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Passaggio al limite, sforzo, potenziale di soglia e ottave.

Francesco Franz Amato Passaggio al limite, sforzo, potenziale di soglia e ottave.Lungi da me l’idea di mettermi a spiegare la legge dell’ottava, anche perchè non ho capito gran che neppure io. Ciò che però ho compreso di questo grandissimo casino è qualcosa che mi ha spiegato molti aspetti della vita e che mi è molto utile applicare.

Nel passaggio di un limite in particolar modo, questa legge interviene in modo massiccio. E’ a carico proprio della legge dell’ottava infatti tutta la dinamica che si viene a creare ogni volta che vogliamo fare qualcosa.

Per spiegare in sommi capi, prendiamo la tastiera di un pianoforte, come quella in figura.

Le note, si sa, sono 7 (un sacco di cose nella vita riflettono questo numero: i 7 colori della luce, i 7 giorni della settimana, le 7 note musicali, i 7 nani…). Tra una nota e l’altra, l’intervallo di frequenze che le contraddistinguono si muove secondo un rapporto ben preciso, detto “tono”. Tra il Do e il Re c’è un tono, tra il Re ed il Mi c’è un tono e così via.

Vi sono però due intervalli tra note, più precisamente tra il Mi ed il Fa e tra il Si ed il Do della scala successiva, che valgono la metà, e vengono infatti detti “semitoni”.

Sulla tastiera di un pianoforte questo è particolarmente evidente dato che manca un tasto nero, quello appunto dei semitoni. L’intervallo tra il Do ed il Do successivo è detto “ottava”, perchè contando le note, il Do successivo è l’ottava nota.

Questo aspetto riflette qualcosa di vero, di valido, per molto più che non la scala musicale. Avete mai fatto caso che, ogni volta che decidete di fare qualcosa, qualunque cosa, se non avete una decisione significativa, ad un certo punto succede qualcosa per cui cambiate idea o comunque l’azione cambia?

Quando ci si imbarca in un progetto, occorre un certo grado di determinazione per portarlo a termine, per affrontare e superare le difficoltà. Se questa determinazione non è sufficiente, il progetto naufraga.

Più è importante il progetto e più questa cosa è evidente.

La similitudine con la scala del pianoforte ci permette di comprendere che ci sono due punti “cruciali”. Fatto 7 l’intera azione dall’inizio alla fine, a 3/7 dall’inizio, di solito ci troviamo ad affrontare un ostacolo particolare; può essere un colpo di sfiga o qualunque altra cosa. Ma se osserviamo attentamente è un “accidente” che si fa notare, che svetta rispetto agli altri che abbiamo incontrato fino a quel momento.

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Consapevolezza: passaggio al limite e sforzo

Francesco Franz Amato Consapevolezza: passaggio al limite e sforzoCi siamo lasciati esplorando il concetto di cosa potrebbe accadere con un numero infinito di “fotogrammi” da parte della nostra consapevolezza.

Il risultato è l’annullamento del tempo, ovvero la presa di coscienza istantanea della realtà per quello che è, anche se sarebbe meglio dire “per quello che possiamo cogliere”. L’osservazione non dipende infatti solo dai sensi, per quanto raffinati, ma questo è meglio riservarlo ad altro momento.

Ciò su cui desidero porre l’accento è quel misterioso passaggio che occorre fare per passare da un numero altissimo di osservazioni, di fotogrammi per così dire, ad un numero infinito.

Questo è un aspetto che per la mente non è possibile cogliere. La mente ordinaria è infatti legata alla sua struttura organica, ovvero il cervello. Per sua natura quindi non può esulare da una logica binaria e, pertanto, limitata a funzionalità di percezione “discreta”, ovvero non continua.

Se volete la prova, provata a pensare al concetto di infinito. Non riuscirete a concepirlo. Arriverete fino ad un certo punto, ma poi la percezione esatta inizierà a sfuggirvi di mano come un pesce che scivola dalla stretta del pescatore.

Occorre un altro strumento, non limitato a parametri duali, per concepire qualcosa di realmente continuo. Una mente non ordinaria o, se vogliamo, non ordinariamente sperimentabile.

La matematica però, proprio per ovviare a questo, ci viene in aiuto. Come ho detto già molte volte, lo strumento principe è quello del calcolo integrale, o meglio, quello del passaggio al limite.

Nel caso più becero, il calcolo integrale serve per calcolare l’area di una parte di spazio circoscritta da una funzione continua. Per fare un esempio un po’ meno oscuro, supponiamo di avere il disegno di una parabola. Per calcolarne l’area compresa in un certo intervallo, possiamo iniziare con il sovrapporre alla superficie oggetto del calcolo delle mattonelle, la cui area è nota, e che, approssimativamente, ricoprono l’area in questione.

Se uno dei lati delle mattonelle è costante, nel nostro esempio quello alla base della mattonella, più piccolo sarà il lato e più l’area calcolata sommando le aree di tutte le mattonelle sarà vicina a quella che vogliamo trovare. Ma vicina non significa coincidente.

Possiamo dire che, quando il lato base delle mattonelle sarà uguale a zero, allora l’area totale delle infinite mattonelle coinciderà perfettamente con quella che vogliamo calcolare.

Capite l’analogia? Infinite mattonelle = infiniti fotogrammi e base delle mattonelle nulla = tempo fermo.

Ma, come per il calcolo matematico ci occorre un algoritmo, un sistema per simulare una dimensione nulla e un numero infinito di mattonelle, ovvero il passaggio al limite, per la consapevolezza ci occorre un passaggio DEL limite,

Superare un limite (non uno oggettivo, ma uno di quelli soggettivi, quelli illusori proposti dalla mente) implica passare dal mondo del discreto (le mattonelle) al mondo del continuo (la parabola).

Nella vita quindi, lo sforzo necessario a superare un limite, per quanto apparente e arduo esso sembri, porterà ad allontanare lo sguardo dal tavolo, ad allargare la visione, ovvero a percepire uno spazio più vasto in cui esperire.

