L’articolo 21 della Costituzione Italiana, recita in prima riga come segue:
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Da queste parole prende spunto il “diritto morale d’autore”, che garantisce a chiunque il cosiddetto “diritto d’inedito”.
Da questo diritto morale, discende gran parte della legislatura odierna in merito alla tutela della paternità di un’opera d’ingegno. Il “diritto d’autore” in senso lato, appunto.
Ho citato il termine paternità dell’opera. Il diritto privato sull’argomento sancisce il diritto di chi produce un’opera d’ingegno ad esserne indicato come l’autore, e anche al contrario, che non sia possibile attribuire a qualcuno l’opera di qualcun altro.
In realtà però, ciò di cui vorrei fare oggetto il presente articolo, è quella parte legislativa che riguarda i termini dello sfruttamento economico di un’opera. Allo stato attuale delle cose, la legge vigente è la num. 633 del 22 aprile 1941. Se volete vederne il testo originale lo trovate qui. Di fatto in questa legge, l’autore è indicato come l’unico depositario dei proventi derivanti dallo sfruttamento dell’opera in tutti i campi.
Di fatto, secondo questa legge, solo l’autore ha il diritto di pubblicare, riprodurre, rappresentare, mostrare… quello che volete, la sua opera.
Ed è proprio qui, che vorrei gridare un grandissimo “ma vaffanculo, autore. Te e i tuoi diritti!”. Ma non perchè io sia contrario al fatto che qualcuno che inventa qualcosa di utile, o anche solamente bello, ci possa guadagnare sopra. Mi sembra sacrosanto. Quello che mi fa profondamente vorticare i didimi, è che con questa scusa invece, chiunque abbia un po’ di cinismo in riserva, può permettersi di ricattare l’umanità, o di fatto limitare la circolazione di una forma d’arte che dovrebbe invece appartenere a tutti. Certo, nel caso di alcune opere, occorrerebbe una legge che tutelasse il pubblico, più che l’autore, ma nel resto dei casi, questa legge è una ghigliottina, un fuoco di sbarramento alla diffusione di ciò che è bello.
Facciamo un esempio. su youtube, circa due anni fa comparve un video postato da tal Jerryc, un ragazzo di 25 anni, che aveva scritto un arrangiamento rock del famosissimo Canone di Pachelbel, e aveva deciso di postarlo così, per il semplice gusto di pubblicare una propria opera. Poco tempo dopo compare una risposta, sempre in video di un altro giovanissimo chitarrista, pseudonimo funtwo, che esegue lo stesso arrangiamento con una maestria e un cuore davvero incredibili, tanto è vero che questo particolare video è stato visto ad oggi quasi 40 milioni di volte. Ma non è finita. Passa poco tempo e spunta un altro ragazzino, al secolo Mattrach, che a sua volta riprende l’arrangiamento di JerryC e lo elabora, con una tecnica che posso solo definire da paura. . Se avrete la pazienza di ascoltare i tre arrangiamenti uno dopo l’altro, vi renderete conto del miracolo che ha avuto luogo: l’evoluzione di un’idea, per il solo fatto di essere stata resa pubblica. Cosa che non sarebbe stata possibile se JerryC avesse deciso di trattenere a sè i diritti d’autore per l’arrangiamento.
Ora, spostiamo il nostro orizzonte, dalla musica, a qualcos’altro. Per esempio ai farmaci. Anche loro sono coperti dal diritto d’autore, (che in questo caso assume il nome di brevetto) tanto è vero che ogni volta che prendiamo un’aspirina andiamo a mettere qualche soldino in tasca al signor Bayer (o al signor Sterling negli USA). Ma vi rendete conto? L’aspirina non è altro che acido acetilsalicilico. Un’acido che si trova in natura, in particolare, come dovrebbe fare intuire il nome, nel salice, più precisamente nella sua corteccia. Un rimedio citato da Erodoto, è già noto agli assiri, ai sumeri e agli indiani d’america.
Poi arriva una casa farmaceutica qualsiasi, e si ascrive il diritto di farlo pagare a tutti. Ma siamo diventati matti? No, secondo me solo coglioni!
Non voglio qui trattare di farmaci e case farmaceutiche (ma ci potete giurare che prima o poi mi ci metto…), perciò ritorno alla musica.
