibrante. C’è un suono che riempie lo spazio, un suono lontano.

Nell’ascoltare quel suono, lo spazio si allarga di colpo.

L’intera casa entra all’interno di chi ascolta. Un’espansione improvvisa, quasi sorprendente. Ma l’emotivo è fermo quanto il pensiero e nulla accade, se non la dilatazione di confini percettivi ora evanescenti.

Mi ritrovo al centro del capo e contemporaneamente in tutto lo spazio che percepisco. Non vi è differenza.

E’ forse per questo che la percezione si fa di colpo ancora più spaziosa. Anche i muri della casa hanno cessato di esistere ed ora la sfumatura esterna del campo percettivo, flangia impalbabile di un “me” non riconoscibile, lentamente, si ritrae fino a cadere d’un tratto nuovamente al centro del capo.

Una bellissima luna mi saluta nel silenzio della notte.

A volte un mantra può servire a ricordare qualcosa.

Pieghe nella notte

L’avevo lì nel cassetto. Un valore particolare per me…  spero che piaccia anche a voi.

Come per tutti gli altri l’ho prodotto in proprio e potete farne quello che volete, tranne che un uso commerciale.

Per il resto, se lo volete usare sul vostro sito o blog, vi chiedo solo di citare la fonte.

Per ascoltare cliccate sul player.

Per scaricare il file, potete fare click destro qui e selezionare “Salva destinazione con nome” o similia.


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Deserto e Sierra Nevada. Terre diverse, stessa qualità.

Il Deserto di GiudaQualche tempo fa, in un momento in cui la situazione lo permetteva, feci un viaggio insieme ad alcuni amici, a Gerusalemme. Fu un viaggio per molti versi indimenticabile, soprattutto verso la fine.

In particolare, il penultimo giorno, grazie ad un notevole colpo di fortuna e di abilità da parte degli organizzatori, riuscimmo ad entrare nel Deserto di Giuda che è lì a pochi chilometri.

Ci addentrammo per una ventina di minuti su una pista battuta e ci fermammo lì.

Ricordo ancora con impressionante precisione come mi sentii.

Pareva di essere seduti su una centrale atomica. L’energia che permeava quel luogo era così forte… così antica… che il silenzio scese in me immediatamente.

Qualcuno di noi disse ancora poche parole, poi finalmente stette zitto.

Il caldo secchissimo, l’assenza di vento… e lo spazio; uno spazio enorme in cui l’occhio non trovava ostacolo. E uno spazio di silenzio, altrettanto dilatato, in cui neppure la percezione pareva poter trovare ostacolo.

Ricordo che la sentii espandersi in un lampo di velocità assoluta. Un attimo prima era malamente limitata ai confini del mio corpo ed un attimo dopo abbracciava uno spazio immenso, in cui i miei amici ed io eravamo davvero ben poca cosa.

Qualche anno più tardi, durante un altro viaggio, andai a fare un giro con la mia compagna sulla Sierra Nevada. Percorremmo la “carrettera mas alta de Europa” fino alla sua fine e lì ci fermammo. Per puro caso ho trovato su YouTube questo video, girato da un ciclista nello stesso identico punto in cui mi fermai allora.

Incredibilmente, a più di 1.500 metri di dislivello rispetto al Deserto di Giudea, appena sceso dall’ auto ebbi la stessa identica sensazione di qualche anno prima; silenzio, energia a livelli incredibili e un’antichità maestosa.

Ma ancora di più, quello che veramente mi colpì, fu che quel silenzio e quell’energia avevano la stessa qualità di quelle avvertite nel deserto.

Anche lì mi fermai in silenzio ad ascoltare e l’identità essenziale delle due terre mi parve davvero lampante.

Ho poi fatto qualche ricerca ma non ho trovato nulla che mi potesse dire la provenienza della terra della Sierra Nevada e confrontarla con quella del Deserto di Giuda ma sono pronto a scommettere che in tempi molto antichi queste due terre erano una sola.

Ma comunque, credetemi: vale la pena andarci e stare lì qualche secondo, minuto, giorno o anno.

Ad ascoltare.

Perchè sono terre che, a chi voglia sentire, hanno veramente molto da dire.

Bella la vita quando…

rosaQualche volta scende un particolare stato di calma, come se qualcuno recitasse un mantra per noi.