Ogni sforzo di questo tipo ci porta un passo più lontani da una visione soggettiva, ed un passo più vicini a quella visione “in continuo” della curva della vita.

Ma attenzione: ogni sforzo ci porta in alto, è vero, ma non dura per sempre. Se lo lasciamo marcire e non ci diamo subito una spinta verso il livello superiore, torneremo inesorabilmente a planare verso terra.

Esiste una sorta di “velocità di fuga” dall’illusione. Una velocità sotto la quale, per quanto ci si sforzi, prima o poi si tornerà al punto di partenza.

Ecco che compare un’altra rottura di palle: la legge dell’ottava.

- Continua -



Una visione antica per l’uomo del futuro

Francesco Franz Amato Una visione antica per luomo del futuroLa scienza ha compiuto scoperte eccezionali, si è addentrata fin dentro la materia e gli atomi che la compongono, ha permesso la creazione di strumenti tecnologici impensabili secoli fa.

Le religioni hanno educato generazioni intere di uomini e donne, fornendo speranza e conforto, garanzia di poter conquistare un aldilà oltre questo mondo colmo di sofferenza.

La politica ha fornito ideali in cui credere per aspettarsi una società più civile ed evoluta.

Rivoluzioni scientifiche, religiose e politiche hanno trasformato il mondo in luoghi e tempi diversi, ogni volta apportando una ventata di freschezza, speranza e anelito al nuovo.

Eppure l’essere umano si ritrova con gli stessi problemi fondamentali di sempre, con l’aggravante di un mondo in pericolo, dove tutto è in comunicazione istantanea, pieno di guerre, crisi economiche e psicologiche, paura, cinismo e superficialità.

Non tutti soccombono a questa situazioni senza speranza.

Alcuni si aspettano la nuova scoperta scientifica o la nuova invenzione tecnologica che risolverà i problemi del mondo, altri  un nuovo “messia” che miracolosamente scaccerà il male e il dolore dal mondo, altri il politico o il partito che risolleverà le nazioni dalla crisi economica e morale.

Una nuova rivoluzione, l’ennesima.

Eppure pochi, pochissimi si rendono conto che la scienza, la religione, la politica, nascono dalle menti di uomini e donne.

E che se tali menti sono condizionate, impaurite, schiave di quella che Einstein definiva l’illusione ottica dell’essere separati dagli altri esseri umani, nessuna vera rivoluzione sarà possibile.

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Consapevolezza: il campionamento della realtà e l’illusione discreta. – 2

Film pellicolaNel post precedente abbiamo interrotto il discorso facendo un parallelo tra come la nostra mente percepisce la realtà e come una videocamera riprende una scena .

La nostra mente fa quindi la stessa identica cosa, interpolando il contenuto della realtà tra un istante e l’altro di attenzione “reale”, e questo perchè è sempre proiettata nel futuro, che cerca costantemente di anticipare.

E’ per questo che è possibile, ad esempio, centrare con un sasso un oggetto in movimento. Perchè per la nostra mente è molto semplice (in senso relativo, ovviamente) dedurre il movimento di un oggetto nel futuro, sulla base della sua traiettoria precedente.

I problemi si presentano però quando l’interpolazione non avviene su questioni regolate da leggi stringenti come quelle della fisica e della matematica; un sasso lanciato per aria ha una traiettoria obbligata o quasi ma un camion, il cui guidatore si addormenta di colpo, no!

La nostra consapevolezza campiona la realtà ad intervalli irregolari (mediamente anche molto distanti tra di loro) e il resto lo “deduce” su base statistica.

In più, la ricostruzione che ne deriva ha una qualità di continuità che imita quella della realtà ma in modo estremamente sommario.

In tutti i percorsi di consapevolezza, uno dei primi concetti che viene insegnato è quello del “fotografare” se’ stessi, ovvero osservarsi, tutte le volte che ci si ricorda di farlo.

Questo apparentemente semplice esercizio produce in realtà tantissimi effetti, primo fra tutti quello di dimostrare inconfutabilmente l’intermittenza della nostra presenza e della nostra attenzione, cosa che viene evidenziata in modo lampante quando tra una “fotografia” e l’altra ci si rende conto che sono passate due ore di cui non si ha praticamente alcun ricordo, se non quei due o tre istanti in cui qualche processo emotivo improvviso è intervenuto a svegliare la nostra attenzione, anche se solo parzialmente.

Secondariamente, la persistenza in questo esercizio produce, con il protrarsi dello sforzo, un accorciamento dei tempi morti tra una fotografia e l’altra.

Ora trasliamo questo sempre sul piano della videofotografia.

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Consapevolezza: il campionamento della realtà e l’illusione discreta – 1

effetto rallentyIn un precedente post ho già parlato dell’operazione di passaggio al limite. Negli ultimi tempi tuttavia ne ho potuto comprendere alcune implicazioni che si riflettono in modo sorprendente nelle meccaniche della nostra personalità.

Il termine campionamento deriva dall’omonimo teorema. Per non far venire il mal di testa a tutti però, è sufficiente pensare a questa cosa come al funzionamento di una videocamera. Un video, come credo tutti sanno, è formato in realtà da una serie di fotografie che, proiettate sullo schermo in successione, creano l’illusione del movimento.

Questo perchè il centro visivo umano non distingue movimenti la cui durata è inferiore al ventesimo circa di secondo.

Infatti, con una frequenza di proiezione pari a 24 fotogrammi al secondo, l’illusione del movimento è fluida e senza interruzioni.

In realtà quindi, la macchina da presa esegue una sorta di campionatura della realtà visiva, scattando venticinque fotografie al secondo. Tuttavia, se un movimento è sufficientemente veloce, anche nei fotogrammi che lo ritraggono apparirà come una macchia confusa (che non viene percepita dal cervello umano, esattamente come il movimento originale).

Quindi abbiamo una serie di eventi “discreti”, cioè separati tra loro, che però formano un unico evento continuo.

Ancora una volta quindi abbiamo un punto, un livello oltre il quale il particolare si perde a favore del generale e al di sotto del quale, viceversa, si perde il generale a favore del particolare.

