Dei Delfini e delle Vele
Da ’ste parti, ad ora, mi trovo nel pieno dell’ennesima notte di questa mia strana e colorosa vita, senza un atomo di sonno ma con un intenso ‘desiderio di vivere’…
Dunque vi racconto qualcosa anche se in questo preciso momento non so cosa…ma certo, perché no:
Era il 1993 o ‘94, eravamo usciti dal porto di Formia a bordo di una vela di 13/14 mt e l’orizzonte marino era a nostra completa disposizione…
Avevamo da poco issato le vele e la barca, che aveva me al timone, e viaggiava spedita verso le isole pontine senza rumori e fumi di motori a scoppio.
Si era in un bellissimo tramonto settembrino: la brezza era dolcissima e assai profumata…quel profumo di mare che sentito anche una sola volta ti accompagnerà per l’eternità…
Ad un certo punto, quando più o meno eravamo nel mezzo del golfo di Gaeta, successe qualcosa di incredibilmente meraviglioso: tutto iniziò con un fruscio che ognuno di noi percepì in modo netto ed inequivocabile e che col passare dei secondi diventava sempre più forte e intenso…e dunque da lì a qualche secondo comparvero dagli abissi marini, tutt’attorno alla barca, un numeroso gruppo di magnifici delfini!!
L’adrenalina schizzò a mille nel sangue e un’emozione possente si appropriò di noi umani sul natante: viaggiarono con noi per un buon quarto d’ora tenendoci sempre al centro di questa loro splendida famiglia: io non riuscivo quasi a controllare le mie emozioni: è infatti ancora vivo in me il desiderio che avevo di tuffarmi e abbracciarne uno per potere…per poter essere io stesso delfino, per poter essere libero come loro.
Grazie ancora splendidi amici!!…
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Vivisezione, esperimenti su animali: un nuovo, agghiacciante video del PETA
Lo so, è lunedi e già non ci sono particolari motivi per stare allegri. Però io questo video ve lo faccio vedere lo stesso.
Parliamo di animali e di ciò che viene fatto loro soffrire in nome della ricerca. Un sadismo inutile e criminale che non trova alcuna giustificazione scientifica, morale o umana. Sono solo atti schifosi, prodotti da persone schifose in nome di principi altrettanto schifosi.
Personalmente prenderei chi paga questi lavori e gli farei passare qualche giorno nelle stesse condizioni.
Un avvertimento: se siete deboli di stomaco non guardate questa clip! Io non mi ritengo un’educanda, ma non sono riuscito ad arrivare in fondo!
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Un’arbitro… alternativo !
Su Facebook spesso si trovano filmati simpatici. In modo particolare c’è una pagina, “Ridi che ti passa“. Il nome mi pare sufficientemente esplicativo. Lì oggi ho trovato questo filmato.
Che, lo giuro, mi ha fatto piegare in due dalle risate!
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Pausa idiozia: i camionisti non sono responsabili degli incidenti…
Ma figurati… e quando mai?
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Fuori Controllo: non leggero ma ben fatto.
Un ufficiale della polizia di Boston si vede ammazzare la figlia sotto gli occhi. Pensando di essere lui la vittima designata e che la figlia sia stata uccisa per errore, si mette ad indagare ma scoprirà che le cose non sono come sembrano.
Scoprirà infatti che la figlia è stata uccisa per nascondere gli sporchi affari di una multinazionale governativa che produce bombe atomiche “sporche” con specifiche di altri paesi, in modo da fabbricare false “prove” di atti terroristici.
Avvelenato a sua volta con il tallio radioattivo riuscirà a concludere le indagini in extremis.
Tratto dalla miniserie TV “The Edge of Darkness” (BBC, 1995), il film parte un po’ in sordina, con un movimento lento ma indispensabile per lasciar sedimentare gli avvenimenti. La verità si rivela pian piano, portando poi ad un finale in stile “action” ma non troppo.
L’ipotesi è tutt’altro che inverosimile, tanto da far pensare che il film possa avere qualche mira diversa dal semplice entertainment.
Mel Gibson, con tutte le rughe al posto giusto (nessun accenno di lifting, cosa più unica che rara ad Hollywood), recita bene, con intensità e maturità e sta decisamente meglio davanti alla macchina da presa che dietro, mentre i coprotagonisti sostengono egregiamente il confronto.
