Archivi per la categoria ‘La Ricerca della Verità’
Quarta dimensione, percezione e spazio di esperienza.
La realtà è quella che è. Nessuno può confutare questa asserzione. Il problema nasce quando si parla di “percezione” della realtà. Se la percezione non coincide con essa, allora la nostra visione di ciò che è reale e di ciò che non lo è cambia. E si entra nel mondo delle opinioni.
D’altronde non può essere diversamente; non potendo accedere alle cause della realtà, se non in modo parziale, noi possiamo solo percepirne gli effetti. Ma dato che, come è noto, da un effetto non è possibile risalire alla causa (dalla cenere in un piatto si può dedurre la presenza di una sigaretta nel passato, ma non è possibile ricreare la sigaretta in toto), la nostra percezione della realtà, fintanto che non può includerne le cause, è sempre limitata.
Possono esistere altissimi livelli percettivi a mano a mano che la nostra consapevolezza include livelli di cause sempre più dilatati ma l’esistenza di un’ulteriore causa esclusa dalla nostra consapevolezza ne garantisce la relatività.
Tuttavia esistono dei momenti, come una sorta di “passaggi”, in cui qualcosa al nostro interno produce un salto e tutta una serie di effetti, e quindi di pezzi di realtà, va a formare qualcosa di organico. E’ il momento della comprensione, quello in cui per un fenomeno conosciuto come “insight”, si realizza qualcosa.
In quel preciso istante, tutto ciò che sta al di sotto della causa che abbiamo compreso, in qualche modo sparisce per cambiare aspetto. Non vediamo più i singoli effetti, ma la loro somma più la causa che li ha generati.
L’insight è quel fenomeno per cui, mediamente, uno si picchia una manata in fronte ed esclama “Adesso ho capito!”, e tutte quelle cose che prima vedeva come slegate una dall’altra, improvvisamente entrano a far parte di un insieme organico.
Ciò che produce questo passaggio, questo “cambio di visuale”, ci fa passare dalla visione di singoli particolari distinti ad una visione della cosa nel suo insieme.
Quello che accade nella nostra consapevolezza in questi casi è esattamente rappresentato da un’operazione matematica di cui ho parlato in altri post: l’integrale (guarda caso si chiama proprio così: si dice “integrare un’espressione”)
E’ un po’ come guardare un cerchio disegnato su un foglio di carta. Se il nostro punto di vista è a qualche decimo di millimetro dal foglio, vedremo dei puntini, le gocce di inchiostro, separati tra loro. Man mano che il nostro punto di vista si allontana, il campo visivo si allarga e i puntini tendono ad unirsi, fino a che non si vedono più. Al loro posto è comparso un cerchio.
Anche la nostra comprensione segue questo percorso. Fintanto che la nostra capacità visiva è limitata ad un orizzonte ristretto, vedremo dei particolari senza senso, a cui sarà facile attribuirne uno del tutto inventato. Con l’aumentare della comprensione, il nostro orizzonte si allargherà, il nostro “campo di comprensione” abbraccerà uno spazio maggiore e il senso di ciò che vediamo, obbligatoriamente, cambierà.
Automatismi e percezione: effetto rallenty
Credo che almeno una volta sia capitato a chiunque: afferrare al volo un oggetto che sta cadendo, agendo di riflesso.
Il riflesso è una cosa interessantissima da osservare, anche se, in genere, si può farlo solo a posteriori, ovvero tramite la memoria.
Un gesto automatico, un riflesso appunto, è qualcuosa che si fa senza un pensiero cosciente. Si dice anche che l’atto “non passa in corteccia”. In realtà è proprio quello che accade. Un atto istintivo, non passando per la corteccia, ovvero per quell’area deputata al ragionamento, è quasi sempre fulmineo.
Un atto meccanico quindi, ma questa volta sano, utile.
Prendiamo ad esempio qualcosa che ci cade di mano. A volte capita che, con uno scatto fulmineo (e del tutto involontario) si riesca a riacchiapparlo prima che tocchi terra. Per inciso, la probabilità che questo accada è inversamente proporzionale al valore dell’oggetto.
Se si analizza la cosa con la memoria, si ha la sensazione che in quel momento il tempo si sia dilatato e la caduta dell’oggetto sia stata vista quasi al rallentatore.
Ma non è il tempo a dilatarsi, quanto la nostra percezione che accelera. Lo stesso principio del rallenty cinematografico. Dato che il proiettore farà passare la pellicola sempre alla stessa velocità (circa 25 fotogrammi al secondo), filmando una scena con scatti molto più frequenti, fornirà l’effetto rallenty.
Allo stesso modo la nostra percezione, accelerando, “fotografa” la realtà in modo molto più veloce, campionando quello che vediamo con maggior frequenza. Rivedendo poi la scena con l’ausilio della memoria, succede lo stesso che ad una pellicola, ed ecco che compare “l’effetto rallentatore” proprio come al cinema.
Ma durante l’atto? Cosa succede in realtà?
Tracce di Profumo. Pensiero impossibile – By Valeria
Io non so perché devo stare in questa ristretta prigione, non comprendo le ragioni per le quali devo occupare lo spazio ristretto del mio piccolo corpo quando c’è un intero universo a disposizione.
Non capisco perché devo muovermi nello ristretto ambito delle mie mappe mentali e nei luoghi ripetitivi delle mie emozioni.
Ho voglia di correre, di camminare in regioni inesplorate, di percorrere territori sconosciuti.
Di liberarmi da questi vincoli di carta pesta.
Tutta la mia vita mi passa davanti in pochi minuti.