Se allarghiamo la similitudine all’intero campo cognitivo, vediamo che la cosa permane. La “cognizione” si comporta allo stesso modo di una videocamera, campionando la realtà sensoriale ad intervalli discreti.

E’ il modo in cui si comporta la nostra consapevolezza, che si accende e si spegne ad intermittenza, a seconda che la corteccia cerebrale stimoli i processi cognitivi in un modo o in un altro.

Anche qui di fatto abbiamo quindi “fotografie” della realtà che la congelano in un particolare istante. Ma la realtà non è “discreta”. La realtà ha un’esistenza continua, non quantizzabile. E’ la nostra consapevolezza che, accendendosi e spegnendosi sulla scorta di stimoli esterni, per lo più emotivi, fotografa la realtà ad intervalli irregolari.

La cosa più divertente è che tra una fotografia e l’altra, la nostra mente si comporta proprio come un qualsiasi software di rendering video, “interpolando” la realtà tra uno scatto e l’altro.

L’interpolazione è un concetto principalmente grafico. Se abbiamo due punti nello spazio e vogliamo tirare una linea retta tra essi con un computer, per risparmiare sarà sufficiente fissare i due estremi.

I rimanenti pixel tra i due punti verranno riempiti del colore più utile a disegnare una retta, sulla base appunto di una “interpolazione”.

Sostanzialmente questa operazione consiste nel riempire lo spazio tra due estremi ricreandone il contenuto sulla base di una media dei contenuti.

- Continua domani… -

Quarta dimensione, percezione e spazio di esperienza.

Francesco Franz Amato Quarta dimensione, percezione e spazio di esperienza.La realtà è quella che è. Nessuno può confutare questa asserzione. Il problema nasce quando si parla di “percezione” della realtà. Se la percezione non coincide con essa, allora la nostra visione di ciò che è reale e di ciò che non lo è cambia. E si entra nel mondo delle opinioni.

D’altronde non può essere diversamente; non potendo accedere alle cause della realtà, se non in modo parziale, noi possiamo solo percepirne gli effetti. Ma dato che, come è noto, da un effetto non è possibile risalire alla causa (dalla cenere in un piatto si può dedurre la presenza di una sigaretta nel passato, ma non è possibile ricreare la sigaretta in toto), la nostra percezione della realtà, fintanto che non può includerne le cause, è sempre limitata.

Possono esistere altissimi livelli percettivi a mano a mano che la nostra consapevolezza include livelli di cause sempre più dilatati ma l’esistenza di un’ulteriore causa esclusa dalla nostra consapevolezza ne garantisce la relatività.

Tuttavia esistono dei momenti, come una sorta di “passaggi”, in cui qualcosa al nostro interno produce un salto e tutta una serie di effetti, e quindi di pezzi di realtà, va a formare qualcosa di organico. E’ il momento della comprensione, quello in cui per un fenomeno conosciuto come “insight”, si realizza qualcosa.

In quel preciso istante, tutto ciò che sta al di sotto della causa che abbiamo compreso, in qualche modo sparisce per cambiare aspetto. Non vediamo più i singoli effetti, ma la loro somma più la causa che li ha generati.

L’insight è quel fenomeno per cui, mediamente, uno si picchia una manata in fronte ed esclama “Adesso ho capito!”, e tutte quelle cose che prima vedeva come slegate una dall’altra, improvvisamente entrano a far parte di un insieme organico.

Ciò che produce questo passaggio, questo “cambio di visuale”, ci fa passare dalla visione di singoli particolari distinti ad una visione della cosa nel suo insieme.

Quello che accade nella nostra consapevolezza in questi casi è esattamente rappresentato da un’operazione matematica di cui ho parlato in altri post: l’integrale (guarda caso si chiama proprio così: si dice “integrare un’espressione”)

E’ un po’ come guardare un cerchio disegnato su un foglio di carta. Se il nostro punto di vista è a qualche decimo di millimetro dal foglio, vedremo dei puntini, le gocce di inchiostro, separati tra loro. Man mano che il nostro punto di vista si allontana, il campo visivo si allarga e i puntini tendono ad unirsi, fino a che non si vedono più. Al loro posto è comparso un cerchio.

Anche la nostra comprensione segue questo percorso. Fintanto che la nostra capacità visiva è limitata ad un orizzonte ristretto, vedremo dei particolari senza senso, a cui sarà facile attribuirne uno del tutto inventato. Con l’aumentare della comprensione, il nostro orizzonte si allargherà, il nostro “campo di comprensione” abbraccerà uno spazio maggiore e il senso di ciò che vediamo, obbligatoriamente, cambierà.

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Automatismi e percezione: effetto rallenty

Francesco Franz Amato Automatismi e percezione: effetto rallentyCredo che almeno una volta sia capitato a chiunque: afferrare al volo un oggetto che sta cadendo, agendo di riflesso.

Il riflesso è una cosa interessantissima da osservare, anche se, in genere, si può farlo solo a posteriori, ovvero tramite la memoria.

Un gesto automatico, un riflesso appunto, è qualcuosa che si fa senza un pensiero cosciente. Si dice anche che l’atto “non passa in corteccia”. In realtà è proprio quello che accade. Un atto istintivo, non passando per la corteccia, ovvero per quell’area deputata al ragionamento, è quasi sempre fulmineo.

Un atto meccanico quindi, ma questa volta sano, utile.

Prendiamo ad esempio qualcosa che ci cade di mano. A volte capita che, con uno scatto fulmineo (e del tutto involontario) si riesca a riacchiapparlo prima che tocchi terra. Per inciso, la probabilità che questo accada è inversamente proporzionale al valore dell’oggetto.

Se si analizza la cosa con la memoria, si ha la sensazione che in quel momento il tempo si sia dilatato e la caduta dell’oggetto sia stata vista quasi al rallentatore.

Ma non è il tempo a dilatarsi, quanto la nostra percezione che accelera. Lo stesso principio del rallenty cinematografico. Dato che il proiettore farà passare la pellicola sempre alla stessa velocità (circa 25 fotogrammi al secondo), filmando una scena con scatti molto più frequenti, fornirà l’effetto rallenty.