Un CD musicale oggi costa cifre variabili, dai 25 ai 40 €, a seconda della confezione. Ecco come si fa a limitare la circolazione della musica. Basta mangiarci sopra in tanti. Troppi. Produrre mille copie di un CD in proprio, compreso di confezione completa di libretto interno, costa circa un Euro a pezzo. Qualcuno mi spiega (ma sul serio, dati alla mano) COME CAZZO SI FA AD ARRIVARE A 30 Euro????????
Altra stronzata: sempre in nome del fottutissimo diritto d’autore, dal 2003 esiste una legge (applicata solo in Italia e in Francia) secondo la quale, presumendo che prima o poi su un CD vergine ci andrà a finire materiale protetto, allora c’è da pagare una tassa sul futuro utilizzo illegale del supporto, pari a circa 0,3€ a cd (+IVA, ovvio; altro primato dell’Italia, l’unico paese al mondo in cui si pagano le tasse sulle tasse). Il bello è che questa tassa la pagano anche quelli che stampano CD perfettamente legali!!! In proposito segnalo l’illuminante intervista di Mario Ruffili a Mario Pissetti, presidente dell’Asmi, che trovate qui.
Poi spunta il genio, il Ministro Giuliano Urbani, che recependo la tendenza delle major discografiche, promuove un decreto per la protezione del diritto d’autore anche sulla diffusione online. Risultato: le opere d’ingegno circolano sempre di meno. E si, perchè prima di questa disgraziatissima legge, nessuno aveva nulla da dire se chi condivideva in rete un’opera, lo faceva senza fini di lucro. Poi, alle ultime tre parole viene sostituita l’espressione “profitto personale”. Fatto il giochetto. Qualunque programma peer-to-peer mette immediatamente in condivisione verso l’esterno ciò che scarica verso l’interno. Quindi si ricade nell’ambito della legge Urbani, che ha rilevanza penale.
Ma come fanno direte a sapere che io scarico musica? Semplice: utilizzando programmi di sniffing, che analizzano il vostro traffico di rete e quello che ci passa dentro. Ma è legale usare programmi di questo genere? La risposta è NO! NO, PORCA PUTTANA!!!! Non è legale sniffare il traffico di rete altrui. Lo dice la legge italiana, cazzo! Si vedano gli articoli 614, 615, 615 bis e 615ter, codice penale, cap. 2, sez IV, “Dei delitti contro la inviolabilità del domicilio”, con specifico riferimento alla violazione di sistemi informatici e all’intrusione nella nostra vita privata! Capito? PRIVATA!!!!
Ecco a cosa serve il diritto d’autore: a legalizzare lo sfruttamento a scopo di lucro di opere d’ingegno, che per loro natura dovrebbero essere solo ed esclusivamente patrimonio dell’umanità.
Ripeto, non vedo perchè l’autore di una tale opera non ci debba guadagnare, ma dove sta scritto che gli altri non devono poterne godere se non pagano?
Ecco perchè in sintesi qui esprimo la mia personale opinione:
ROCKVILLE, Md., Feb. 28 — Baxter Healthcare Corporation ha ritirato dal mercato il suo prodotto Heparin, dopo la segnalazione di 448 casi di reazione avversa, incluse 4 morti.
Il Dr. Kweder and Michael Rogers, direttore delle indagini per la Food and Drug Administration americana dicono che la causa del problema non è ancora stata identificata, ma che le indagini sono focalizzate sulla fabbirca situata in Cina dove viene elaborata la materia grezza, derivata dall’intestino dei maiali.
Un articolo sul New York Times evidenzia come la fornitura dei maiali in questione provenga da un nugolo di piccoli allevamenti a conduzione familiare.
Per aver inscenato una singolare protesta contro la pausa pranzo troppo breve, 29 studenti di una scuola di Readington, in New Jersey, che hanno deciso di pagare il loro pasto in refettorio solo con monetine da un cent, presentandone alla cassa quasi 6.000, si sono visti comminare due giorni di carcere. Lo si legge sul sito della tv online della Cbs. “Il tutto cominciò come uno scherzo, poi tutti gli altri hanno cominciato a dire che stavamo protestando per com’era corta la pausa pranzò, ha raccontato Alyssa Concannon, una studentessa citata dal sito ‘wcbstv.com’. Ogni studente ha portato 20 monetine che, moltiplicato per 29 fanno qualcosa come 5.800. Ma alle cassiere della mensa scolastica non deve essere sembrato divertente. E per contare i soldi è stato interrotto il servizio e gli altri studenti hanno dovuto saltare il pasto. La bravata è costata a tutti i 29 studenti ben due giorni di detenzione. “Non credo che la detenzione sia ingiusta”, dice Wendy Hunt, la mamma di uno dei 29, tornati a scuola dopo il carcere come eroi. Tuttavia, ammette mamma Wendy, “un po’ mi sento fiera di loro…Penso che la comunicazione sia cruciale”. “Ci sono modi di esprimersi che non creano disagio agli altri ragazzi e non mancano di rispetto al personale” della mensa, dice dal canto suo il sovrintendente alle scuole di Reagington, citato dal sito.