Dispongo di una manciata di tempo per rompere catene che mi fanno sentire continuamente in apnea, per sciogliere finalmente la tensione in un volo liberatorio, ampio, evoluto. Ma non c’è tempo.
Non può essere tutto qui, non ha alcun senso.
Dove si trova la porta? Dove sono i confini?
Ma… va bene a tutti così? Va bene a tutti questo lasciarsi morire ogni minuto dentro i propri conflitti, soffocati dalle proprie abitudini, compressi in una esistenza dove tutto sembra già deciso, stabilito? Dove il binario è uno solo possibile e il percorso sembra segnato dalla nascita alla morte?
Va bene a tutti camminare come automi in mezzo ad altri automi con occhi spenti e rassegnati?
A nessuno viene un dubbio? E quando quel dubbio arriva, c’è qualcuno che lo libera anziché reprimerlo con un rapido gesto?
Ma in effetti…:
“E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio” (Albert Einstein)
Amicizia e puttanate
In “Stringi i denti e vai”, un western del 1975, James Coburn e Gene Hackman partecipano ad una gara a cavallo. Coburn se dovesse vincere, prenderebbe 14.000 dollari, Hackman 4.000.
Ad un certo punto Coburn propone a Hackman di lasciarlo vincere e di dividere la vincita. Hackman risponde di no, perchè “vuole vincere la corsa”.
Coburn fa un po’ l’offeso e gli dice:
“Ma così stai tradendo un amico!”
Al che Hackman, con tutta flemma, gli risponde:
“Se non fossi un amico, non sarebbe tradimento”
Io ritengo che essere amico di qualcuno implichi, tanto per cominciare, un rispetto di base che è lo stesso che si tributa a chiunque. In più, per un amico, questo rispetto dovrebbe “debordare” in qualcosa di più, una forma di amore che ti impedisce di fargli danno consapevolmente e che, quando questo accade involontariamente, ti porta poi a riconoscere l’errore e a porvi rapido rimedio proprio con l’atto di riconoscerlo apertamente, se non di riparare materialmente al malfatto.
Lo faremmo con uno qualunque, mediamente, se non siamo proprio dei cafoni o dei bastardi. A maggior ragione dovrebbe avvenire nei confronti di un amico.
Invece, tante volte, con la scusa che tanto “è un amico”, ci permettiamo di trattarlo peggio di quanto faremmo con un illustre sconosciuto.
Fare una puttanata ad uno sconosciuto il più delle volte ci frutta semplicemente un sonoro vaffanculo, proprio perchè dall’altra parte non vi è un sentimento particolare.
Ma se facciamo una puttanata ad un amico c’è una ferita molto più grossa.
Un amico può passarci sopra, è vero, ma può anche rimanerci talmente male che il suo sentimento decade.
E’ in quel momento che molte amicizie naufragano nel nulla: quando il rispetto e l’amore che sappiamo che l’altro prova per noi diventano una scusa per la nostra meschinità.
L’energia della notte.
Non è una cosa difficile da sentire. Credo che più o meno tutti l’abbiano avvertita almeno una volta nella vita.
E’ una particolare sensazione che di solito si prova passeggiando per le strade deserte della città durante le ore notturne.
Normalmente, sempre che non ci si trovi in una qualche zona malfamata, si coglie un fascino, un brivido. E lo si identifica come un’emozione.
Ma a ben guardare, non è proprio così. Di notte qualcosa cambia. Come se il giorno lasciasse spazio a qualcos’altro.
Come se di notte, quando gli esseri umani cessano di invadere ogni dove con il loro agitarsi, pensare stronzate a nastro, parlare al telefono, fossero le cose a diventare padrone della scena.
Ecco allora che le auto parcheggiate, o anche i palazzi, le abitazioni, sembrano assumere una qualche forma di vita propria. E camminando in mezzo alla strada sembra di poterla cogliere. E’ una sensazione piacevole, soprattutto se si ha la fortuna di notarla in una serata calda d’estate, senza pioggia.
Qualcosa che produce un brivido lungo la colonna, un brivido di lieve piacere.
Ascoltandola attentamente, se ne coglie lo svanire nell’attimo in cui entriamo in casa, o comunque in uno spazio protetto. E’ qualcosa che si può osservare solo all’aperto.
Allora è possibile fermarsi e, per differenza, cogliere quella specie di silenzio al nostro interno.
Perchè, come mi disse un caro amico…
…E’ quello che non vedi a fare la differenza
UFP: Cazzi Vaganti Non Identificati
Dalla “Guida interstellare per autostoppisti galattici”:
Sola (con la “0″ aperta): truffa, fregatura, ciulata, inculata, imbroglio, pacco… atto compiuto consapevolmente ai danni di qualcuno in favore di chi lo compie
In principio fu il Totò nazionale, ripreso poi da vari successori. Furono loro a descrivere con grande ironia e comicità i meccanismi della “sola”, la truffetta all’italiana. Dipinsero così la vendita del colosseo al turista giapponese, e altre fregature storiche.
Ma mai e poi mai si sarebbero immaginati, questi visionari della percezione alterata, tempi come questi.
Credo che persino Totò oggi allargherebbe la bocca in un silenzioso “OH!” di stupore, fino a lussarsi probabilmente la mascella, di fronte all’evidente improbabilità nel trovare qualcosa di vero, di reale in quello che ci circonda.
Forse un sottoprodotto karmico del Kali Yuga, forse un difetto di programmazione nel sistema operativo dell’umanità… fatto sta che oggi bisogna stare attenti pure a guardarsi intorno.