Allo stesso modo la nostra percezione, accelerando, “fotografa” la realtà in modo molto più veloce, campionando quello che vediamo con maggior frequenza. Rivedendo poi la scena con l’ausilio della memoria, succede lo stesso che ad una pellicola, ed ecco che compare “l’effetto rallentatore” proprio come al cinema.

Ma durante l’atto? Cosa succede in realtà?

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Tracce di Profumo. Pensiero impossibile – By Valeria

Francesco Franz Amato Tracce di Profumo. Pensiero impossibile   By ValeriaIo non so perché devo stare in questa ristretta prigione, non comprendo le ragioni per le quali devo occupare lo spazio ristretto del mio piccolo corpo quando c’è un intero universo a disposizione.

Non capisco perché devo muovermi nello ristretto ambito delle mie mappe mentali e nei luoghi ripetitivi delle mie emozioni.

Ho voglia di correre, di camminare in regioni inesplorate, di percorrere territori sconosciuti.

Di liberarmi da questi vincoli di carta pesta.

Tutta la mia vita mi passa davanti in pochi minuti.

Dispongo di una manciata di tempo per rompere catene che mi fanno sentire continuamente in apnea, per sciogliere finalmente la tensione in un volo liberatorio, ampio, evoluto. Ma non c’è tempo.

Non può essere tutto qui, non ha alcun senso.

Dove si trova la porta? Dove sono i confini?

Ma… va bene a tutti così? Va bene a tutti questo lasciarsi morire ogni minuto dentro i propri conflitti, soffocati dalle proprie abitudini, compressi in una esistenza dove tutto sembra già deciso, stabilito? Dove il binario è uno solo possibile e il percorso sembra segnato dalla nascita alla morte?

Va bene a tutti camminare come automi in mezzo ad altri automi con occhi spenti e rassegnati?

A nessuno viene un dubbio? E quando quel dubbio arriva, c’è qualcuno che lo libera anziché reprimerlo con un rapido gesto?

Ma in effetti…:

“E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio” (Albert Einstein)

Amicizia e puttanate

resisti amico mioIn “Stringi i denti e vai”, un western del 1975, James Coburn e Gene Hackman partecipano ad una gara a cavallo. Coburn se dovesse vincere, prenderebbe 14.000 dollari, Hackman 4.000.

Ad un certo punto Coburn propone a Hackman di lasciarlo vincere e di dividere la vincita. Hackman risponde di no, perchè “vuole vincere la corsa”.

Coburn fa un po’ l’offeso e gli dice:

“Ma così stai tradendo un amico!”

Al che Hackman, con tutta flemma, gli risponde:

“Se non fossi un amico, non sarebbe tradimento”

Io ritengo che essere amico di qualcuno implichi, tanto per cominciare, un rispetto di base che è lo stesso che si tributa a chiunque. In più, per un amico, questo rispetto dovrebbe “debordare” in qualcosa di più, una forma di amore che ti impedisce di fargli danno consapevolmente e che, quando questo accade involontariamente, ti porta poi a riconoscere l’errore e a porvi rapido rimedio proprio con l’atto di riconoscerlo apertamente, se non di riparare materialmente al malfatto.

Lo faremmo con uno qualunque, mediamente, se non siamo proprio dei cafoni o dei bastardi. A maggior ragione dovrebbe avvenire nei confronti di un amico.

Invece, tante volte, con la scusa che tanto “è un amico”, ci permettiamo di trattarlo peggio di quanto faremmo con un illustre sconosciuto.

Fare una puttanata ad uno sconosciuto il più delle volte ci frutta semplicemente un sonoro vaffanculo, proprio perchè dall’altra parte non vi è un sentimento particolare.

Ma se facciamo una puttanata ad un amico c’è una ferita molto più grossa.

Un amico può passarci sopra, è vero, ma può anche rimanerci talmente male che il suo sentimento decade.

E’ in quel momento che molte amicizie naufragano nel nulla: quando il rispetto e l’amore che sappiamo che l’altro prova per noi diventano una scusa per la nostra meschinità.

Dialoghi impossibili: Easy Rider

Detto oggi, a 41 anni di distanza… non è cambiato nulla!


L’energia della notte.

Francesco Franz Amato Lenergia della notte.Non è una cosa difficile da sentire. Credo che più o meno tutti l’abbiano avvertita almeno una volta nella vita.

E’ una particolare sensazione che di solito si prova passeggiando per le strade deserte della città durante le ore notturne.

Normalmente, sempre che non ci si trovi in una qualche zona malfamata, si coglie un fascino, un brivido. E lo si identifica come un’emozione.

Ma a ben guardare, non è proprio così. Di notte qualcosa cambia. Come se il giorno lasciasse spazio a qualcos’altro.

Come se di notte, quando gli esseri umani cessano di invadere ogni dove con il loro agitarsi, pensare stronzate a nastro, parlare al telefono, fossero le cose a diventare padrone della scena.

Ecco allora che le auto parcheggiate, o anche i palazzi, le abitazioni, sembrano assumere una qualche forma di vita propria. E camminando in mezzo alla strada sembra di poterla cogliere. E’ una sensazione piacevole, soprattutto se si ha la fortuna di notarla in una serata calda d’estate, senza pioggia.

Qualcosa che produce un brivido lungo la colonna, un brivido di lieve piacere.

Ascoltandola attentamente, se ne coglie lo svanire nell’attimo in cui entriamo in casa, o comunque in uno spazio protetto. E’ qualcosa che si può osservare solo all’aperto.

Allora è possibile fermarsi e, per differenza, cogliere quella specie di silenzio al nostro interno.