La componente “noir” è particolare in questo lavoro, emergendo più nella qualità della trama che non nelle classiche componenti del genere; non ci sono molte scene al buio o sotto la pioggia e il protagonista non ha l’aria da “bello maledetto”, ma alla fine il peso è comunque notevole.
La figura di un uomo misterioso, quello che, per lavoro, “fa in modo che non si possa arrivare da A a B”, rappresenta un quadro a parte nella narrazione, qualcosa di più di un semplice cameo e qualcosa di meno di una sottotrama. Il Capitano Jedburg, ottimamente impersonato da Ray Winstone, è un punto interrogativo che da’ spessore alla vicenda, aggiungendo un elemento di mistero alquanto inquietante.
Insomma, un buon thriller vecchio stile, ben costruito e ben recitato, con un finale inaspettato e particolarmente dolce.
A me è piaciuto.
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Allan Holdsworth. Un genio dimenticato
Allan Holdsworth è stato uno dei chitarristi più incredibili dell’intero panorama Fusion.
Ex violinista, le dita più lunghe che si siano mai viste su una chitarra, Holdsworth mantenne il fraseggio violinistico pur suonando la chitarra.
All’epoca unico chitarrista al mondo, oltre a John McLaughlin, a poter suonare efficacemente una Synthaxe, riusciva a cavare delle sonorità incredibili, sfruttando accordi con intervalli letteralmente impossibili.
In questo video, “House of Mirrors” la sua tecnica è particolarmente evidente, soprattutto quella della mano destra, che “strappeggia” con un controllo da puro delirio.
La musica di Allan non era decisamente per tutti, come dimostra invece quest’altro video in cui esegue “Looking Glass” sulla Synthaxe, uno strumento che sta alla chitarra quanto un’astronave ad una bicicletta. Anche qui il controllo necessario per suonare così questo “strumento” è praticamente inarrivabile.
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Gianluca Mosole. Nel 1986 suonava così: uguale a Pat Metheny
L’ho conosciuto alle Scimmie, a Milano.
Gianluca Mosole è uno dei musicisti italiani di maggior talento. Trevisano, questo (allora) ragazzo ha imparato a suonare da autodidatta, percui ha preso una chitarra in mano così come l’ha trovata, ossia al contrario (per lui), vale a dire con la sinistra e senza invertire l’ordine delle corde.
Sentite cosa riusciva a fare…
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Spot che non vedremo mai: il vibratore
Questo spot non verrà mai trasmesso in Italia, scommettiamo?
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Tracce di Profumo. Naufraghi – By Valeria
Siamo come naufraghi trasportati dalla corrente e abbandonati sulla battigia ancora lambita dalle acque impetuose.
Naufraghi… senza sapere perché, ignari di tutto, eppure il cammino ha già avuto inizio.
Passo dopo passo, senza bussola e senza indicazioni, compiamo il grande viaggio.
Senza una meta ci addentriamo nelle terre paludose e dense delle nostre emozioni, alla ricerca di un istante di gioia, di gocce di piacere, di un sorriso regalato.
Ci addentriamo nel sottobosco intricato e fitto dei nostri recinti mentali, alla ricerca di comprendere qualcosa, alla ricerca di un pensiero illuminato.
E invece, dopo pochi passi, ci siamo già perduti.
Naufraghi senza dimora alla ricerca di un riparo per la notte, di un rifugio sicuro, accogliente e caldo come quello contenuto nel nostro atavico ricordo.
Naufraghi che cercano la luce ed incontrano il buio di altri naufraghi arrivati prima di loro; e seguendone le tracce, finiamo col credere che quella sia la sola, unica strada percorribile.
Naufraghi sofferenti, prigionieri nella stretta gabbia soffocante delle proprie convinzioni. E quando passa noi accanto una possibilità, i nostri occhi non la sanno cogliere, non sanno discernere.
Non colgono lo splendore, il profumo sublime, la bellezza, il bagliore lucente…
E tuttavia, a volte, qualcuno ha il coraggio, o l’ingenuità o forse la follia di cercare un principio luminoso, e allora cerca con tutte le sue forze di vincere la gravità, di raddrizzare la schiena, di elevarsi, di assaggiare la gioia.