E si, perchè per guardare da qualche parte occorre voltare le spalle a quella opposta. E’ qui che si nasconde il disastro.
Persino camminare con le spalle al muro è pericoloso, vista l’alta tecnologia dei nuovi trapani; tu sei bello tranquillo, appoggiato a un muro che credi solido, quando qualcuno dall’altra parte pianta un Hilti a punta perforante nel calcestruzzo, ci fa un bel buco e, di colpo, te lo trovi piantato nel culo anche lì, proprio dove pensavi di essere al sicuro.
Con tutto l’inquinamento e l’uranio impoverito che gironzola spuntano di quelle mutazioni genetiche stravolgenti… e a qualcuno compare un pinna da squalo in mezzo alla schiena, a qualcun altro una fistola cardio-anale, per cui si trova improvvisamente il cuore in diretto collegamento con il culo. Ad altri, particolarmente evoluti, entrambe.
Occorre stare davvero molto, molto svegli di questi tempi. Perchè, come diceva Grillo:
“La vita è una tempesta e prenderlo nel culo è un lampo!”
La soluzione? Ricordarsi di avere dei neuroni e, soprattutto, di collegarli tra loro invece di lasciarli andare a zonzo tra sogni e improbabili ipotesi di azione. Costringerli a lavorare in squadra su qualcosa di pratico, possibilmente la nostra vita.
E stare molto, molto attenti ai cazzi vaganti. Si, una nuova categoria. Prima erano gli UFO “Unidentified Flying Objects, Oggetti volanti non identificati”.
Oggi ci sono gli UFP, “Unidentified Flying Pricks”, “Cazzi Vaganti Non Identificati”.
Sono i cazzi vaganti che ti fanno male, perchè oltre ad infilartisi nel didietro (cosa già dolorosa di per se, nella media, poi pare che a qualcuno piaccia), oltre a farlo di sorpresa, senza un minimo di lubrificazione, lo fanno pure dall’unica direzione da cui non te li aspetti.
Contro gli UFP non c’è nulla da fare. Fanno parte del tessuto intrinseco della storia dell’umanità. Si possono riconoscere, prevenire, intercettare, respingere o abbattere… ma qualcuno riesce sempre a filtrare. Quindi uno li classifica, li parametrizza… e man mano che arrivano, se sopravvive, impara che ce n’è sempre uno nuovo, uno che non aveva mai visto, uno che non si era mai presentato. Quindi tanto vale metterli in conto… e poi tirare dritti per la propria strada.
Ovviamente ammesso, e non concesso, che si sappia qual’è!
Memoria spaziale e funzioni visive. Perchè ti schianti col cellulare…
Potete verificarlo comodamente a casa vostra, senza correre rischi inutili.
Basta che vi sediate davanti alla TV e iniziate a guardare un programma cui non siete interessati più di tanto. Il disinteresse non è una condizione necessaria ma aiuta a rendere più evidente il fatto.
Dopo qualche minuto prendete il cellulare e, senza guardarlo, provate a fare un numero che ricordate bene.
Se farete attenzione alle vostre percezioni, vi sarà facile cogliere il fatto che le due operazioni sono incompatibili. Se farete attenzione a fare il numero, vi sarete persi le immagini televisive e, se viceversa porrete più attenzione allo schermo, non riuscirete a fare il numero.
Il motivo è che, nella composizione manuale di un numero su una tastiera, il nostro cervello attiva un “sostituto”, ovvero la memoria spaziale.
In altre parole, ogni volta in cui avete composto quel numero, avete praticamente risolto uno di quei giochini della settimana enigmistica in cui occorre collegare tra loro i puntini numerati per comporre una figura.
Il nostro cervello fa lo stesso con la sequenza di tasti impiegata nel numero. Se non ci credete, provate a chiedere a qualcuno di dire ad alta voce il PIN del suo cellulare. In 9 casi su 10 lo vedrete tirare fuori il telefono e mimare i movimenti sulla tastiera. Stesso motivo: la mappatura spaziale dei movimenti.
Ma siccome per creare una mappatura spaziale di un percorso si usa prevalentemente la vista, ecco che, mentre guardate la TV le vostre funzioni visive vengono “assorbite” nell’operazione di ricostruzione della mappa dei movimenti necessari a comporre la sequenza numerica.
Risultato: se fate il numero, anche se guardate lo schermo TV, non vedrete proprio un tubo. O meglio, lo vedrete ma il ricordo non sarà disponibile se non con grande fatica e comunque molto raramente.
Ora provate a trasportare (metaforicamente, non realmente!) l’esperienza durante la guida di un’auto ad alta velocità su un’autostrada.
Voi guardate la strada e intanto componete un numero sul cellulare (oppure lo cercate in rubrica, peggio ancora).
Siete convinte di stare guardando la strada, ma nella realtà state “guardando” nella vostra mente la mappatura spaziale dei gesti che state compiendo.
Non è facile accorgersene, se non quando ci si trova stampati sul culo di un camion.
Ma di solito, a quel punto, è troppo tardi…
Ah, dimenticavo… se a qualcuno venisse in mente di dire che tutto questo non è provabile scientificamente e che quindi sono cialtronerie… lo dico prima:
Ma vaffanculo, va!
Centro motore, riflessi ancestrali e percezione meccanica
Qualche sera fa stavo passando per Corso V. Emanuele a Milano. Questo Corso è il più importante, il più centrale della città ed è isola pedonale, completamente interdetta al traffico, ovviamente anche molto affollata.
Come credo in molte altre città è anche molto frequentata da venditori ambulanti di ogni genere.
