Le armi uccidono

assault-weaponsRicevo la segnalazione e volentieri condivido quanto di seguito. Si tratta di un argomento che più volte ho sostenuto, ma su cui mai ho potuto effettuare un’analisi approfondita. Si tratta di un articolo inviatomi da un mio carissimo amico, scritto da Carlo Stagnaro, che invece effettua la suddetta analisi con grande professionalità, profondità e dovizia di particolari, unita a una mole di dati impressionante.
I miei ringraziamenti per la segnalazione.

Condivido in pieno quanto espresso nell’articolo, per la cui scrittura ringrazio il Sig. Stagnaro, pur non avendo ricevuto diretta autorizzazione alla pubblicazione.

Le armi uccidono

di

Carlo Stagnaro

Nulla di più scontato e, al tempo stesso, nulla di più falso. Non le armi, oggetti inanimati e privi di volontà, ma gli uomini uccidono. Eppure su tale affermazione emotiva e irrazionale, affascinante nella sua semplicità, poggiano le fondamenta tonnellate di retorica e, ciò che è più grave, larga parte della legislazione Italiana ed Europea (ma anche Americana) che rende difficile quando non impossibile per un cittadino onesto possedere un’arma, portarla e “Dio non voglia” usarla. Eppure, non ci vuole molto a falsificare l’equazione, purtroppo molto in voga, secondo cui più armi significherebbero più violenza.

Le grandi tragedie che ci vengono narrate dalla stampa non si svolgono mai nei poligoni di tiro o in altri circoli di persone armate. Esse accadono sempre nei luoghi più impensati: per strada, a scuola, tra le quattro mura domestiche. Laddove forse l’unico uomo armato è l’aggressore e spesso neppure lui, visto che le cronache ci raccontano di omicidi efferati compiuti grazie a coltelli o taglierini e, c’è da scommetterci, le armi impiegate per compiere delitti non sono mai legalmente possedute. I criminali se ne fregano delle leggi, altro che storie. I numeri, d’altra parte, nella loro crudezza smentiscono l’intera montagna di pregiudizi contro le armi da fuoco e ciascuno di essi. La loro lezione, anzi, è che laddove i cittadini hanno la possibilità di armarsi liberamente, i criminali fanno la vita grama. Per dirla col grande scrittore Robert Heinlein, “una società armata è una società educata”. La maggior parte degli studi su questi temi si concentra su problemi specifici ed è difficile avere uno sguardo d’insieme sulla questione. Fortunatamente, è disponibile per gli utenti della rete un documento molto ampio, intitolato Gun Facts e curato dall’instancabile Guy Smith, che periodicamente aggiorna il proprio lavoro e raccoglie la maggior parte delle informazioni di cui disponiamo. Così, si scopre ad esempio che, sebbene negli Stati Uniti il numero di pistole in circolazione sia più che raddoppiato negli ultimi trent’anni, sia i suicidi che gli omicidi (commessi con pistole o senza) sono rimasti stabili.

Non vi è alcun legame, dunque, tra questi fenomeni e non è corretto affermare che in una società armata suicidi ed omicidi tendano ad aumentare. Anzi, secondo i dati del Dipartimento di Giustizia Americano, il rischio di ferimento durante un’aggressione per una donna che non opponga alcuna resistenza è 2.5 volte più grande che nel caso di resistenza armata; la resistenza senza armi è 4 volte più pericolosa che la resistenza con le armi. Per un uomo, i due rapporti assumono rispettivamente i valori di 1 .4 e 1 .5. Inoltre, secondo il criminologo Gary Kleck nel 98% dei casi è sufficiente che la vittima di un’aggressione brandisca una pistola perché il criminale desista dalle proprie intenzioni. Questo significa che nel 98% delle aggressioni contro uomini armati, il delinquente fa un buco nell’acqua e, ciò che è più importante, non vi è alcuno spargimento di sangue. Inutile chiedersi quale sia tale percentuale nel caso in cui la vittima sia disarmata. Invero, la semplice possibilità che in una casa siano presenti delle armi diminuisce notevolmente il rischio che i suoi abitanti corrono ogni giorno e ogni notte. In Canada e Gran Bretagna, dove la regolamentazione sulle armi è assai stringente, quasi la metà dei furti nelle abitazioni avviene in presenza dei proprietari, che quindi corrono un serio pericolo. Per contro, negli Stati Uniti la percentuale di “hot burglaries” (come viene definito questo genere di crimini) è appena del 13%.