La calma è talmente profonda che sembra di poter percepire, per alcuni attimi, la sensazione della sospensione del tempo.

Tutto scorre ugualmente, ma non al nostro interno. Oppure, tutto scorre ma ci attraversa come noi fossimo porte immobili, testimoni del fluire degli eventi.

Il silenzio si spande nell’aria e, come una foto in bianco e nero, produce contrasti tanto forti con i suoni da generare una percezione uditiva a due tonalità.

Lo spazio attorno a noi sembra rarefarsi e tutto diventa bello come bere l’acqua da una fontana.

Come salire su una piccola leggera imbarcazione a vela ed essere trasportati da un tenue brezza.

Bello come sentirsi cullare dal delicato movimento del mare.

Ci si sente leggeri come un petalo di rosa che si stacca dal bocciolo e cade, lentamente, assecondando la resistenza dell’aria e, con un movimento lento e sinuoso, ruota, scivola per poggiare infine sul terreno fertile e umido.

Bello come una pioggia sottile che bagna delicatamente il bosco il quale, grato, spande il suo profumo nell’aria.

Bello come la vita quando non ci scordiamo di amarla…

In principio era il verbo. Ecco perchè il suono è così importante.

Francesco Franz Amato In principio era il verbo. Ecco perchè il suono è così importante.

In principio erat verbum

è la frase latina. Ma questa frase da sola spiega parecchio sul significato del suono, nel senso in cui lo intendo io.

In principio” non significa “all’inizio“, altrimenti sarebbe stato tradotto in altro modo. “In principio” significa “Nel principio“, “All’interno del principio“. Ovvero il verbo è contenuto nel principio, poi ne esce, generando ciò che conosciamo come creazione.

La parola (Verbum) in questo caso ha il significato di espressione della volontà divina di generare la manifestazione.

Ecco perchè da sempre nella magia esistono le “parole magiche” e le “formule magiche” senza cui la magia non si manifesta.

Ma le parole hanno un loro potere psicologico e anche simbolico. La parola di cui si parla in questo caso non può essere considerata un “termine”, quanto un suono, o meglio una vibrazione.

Il suono prodotto nella materia può essere un rumore quando non armonico. Quando invece è armonico, ovvero vibra in fase, in armonia con un principio, allora diventa simbolo del principio con cui vibra in assonanza. Il suono, quando prodotto con conoscenza, diventa una rappresentazione materiale di principi più elevati. Leggi il resto di questo articolo »

Dal suono alla vibrazione

Francesco Franz Amato Dal suono alla vibrazioneNello scorso post ho parlato del suono come vibrazione. Ma realmente cosa si produce quando un suono ci raggiunge ? Dal punto di vista fisico la faccenda è molto semplice: la vibrazione dell’aria si trasmette al timpano e da lì all’orecchio interno, dove viene raccolta e trasformata in impulsi elettrici che raggiungono il cervello.

Ma da tutti gli altri punti di vista?

In realtà non esiste il punto di vista fisico come separato dagli altri. Se tutto è energia, allora anche il suono lo è. La parte fisica, ovvero quella parte di energia che vibra in modo particolarmente lento, non è altro che una porzione di un segnale molto più ampio.

Per fare un paragone al contrario, immaginate di essere un po’ sordi. L’orecchio umano mediamente può avvertire frequenze che vanno dai 40 ai 18-20.000 Hertz. Immaginate di essere in grado di udire solo le frequenze che vanno dagli 8.000 hz ai 12.000 e di essere nati con questo difetto.

Per voi il mondo del suono sarà estremamente ridotto, più o meno quanto lo è una sinfonia ascoltata al telefono in rapporto con la stessa esecuzione ascoltata dal vivo.

Solo che essendoci nati non avreste neppure l’idea che i suoni possano essere diversi, nemmeno se qualcuno ve lo dicesse. Leggi il resto di questo articolo »

Acqua e vibrazioni

Solo un piccolo video a sostegno del post di ieri sulla vibrazione.
Qui abbiamo una goccia d’acqua che, reagendo a diverse frequenze sonore, va a formare forme geometriche molto precise.
Lo stesso di quello che succede per le forme di Chadni generate dalla polvere su una lastra messa in risonanza.