Camminando, ogni tanto vedevo delle piccole macchie luminose blu schizzare verso l’alto e stagliarsi sullo sfondo del cielo notturno, partendo da molti degli ambulanti. Avvicinatomi ad uno di loro, ho visto che si trattava di piccole eliche di plastica, lanciate in aria con un elastico e che, girando su se stesse a contatto con l’aria, alimentavano un piccolo generatore che permetteva loro di emettere quella luce blu che mi aveva colpito.
Soddisfatta la curiosità me ne sono andato per la mia strada, continuando a vedere quelle piccole eliche che ogni tanto shizzavano in su. La cosa che mi ha colpito è stata che per lo sguardo sembrava essere impossibile non seguirle; nonostante sapessi di cosa si trattava e nonostante non me ne potesse fregar di meno, non potevo fare a meno di seguirle con gli occhi ogni qualvolta ne partiva una.
Guardandomi attorno ho visto che praticamente tutti i passanti facevano come me, seguendo in modo evidentemente automatico gli oggetti con gli occhi.
Ho iniziato a porre attenzione alla cosa e ho scoperto che il fatto altro non era che un riflesso, messo in atto da un istinto abbastanza primario: quello di difesa.
I miei occhi, come ho potuto osservare, seguivano quegli oggetti non per il fatto che fossero strani o per il bel colore della luce emessa, quanto perchè la loro velocità li faceva “emergere” da un quadro complessivo di tutt’altra qualità.
In altre parole, era come se la situazione fosse stata in qualche modo parametrizzata dal cervello che ne aveva tratto una sorta di “Immagine qualitativa dinamica”, con una sua mediana. Le eliche, schizzando via a velocità evidentemente molto maggiore della media dei movimenti attorno a me, uscivano da questa “valutazione media” e quindi facevano scattare un allarme per cui lo sguardo era costretto a seguirle.
Ascoltando con molta attenzione, mi sono accorto che l’allarme era prodotto proprio da un riflesso automatico. Ogni volta che nel campo visivo, anche periferico, e quindi non sottoposto allo stesso livello di vigilanza di quello centrale, si muovevano quegli oggetti, i miei occhi andavano automaticamente a collimare con precisione sulla loro posizione.
Un riflesso ancestrale dunque, non originato dalla corteccia, ma da qualche zona subcorticale; molto probabilmente un retaggio di epoche remote in cui percepire un possibile pericolo con il massimo anticipo poteva fare la differenza tra la vita e la morte.
Controllare quel riflesso non era affatto facile, come ho scoperto poi, perchè l’impulso per il movimento era praticamente immediato all’insorgere dello stimolo e del tutto subconscio.
Stimolato dalla scoperta ho iniziato a cercare di controllarlo volontariamente e devo dire che non è stata affatto un’impresa facile. Per riuscirci ho dovuto praticamente concentrare tutta la mia attenzione sul campo visivo periferico, ed esercitare una “vigilanza” costante su di esso. Un solo istante in cui l’attenzione andava da qualche altra parte e il controllo se ne andava a farsi benedire.
Il Sentire, questo sconosciuto atto del cuore
Quella italiana non è una lingua adatta a descrivere correttamente parole come questa. L’inglese, ad esempio va già meglio. Nella lingua anglosassone infatti esistono due vocaboli distinti, solo per fare un esempio, che traducono il verbo sentire; uno è to hear, usato per definire l’atto fisico di sentire qualcosa con le orecchie, l’altro è to feel, che invece indica il sentire nel senso di sentimento.
Ma vi sono anche altri significati per questa parola. Sentire nel senso di “percepire” qualcosa, ad esempio. In questo caso ci viene in aiuto ancora una volta il latino, che ci spiega brillantemente l’etimologia di questo termine.
Pecepire viene infatti da “percipio“, composto dalla particella “per” (attraverso, per mezzo di) e il verbo “capio” ovvero “prendere“, nel senso di “intendere“. Il significato originale ptrebbe quindi essere tradotto con “intendere attraverso“. Percepire diventa quindi intendere in sè, nel senso di “lasciarsi attraversare“.
Ecco che il sentire, ovvero la percezione, si svelano come quel modo assai difficile di apprendere, lasciandosi attraversare, prendendo in sè qualcosa. Una sorta di intuizione, ma assai diversa. L’intuizione è qualcosa che si genera “sua sponte” dalla correlazione di esperienze e che può determinare, in un dato momento, una sorta di “fusione” che porta ad un lampo, un attimo di luce, che svela un concetto o un pensiero tutto insieme alla mente conscia.
Il sentire è un atto del cuore, che consente di andare al di là delle ordinarie considerazioni mentali. Per questo è così difficile distinguerlo dalle altre percezioni.
Come se non bastasse poi, è anche difficile distinguerlo da tutto il rimanente sostràto di reazioni emotive… ma forse è meglio procedere con ordine.
Se si prova ad ascoltare le proprie emozioni ovvero, per chi non è avvezzo a questo termine, a rendersi consapevoli di esse, ci si accorge prima o poi che le suddette sono di diversi tipi e “gradazioni”. Come se esistessero delle linee di separazione tra la densità delle emozioni che si possono provare.
Attenzione che qui non si sta parlando di “intensità”, ma di “densità”. Soprattutto le donne devono fare attenzione a questo particolare distinguo giacchè, più degli uomini, tendono a confondere i due termini.
Emozioni dense sono sempre intense. Emozioni intense non sempre sono dense. Anzi.
Esistono infinite sfumature di densità e intensità nel campo emotivo ma, ascoltando attentamente, si noterà che nell’estensione di queste sfumature esistono delle specie di linee, come degli spartiacque, che dividono tra loro le possibili densità del campo emotivo.