Un sondaggio condotto nelle carceri americane tra i detenuti ha rivelato che questi ultimi, nell’esercizio della loro “professione”, temono di gran lunga di più i cittadini armati che non la polizia, Il caso della Gran Bretagna, poi, è particolarmente istruttivo. Tale paese ha progressivamente introdotto norme sempre più severe, fino al punto che, oggi, è virtualmente impossibile per un privato cittadino possedere armi per difesa personale. Ciò nonostante, come ha dichiarato Bob Elder della “Felice Federation”, “Le nostre dure leggi non sembrano avere alcun effetto”. In Inghilterra le armi sono state usate con scopi aggressivi per 2648 volte nel 1997 e per 3685 neI 2000. Può essere interessante notare che, delle 20 zone con il più basso numero di armi legalmente detenute, ben 10 presentavano una criminalità al di sopra della media; al contrario, delle 20 zone con il massimo numero di armi legali, solo due si trovavano in quella situazione. In generale, il numero di cittadini armati è diminuito e ogni genere di crimine violento è aumentato. Questo dato, peraltro, ne ricorda un altro analogo. Secondo un’indagine condotta dall’FBl sulle città americane più sicure, sei di esse si trovano ” incredibilmente ” nella stessa contea, quella di Orange, California. Una delle poche in cui, in quello Stato, i cittadini possono ottenere senza troppi problemi un permesso di porto d’armi per autodifesa. Può essere utile anche ricordare il caso della legge della Florida, che rendeva il permesso di porto occultato accessibile praticamente a chiunque disponesse di alcuni requisiti oggettivi (la fedina penale pulita, tra gli altri). Ebbene, i dati del Dipartimento di stato della Florida mostrano che, dall’inizio dell’esperimento nel 1987 al giugno 1993, sono stati richiesti 160.823 permessi, di cui solo 530 (ovvero lo 0.33%) sono stati negati per l’assenza delle qualifiche necessarie: il che suggerisce che la legge ha favorito proprio coloro che intendeva favorire, i cittadini onesti. Solo 16 permessi, vale a dire un centesimo dell’1%, sono stati revocati a causa dell’uso criminale delle armi da fuoco.

Inutile dire che, da allora, il crimine violento è diminuito. In generale, all’aumentare del numero di pistole i crimini contro la proprietà tendono a diminuire (i criminali cercano di agire quando le loro vittime sono assenti, per esempio). Un’inchiesta condotta nello Stato di New York ha rilevato che circa l‘81% dei “buoni samaritani” cioè di quanti hanno soccorso persone minacciate da un aggressore, era in possesso di un’arma da fuoco. Vigliaccheria da parte dei cittadini disarmati? Mancanza di virile coraggio? Può darsi. Certamente razionalità. Se le probabilità di successo sono più elevate, è più facile che un passante intervenga in aiuto di una persona aggredita. Vale a confermare questa affermazione il fatto che, a Chicago, i civili armati hanno ucciso per motivi giustificati il triplo dei criminali violenti uccisi dalla polizia. In generale, i civili armati hanno ucciso, catturato, ferito o almeno allontanato gli aggressori nel 75% dei casi di scontro violento, contro il 61 % della polizia. Non sembra essere corretta neppure l’opinione, assai diffusa, che le armi siano oggetti così “difficili” da maneggiare da produrre chissà quanti incidenti. Negli Stati Uniti, dal 1965 a oggi il numero di armi da fuoco in circolazione é salito da circa 90 milioni a oltre 200 milioni. Per contro, il numero di incidenti mortali dovuto a un loro uso errato è sceso da quasi 2.500 a meno di 1.500 all’anno. Tutto questo senza tenere conto dell’aumento demografico che, se fossero fondate le preoccupazioni dei liberali, avrebbe dovuto produrre catastrofi immani. La lezione che si deve dedurre da questi dati è che non vi è alcuna relazione (nella peggiore delle ipotesi) tra il numero di armi in circolazione e il loro impiego errato. In America un numero compreso tra 60 e 65 milioni di cittadini possiedono oltre 200 milioni di armi da fuoco (tra cui 60-65 milioni di pistole). Le armi per difesa personale sono circa l’11% del totale (il 13% tra le pistole). Meno dello 0.2% delle armi (0.4% delle pistole) viene impiegato a scopi criminali, mentre ogni anno esse vengono utilizzate per legittima difesa da circa 645.000 persone (circa l‘1% dei possessori di armi, pari circa allo 0.35% delle armi in circolazione) e per quasi due milioni di volte. Anche a una prima occhiata, dunque, sono evidenti due fatti: che la larghissima maggioranza dei possessori di armi (99.8%) sono persone oneste e che le armi da fuoco vengono impiegate per usi legittimi quasi il doppio delle volte in cui vengono utilizzate per scopi criminosi.

