Il passaggio al limite come simbolo di una diversa concezione della materia

smiley-e1362044582522Nella matematica delle superiori si comincia a studiare un operatore matematico antichissimo che è alla base non solo della matematica moderna, ma che costituisce anche un simbolo estremamente rappresentativo di un passaggio mentale necessario alla comprensione della struttura della materia.

L’operatore in questione è l’integrale. Un po’ lo spauracchio di tutti i giovani studenti, rivela ad un pensiero lucido profondità e prospettive estremamente raffinate.

Il calcolo integrale, nel suo “ABC”, è un’operazione che consente di calcolare con estrema precisione l’area di superfici complesse. Alla base vi è una riflessione molto semplice.

Se vogliamo calcolare l’area di una qualsiasi superficie irregolare, possiamo usare dei piccoli quadratini la cui area ci sia nota (perchè facile da calcolare con una formula semplice). Immaginiamo di voler calcolare l’area di un piatto da portata ovale. Abbiamo tanti quadratini da un cm di lato (per cui sappiamo che la loro area è di un cm2). Se li disponiamo uno accanto all’altro fino a ricoprire il piatto, avremo un numero di quadratini, per esempio 133, che ci dice che l’area di quel piatto è di circa 133 cm quadri.

Non può essere l’area perfetta, perchè i nostri quadratini sono di una forma che non ricopre esattamente la superficie del piatto. Ma è anche vero che se i quadratini fossero più piccoli, ad esempio di mezzo centimetro quadrato, la nostra misura sarebbe più precisa.

Più sono piccoli i quadratini e più la nostra misura si avvicinerà a quella reale, giusto? Ecco: a questo punto, con uno sforzo mentale, arriviamo a concludere un semplice ragionamento: la nostra misura sarà perfetta nel momento in cui ogni quadratino avrà misura nulla. Solo che un quadratino di misura nulla non può esistere nella realtà.

E qui entriamo nel mondo del calcolo integrale, un operatore matematico che ci consente proprio l’operazione di “salto”, da una superficie misurabile ad una ipotetica, ipotizzando che il lato del nostro quadratino “tenda” a zero.

E’ incredibile come questo semplice salto mentale, rappresenti a tutti gli effetti un passaggio importantissimo della percezione della materia: quello dal mondo delle idee (l’ipotesi di una dimensione che tende a zero) al mondo reale (la perfetta misura dell’area del nostro piatto).

E’ il passaggio al limite che opera il salto tra il mondo della materia come lo conosciamo noi, ovvero quello ideale, dato che la nostra percezione è solo approssimativa, a quello reale, costituito da manifestazioni diverse di un’energia di base, nota anche come “vibrazione”.

Fino ad Einstein, materia ed energia, per quanto equivalenti nelle formule, erano gestiti da processi, leggi e regole non applicabili indifferentemente ai due stati. Oggi, con il progredire delle ricerche in campo quantistico, la stessa inflessibile scienza ufficiale ha cominciato ad ammettere non solo la sostanziale equivalenza di materia ed energia, ma anche l’effetto su di esse di quella cosa nota come “percezione”.

Oggi sappiamo che esistono particelle che non hanno neppure una dimensione materiale, essendo prive di massa ma che sono alla base della materia per come la possiamo sperimentare. Esiste quindi un limite, qualcosa che separa i due mondi con un artefatto mentale ma che, con un’operazione di calcolo integrale interiore può essere scavalcato allo stesso modo in cui il passaggio al limite concede di passare da una misura imperfetta ad una esatta.

Abbiamo quindi due grandezze fondamentali che entrano in gioco nel progredire della percezione della materia per ciò che è: l’errore e la percezione.

Questi due “enti” concedono quando correttamente concepiti ed utilizzati un’operazione di passaggio al limite tra due dimensioni apparentemente diverse ma che rivela un punto in cui la qualità presente non può essere di pertinenza di una sola delle due, ma deve essere comune ad entrambe, ovvero la percezione.

La materia viene spesso definita come illusoria, ma questo non significa che non esiste, semplicemente che essa è qualcosa che non è come viene percepita abitualmente. Tutto è energia, è la materia ad essere uno stato particolare di quest’ultima. La visione vibratoria concede di riferirsi ad entrambe le entità con la stessa qualità.

Per cogliere questo aspetto occorre quel “calcolo integrale interiore” di cui si parlava prima, ovvero una percezione sufficientemente dilatata che permetta di operare un vero e proprio passaggio al limite, che consenta di varcare percettivamente le soglie di un universo abitualmente precluso alla consapevolezza allo stesso modo in cui la misurazione della superficie reale del piatto nell’esempio lo è se effettuata con strumenti inadeguati (ovvero i quadratini di plastica).

La consapevolezza è l’unico strumento che consenta, partendo da un punto di vista illusorio (ovvero approssimativo e quindi solo simbolicamente rappresentativo di una oltretutto ridotta parte della realtà), di percepire livelli sempre più dilatati di quella che definiamo realtà e che rivela la propria essenza di effetto parziale di cause solo parzialmente conosciute.

Come dire… c’è tutto un mondo là fuori che aspetta solo di essere scoperto!

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