L’ho avuto per le mani… e dopo meno di un mese mi sono arreso:
Usabilità:
Fare un numero di telefono con il touch è un’impresa da prestidigitatori.
Cercare un numero in rubrica è peggio che fare l’ I-Ching con gli steli di millefoglie.
Per scrivere un sms è obbligatorio usare il pennino, oppure aprire sulla tastiera interna. Usare una mano sola è impossibile!
Cambiare cartella da messaggi in arrivo a messaggi inviati richiede lo stesso tempo necessario a sparecchiare una tavola dopo un pranzo di gala.
Se mentre state parlando vi si spegne lo schermo non c’è versi di farlo riaccendere senza provocare danni collaterali.
Se usate la tastiera interna, il tasto menù di invio è la prima cosa che schiaccerete per sbaglio, con conseguenze imprevedibili.
Autonomia:
Al massimo del risparmio energetico se vi capita di fare tre telefonate lunghe (15 min.) la batteria si suicida dopo meno di mezza giornata.
Se invece tenete attivo un auricolare bluetooth e fate una telefonata lunga, probabilmente non la finirete.
Sono sul treno delle 7.32, che per diuturna tortura utilizzo per recarmi al lavoro.
Fortunatamente ancora in recupero delle funzioni mentali superiori, mi accascio sul solito lurido poggiachiappe (definirlo “sedile” significherebbe consentirgli l’assurgere ad un rango che non gli compete) apprestandomi a sonnecchiare per i prossimi venti minuti, approfittando così di una parte del viaggio per recuperare le energie già in via di esaurimento.
Sto assistendo alla progressiva perdita di coscienza a causa dell’onda di marea del sonno atavico pendolare, quando dalla tasca del vicino si diffonde improvvisa nell’aria immota (e anche un po’ fetida, lo devo riconoscere), la versione Techno della Nona Sinfonia di Beethoven.
Sobbalzo. Attimo di smarrimento.
- Si, pronto cara? -
Bestemmia: e’ il cellulare che squilla con suoneria personalizzata.
- …Si certo amore, a stasera. Ciao… baci…- E’ un attimo. Il cellulare svanisce rapido nel taschino della giacca ed una frazione di secondo dopo il molestatore di timpani giace esanime, riverso sul sedile, la bocca aperta a spargere d’intorno zaffate di fiato noctisaporito.
Colto da conato mi alzo e cambio carrozza. Non faccio in tempo a sedermi che nell’aria parte il ruggito di una F40 in accelerazione piena. Il “chiappepoggiato”di fronte a me afferra il cellulare e ne fa scattare l’apertura a guscio con la stessa prosopopea di un professore universitario che presenti il suo ultimo scritto all’assemblea degli studenti. E’ l’ultimo modello di una nota marca, e nell’atto di piegare lateralmente il capo con finta aria di scusa per il procurato fastidio, leggo tutta la soddisfazione del monello di un tempo, all’avvenuta marachella.
Questa doppia osservazione, da sola è meglio di due caffé ristretti assunti a doppietta.
Il cafone di fronte a me, in realtà potrebbe anche arrivare all’esborso, allo scopo di farsi inviare SMS. Non è sua la colpa, ma di coloro che già “rompono di prima mattina”.
No, ma dico stiamo impazzendo? Il mio cellulare è ancora spento, e tale rimarrà fino a dopo l’assunzione di una corretta e bilanciata quantità di zuccheri, grassi, caffeina e proteine (cappuccio con brioche).
E l’infame chiappepoggiato in fronte a me non si fa neppur sfiorare dal pensiero che il cellulare, in quanto apparecchio fondato sulla matematica digitale, sia dotato fondamentalmente di due stati: acceso e spento. Per lui la natura dell’infernale strumento è, mi si passi il termine, unaria: sempre acceso.
