Contro le nevrosi compulsive, psicologia e educazione mentale? No… pillola di nalmafene.

La segnalazione arriva da Anna.

Ormai è pratica alquanto diffusa, a quello che mi è dato di capire, anche se non ho trovato grandi dati su cui basarmi.

Esiste una serie di farmaci narcotici, che vengono usati per “curare” degli schemi comportamentali giudicati patologici. Uno di questi si chiama nalmafene, è un parente stretto di Narcan e altri agonisti/antagonisti oppioidi. La sperimentazione inizia nel 2006.

Nel cervello umano esistono dei recettori, ovvero delle cellule che hanno come unico scopo nella vita quello di fornire un punto di aggancio per altre sostanze, e consentir loro di fare quello che devono fare.

Credo che bene o male tutti abbiano sentito parlare delle endorfine, sostanze simili alla morfina che vengono prodotte in modo edogeno dal corpo umano. Le endorfine sono degli oppioidi correlati al meccanismo del piacere. Per farle funzionare il cervello utilizza dei recettori appositi. Questi stessi recettori sono quelli che vengono saturati dalle droghe derivati dagli oppioidi, e che hanno un ruolo fondamentale nel produrre la dipendenza nei tossicodipendenti.

Se non vado errato in quei casi il corpo reagisce all’ingresso di eroina generando un gran numero di questi recettori, sempre di più. Ragion per cui ai primi stadi di

tossicodipendenza la droga viene utilizzata per raggiungere una sensazione di piacere immenso, ma subito dopo deve essere utilizzata per mantenere livelli di normalità, perchè in assenza di droga il numero smisurato di recettori “liberi” produce l’effetto contrario, causando nel tossicodipendente sensazioni di sofferenza intollerabili (ecco il perchè delle crisi di astinenza).

Alcuni farmaci, come il Narcan e il Nalmafene in oggetto, vanno a produrre un’alterata risposta da parte dei recettori oppioidi, combiando quindi la risposta di piacere del corpo a determinati stimoli.

Insomma, qualche furbone cerca di curare le dipendenze compulsive, come quella del gioco, pensando di “fregare” il cervello con questi farmaci. Il paziente infatti non riceve più lo stesso livello di piacere nel gioco d’azzardo e quindi ci si butterebbe di meno.

Ora, a parte il fatto che mediamente i due terzi delle persone “sane” da un punto di vista tossicologico che assumono questo farmaco vanno incontro ad effetti collaterali di tale portata da rendergli inapplicabile la terapia, ci rendiamo conto di quanto sia idiota il concetto che sta alla base di questo genere di terapie?

Possibile che la tendenza medica sia di ridurre tutto quanto a mera reazione chimica? Certo, è ovvio che sia così, è ovvio che l’ultima interfaccia tra il mondo emotivo e quello fisico debba essere chimica, ma altrettanto dovrebbe essere ovvio che tale interfaccia è l’ultima di una serie di eventi che di fisico non hanno proprio nulla.

Il meccanismo psicoemotivo per cui nasce l’atto compulsivo, quando anche gli si neghi l’interfaccia finale, rimane in atto. Ergo, non potendo produrre effetti da una parte, prima o poi andrà a produrli da un’altra.

Perchè la legge per cui ogni effetto è generato da almeno una causa, vale anche nel verso opposto. Una causa DEVE generare almeno un effetto, altrimenti non potremmo chiamarla causa.

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