Riomaggiore, cinque terre: lo squallore della sicumera. - Franz's Blog

Riomaggiore, cinque terre: lo squallore della sicumera.

Sabato sera. Raggiungo in moto un gruppo di amici a cena a Riomaggiore, nelle cinque terre.

La costiera al tramonto offre uno spettacolo a dir poco impagabile. Nonostante il mare sia brutalmente mosso, tanto da chiudere le spiagge (a Riomaggiore, perchè a Monterosso, ad un tiro di sputo le spiaggie sono aperte), il panorama è veramente meraviglioso. Smotoreggio con calma, godendomi il profumo dei pini marittimi e quelllo della terra del bosco, che l’aria fresca della sera mi porta continuamente addosso, buttando ogni tanto lo sguardo all’orizzonte, fotografando con la vista tutto quello che posso.Ma l’idillio dura poco.

Tre curve e mi fermo: sotto di me il paese di Riomaggiore. Abbarbicato sul fianco della montagna, le case costruite una sull’altra, quasi a reciproco sostegno su una pendenza superiore al 30 %, fanno brutta mostra di sé in un improbabile accozzaglia di colori pastello: rosa pancetta, giallo itterizia, verde latteria (smunto). Un poco sconcertato (me l’avevano descritta come un gioiello), riprendo la rombante e faccio gli ultimi tre tornanti. Prima dell’ultima curva un cartello segnala:

“RIOMAGGIORE

PATRIMONIO MONDIALE DELL’UMANITA'”

Mi chiedo chi l’abbia deciso, ma proseguo, arrivando all’ingresso del paese. Due passaggi con sbarra e una nutrita, quanto inequivocabile selva di cartelli mi fanno capire che devo abbandonare la moto. Primo problema: dove? Gli unici punti adatti sono un piccolo spazio (già gremito di due ruote) sulla destra, e il parcheggio a pagamento. Vabbè, vorrà dire che spenderò qualche euro. Tempo dieci secondi e l’incaricato del parcheggio mi spiega che la loro assicurazione non copre i motoveicoli, e che quindi lì i suddetti non possono parcheggiare. Un po’ interdetto chiedo informazioni:
“Mi scusi, ma… allora dove la metto?”
Risposta:
“Dove vuole ma non qui!”
Oddio… il solito coglione! Lo guardo negli occhi, realizzando che dietro non c’è nulla, se non qualche sparuto pensiero automatico in cordoglio di sè come una particella di sodio nell’acqua Lete. Nulla da fare. Dialogo impossibile, a meno che non voglia parlare da solo.
Mi guardo intorno e vedo un centauro in partenza che mi fa segno. Mi avvicino
“Io vado, mettila qui. Ci stai?” mi apostrofa. Lo spazio è ridotto ma riesco a depositare la moto. Ringrazio.
“Ma cosa ci fai qui?” mi chiede lui
“Mah… comincio a chiedermelo anche io. Ho un appuntamento a cena con amici.”
Lui scoppia in una risata sadica.
“Enjoy!” Esclama ingranando la prima e partendo.
Rimango a considerare l’ultima parola, con un vago senso di inquietudine, poi mi giro e inizio a scendere verso il paese.

La discesa è ripidissima all’inizio, poi assume l’aspetto di un precipizio. Ai lati le solite case in stile ligure, intonaco scrostato su diversi strati, aspetto malandato, serramenti vicini alla decomposizione.

Alcuni turisti si aggirano per i negozietti, scrutando le solite chincaglierie con occhio semivacuo. Mentre sgambetto in discesa mi coglie l’orrendo pensiero che dovrò ripetere quello stesso quinto grado in salita. E già mi fiorisce l’insulto all’indirizzo dell’amministrazione comunale. Arrivo in fondo evitando miracolosamente di rotolare per la pendenza, e mi si para davanti un muro dall’aspetto lacrimoso, grigio scuro e ricoperto di chiazze di umidità. Due piccoli cartelli indicano a sinistra per la “marina” e a destra per la “via dell’amore”.
Conosco diverse “Marina” che non sfigurerebbero su una “via dell’amore”. Scaccio il pensiero e mi dirigo verso sinistra, giù da una serie di gradini, scendendo per una sorta di catacomba che realizzo essere un sottopassaggio alla ferrovia. I muri ai lati si contendono il titolo di “Mister Umido”, mentre ai miei piedi trovo più residui che in un bar di Madrid dopo le tapas.
Un cartello sulla sinistra minaccia:

 ATTENZIONE!
ZONA VIDEOSORVEGLIATA!