Perchè, come mi disse un caro amico…

…E’ quello che non vedi a fare la differenza




UFP: Cazzi Vaganti Non Identificati

Francesco Franz Amato UFP: Cazzi Vaganti Non Identificati

Dalla “Guida interstellare per autostoppisti galattici”:

Sola (con la “0″ aperta): truffa, fregatura, ciulata, inculata, imbroglio, pacco… atto compiuto consapevolmente ai danni di qualcuno in favore di chi lo compie

In principio fu il Totò nazionale, ripreso poi da vari successori. Furono loro a descrivere con grande ironia e comicità i meccanismi della “sola”, la truffetta all’italiana. Dipinsero così la vendita del colosseo al turista giapponese, e altre fregature storiche.

Ma mai e poi mai si sarebbero immaginati, questi visionari della percezione alterata, tempi come questi.

Credo che persino Totò oggi allargherebbe la bocca in un silenzioso “OH!” di stupore, fino a lussarsi probabilmente la mascella, di fronte all’evidente improbabilità nel trovare qualcosa di vero, di reale in quello che ci circonda.

Forse un sottoprodotto karmico del Kali Yuga, forse un difetto di programmazione nel sistema operativo dell’umanità… fatto sta che oggi bisogna stare attenti pure a guardarsi intorno.

E si, perchè per guardare da qualche parte occorre voltare le spalle a quella opposta. E’ qui che si nasconde il disastro.

Persino camminare con le spalle al muro è pericoloso, vista l’alta tecnologia dei nuovi trapani; tu sei bello tranquillo, appoggiato a un muro che credi solido, quando qualcuno dall’altra parte pianta un Hilti a punta perforante nel calcestruzzo, ci fa un bel buco e, di colpo, te lo trovi piantato nel culo anche lì, proprio dove pensavi di essere al sicuro.

Con tutto l’inquinamento e l’uranio impoverito che gironzola spuntano di quelle mutazioni genetiche stravolgenti… e a qualcuno compare un pinna da squalo in mezzo alla schiena, a qualcun altro una fistola cardio-anale, per cui si trova improvvisamente il cuore in diretto collegamento con il culo. Ad altri, particolarmente evoluti, entrambe.

Occorre stare davvero molto, molto svegli di questi tempi. Perchè, come diceva Grillo:

“La vita è una tempesta e prenderlo nel culo è un lampo!”

La soluzione? Ricordarsi di avere dei neuroni e, soprattutto, di collegarli tra loro invece di lasciarli andare a zonzo tra sogni e improbabili ipotesi di azione. Costringerli a lavorare in squadra su qualcosa di pratico, possibilmente la nostra vita.

E stare molto, molto attenti ai cazzi vaganti. Si, una nuova categoria. Prima erano gli UFOUnidentified Flying Objects, Oggetti volanti non identificati”.

Oggi ci sono gli UFP, “Unidentified Flying Pricks”, “Cazzi Vaganti Non Identificati”.

Sono i cazzi vaganti che ti fanno male, perchè oltre ad infilartisi nel didietro (cosa già dolorosa di per se, nella media, poi pare che a qualcuno piaccia), oltre a farlo di sorpresa, senza un minimo di lubrificazione, lo fanno pure dall’unica direzione da cui non te li aspetti.

Contro gli UFP non c’è nulla da fare. Fanno parte del tessuto intrinseco della storia dell’umanità. Si possono riconoscere, prevenire, intercettare, respingere o abbattere… ma qualcuno riesce sempre a filtrare. Quindi uno li classifica, li parametrizza… e man mano che arrivano, se sopravvive, impara che ce n’è sempre uno nuovo, uno che non aveva mai visto, uno che non si era mai presentato. Quindi tanto vale metterli in conto… e poi tirare dritti per la propria strada.

Ovviamente ammesso, e non concesso, che si sappia qual’è!

Memoria spaziale e funzioni visive. Perchè ti schianti col cellulare…

Francesco Franz Amato Memoria spaziale e funzioni visive. Perchè ti schianti col cellulare...Potete verificarlo comodamente a casa vostra, senza correre rischi inutili.

Basta che vi sediate davanti alla TV e iniziate a guardare un programma cui non siete interessati più di tanto. Il disinteresse non è una condizione necessaria ma aiuta a rendere più evidente il fatto.

Dopo qualche minuto prendete il cellulare e, senza guardarlo, provate a fare un numero che ricordate bene.

Se farete attenzione  alle vostre percezioni, vi sarà facile cogliere il fatto che le due operazioni sono incompatibili. Se farete attenzione a fare il numero, vi sarete persi le immagini televisive e, se viceversa porrete più attenzione allo schermo, non riuscirete a fare il numero.

Il motivo è che, nella composizione manuale di un numero su una tastiera, il nostro cervello attiva un “sostituto”, ovvero la memoria spaziale.

In altre parole, ogni volta in cui avete composto quel numero, avete praticamente risolto uno di quei giochini della settimana enigmistica in cui occorre collegare tra loro i puntini numerati per comporre una figura.

Il nostro cervello fa lo stesso con la sequenza di tasti impiegata nel numero. Se non ci credete, provate a chiedere a qualcuno di dire ad alta voce il PIN del suo cellulare. In 9 casi su 10 lo vedrete tirare fuori il telefono e mimare i movimenti sulla tastiera. Stesso motivo: la mappatura spaziale dei movimenti.

Ma siccome per creare una mappatura spaziale di un percorso si usa prevalentemente la vista, ecco che, mentre guardate la TV le vostre funzioni visive vengono “assorbite” nell’operazione di ricostruzione della mappa dei movimenti necessari a comporre la sequenza numerica.

Risultato: se fate il numero, anche se guardate lo schermo TV, non vedrete proprio un tubo. O meglio, lo vedrete ma il ricordo non sarà disponibile se non con grande fatica e comunque molto raramente.

Ora provate a trasportare (metaforicamente, non realmente!) l’esperienza durante la guida di un’auto ad alta velocità su un’autostrada.

Voi guardate la strada e intanto componete un numero sul cellulare (oppure lo cercate in rubrica, peggio ancora).

Siete convinte di stare guardando la strada, ma nella realtà state “guardando” nella vostra mente la mappatura spaziale dei gesti che state compiendo.

Non è facile accorgersene, se non quando ci si trova stampati sul culo di un camion.