Passata una di queste linee non è possibile provare emozioni dalla densità corrispondente al livello inferiore. Ciò che varca questi livelli spartiacque è la consapevolezza. Per chiarire, è come se noi fossimo dei pesci che nuotano e il mare in cui lo facciamo il campo emotivo.
Kali Yuga: questo mondo deve cambiare
In molti scritti antichi, primi fra tutti i Veda, è contenuta un’esatta descrizione del periodo attuale, in somma sintesi un periodo di estrema ignoranza e declino spirituale ed enorme quanto falso rivolgimento a tutto ciò che è materiale; il Kali Yuga, appunto.
Basta fare un attimo mente locale per comprendere che, profezia o no, questa è esattamente la condizione delle società mondiali.
Quello che accade in Italia sta accadendo, bene o male, anche nel resto del mondo. I governi sono sempre più corrotti, non solo nel senso di prendere la mazzetta, ma soprattutto in quello morale. La politica non esiste più, se non come strumento per mantenere potere ad oltranza.
Ma più di tutto, è divenuta inesistente o quasi la traenza della popolazione verso qualcosa di spirituale. Ovviamente a livello personale, singolo, vi sono persone che invece vanno in senso diametralmente opposto. Ma generalmente, sembra che tutto ciò che è spirituale stia sfuggendo dallo spazio di esperienza dei più.
La tendenza è verso il benessere materiale, la debolezza morale ed etica, la corruzione del pensiero. Le leggi sono generate più dal moralismo che da un’autentica coscienza di ciò che è bene e ciò che non lo è, e le classi dirigenti sono sempre più inadatte al loro compito.
La società occidentale, in particolar modo, sta conoscendo un periodo di tale destrutturazione da renderla evidentemente pronta a cadere nel baratro.
Guardiamo i titoli dei giornali. Le notizie vengono date ed orchestrate in modo smaccatamente strumentale, e non solo in Italia. Sono molto rari i “fogli” in cui si parli di qualcosa che non sia dipendente dall’orientamento governativo. Il giornalismo vero ha lasciato il posto ad un’estrema mancanza di serietà, con notizie a volte addirittura false, altre costruite ad hoc; e in quelle rare occasioni in cui una notizia potrebbe avere un senso, il taglio con cui viene esposta è sempre più moralistico.
Savants, disabili geniali
Ieri sera ho visto un documentario, non so su quale canale, in cui veniva descritta la ricerca che si è sviluppata in questi ultimi anni intorno al fenomeno dei cosiddetti “savants”.
Come in Rain Man, esistono alcune centinaia di casi al mondo in cui uomini e donne affetti da varie disabilità, ma soprattutto da autismo, hanno singolari capacità mnemoniche e psichiche, che li rendono unici al mondo.
In una piccolissima percentuale, queste persone non sono neppure affette da disabilità, ma mostrano ugualmente talenti straordinari. Come nel caso di un giovane, scusatemi ma non ricordo il nome, in grado di eseguire calcoli matematici complessi a mente in pochissimi istanti.
Sono rimasto stupito quando quest’uomo ha effettuato una divisione tipo 832 / 0,164, snocciolando il risultato fino alla cinquantesima cifra decimale!
I casi descritti erano svariati, da Kim Peek, detto “Kimputer”, il personaggio che ha ispirato proprio il film “Rain Man”, in grado di ricordare tutto ciò che legge a Matt Savage, che ha iniziato a comporre musica jazz all’età di sei anni, in grado di riprodurre qualsiasi brano musicale senta.
La trasmissione, per una volta, trattava l’argomento con serena oggettività, senza accanirsi nel tentativo di dimostrare che erano tutte balle.
La cosa che mi ha colpito di più è stato constatare che nel mondo scientifico ed accademico esistono anche dei personaggi dalla mente aperta che realmente sono alla ricerca della verità, senza pregiudizi su quale questa possa essere.
Dato che quasi tutti questi personaggi talentuosi hanno in comune una memoria prodigiosa, nella trasmissione questo aspetto è stato indagato molto a fondo, comunicando i risultati emersi da diverse indagini effettuate tramite RMN e PET all’avanguardia.
Uno degli scienziati intervistati, un accedemico del MIT, ad un certo punto ha parlato della memoria e del fatto che, studiando i savants, si era reso conto di quanto questa funzione sia qualcosa che si interpone in qualche modo tra ciò che l’uomo è e qualcos’altro.
In modo particolare faceva riferimento al fatto che tutti i savant, anche quelli che sono diventati tali dopo la nascita a causa di un incidente o un trauma, fanno accesso a zone del cervello che non sono abitualmente utilizzate per quello scopo.
Interpolazione sociale: la globalizzazione vista da dietro
In gergo informatico, interpolare significa dedurre qualcosa sulla base di ciò che sta attorno.
Facebook, Twitter, Diggit, Stumble Upon. E poi blog, youtube, google wave, buzz. E tanti altri “luoghi” virtuali di aggregazione reale.
Ognuno di questi software rappresenta un nodo concentratore di una rete pluriconnessa.
La presenza di ognuno di noi all’interno di questi nodi genera, all’interno degli stessi, delle sottoreti, dei grafi pluriconnessi, rappresentati dalle nostre azioni nei confronti deinostri contatti.
Tutto ciò che scriviamo, i filmati che pubblichiamo, i commenti che lasciamo sugli account di altri, alla fine parla di noi, di chi siamo, chi conosciamo e a quale livello.