Quella gioia intima, luce che si diffonde in se stessi…
Quando qualcuno tenta di privarcene sta solo cercando la nostra sottomissione…
Eppure sulla riva siamo approdati tutti insieme, come gocce dello stesso mare, come frammenti della stessa Anima. Se potessimo ricordarlo forse riusciremmo a vederci, ascoltarci, a toccare i nostri cuori.
Allora sarebbe più facile infrangere quella prigionia che ci fa sentire così soli, separati, e ci fa credere le nostre vite senza scopo.
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Dialoghi impossibili: il curioso caso di Benjamin Button
Una preghiera, una speranza, un invito. Qualcosa di estremamente dolce. Oggi me lo sono detto anch’io
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L’avviso di chiamata: un classico della cafoneria
“Bene e tu? Com’è andato il colloquio”
“Ma guarda… sai che non lo so? A me sembra bene, spero che mi richiamino, ultimamente sto avendo dei casini…”
“Aspetta! Ho un’altra chiamata in linea, resta lì, arrivo subito…”
Bip, bip… Bip, bip…
“Dicevamo? Ah, si… i casini; ancora? Perchè, cosa ti è successo?”
“L’ultima sfiga? Allora, ieri vado in banca e…”
“Oh, cazzo… aspetta, un altro che mi chiama…”
Bip, bip… Bip, bip…
“Scusa… eccomi allora, dicevi che sei andato in banca?”
“Si, mi ha chiamato il direttore per il mutuo. Ho saltato una rata e non me ne sono accorto…”
“Scusa, ho tizio che mi cerca sull’altra linea, a questo devo proprio rispondere, ti richiamo dopo ciaociaociaociaociao”
BipBipBip. Linea Chiusa.
Dopo cinque ore ti richiama lui
“Scusa, sai, era il cugino del fratello dello zio di mia moglie che voleva vendermi un aspirapolvere usato, sai, ne ho bisogno come il pane”
Pausa. Conti fino a dieci. Dall’altra parte evidentemente sorge un dubbio:
“Ci sei ancora?”
Conteggio inutile: ti esplodono i coglioni.
“Si, sono ancora qui. Sai che c’è di nuovo?”
“No, cosa?”
“C’è che mi hai rotto i coglioni, tu e i tuoi avvisi di chiamata. Vaffanculo!”
Click. Linea Chiusa.
Un telefono nuovo, 180 euro… con Mastercard. Una cena con tua moglie, 100 Euro… con Mastercard.
Mandare affanculo certa gente… non ha prezzo
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Perchè gli spot pubblicitari sono diventati così brevi?
In principio era Carosello. Circa venti minuti di veri e propri cortometraggi, più o meno tre o quattro minuti l’uno.
Quattro o cinque anni fa la durata media di uno spot pubblicitario era di 30 secondi.
Oggi è ancora così, ma alcuni spot arrivano a durare 10 – 15 secondi al massimo.
Perchè?
Perchè chi fa pubblicità non è un idiota, ecco perchè.
Perchè quella del marketing è una vera e propria scienza, checchè se ne dica, e dietro quella scienza esistono ricerche, sondaggi e studi.
Studi che, tra le altre cose, rivelano quale sia la durata media dell’attenzione di un essere umano.
Ecco perchè gli spot durano sempre di meno. Perchè la nostra capacità di mantenere la concentrazione su qualcosa è sempre più scarsa.
Inutile cercare di far passare un messaggio in 30 secondi quando l’attenzione di chi guarda ne dura 15.
Questo è un segno dei tempi che cambiano.
Un segno nefasto, ma purtroppo estremamente reale!
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Passaggio al limite, sforzo, potenziale di soglia e ottave.
Lungi da me l’idea di mettermi a spiegare la legge dell’ottava, anche perchè non ho capito gran che neppure io. Ciò che però ho compreso di questo grandissimo casino è qualcosa che mi ha spiegato molti aspetti della vita e che mi è molto utile applicare.
