Quando i ragazzi perdono le ali

perdere-le-aliE’ un momento che avviene dopo i 14 anni circa, sia nei maschi che nelle femmine. E’ un cambiamento fortissimo, che coinvolge tutta la struttura interiore con una forza che viene vissuta dallo sventurato adolescente in modo devastante, anche se il più delle volte non se ne rende conto e non sa perchè.

E’ quel momento in cui passi da un mondo ideale, dolce, anche se violentemente colorato a tinte fortissime, al mondo cosiddetto “reale”. Solo che per te, che vivi la cosa in quel momento, il mondo in cui ti trovi improvvisamente prigioniero, non è affatto reale. Quello reale era quello prima, quello in cui il tuo pensiero volava libero, quello in cui le idee non si dovevano strappare a forza dalla melassa, ma in cui ti arrivavano addosso con delle ali multicolori.

Invece, di colpo l’accesso a quella dimensione ti viene precluso. Per questo si parla di “perdere le ali”; per chi vive questa fase si tratta proprio di vivere la stessa decadenza di Lucifero, da angelo a demone, e ti ritrovi davvero in quello che, paragonato a dov’eri prima, è un autentico inferno.

Per questo attorno a quell’età si comincia a grugnire anzi che rispondere, ad essere incazzati col mondo… epperforza: fino a un attimo prima eri in paradiso e un istante dopo ti trovi in un mondo che, per un emotivo appena formato è l’equivalente di una discarica al confronto con un palazzo reale.

Il problema infatti è rappresentato dal fatto che in quella discarica ti ci buttano senza chiederti il permesso e capisci subito che ti toccherà vivere il resto della tua vita proprio lì, in un mondo sozzo, maleodorante, denso, grossolano… in una parola: una merda!

Con il senno del poi, credo che, se a quell’età qualcuno mi avesse spiegato questa cosa, avrei almeno avuto la magra consolazione di sapere che c’era una spiegazione, per quanto poco consolatoria, alla sofferenza in cui mi trovavo cacciato a forza e senza apparente motivo.

Se avete dei figli in quell’età, invece di pensare che “è l’età della contestazione” o altri luoghi comuni, provate a cercare di capire cosa li tocca davvero. Cosa li prende alla sera, quando vanno a dormire e invece non dormono, senza manco sapere loro perchè. Oppure non mangiano, oppure si incazzano senza motivo apparente.

E non pensate alla stoltezza giovanile: se vi dicono che “non potete” capire, provate a pensare che è proprio così. Noi non possiamo capire, perchè non ci ricordiamo di noi stessi in senso lato e di noi stessi a quell’età in modo particolare.

E se anche ce ne ricordassimo, potremmo solo capire quello che sta “al di qua” della barricata. Quello che c’era prima è perduto per sempr perchè le ali, ci piaccia o no, se ne sono andate anche da noi. In questo possiamo trovare un punto di contatto, di comunicazione.

Spiegando ai ragazzi che, anche se non abbiamo un ricordo fresco come il loro del mondo “di prima”, sappiamo perfettamente quanto fa schifo questo. E per questo possiamo comprenderli. Ed anche aiutarli a trovare un modo per sopravvivere meglio e più efficacemente. Magari facendo loro vedere quelle cose che sappiamo esserci “al di qua” della barricata ma che valgono la pena di perdere un paio d’ali.

Che poi… alla fine… se ci dai dentro riesci anche a farle rispuntare!

 

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5 Comments

  1. maurizio ha detto:

    la mia adolescenza me la ricordo parecchio incasinata…! bella però quella di far rispuntare le ali.ottimo finale. so long franz. :swim:

  2. Andrea ha detto:

    Davvero bello. Analisi toccante di un tema che, ahimé, non è ritenuto così importante. Certo se ne parla, ma si fa ben poco e quel poco senza, come tu stesso scrivi, la consapevolezza necessaria.
    I nativi americani chiamano quegli anni: anni di tuono. E ogni cultura tribale aveva rituali appositi per questo “passaggio all’inferno”. Noi no. Ma poi loro, gli adolescenti :unbelieve: , giustamente, se le cercano da soli, le iniziazioni.
    Discoteca.Droga.Alcool.Sesso sconclusionato.
    E noi adulti che facciamo: giudichiamo. E perchè?
    Risponderei con un’altra domanda: siamo adulti, noi?

  3. emanuela ha detto:

    ricordo gli occhi di mia figlia…..da piangere…..e quegli occhi hanno aperto i miei….in tempo per capire. bell’articolo grazie!

  4. Roberto Rini ha detto:

    essì… quello è “il” momento in cui molti, se non tutti, definiscono il rapporto che avranno con la realtà (per il resto della vita?)in modo traumatico!
    personalmente sto ancora cercando la mia iniziazione all’adolescenza… 😛
    a volte oscillo tra il bambino, che mantiene il ricordo del mondo incantato, e tutankhamon che ha 3500 anni di pesantezza nel corpo e nell’anima…ma nel mezzo, per me come per tanti, manca il passaggio a “ragazzo-uomo”…nel senso che non c’è un cazz che ci accompagni e ci faccia passare dall’imbuto stretto per farci riemergere uomini, e ognuno se la cerca da sè l’iniziazione..

    in giro incontri involucri di 40-50enni anagrafici con “dentro” ragazzini di 12 anni spauriti..questo per dire che l’essenza spesso rimane ferma lì, mentre la personalità si riveste di cravatte e strette di mano formali…anzi mi pare sia la norma..
    e ricordo come una vera perdita dell’eden il primo giorno del 4° ginnasio… come essere finiti in un mondo greve e soffocante, dove mancava l’aria.. come sbattere violentemente nella materia precipitando dall’alto..

    ma ora siamo “adulti” è tutto si è risolto 🙂 (..ehm.. :swim: )

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