L’analisi semantica è alle prime armi? Non è affatto vero. Lo è solo per il pubblico. Nei sistemi degli apparati di Intelligence l’analisi semantica è implementata a livello informatico molto più profondamente ed efficientemente di quanto non si creda.
Basta pensare all’esperienza, alla logica ed alla capavità di un profiler dell’FBI per comprendere che questa possibilità, sebbene meno profondamente, può comodamente essere imitata da strumenti informatici basati su reti neurali (Intelligenza artificiale), il cui sviluppo non è affatto agli albori.
Le informazioni lasciate in giro sulla rete possono essere facilmente raccolte, confrontate ed iterate per costruire un profilo psicologico, umano e professionale di ognuno di noi. Il resto viene dedotto tramite la cosiddetta “interpolazione sociale”, ovvero incrociando i dati e riempiendo i punti con poche informazioni in modo statistico.
In paesi a completa magliatura informatica, come gli Stati Uniti, questo è particolarmente facile da parte delle varie agenzie governative.
Ma non pensate che in Italia possa essere meno fattibile.
Ebbro di donne e di pittura – By Giuseppe
In una nazione tormentata da rivoluzioni e rovesci politici, un uomo coltiva sin dalla gioventù due passioni, anzi tre (se la terza si può considerare una passione): la pittura, le donne e il vino.
Un uomo, insomma, col “vizietto” di vivere intensamente la propria vita.
Questa è la storia di un grande artista, genio ribelle e tormentato, Ohwon Jang Seung Up. Ohwon sin da bambino dà prova d’un talento fuori dal normale che, sotto la guida d’un bravo maestro, regala alla Corea stupendi capolavori.
Ohwon fu un genio particolare che non amava il conformismo e, anche se metteva il suo pennello al servizio dei nobili e dei potenti, non acconsentì mai di dipingere opere in cui non credeva o senza ispirazione.
Una frase del suo maestro (seminata in un buon campo) rivela pienamente quale “etica” ispirava questo grande artista: “Un dipinto fatto solo per denaro e fama immediata è pura e semplice vanità, è un atto inutile. Nasce morto”.
Ohwon dipingeva dunque per passione – oltre che con maestria – e il suo “furore” artistico, volendo azzardare un paragone, mi sembra una via di mezzo tra Van Gogh e Michelangelo. Simile al pittore olandese perché era immediato, impressionista; mi ricorda Michelangelo per il rigore della sua arte e la costante insoddisfazione del livello raggunto: “…è la disciplina della mente che deve guidare il pennello sulla carta”…”rinnovarsi ogni giorno, rinnovarsi profondamente”.
Sicuramente, questo era un uomo con la rara dote di saper contemplare, cogliendo l’essenza delle cose per poi trasferirla nei suoi dipinti. Fu anche un innovatore artistico (come tutti i veri artisti) e per primo osò togliere le scritte che sempre accompagnavano i dipinti della scuola coreana del suo tempo: “La vera pittura sa parlare benissimo da sola, non ha bisogno di parole”.
Ebbro di donne e di pittura è, a mio avviso, un film che lascia un segno non solo per la storia, ma anche per la recitazione, i costumi, le scenografie, gli interni, i paesaggi mozzafiato, il ritmo armonioso delle vicende e gli intrecci storici e personali ben incastrati. Un vero capolavoro del regista Im Kwon Taek.
La ricerca della sicurezza: apologia della paura.
Io vorrei sapere chi è che ha deciso che, quando uno non allaccia la cintura di sicurezza, ci deve per forza essere un segnale d’allarme che gli spacca le palle per non meno di mezz’ora!
Potrei capire qualcosa di dolce, un piccolo “bip-bip” che suona un paio di volte. No! Sembra che i costruttori si sbizzarriscano nel sadismo più assoluto.
Sulla Citroen C2 ad esempio, il segnale è di un fastidioso allucinante. E per giunta la durata, prima che si spenga, è direttamente proporzionale alla velocità: più vai veloce e più a lungo ti rompe i coglioni.
Oppure sulle nuove golf, dove il segnale è comandato da un sensore posto sotto il sedere, per cui dopo che ha smesso, se per caso ti pieghi per tirare una scorreggia, lui ricomincia!
Personalmente trovo tutte le imposizioni legate alla sicurezza qualcosa di insopportabile, soprattutto perchè in genere non hanno affatto lo scopo di rendere la vita più sicura, quanto quello di ingrassare i portafogli dei produttori.
Il caso delle cinture di sicurezza è particolarmente emblematico. E’ evidente: i segnali sono fatti apposta per esasperare chi non le allaccia, per obbligarlo a farlo.
E questo è ancora più insopportabile di una legge che ti impone di allacciare le cinture per la tua sicurezza. Se voglio rischiare di volare fuori dal parabrezza in caso di urto, sono e rimangono cazzi esclusivamente miei.
Imporre la sicurezza equivale ad alimentare la paura.
In ultima analisi quindi, equivale a fare il gioco del governo ficcanaso che a quel punto si ritiene autorizzato a ingerire la vita di chiunque con la giustificazione che è per il suo bene!
Un potere che insiste troppo sulla sicurezza è un potere molto pericoloso, perchè la sicurezza non esiste. Il controllo su quello che ti può capitare non esiste.
Certo, questo non implica comportarsi da imbecilli incoscienti ma, alla fine, la sicurezza è sempre la scusa del potere per imporre il controllo.
La paura di prendere una malattia permette alle case farmaceutiche di spillare miliardi di dollari ai governi producendo farmaci e vaccini totalmente inutili quando non addirittura dannosi.
