Mettiamo in dubbio il sacrosanto

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Ricordo ancora il mitico discorso che in “Men in Black”, lo scafato agente K (Tommy Lee Jones) spara al novellino J (Will Smith) sulla panchina all’alba del primo giorno di lavoro di J:

“..1500 anni fa le persone sapevano perfettamente che la terra era al centro dell’universo. 500 anni fa le persone sapevano perfettamente che la Terra era piatta e 15 miunti fa tu sapevi perfettamente che gli esseri umani erano gli unici abitanti di questo pianeta.

Immagina cosa potrai sapere perfettamente domani…”

Potrei aggiungere anche che 300 anni fa le persone sapevano perfettamente che esistevano le streghe e che andavano bruciate sul rogo, o che ancora oggi in alcuni paesi le donne sanno perfettamente che l’infibulazione delle figlie è una cosa giusta da fare.

In sintesi quello di cui voglio parlare è di quanto ciò che diamo per scontato oggi come reale, domani possa rivelarsi un’assurdità completa.

Il concetto di “sacrosanto” già nell’etimologia dovrebbe mettere in guardia: si stratta di un pleonastico a sfondo esclusivamente religioso che accosta i simili concetti di “Sacro” e di “Santo” laddove per sacro intendasi qualcosa che appartiene al piano divino e per santo intendasi qualcosa che segue la legge divina.

Il termine “sacrosanto” però semanticamente viene percepito come qualcosa di areligioso, riferito soprattutto ai diritti, ambito in cui assume il significato di “irrinunciabile”, acquisito definitivamente e innegabile.

Inutile sottolineare la commistione tra ciò che non è negabile e la discendenza di talle innegabilità dal piano divino. Una volta in più stiamo parlando di Dio stesso che sancisce un diritto (e sappiamo come questo abbia portato da un lato all’ascesa di dittatori e tiranni e dall’altro all’egemonia della Chiesa Romana nella gestione politica del mondo occidentale).

Ma ancora per traslato, ciò che è sacrosanto è anche il diritto di credere in quello che si vuole, spesso a discapito dell’unica vera arma efficace che la nostra mente davvero può mettere in campo: il discernimento.

E’ vero che la libertà di fede è un principio davvero basilare della libertà civile ma è anche vero che l’ignoranza non dovrebbe esserlo (ed infatti in quasi tutti gli ordinamenti giuridici, l’ignoranza dell’esistenza di una legge non viene ammessa come prova di innocenza). Da qui la necessità di considerare irrinunciabile anche l’applicazione del discernimento, sulla base di uno degli strumenti cognitivi fondamentali: la capacità di farsi venire un dubbio.

Nel caso specifico di questo post, il dubbio dovrebbe essere esercitato costantemente su quelle che sono le nostre convinzioni e sul modo in cui le abbiamo raggiunte. Abbiamo esercitato il buono senso? Oppure, nel caso in cui si tratti di convinzioni basate su prove scientifiche, abbiamo controllato la fonte? Abbiamo verificato che i dati siano stati correttamente prodotti ed interpretati e che tali prove non siano state inquinate da interessi di vario tipo, in primis economici?

Se la risposta è no alla prima domando o ad una qualsiasi delle altre, oppure se non riusciamo a trovare l’origine di qualcosa che riteniamo assodato, allora è nostro dovere metterlo in dubbio. Il che, badiamo bene, non significa negarlo ma togliere al concetto in questione la caratteristica di “sacrosanto” che gli abbiamo attribuito finora.

Non si tratta di fare i San Tommaso, ma di riconoscere quali sono le convinzioni che in noi hanno un’origine esterna e non affidabile.

Per intenderci, dare per scontato che il fuoco brucia non è ovviamente sbagliato. Eppure abbiamo la prova che in alcuni casi ciò non è vero (avete presente la camminata sui carboni ardenti che in alcuni casi non produce ustioni ne sensazione di bruciore?). Quindi quale è la realtà? Il fuoco non brucia sempre, quindi è palese che qualcosa non quadra. Cosa?

A questo punto possiamo seguire questa traccia per scoprire di più sulla questione, oppure fregarcene; in quest’ultimo caso però dobbiamo ricordare che “non sempre il fuoco brucia”.

Allo stesso modo, dare per scontato che una certa cosa fa male (o bene, non cambia nulla) potrebbe essere giusto ma anche fatale oppure privarci di esperienze piacevoli o anche cure e altro.

Questo è l’atteggiamento giusto: utilizzare il dubbio come innesco di un processo cognitivo che ci porti più vicini alla verità, anche solo di un’infinitesima parte.

Il che, se a prima vista sembra rispondere al concetto di “non dare mai nulla per scontato”, in realtà non ha nulla a che vedere con esso.

Non dare qualcosa per scontato significa non crearsi idee preconcette su ciò che potrebbe accadere in un futuro prossimo o remoto. Utilizzare il dubbio significa invece scavare nelle proprie convinzioni per sradicare quello che in noi altro non è che condizionamento (attivo o passivo poco cambia).

Per questo si tratta di un lavoro abbastanza difficoltoso ma sicuramente indispensabile. Riconoscere ciò che in noi ha raggiunto il livello di certezza senza una vera motivazione significa liberarci progressivamente di ciò che di falso abbiamo in noi. Il che, per fare un paragone con la scultura, corrisponde al creare un’opera d’arte togliendo tutto ciò che non ha a che vedere con il risultato finale. Riconoscere i preconcetti, i giudizi, i condizionamenti che abbiamo all’interno significa togliere ciò che non ha a che vedere con il vero “noi”, ovvero la nostra meravigliosa “opera d’arte”.

Un lavoro massiccio, continuo, che richiede qualcosa di più di una semplice attenzione per continuare a svolgersi; ma posso assicurare per esperienza personale che, proprio come quando si allena un muscolo, più lo si porta avanti, più diviene semplice.

Ci si vede in giro!

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