Ma di solito, a quel punto, è troppo tardi…

Ah, dimenticavo… se a qualcuno venisse in mente di dire che tutto questo non è provabile scientificamente e che quindi sono cialtronerie… lo dico prima:

Ma vaffanculo, va!

Centro motore, riflessi ancestrali e percezione meccanica

Francesco Franz Amato Centro motore, riflessi ancestrali e percezione meccanicaQualche sera fa stavo passando per Corso V. Emanuele a Milano. Questo Corso è il più importante, il più centrale della città ed è isola pedonale, completamente interdetta al traffico, ovviamente anche molto affollata.

Come credo in molte altre città è anche molto frequentata da venditori ambulanti di ogni genere.

Camminando, ogni tanto vedevo delle piccole macchie luminose blu schizzare verso l’alto e stagliarsi sullo sfondo del cielo notturno, partendo da molti degli ambulanti. Avvicinatomi ad uno di loro, ho visto che si trattava di piccole eliche di plastica, lanciate in aria con un elastico e che, girando su se stesse a contatto con l’aria, alimentavano un piccolo generatore che permetteva loro di emettere quella luce blu che mi aveva colpito.

Soddisfatta la curiosità me ne sono andato per la mia strada, continuando a vedere quelle piccole eliche che ogni tanto shizzavano in su. La cosa che mi ha colpito è stata che per lo sguardo sembrava essere impossibile non seguirle; nonostante sapessi di cosa si trattava e nonostante non me ne potesse fregar di meno, non potevo fare a meno di seguirle con gli occhi ogni qualvolta ne partiva una.

Guardandomi attorno ho visto che praticamente tutti i passanti facevano come me, seguendo in modo evidentemente automatico gli oggetti con gli occhi.

Ho iniziato a porre attenzione alla cosa e ho scoperto che il fatto altro non era che un riflesso, messo in atto da un istinto abbastanza primario: quello di difesa.

I miei occhi, come ho potuto osservare, seguivano quegli oggetti non per il fatto che fossero strani o per il bel colore della luce emessa, quanto perchè la loro velocità li faceva “emergere” da un quadro complessivo di tutt’altra qualità.

In altre parole, era come se la situazione fosse stata in qualche modo parametrizzata dal cervello che ne aveva tratto una sorta di “Immagine qualitativa dinamica”, con una sua  mediana. Le eliche, schizzando via a velocità evidentemente molto maggiore della media dei movimenti attorno a me, uscivano da questa “valutazione media” e quindi facevano scattare un allarme per cui lo sguardo era costretto a seguirle.

Ascoltando con molta attenzione, mi sono accorto che l’allarme era prodotto proprio da un riflesso automatico. Ogni volta che nel campo visivo, anche periferico, e quindi non sottoposto allo stesso livello di vigilanza di quello centrale, si muovevano quegli oggetti, i miei occhi andavano automaticamente a collimare con precisione sulla loro posizione.

Un riflesso ancestrale dunque, non originato dalla corteccia, ma da qualche zona subcorticale; molto probabilmente un retaggio di epoche remote in cui percepire un possibile pericolo con il massimo anticipo poteva fare la differenza tra la vita e la morte.

Controllare quel riflesso non era affatto facile, come ho scoperto poi, perchè l’impulso per il movimento era praticamente immediato all’insorgere dello stimolo e del tutto subconscio.

Stimolato dalla scoperta ho iniziato a cercare di controllarlo volontariamente e devo dire che non è stata affatto un’impresa facile. Per riuscirci ho dovuto praticamente concentrare tutta la mia attenzione sul campo visivo periferico, ed esercitare una “vigilanza” costante su di esso. Un solo istante in cui l’attenzione andava da qualche altra parte e il controllo se ne andava a farsi benedire.

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Il Sentire, questo sconosciuto atto del cuore

raggi del sole Quella italiana non è una lingua adatta a descrivere correttamente parole come questa. L’inglese, ad esempio va già meglio. Nella lingua anglosassone infatti esistono due vocaboli distinti, solo per fare un esempio, che traducono il verbo sentire; uno è to hear, usato per definire l’atto fisico di sentire qualcosa con le orecchie, l’altro è to feel, che invece indica il sentire nel senso di sentimento.

Ma vi sono anche altri significati per questa parola. Sentire nel senso di “percepire” qualcosa, ad esempio. In questo caso ci viene in aiuto ancora una volta il latino, che ci spiega brillantemente l’etimologia di questo termine.

Pecepire viene infatti da “percipio“, composto dalla particella “per” (attraverso, per mezzo di) e il verbo “capio” ovvero “prendere“, nel senso di “intendere“.  Il significato originale ptrebbe quindi essere tradotto con “intendere attraverso“. Percepire diventa quindi intendere in sè, nel senso di “lasciarsi attraversare“.

Ecco che il sentire, ovvero la percezione, si svelano come quel modo assai difficile di apprendere, lasciandosi attraversare, prendendo in sè qualcosa. Una sorta di intuizione, ma assai diversa. L’intuizione è qualcosa che si genera “sua sponte” dalla correlazione di esperienze e che può determinare, in un dato momento, una sorta di “fusione” che porta ad un lampo, un attimo di luce, che svela un concetto o un pensiero tutto insieme alla mente conscia.

Il sentire è un atto del cuore, che consente di andare al di là delle ordinarie considerazioni mentali. Per questo è così difficile distinguerlo dalle altre percezioni.

Come se non bastasse poi, è anche difficile distinguerlo da tutto il rimanente sostràto di reazioni emotive… ma forse è meglio procedere con ordine.

Se si prova ad ascoltare le proprie emozioni ovvero, per chi non è avvezzo a questo termine, a rendersi consapevoli di esse, ci si accorge prima o poi che le suddette sono di diversi tipi e “gradazioni”. Come se esistessero delle linee di separazione tra la densità delle emozioni che si possono provare.

Attenzione che qui non si sta parlando di “intensità”, ma di “densità”. Soprattutto le donne devono fare attenzione a questo particolare distinguo giacchè, più degli uomini, tendono a confondere i due termini.