Pruriti Scientifici: linguaggio oggettivo e soggettivo – by Ilia
“Quella che sul piano soggettivo è la felicità, sul piano oggettivo
coincide con la realizzazione della propria essenza.”
Socrate (469 a.C. – 399 a.C.)
Ci siamo lasciati l’ultima volta parlando di dualismo, di microcosmo e macrocosmo, accennando a diversi temi da sviluppare in futuro. Proviamo adesso a riannodare le fila del discorso partendo da un argomento un po’ diverso.
Cercherò di indagare, in base alla mia esperienza personale, la natura del linguaggio matematico, che viene utilizzato per esprimere concetti di carattere tecnico-scientifico, confrontandolo col linguaggio comune che normalmente utilizziamo per comunicare.
Mi sono trovato diverse volte ad interrogarmi sul perché non sia semplice comunicare e facilmente si incorra in incomprensioni e fraintendimenti, quando si parla di qualcosa che riguarda la propria esperienza di vita, le proprie emozioni che, per loro natura, non sono codificabili in simboli matematici, in categorie precise.
Il linguaggio matematico è un linguaggio simbolico che ha lo scopo, a partire dall’osservazione della natura, di descriverne il comportamento secondo un processo logico di causa ed effetto, in cui gli elementi osservati vengono messi in relazione. Esso si basa su due concetti fondamentali: la teoria degli insiemi e la logica delle proposizioni.
La teoria degli insiemi ci assicura che gli oggetti di cui parliamo sono delle cose ben definite: gli insiemi sono caratterizzati dal fatto che possiamo stabilire con esattezza se un elemento sia o meno contenuto all’interno di un determinato insieme. Per esempio la mela appartiene all’insieme dei frutti, il cane all’insieme degli animali. Lo stesso principio vale per le proposizioni: le frasi che si usano in matematica non devono essere ambigue, ovvero bisogna saper dire esattamente se una frase è vera o falsa.
I film insegnano, mettendo a fuoco ciò che conteniamo. Serenity.
Molte volte mi è capitato di vedere un film e trovarci un contenuto. Penso che almeno una volta sia capitato a tutti. Films anche scadenti, magari fatti veramente col culo, ma qui e là trovi una frase, una battuta, un motto che ti fanno fare uno stop mentale.
Come quando una bella donna ti regala uno sguardo di desiderio, allo stesso modo in un film può capitare che una frase sola ti apra un mondo, indipendentemente dalle intenzioni più o meno consapevoli del regista.
Ho sempre pensato che si trattasse di cose nuove, di pensieri mai pensati, di riflessioni mai fatte.
Oggi invece mi sono accorto che non è così. In realtà una frase ti colpisce, sembra insegnarti qualcosa ma non fa altro che mettere a fuoco qualcosa che hai realizzato in parte, o solo inconsciamente.
E d’altronde come potrebbe essere altrimenti?
Un pensiero, un concetto, un’intuizione… come potrebbero essere colti se completamente estranei, alieni al proprio spazio di esperienza? E’ impossibile!
Ma possono essere assonanti, simili in qualche modo. O anche solo associabili. Ecco allora che all’interno qualcosa si mette in vibrazione e crea la possibilità di sviluppare quella o quell’altra comprensione.
Prendiamo ad esempio un film come Serenity; quasi sconosciuto, con un cast non particolarmente nobile, è un film di fantascienza con qualche annetto sulle spalle ma estremamente gradevole e ben fatto, dal punto di vista della recitazione, degli effetti speciali e della trama. Insomma, sicuramente migliore di molte altre cianfrusaglie proposte sul grande schermo da un bel pezzo.
C’è una frase in questo film, che il capitano della nave dice ad una ragazzina alle prime armi nel pilotaggio:
“E’ l’amore che fa stare in aria una nave. Fai volare una nave che non ami e quella, prima o poi, si libererà di te.”
Sembra una frase stupida, del tutto di fantasia, ed in parte lo è, considerato il numero di navi spaziali pilotate dal sottoscritto. Eppure mi ha colpito.
Come se contenesse qualcosa di vero.
Ci ho pensato e ripensato, chiedendomi che cosa potessi trovarci, per poi alla fine capire che basta cambiare la parola “nave” con la parola “vita” per comprendere qualcosa.
“E’ l’amore che fa proseguire una vita. Vivi una vita che non ami e quella, prima o poi, si libererà di te.”
N’est Pas?
Incontri con uomini straordinari. By Giuseppe
Prima di dire due parole su questo “straordinario” film, una domanda: “Come incontrare uomini straordinari?”
E’ necessario essere anche noi uomini straordinari? Sicuramente no! Ma una cosa è certa: è molto difficile incontrare siffatti uomini seguendo una routine di “quartiere”: sempre lo stesso bar, le stesse facce conosciute, gli stessi discorsi, gli stessi ambienti ed abitudini.
Ed anche se per puro caso succedesse che un “uomo straordinario” ci passasse a fianco o bevesse un caffè gomito a gomito con noi nello stesso bar, sicuramente non lo riconosceremmo neanche di striscio.
Perché questa “tipologia” di uomini non sempre ama “rivelarsi”, anzi, loro amano giocare all’uomo comune, o quasi.
Detto questo, come incontrare uomini straordinari e riconoscerli (almeno in parte)?
Mettendoci noi stessi in situazioni fuori dall’ordinario, in modo da “guardare” il mondo e gli altri con “occhi diversi”, viaggiando…cercando.
In parte è quello che ha fatto il protagonista della nostra storia, G. I. Gurdjieff, anche se lui (per karma?) ne ha incontrati tantissimi sin dalla più tenera età.
