Pensieri neri ed emozioni negative: fermarli in velocità

I pensieri neri sono figli delle emozioni negative, ma a queste fanno a loro volta da padri e, insieme, riducono veramente l’uomo in cenere. Influiscono immediatamente sulla qualità energetica e fisica, al punto di farti fermare mentre corri, ad esempio.

Si tratta di quella fantasia più o meno visiva, più o meno fervida, di eventi nefasti o negativi in genere. Fanno parte di questa categoria, ad esempio, quelle immaginazioni in cui ci si raffigura di soffrire per torti o eventi emotivamente pesanti, o anche quando ci si immagina direttamente coinvolti in eventi violenti, dolorosi o di altra natura negativa.

Il perchè vengano chiamati “pensieri neri” è piuttosto evidente, quindi.

Dunque ieri sera, mentre correvo, mi è capitato di assistere proprio a questo simpatico teatrino. Un po’ di stanchezza fisica (e anche emotiva, diciamocelo, che il momento non è di quelli che uno si sbellica dalle risate, no?) et voilà: tra una falcata e l’altra arriva un pensiero. Lento, pigro… e soprattutto nero.

Ora, la natura di tale pensiero è del tutto ininfluente. Quello che conta è che questo pensiero è “arrivato dall’esterno”, nel senso che si è proprio formato al di fuori di quel Franz che in quel momento lo ha colto avvicinarsi. Ma la cosa non è finita lì. Il divertimento è iniziato subito dopo quando, ad immediata reazione al manifestarsi di quel particolare pensiero, hanno fatto coro tutta una serie di emozioni negative quali sofferenza, tristezza, autocommiserazione e pure un pizzico di incazzatura.

Una vera orgia, che ha subito generato a sua volta altri pensieri, questa volta diciamo… grigio scuro.

In quei pochi istanti tuttavia, ho avuto anche la fortuna di osservare come il generarsi di quelle condizioni emotive e di pensiero abbia causato l’immediato calo delle energie. Prima quelle mentali: il pensiero meccanico si è immediatamente “fissato” sul binario negativo (normale: i pensieri negativi sono quelli cui siamo spesso più adusi).

A seguire, immediatamente le energie emotive, praticamente subito esaurite dal gozzoviglio dei sentimenti densi.

Diretta conseguenza di tutto ciò (ma non solo diretta, anche immediata) un crollo quasi verticale delle energie fisiche, al punto che mi sono ritrovato a camminare anzi che correre.

E così mi è comparso l’ennesimo parallelo tra il sistema operativo umano e quelli informatici.

In un computer, il programma più “semplice” è normalmente quello a cui viene data maggior priorità. Se il programma è abbastanza idiota, quello che accade è che prende possesso del 100% delle capacità di elaborazione, inchiodando tutti gli altri fino a che non termina.

Nel cervello umano, i pensieri possono essere visti come gli equivalenti dei programmi in esecuzione in un computer. Per espandere l’analogia, potremmo vedere le emozioni come quelle funzioni cosiddette “primitive”, ovvero alla base di tutte le altre più complesse.

Ecco che, se un pensiero è sufficientemente stupido (e i pensieri neri sono i più stupidi di tutti), è in grado di assorbire la mente su se’ stesso. Le emozioni (ovvero le funzioni primitive) che lo hanno generato, vengono nuovamente richiamate dal pensiero e si stabilisce così una sorta di circolo vizioso tra pensieri ed emozioni che è l’esatto parallelo di quella che in programmazione viene conosciuta come “ricorsione”, ovvero quando una funzione richiama se’ stessa.

Esattamente allo stesso modo in cui in un computer una funzione ricorsiva fuori controllo può assorbire tutte le risorse della macchina fino a mandarla in blocco, i pensieri neri possono assorbire tutta l’energia di un sistema corpo – mente – emozioni, fino a bloccarlo completamente.

Che poi è esattamente la condizione che ho sperimentato.

Ora, in queste situazioni, normalmente, ci si ritrova ad interrompere lo sforzo che si stava compiendo per mancanza di energia. Ma se abbiamo la fortuna di poter cogliere il processo in azione, possiamo anche intervenire per correggerlo, in due modi.

Il primo, semplicemente mantenendo l’osservazione. Il distacco della consapevolezza che viene generato dall’osservazione, produce una sorta di controllo sull’azione meccanica la quale, non più in grado di autoalimentarsi, finisce per dissolversi.

Il secondo, un po’ meno semplice, imponendo a noi stessi di ripercorrere il percorso a ritroso. Nella fattispecie, per quanto mi riguarda si è trattato di un mix dei due sistemi: mantenendo l’osservazione… ho ripreso a correre.

Il solo fatto di imporre un impulso contrario all’ultimo anello della catena, quella fisica, ha permesso l’istantaneo dissolvimento del circuito vizioso che aveva appena tentato di instaurarsi.

Risultato: una maggior resistenza che mi ha portato a correre per un tempo decisamente maggiore del solito (circa il 30%), e un umore decisamente più leggero di quanto non fosse lecito aspettarsi.

Provare per credere!

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2 Comments

  1. emanuela ha detto:

    bravo!

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