Emozioni dense sono sempre intense. Emozioni intense non sempre sono dense. Anzi.

Esistono infinite sfumature di densità e intensità nel campo emotivo ma, ascoltando attentamente, si noterà che nell’estensione di queste sfumature esistono delle specie di linee, come degli spartiacque, che dividono tra loro le possibili densità del campo emotivo.

Passata una di queste linee non è possibile provare emozioni dalla densità corrispondente al livello inferiore. Ciò che varca questi livelli spartiacque è la consapevolezza. Per chiarire, è come se noi fossimo dei pesci che nuotano e il mare in cui lo facciamo il campo emotivo.

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Kali Yuga: questo mondo deve cambiare

Francesco Franz Amato Kali Yuga: questo mondo deve cambiareIn molti scritti antichi, primi fra tutti i Veda, è contenuta un’esatta descrizione del periodo attuale, in somma sintesi un periodo di estrema ignoranza e declino spirituale ed enorme quanto falso rivolgimento a tutto ciò che è materiale; il Kali Yuga, appunto.

Basta fare un attimo mente locale per comprendere che, profezia o no, questa è esattamente la condizione delle società mondiali.

Quello che accade in Italia sta accadendo, bene o male, anche nel resto del mondo. I governi sono sempre più corrotti, non solo nel senso di prendere la mazzetta, ma soprattutto in quello morale. La politica non esiste più, se non come strumento per mantenere potere ad oltranza.

Ma più di tutto, è divenuta inesistente o quasi la traenza della popolazione verso qualcosa di spirituale. Ovviamente a livello personale, singolo, vi sono persone che invece vanno in senso diametralmente opposto. Ma generalmente, sembra che tutto ciò che è spirituale stia sfuggendo dallo spazio di esperienza dei più.

La tendenza è verso il benessere materiale, la debolezza morale ed etica, la corruzione del pensiero. Le leggi sono generate più dal moralismo che da un’autentica coscienza di ciò che è bene e ciò che non lo è, e le classi dirigenti sono sempre più inadatte al loro compito.

La società occidentale, in particolar modo, sta conoscendo un periodo di tale destrutturazione da renderla evidentemente pronta a cadere nel baratro.

Guardiamo i titoli dei giornali. Le notizie vengono date ed orchestrate in modo smaccatamente strumentale, e non solo in Italia. Sono molto rari i  “fogli” in cui si parli di qualcosa che non sia dipendente dall’orientamento governativo. Il giornalismo vero ha lasciato il posto ad un’estrema mancanza di serietà, con notizie a volte addirittura false, altre costruite ad hoc; e in quelle rare occasioni in cui una notizia potrebbe avere un senso, il taglio con cui viene esposta è sempre più moralistico.

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Savants, disabili geniali

Matt_Savage,_2005Ieri sera ho visto un documentario, non so su quale canale, in cui veniva descritta la ricerca che si è sviluppata in questi ultimi anni intorno al fenomeno dei cosiddetti “savants”.

Come in Rain Man, esistono alcune centinaia di casi al mondo in cui uomini e donne affetti da varie disabilità, ma soprattutto da autismo, hanno singolari capacità mnemoniche e psichiche, che li rendono unici al mondo.

In una piccolissima percentuale, queste persone non sono neppure affette da disabilità, ma mostrano ugualmente talenti straordinari. Come nel caso di un giovane, scusatemi ma non ricordo il nome, in grado di eseguire calcoli matematici complessi a mente in pochissimi istanti.

Sono rimasto stupito quando quest’uomo ha effettuato una divisione tipo 832 / 0,164, snocciolando il risultato fino alla cinquantesima cifra decimale!

I casi descritti erano svariati, da Kim Peek, detto “Kimputer”, il personaggio che ha ispirato proprio il film “Rain Man”, in grado di ricordare tutto ciò che legge a Matt Savage, che ha iniziato a comporre musica jazz all’età di sei anni, in grado di riprodurre qualsiasi brano musicale senta.

La trasmissione, per una volta, trattava l’argomento con serena oggettività, senza accanirsi nel tentativo di dimostrare che erano tutte balle.

La cosa che mi ha colpito di più è stato constatare che nel mondo scientifico ed accademico esistono anche dei personaggi dalla mente aperta che realmente sono alla ricerca della verità, senza pregiudizi su quale questa possa essere.

Dato che quasi tutti questi personaggi talentuosi hanno in comune una memoria prodigiosa, nella trasmissione questo aspetto è stato indagato molto a fondo, comunicando i risultati emersi da diverse indagini effettuate tramite RMN e PET all’avanguardia.

Uno degli scienziati intervistati, un accedemico del MIT, ad un certo punto ha parlato della memoria e del fatto che, studiando i savants, si era reso conto di quanto questa funzione sia qualcosa che si interpone in qualche modo tra ciò che l’uomo è e qualcos’altro.

In modo particolare faceva riferimento al fatto che tutti i savant, anche quelli che sono diventati tali dopo la nascita a causa di un incidente o un trauma, fanno accesso a zone del cervello che non sono abitualmente utilizzate per quello scopo.

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Interpolazione sociale: la globalizzazione vista da dietro

reti biologicheIn gergo informatico, interpolare significa dedurre qualcosa sulla base di ciò che sta attorno.

Facebook, Twitter, Diggit, Stumble Upon. E poi blog, youtube, google wave, buzz. E tanti altri “luoghi” virtuali di aggregazione reale.

Ognuno di questi software rappresenta un nodo concentratore di una rete pluriconnessa.

La presenza di ognuno di noi all’interno di questi nodi genera, all’interno degli stessi, delle sottoreti, dei grafi pluriconnessi, rappresentati dalle nostre azioni nei confronti deinostri contatti.

Tutto ciò che scriviamo, i filmati che pubblichiamo, i commenti che lasciamo sugli account di altri, alla fine parla di noi, di chi siamo, chi conosciamo e a quale livello.

L’analisi semantica è alle prime armi? Non è affatto vero. Lo è solo per il pubblico. Nei sistemi degli apparati di Intelligence l’analisi semantica è implementata a livello informatico molto più profondamente ed efficientemente di quanto non si creda.