Esortato dalla moribonda nonna a “non fare mai quello che facevano gli altri” e da un padre anch’egli fuori dall’ordinario, Gurdjieff sentì sin da giovane il “richiamo” della Ricerca della Verità.
Questo capolavoro di Peter Brook narra appunto, sinteticamente, alcune delle vicende di un Ricercatore di Verità, così come sono descritte nel libro autobiografico “Incontri con uomini straordinari”. Vicende che hanno visto alcuni uomini, tra cui il nostro protagonista, avventurarsi nei primi del ‘900 in terre lontane e spesso pericolose e inospitali, come la regione nei pressi del fiume Oxus (a nord dell’Afghanistan), il Tibet, il deserto del Gobi. Luoghi che ospitavano monasteri nascosti tra le montagne e…un sapere antico come il mondo.
Una chicca dal libro, dove è Padre Giovanni (un Iniziato) a parlare:
“…La comprensione è l’essenza di ciò che si ottiene partendo da informazioni intenzionalmente acquisite e da esperienze personalmente vissute”-.
Più che un film, quest’opera sembra un documentario, intenso e suggestivo.
Veronesi e la religione che impedisce di ragionare. Ma la scienza, purtroppo, non è molto lontana
In questo articolo del Corriere della Sera, Il prof. Umberto Veronesi sostiene il ruolo immobilizzante della religione nei confronti del libero pensiero.
Come non dargli ragione? Il termine stesso “Religione”, ricorda molto da vicino la parola “Relegare” da “Religo”, ovvero “legare nuovamente”.
Su questo sono completamente d’accordo con lui; tutte le religioni, nessuna esclusa, hanno la loro utilità nel momento in cui forniscono a qualcuno una possibilità di spiritualità adatta ad un livello evolutivo corrispondente.
Senza la religione, una qualsiasi, non solo quella cattolica, ci sarebbero migliaia di persone abbandonate a loro stesse dal punto di vista dello “spirito”.
La ritualità contenuta nelle religioni, la semplicità dei concetti espressi (semplicità, non superficialità) ne fanno uno strumento di ricerca interiore indispensabile nella storia dell’essere umano.
Ma il tempo delle religioni dovrebbe appunto essere quello che è; un tempo, con un inizio ed una fine.
Per lo stesso motivo, chiunque amministri una religione dovrebbe esssere consapevole del suo ruolo reale e non considerarsi come l’unica risposta all’umanità in tema di cose interiori.
Quando questo non avviene, come nel caso delle maggiori monoteiste, Cattolicesimo e Islam, la religione si trasforma in una tirannia del pensiero che impedisce la crescita interiore con la morale, paralizza l’intelletto con i dogmi e blocca l’evoluzione in senso lato con l’imposizione di linee di pensiero illiberali, obsolete e, molto spesso, involutive.
Veronesi poi cita il fatto che invece la scienza questo non lo fa perchè:
…la scienza vive nel dubbio, nella ricerca della verità, nel bisogno di provare, di criticare se stessa e riprovare
Qui secondo me sbaglia. Certo, queste parole sintetizzano ciò che la scienza DOVREBBE essere.
Peccato che al momento attuale ben pochi siano gli scienziati che vivono veramente nel dubbio e non arroccati dietro dogmi di principio esattamente paritari a quelli religiosi.
Ancora di meno sono gli scienziati che cercano realmente la verità, invece di fare di tutto per adattarla alle proprie teorie.
Una vera rarità, per finire, sono davvero quegli uomini di scienza che criticano se stessi e riprovano dove hanno fallito.
Il metodo scientifico attuale, ad esempio, non prevede affatto il dubbio ma solo false certezze portate da concetti spesso falsati da interessi economici, che non prevede la possibilità che qualcosa esista anche se ancora non può essere misurato a causa della poca evoluzione sia degli strumenti che delle teorie.
Dov’è il dubbio quando si sostiene che l’uomo è l’unico essere vivente dell’universo?
Dov’è il dubbio quando si sostiene che la suina è una pandemia e che un vaccino sviluppato in due mesi e non testato è assolutamente sicuro anche per dei lattanti?
Il pensiero è un sistema aperto. Grazie al dubbio. By Giuseppe
Stavo per intitolare questo post: “Il pensiero è un sistema chiuso”.
Poi mi sono detto: “Calmati, rifletti un attimo…”.
In effetti non credo che il pensiero sia un sistema chiuso. Lo sono le opinioni fisse, ripetitive, ossessive, che non ammettono cambiamento di visione. Lo sono i dogmi: ciechi, presuntuosi e arroganti.
Ma non il pensiero in sé.
Il pensiero può dar vita a uno scritto, un discorso o un’azione…e quindi riversarsi all’esterno e modificare qualcosa.
Inoltre il pensiero (quando il pensatore è aperto) può accogliere nuovi punti di vista, nuove idee, ampliarsi…e la coscienza può scorgere nuovi orizzonti.
Il pensatore, perciò, dovrebbe sempre usufruire del beneficio del dubbio su ciò che sa, aggiornare continuamente il proprio “archivio” e…rimanere sempre aperto alle impressioni esterne.
E’ vero che il dubbio può paralizzare l’azione, infatti nell’azione non vi dovrebbero essere dubbi: quando è il momento di agire bisogna agire, e basta.
Nella riflessione, invece, il dubbio può servire a procurarci una sorta di choc che ci aiuta ad uscire dal “sistema chiuso”, meccanico, delle opinioni fisse e ripetitive (il famoso: “ora ho capito come stanno veramente le cose”).
Mi viene in mente a proposito l’enneagramma.








