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Un movimento dentro l’altro. Una storia vera.

“Un movimento dentro l’altro”.

Irimi Ten KanQuesto mi disse allora il minuscolo (fisicamente) Tada Hiroshi, mentre cercavo inutilmente di proiettarlo in una tecnica chiamata “Udekimenage”.

Difficile per un ragazzino capire cosa intendesse quel dannato giapponesino, eppure la differenza tra i suoi movimenti e i miei non era difficile da cogliere; più o meno la stessa che si può trovare tra quelli di un papero e quelli di Nureyev.

Quale che fosse il segreto, allora mi sfuggiva.

Esiste un “Tai Sabaki”, un passo di base, nell’aikido che consiste nel fare un passo avanti con un piede e usarlo come perno per girargli attorno con l’altro, come un compasso. Una stronzata di movimento che però, guarda caso, ti fa sembrare appunto un papero fino a che non trovi un equilibrio. Si chiama Irimi Ten Kan.

Un giorno ero nel dojo di Roma che mi esercitavo in quel malefico movimento. Non riuscivo mai ad arrivare alla fine con il controllo che richiede questo passo e la cosa mi procurava non poca incazzatura, anche perchè lo stesso è un passo di base in quasi tutte le tecniche di Aikido e fare un errore in quello significa sbagliare tutte le tecniche che lo contengono.

Insomma, per farla breve, ero lì che smadonnavo dentro di me, quando improvvisamente una parte del mio cervello del tutto fuori controllo mi sussurrò all’orecchio:

Irimi Ten Kan unisce il cielo con la terra

Sentii qualcosa sciogliersi al mio interno, come se del cioccolato caldo scivolasse via dalla mia pelle. Il successivo Irimi Ten Kan mi vide atterrare sul piede finale con un equilibrio perfetto. Mi sentivo come se neppure un rinoceronte in corsa avrebbe potuto spostarmi.

Kokyu nageRipetei quel passo centinaia di volte e ad ogni rotazione quella frase mi lampeggiava da sola  nel cervello: Unisce il cielo con la terra.

Iniziai a sentirmi leggero, gioioso, mentre una forte sensazione di calore si allargava dal cuore per diffondersi a tutto il corpo. Ad un certo punto mi accorsi che c’era qualcosa di strano. Mi guardai attorno: era sceso il buio nel dojo: ero andato avanti tutto il giorno in quel movimento. Avevo appuntamento a cena proprio con Tada e non è una di quelle occasioni a cui puoi aver voglia di mancare, così mi precipitai sotto la doccia e andai al ristorante di corsa.

Tada era in piedi davanti alla pizzeria che mi aspettava. Quando mi vide però, invece di bestemmiare com’era suo solito con i ritardatari, mi guardò fisso negli  occhi.

“Tu scoperto qualcosa oggi!” (parlava un italiano stentato e i verbi non erano il suo forte)

Poi senza esitazione si arrampicò sulla 127 dicendo solo:

“Vieni. Noi torna Dojo!” Niente da fare, parlava proprio come Miaji in Karate Kid, e sembrava anche divertirsi nel farlo.

Dieci minuti dopo eravamo nel Dojo io e lui. Alcune applique alle pareti diradavano appena le ombre sul tatami.

“Io sa cosa tu scoperto. Proviamo tecniche di proiezione”

Rimasi basito. Avevo allenato solo quel particolare passo tutto il giorno, non altro. Glielo dissi, ma lui per tutta risposta mi si avvicinò con quel suo passo che sembrava in qualche modo planare sul terreno e mi prese delicatamente un polso.

“Prova” disse solo.

E io provai. La tecnica riuscì perfettamente e lui se ne volò via come il fuscello di uomo che era. Eseguì un’elegante quanto silenziosa caduta in avanti (si sentì a malapena il frusciare dell’hakama sul tatami) e poi tornò all’attacco, con più velocità questa volta.

Ancora lo proiettai e ancora lui tornò all’attacco.

Andammo avanti così per un po’, lui che cambiava attacco e io che cambiavo proiezione. Poi, ancora una volta, accadde qualcosa che ancora oggi diffcilmente potrei spiegare. Ad un certo punto si stabilì un ritmo nei nostri movimenti.

Nulla di regolare ma era indiscutibilmente un ritmo.

E la tecnica cessò di essere tale.

Rimase  solo movimento. Un movimento dentro l’altro.

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