Dalla vibrazione al suono

vibrazione e teoria delle stringheNei post precedenti sullo stesso argomento, abbiamo visto come la materia sia considerabile uno stato particolare dell’energia, di fatto un rallentamento di una frequenza vibratoria, che man mano che diminuisce diviene sempre più densa fino ad assumere quelle caratteristiche che conosciamo come proprie della materia.

Il fatto di considerare la materia non più come oggetto ma come stato, ci permette di ampliare il nostro possibile spazio di esperienza di diverse grandezze.

Primo fatto non trascurabile fra tutti, quello di poter trascendere i sensi ordinari per poter condividere la nostra percezione. Come dimostrato in questo post infatti, i sensi forniscono una mappa assolutamente inesatta della realtà, una mappa già obsoleta nel momento stesso in cui si forma ma soprattutto difficilmente comunicabile a causa della soggettività della percezione sensoriale.

E questo solo per stare nel campo dei sensi. Di fatto però esistono altre strutture, ordinariamente considerate interiori ma che tali non sono, che si frappongono tra la realtà e la percezione da parte nostra; il pensiero, le emozioni, le considerazioni, la morale, i condizionamenti etc. etc. etc.

Queste strutture, altrettanto illusorie che i sensi, sono sottoposte all’errore ancora più che questi ultimi e quindi, aggiungendo errore ad errore, di fatto allontanano sempre più le nostre percezioni dalla realtà.

Tutto questo insieme di “generatori di errore” però ha una cosa in comune con la realtà: ne fa parte. Transitoriamente, parzialmente e inutilmente… ma ne fa parte.

Esiste quindi la possibilità di utilizzare i sensi e le altre strutture per un contatto, a patto di non cascare nella trappola di credere fermamente che sia tutto lì. Leggi il resto di questo articolo »

Tecnologia interiore. Errore e differenza: la concezione emotiva impedisce la crescita.

errore: inutile disperarsiErrore viene da errare; vagare senza una meta. Un significato emotivamente negativo che non fa altro che trarre in inganno.

Partiamo dall’errore in senso scientifico. L’errore è la differenza tra una dimensione e la misurazione che se ne può fare. L’errore nullo in questo caso, quindi la misura esatta, non esiste. Esiste il caso in cui la differenza tra misurazione e oggetto della stessa diventa trascurabile.

Esistono interi trattati su questo argomento, soprattutto sul problema di quando definire “trascurabile” una differenza. Come si può ben immaginare, un errore di pochi millimetri su distanze astronomiche può senz’altro essere trascurabile ma più ci si avvicina al limite tra una situazione ed un’altra e meno l’errore diventa trascurabile.

Alla fine l’errore è la differenza tra la realtà e la percezione che ne abbiamo. Potremo affinare la nostra percezione ma fintanto che verrà mediata dai sensi ci sarà sempre una differenza tra ciò che percepiamo e ciò che esiste.

La percezione della differenza allora può realmente venirci in aiuto. La differenza tra percezione e percepito non può essere qualcosa di coglibile tramite i sensi. La differenza non è una grandezza fisica. La percezione della differenza è proprio la coscienza dell’errore, inteso come separazione tra realtà e percezione.

La concezione emotiva della differenza (e quindi dell’errore) porta inevitabilmente al senso di colpa, all’autocommiserazione e a tutta una serie di conseguenze emotive che non fanno altro che aumentare la distanza tra noi e la realtà, ovvero l’errore.

L’errore quindi ha una sua funzione importantissima: quella di farci cogliere la differenza tra percezione e realtà. Cogliere appieno questa differenza significa inevitabilmente ampliare la nostra percezione al punto da includere l’errore e quindi annullare la differenza, tutta o in parte a seconda di quanto profonda ed oggettiva sia stata la nostra percezione.

Comprendere un errore non significa quindi cogliere la differenza tra giusto e sbagliato, ma tra realtà e percezione.

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La gnocca del momento
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Un post scelto a caso...
  • Ego Massime

    Quando ti dò ragione ...   è solo perchè la penso come te... &nb
Questo l’ho scritto io:
"Kesa - Alla fine della solitudine"

Kesa - alla fine della solitudine E' una storia d'amore, un po' strana, lo ammetto, ma tutti quelli che hanno letto il libro lo hanno trovato bello.

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Tiziana Confalonieri

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