Dal 1900 a oggi il numero di omicidi in America è cresciuto notevolmente. A inizio secolo, esso era di circa i per ogni 100,000 abitanti all’anno (tutti i dati sugli omicidi, da qui in poi, vanno intesi riferiti al singolo anno e fatta 100.000 la popolazione dell’area interessata). All’epoca, non vigeva alcun tipo di regolamentazione. Salvo casi eccezionali, ovunque negli Stati Uniti chiunque poteva acquistare una qualunque arma da fuoco. Da lì agli anni ‘30, gli omicidi aumentarono in maniera esponenziale, sfiorando la ragguardevole cifra di 10 ogni 100.000 abitanti. Quasi tutti gli studiosi sono concordi nel sottolineare la “curiosa” coincidenza di questa crescita con la massiccia immigrazione dall’Europa e la conseguente urbanizzazione. Nel 1933 venne abolito il proibizionismo. Da quell’anno al 1958 gli omicidi si dimezzarono. In quel momento era ancora possibile acquistare armi da fuoco senza alcun genere di limitazione. Va notato che, terminata la Seconda Guerra Mondiale, dieci milioni di soldati ritornarono a casa, conservando però un alto numero di armi. In quegli anni si toccarono i livelli di omicidi più bassi dal 1915. Purtroppo, fu proprio in questa situazione di apparente tranquillità che accaddero due fatti politici di incredibile importanza. Da un lato, si iniziarono a intravedere i primi barlumi della improduttiva e, anzi, dannosa “guerra alla droga”, una sorta di riedizione del vecchio proibizionismo. Dall’altro, nel 1968 venne approvato il Gun Control Act. primo embrione di legge contro le armi. A questo si somma una seconda ondata migratoria. Non stupisce, a questo punto, scoprire che da allora a oggi gli omicidi sono aumentati quasi senza tregua salvo conoscere una nuova dimi nuzione negli anni ‘90, in concomitanza con un nuovo aumento degli acquisti di armi. E importante anche esaminare la distribuzione degli omicidi non nella loro evoluzione nel tempo, ma in un dato momento. Pare ragionevole, ad esempio, confrontare quegli stati che impongono regolamentazioni onerose con quelli che invece lasciano maggiore libertà. Nonostante sia vigente una normativa federale, infatti, gli stati hanno in America una grande autonomia e, di fatto, possono esercitare politiche completamente diverse l’uno dall’altro.

I tre stati con leggi più restrittive sono (tra parentesi il numero di omicidi ogni anno, per 100.000 abitanti): California (12.7); lllinois (11 .3); Maryland (11 .7). Gli stati con leggi più tolleranti: ldaho (1 .8); Iowa (2.0); Maine (1 .2). Tali dati si riferiscono al 1991. Per fare un confronto, nello stesso anno in Italia si sono registrati 3.3 omicidi ogni 100.000 abitanti, in Germania 3.0 (in realtà tale confronto è poco significativo, in quanto bisognerebbe prendere in esame molti altri fattori: tra cui, però, è di particolare importanza la presenza in America, e specificamente in alcuni stati, di nutrite minoranze etniche, i cui membri dimostrano, secondo le statistiche, una spiccata propensione alla violenza). Contrariamente a quanto si crede poi, le armi sono molto in basso nella lista delle cause di morte in America. Con riferimento al 1991, ad esempio, con meno di 33.000 vittime esse occupano il quindicesimo posto, poco dopo il diabete e gli incidenti automobilistici (dodicesima e undicesima causa di morte) e molto dopo l’alcol (quinta). Si pensi inoltre che ogni anno in America si suicidano circa 30.000 persone, il 60% delle quali (18.000) utilizza un’arma da fuoco. Non vi è ragione di ritenere che esse non si sarebbero suicidate in assenza di una pistola o un fucile. Le morti attribuibili direttamente alle armi da fuoco, dunque, di fatto si riducono a 15.000, scendendo ben più in basso nell’ambito di questa particolare classifica. In tale numero sono compresi gli omicidi “legittimi” commessi dalla polizia o dai cittadini per legittima difesa. Purtroppo non è disponibile tale dato. Sappiamo però che, sommandolo agli omicidi non legittimi e depurandolo dai casi in cui le armi da fuoco non vengono impiegate, esso raggiunge la cifra di circa 13.500. Supponiamo che il 50% di tali omicidi fossero evitabili (stima per eccesso). Ricordandoci che, a causa degli incidenti nell’uso di armi da fuoco, muoiono ogni anno 1.500 persone e assumendo che tutte queste morti siano attribuibili alla libera circolazione delle armi (ipotesi assurda), si conclude che, per colpa delle armi, muoiono ogni anno circa 8.500 persone. Tutto questo in un paese con più di 270 milioni di abitanti, nel quale ogni anno gli errori medici sono all’origine di oltre 90.000 decessi e gli incidenti automobilistici di quasi 50.000 dipartite. E’ questa forse una ragione per proibire le automobili o chiudere gli ospedali?