Mi guardo intorno alla ricerca della telecamera, vorrei esprimere a gesti il mio sentire… ma non ne vedo una. O è ben dissimulata, oppure è riuscita a fuggire.
Finalmente sbuco sulla marina. Carcasse di vecchie barche da pesca, in diversi stadi di quiescenza, e qualcuna forse ancora attiva. Un minuscolo porticciolo che in quel momento sembra voler soccombere alle ondate che si infrangono sul frangiflutti in pietra. Ai lati le ultime abitazioni, sviluppatesi inevitabilmente in altezza. Il solito spettacolo di degrado e indiscutibile sporcizia, i panni stesi qui e là alle finestre, l’occlusione e la pesantezza generale mi fanno di colpo trovare nel più verace basso napoletano. Ci manca giusto Mario Merola e siamo a posto.
Inverto la marcia, risalgo verso il bivio e mi dirigo verso la “via dell’amore” dove ho appuntamento.
Percorro qualche decina di metri in una specie di tunnel che costeggia la ferrovia. Sopra di me un “soffitto” formato da plexiglass azzurro ripiegato a  volta, alla sinistra delle specie di composizioni a mosaico inidentificabili, forse realizzate dai bambini delle elementari. Il caldo è soffocante, nonostante si sia al tramonto. Sbuco nella piazza davanti alla stazione ed un grosso cartello informativo mi spiega che quello che ho appena attraversato è un “percorso multimaterico” allegorico, realizzato non so da quale artista (?). Mi si inarca il sopracciglio. Ho fame e quindi proseguo, cercando di scacciare gli inevitabili interrogativi. Raggiungo il locale dell’appuntamento che non citerò per carità di patria. Alcuni tavoli “prenotatissimi”, e quello dei miei amici. Una terrazza a picco sul mare, con vista anche sulla stazione, mi offre un tramonto dietro le nuvole, in un colore rosso acceso. Tremendo il contrasto, tra la bellezza della natura e lo squallore dell’uomo.  Gli amici mi spiegano il funzionamento del locale. Seguo le istruzioni. Vado al banco/reception, dove ordino. Un piatto di affettati, uno di formaggi, uno di acciughe e una bottiglia di vino rosso. Totale materie prime, indicizzato al tasso di inflazione previsto per il 2010, moltipliato per dieci perchè voglio essere largo: 5 euro per il vino, quindici euro per il resto.
Il conto: 48 euro. Rimango cerito. Il dilemma è se chiamare la finanza, o mandare a fare in culo i gestori, ma soprassiedo per amor degli amici, evidentemente in condizione armonica. Il proprietario mi mette in mano una piccola copia commissione:
“Torni tra dieci minuti, ed è tutto pronto.”
Fumando dall’interno attendo. Dopo dieci minuti mi ripresento. Per quello che ho pagato mi aspetto un cinghiale a fette, un intero caseificio, e una balena sott’olio. Invece mi ficcano in mano due minuscoli taglieri, in cui affettati e formaggi affrontano il calvario della solitudine, e un piatto con sette esoterici filetti di acciughe, elegantemente disposti quasi a guisa di trofei di pesca (ma sono frschissimi, non di certo le solite acciughe in salamoia!). Ripenso ancora agli amici ed evito di esibirmi in un olimpionica performance di lancio del disco.
La serata trascorre piacevolmente (la mia bottiglia è la terza, e siamo in sette), e nel chiaccherare scopro che la via dell’amore è una romantica passeggiata che si snoda lungo la scogliera, per cui viene richiesto un ticket d’ingresso da cinque euro. No comment.
Dopo qualche tempo mi accingo a tornare. Mi chiedo se non ci sia un qualche mezzo per risalire fino al parcheggio, e scopro che esistono due navette con quello scopo. Mi fermo per un caffè, in attesa. Al caffè si aggiunge un gelato, poi un altro caffè. In tutto questo tempo (circa mezz’ora), vedo salire la navetta una volta. Capisco che potrei invecchiare nell’attesa, e parto a piedi. Mentre arranco arrampicandomi per la salita, nel mio stomaco le acciughe si esibiscono in un torneo di carving, affiancate dalle fette di formaggio in stile majorettes, ed incitati dal prosciutto che fa la ola. Quando arrivo alla moto quasi mi tocca la sala di rianimazione.
Mentre parto non posso fare a meno di pensare che se questa specie di trappola per turisti idioti è veramente patrimonio mondiale dell’umanità, allora non c’è proprio scampo. Per nessuno.

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