La riflessione mi coglie, spazzando via gli ultimi residui di sonno, e mi rendo conto che l’infame altro non è che uno schiavo, un coatto della comunicazione, per cui il senso di colpa diviene emozione consapevole nel momento in cui deve spegnere il cellulare quando entra al cinema (ed infatti a volte lo tiene acceso, anche se silenziato). La smodata usura dei timpani e di altri tessuti altrettanto essenziali del vicino non rientrano nelle cause di imbarazzo; ma che, siamo tutti sulla stessa barca, no?
NO! Io nella tua barca non ci voglio salire.
E’ passata un’ora abbondante, sono arrivato alla mia postazione di lavoro. Fulmino il salvaschermo con malcelata soddisfazione. Dopo qualche secondo sullo schermo arriva il messaggio di chiamata in videoconferenza. Mi assesto la cuffia sulla testa e rispondo, mentre sullo schermo compare l’arlecchinesco traballare a scatti del video in banda larga ma non troppo. Passati i convenevoli di rito con l’interlocutore lancio la seconda chiamata, e raggiungo il Segretario generale sul cellulare, immettendolo nel circuito audio della conferenza. Lui è in macchina, a Hong Kong, bloccato nel traffico a mandorla, con il suo fedele auricolare senza fili, col quale sospetto riesca a dare comandi vocali anche ai più impensabili giocattoli erotici.
Mentre i due si parlano, io rimango affascinato. La mia generazione è ancora una di quelle tardive per cui la segreteria telefonica in casa è stata separatore epocale tra l’era del silenzio e quella della comunicazione coatta. E mi pare un miracolo essere lì a parlare contemporaneamente con due uomini, di cui uno è a migliaia di chilometri di distanza, e l’altro gioca a fare il fantasma dell’etere. Penso alla sua voce, che viene tradotta in impulsi digitali da un’astina di plastica con un chip così leggero che nemmeno più pare di averlo lì, appeso all’orecchio come un bradipo in miniatura, per poi esseretrasmessa via radio al cellulare, che a sua volta la instrada su una piccola antenna, e poi la inoltra sulla landline. Quasi mi sembra di vedere, quei pochi byte sparuti come piccioni in Piazza San Marco in una gelida mattina
d’inverno, tutti vibranti e pressati assieme, mentre vengono instradati verso il satellite, e poi di nuovo giù, verso il portale terrestre, e poi ancora dentro al doppino telefonico, per poi approdare per nulla affaticati al mio orecchio ed anche a quello del simpatico bonaccione che, attraverso lo schermo al plasma, mi sorride da Bangalore.
La comunicazione è un miracolo, ma come in tutti i casi di usufrutto protratto di uno strumento, la consapevolezza dell’eccezionalità finisce per non più travalicare i livelli di soglia emozionale minima necessari all’accendersi della meraviglia, relegando così l’esperienza nel novero del semplice utilizzo strumentale, al pari di un qualsiasi rotolo di carta igienica.
Deve essere per questo che oggi trovo a volte persone traumatizzate da un semplice SMS, in cui il messaggio viene tecnologicamente degradato al crudo contenuto essenziale, portandolo per naturale estensione al suo massimo concentrato, alla sua tintura madre, per usare un termine caro all’omeopatia. La vulnerabilità è in questo caso figlia della dipendenza, di quella schiavitù che come altro, deriva dall’irrinunciabile bisogno di riconoscimento, dalla tossicodipendenza dell’apparire, figlia dell’impossibilità di essere. Comunicazione dovrebbe essenzialmente essere sinonimo di condividere, ma oggi, momento in cui ascoltare conta molto meno che trasmettere, comunicazione è essenzialmente raccontare; nella comune accezione del termine (peraltro confermata dall’etimologia stessa) è scomparso il termine
dell’ascolto. Solo parlare importa, pura affermazione del sé; ed ecco che la comunicazione diventa, quando non mediata da una minima strutturazione della personalità, invasione spietata, espropriazione della debolmente difesa altrui territorialità. In una parola: violenza, e per contro, miracolo. E come sempre nei periodi di frontiera, preludio al cambiamento è l’esacerbarsi degli opposti: in sintesi, la vittoria del chiappepoggiato frontaliero, quando non si abbia la forza, per la propria difesa, di procedere all’esproprio, ed al lancio dell’altrui fiammante, ancorché molesto, ultimo modello di cellulare dal finestrino del treno in corsa.