Che non sia possibile rintracciare alcuna correlazione positiva tra il numero di armi e gli omicidi è evidente anche confrontando i dati relativi a diversi paesi del mondo. E, allargando lo sguardo al crimine violento in generale, scopriamo che Australia e Inghilterra, i paesi forse con le leggi più dure al mondo verso i possessori di armi da fuoco, guidano questa poco gloriosa classifica, che vede invece in posizioni “onorevoli” paesi caratterizzati da una radicata “cultura delle armi” come Stati Uniti e Svizzera. E non è un caso che queste due nazioni siano anche quelle comunemente ritenuti “più libere” sulla faccia della Terra. Sebbene sia azzardato tentare di tracciare un legame tra il numero di cittadini armati e il grado di libertà politica di una nazione, è indubbio che le armi privatamente detenute costituiscano, per così dire, una polizza assicurativa contro la tirannide. E anche un antidoto a essa: solo un cittadino armato può fare appello all’antico e nobile diritto del tirannicidio. D’altronde, questo punto era perfettamente chiaro ai Padri Fondatori degli USA. che infatti vollero inserire nella Costituzione l’esplicita garanzia che i cittadini non sarebbero stati disarmati. Ed era pure evidente ai tanti dittatori il cui avvicendarsi alla guida dei rispettivi Stati ha scandito il sanguinoso ritmo del ventesimo secolo. L’Unione Sovietica ha approvato il controllo delle armi nel 1929. Dal 1929 al 1953 circa venti milioni di dissidenti politici, incapaci di difendersi, sono stati sterminati. La Turchia lo ha fatto nel 1911 e dal 1915 al 1917 un milione e mezzo di Armeni, incapaci di difendersi, sono stati sterminati. La Cina ha promulgato leggi contro la libera circolazione delle armi da fuoco nel 1935 e dal 1948 al 1976 venti milioni di anti-comunisti cristiani, dissidenti politici e gruppi riformisti, incapaci di difendersi, sono stati sterminati. La Germania lo ha fatto nel 1938 e dal 1939 al 1945 tredici milioni di Ebrei, Zingari, malati mentali e altri “popoli imbastarditi” sono stati sterminati.

Il Guatemala ha fatto la stessa cosa nel 1964 e dal 1964 ai 1981 un milione di Indiani Maya, incapaci di difendersi, sono stati sterminati. L’Uganda a stabilito il gun control nel 1970 e dal 1971 al 1979 trecentomila cristiani, incapaci di difendersi, sono stati sterminati. La Cambogia lo ha fatto nel 1956 e dal 1975 al 1977 un milione di “borghesi” e intellettuali sono stati sterminati. In tutto fanno oltre cinquantacinque milioni di persone innocenti massacrate dai loro stessi governi: che per farlo hanno prima reso indifesi i propri cittadini confiscando o vietando le armi da fuoco. Una cifra infinitamente superiore a tutti i morti dovuti a un uso “civile” (accidentale o doloso, legittimo o illegittimo) delle armi da fuoco. L’Italia, per parte sua, ha introdotto le prime norme contro il possesso privato di armi da fuoco nel 1931, nel bel mezzo di un periodo che non si può certo definire come il più libero della nostra storia. Le armi privatamente detenute, dunque, sono un segno di libertà e di autonomia. La bocca di un fucile segna chiaramente il limite della proprietà privata, significa che la casa è, per così dire, territorio consacrato e la sua soglia non può essere varcata da persone indesiderate se non a loro rischio e pericolo. La canna di una pistola infine comunica forte e chiaro agli uomini politici che essi non hanno alcun diritto di improvvisarsi tiranni. Per usare le parole di Charlton Heston, presidente dell’americana National Rifle Association, “Non ci sono armi buone. Non ci sono armi cattive. Un’arma nelle mani di un uomo cattivo è una cosa cattiva. Un’arma nelle mani di un uomo buono non è una minaccia per nessuno. Eccetto che per gli uomini cattivi”.

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3 Comments

  1. pretoriano ha detto:

    FRANZ ….armiamoci e abbattiamo un pò di cinesi in Tibet!!!!

  2. pretoriano ha detto:

    …eh che cazzo ABBATTIAMOLI qua….

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