Basta pensare all’esperienza, alla logica ed alla capavità di un profiler dell’FBI per comprendere che questa possibilità, sebbene meno profondamente, può comodamente essere imitata da strumenti informatici basati su reti neurali (Intelligenza artificiale), il cui sviluppo non è affatto agli albori.

Le informazioni lasciate in giro sulla rete possono essere facilmente raccolte, confrontate ed iterate per costruire un profilo psicologico, umano e professionale di ognuno di noi. Il resto viene dedotto tramite la cosiddetta “interpolazione sociale”, ovvero incrociando i dati e riempiendo i punti con poche informazioni in modo statistico.

In paesi a completa magliatura informatica, come gli Stati Uniti, questo è particolarmente facile da parte delle varie agenzie governative.

Ma non pensate che in Italia possa essere meno fattibile.

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Ebbro di donne e di pittura – By Giuseppe

Francesco Franz Amato Ebbro di donne e di pittura   By GiuseppeIn una nazione tormentata da rivoluzioni e rovesci politici, un uomo coltiva sin dalla gioventù due passioni, anzi tre (se la terza si può considerare una passione): la pittura, le donne e il vino.

Un uomo, insomma, col “vizietto” di vivere intensamente la propria vita.

Questa è la storia di un grande artista, genio ribelle e tormentato, Ohwon Jang Seung Up. Ohwon sin da bambino dà prova d’un talento fuori dal normale che, sotto la guida d’un bravo maestro, regala alla Corea stupendi capolavori.

Ohwon fu un genio particolare che non amava il conformismo e, anche se metteva il suo pennello al servizio dei nobili e dei potenti, non acconsentì mai di dipingere opere in cui non credeva o senza ispirazione.

Una frase del suo maestro (seminata in un buon campo) rivela pienamente quale “etica” ispirava questo grande artista: “Un dipinto fatto solo per denaro e fama immediata è pura e semplice vanità, è un atto inutile. Nasce morto”.

Ohwon dipingeva dunque per passione – oltre che con maestria – e il suo “furore” artistico, volendo azzardare un paragone, mi sembra una via di mezzo tra Van Gogh e Michelangelo. Simile al pittore olandese perché era immediato, impressionista; mi ricorda Michelangelo per il rigore della sua arte e la costante insoddisfazione del livello raggunto: “…è la disciplina della mente che deve guidare il pennello sulla carta”…”rinnovarsi ogni giorno, rinnovarsi profondamente”.

Sicuramente, questo era un uomo con la rara dote di saper contemplare, cogliendo l’essenza delle cose per poi trasferirla nei suoi dipinti. Fu anche un innovatore artistico (come tutti i veri artisti) e per primo osò togliere le scritte che sempre accompagnavano i dipinti della scuola coreana del suo tempo: “La vera pittura sa parlare benissimo da sola, non ha bisogno di parole”.

Ebbro di donne e di pittura è, a mio avviso, un film che lascia un segno non solo per la storia, ma anche per la recitazione, i costumi, le scenografie, gli interni, i paesaggi mozzafiato, il ritmo armonioso delle vicende e gli intrecci storici e personali ben incastrati. Un vero capolavoro del regista Im Kwon Taek.

La ricerca della sicurezza: apologia della paura.

Echelon Con la scusa della sicurezza ascoltano tuttiIo vorrei sapere chi è che ha deciso che, quando uno non allaccia la cintura di sicurezza, ci deve per forza essere un segnale d’allarme che gli spacca le palle per non meno di mezz’ora!

Potrei capire qualcosa di dolce, un piccolo “bip-bip” che suona un paio di volte. No! Sembra che i costruttori si sbizzarriscano nel sadismo più assoluto.

Sulla Citroen C2 ad esempio, il segnale è di un fastidioso allucinante. E per giunta la durata, prima che si spenga, è direttamente proporzionale alla velocità: più vai veloce e più a lungo ti rompe i coglioni.

Oppure sulle nuove golf, dove il segnale è comandato da un sensore posto sotto il sedere, per cui dopo che ha smesso, se per caso ti pieghi per tirare una scorreggia, lui ricomincia!

Personalmente trovo tutte le imposizioni legate alla sicurezza qualcosa di insopportabile, soprattutto perchè in genere non hanno affatto lo scopo di rendere la vita più sicura, quanto quello di ingrassare i portafogli dei produttori.

Il caso delle cinture di sicurezza è particolarmente emblematico. E’ evidente: i segnali sono fatti apposta per esasperare chi non le allaccia, per obbligarlo a farlo.

E questo è ancora più insopportabile di una legge che ti impone di allacciare le cinture per la tua sicurezza. Se voglio rischiare di volare fuori dal parabrezza in caso di urto, sono e rimangono cazzi esclusivamente miei.

Imporre la sicurezza equivale ad alimentare la paura.

In ultima analisi quindi, equivale a fare il gioco del governo ficcanaso che a quel punto si ritiene autorizzato a ingerire la vita di chiunque con la giustificazione che è per il suo bene!

Un potere che insiste troppo sulla sicurezza è un potere molto pericoloso, perchè la sicurezza non esiste. Il controllo su quello che ti può capitare non esiste.

Certo, questo non implica comportarsi da imbecilli incoscienti ma, alla fine, la sicurezza è sempre la scusa del potere per imporre il controllo.

La paura di prendere una malattia permette alle case farmaceutiche di spillare miliardi di dollari ai governi producendo farmaci e vaccini totalmente inutili quando non addirittura dannosi.

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La gnocca del momento
gngal2313-4
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  • Notte d'estate

    La tua pelle dorata...   Un contatto esistente   Un profumo pungente...  
Questo l’ho scritto io:
"Kesa - Alla fine della solitudine"

Kesa - alla fine della solitudine E' una storia d'amore, un po' strana, lo ammetto, ma tutti quelli che hanno letto il libro lo hanno trovato bello.

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Se volete potete leggere qui i primi due capitoli.

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