Nel passaggio di un limite in particolar modo, questa legge interviene in modo massiccio. E’ a carico proprio della legge dell’ottava infatti tutta la dinamica che si viene a creare ogni volta che vogliamo fare qualcosa.
Per spiegare in sommi capi, prendiamo la tastiera di un pianoforte, come quella in figura.
Le note, si sa, sono 7 (un sacco di cose nella vita riflettono questo numero: i 7 colori della luce, i 7 giorni della settimana, le 7 note musicali, i 7 nani…). Tra una nota e l’altra, l’intervallo di frequenze che le contraddistinguono si muove secondo un rapporto ben preciso, detto “tono”. Tra il Do e il Re c’è un tono, tra il Re ed il Mi c’è un tono e così via.
Vi sono però due intervalli tra note, più precisamente tra il Mi ed il Fa e tra il Si ed il Do della scala successiva, che valgono la metà, e vengono infatti detti “semitoni”.
Sulla tastiera di un pianoforte questo è particolarmente evidente dato che manca un tasto nero, quello appunto dei semitoni. L’intervallo tra il Do ed il Do successivo è detto “ottava”, perchè contando le note, il Do successivo è l’ottava nota.
Questo aspetto riflette qualcosa di vero, di valido, per molto più che non la scala musicale. Avete mai fatto caso che, ogni volta che decidete di fare qualcosa, qualunque cosa, se non avete una decisione significativa, ad un certo punto succede qualcosa per cui cambiate idea o comunque l’azione cambia?
Quando ci si imbarca in un progetto, occorre un certo grado di determinazione per portarlo a termine, per affrontare e superare le difficoltà. Se questa determinazione non è sufficiente, il progetto naufraga.
Più è importante il progetto e più questa cosa è evidente.
La similitudine con la scala del pianoforte ci permette di comprendere che ci sono due punti “cruciali”. Fatto 7 l’intera azione dall’inizio alla fine, a 3/7 dall’inizio, di solito ci troviamo ad affrontare un ostacolo particolare; può essere un colpo di sfiga o qualunque altra cosa. Ma se osserviamo attentamente è un “accidente” che si fa notare, che svetta rispetto agli altri che abbiamo incontrato fino a quel momento.
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Il Violino e la Tartare.
Qualche tempo fa, anzi, qualche anno fa, mi trovai quasi per caso in una panetteria al momento della preparazione dell’impasto.
Ero giovane allora, ma ugualmente rimasi colpito dalla magia che scaturisce nella preparazione del pane. Un processo che non stento a definire alchemico, qualcosa che, pur essendo tranquillamente spiegabile dal punto di vista della chimica, nasconde, ma nemmeno troppo, qualcos’altro.
C’è un ristorante a Cremona, si chiama Il Violino. E’ in pieno centro, a fianco al Duomo.
Se vi capita di passare da quelle parti, andateci a mangiare.
E se vi piace la carne, fatevi servire la Tartare all’americana.
C’è un uomo che lavora in quel locale.
Quando fa la Tartare vi porta un piatto con due etti abbondanti di filetto battuto al coltello circondato da cucchiai in ceramica con piccole quantità di uovo, prezzemolo e altro.
Davanti a voi, prende gli ingredienti, li mescola alla carne cruda e inizia a lavorarla con forchetta e cucchiaio, rigirandola, mescolandola, rimestandola… e intanto vi parla.
Ogni tanto aggiunge un poco d’olio e va avanti. Parla e mescola, sorride e aggiunge l’uovo, mescola e mette un po’ d’olio… avanti così per cinque minuti buoni.
Mentre fa quest’operazione, guardate la carne.
Cambia.
Non so come fa, ma è la stessa alchimia del pane che si forma dalla farina.
Il pane cambia come per magia, la carne, per quanto strano possa sembrare, anche.
Alla fine non è più carne. E’ qualcos’altro.
Ma qualunque cosa sia è di un buono… ma di un buono… da andare giù di testa!
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Maya. Arrestato falso guru. Ma occhio al seguito
Circola con alquanto scalpore mediatico la notizia dell’arresto con accuse molto pesanti e serie di un uomo, a quanto pare sedicente guru, che avrebbe messo in piedi una setta tramite la quale ne faceva di tutti i colori. Le accuse vanno dalla riduzione in schiavitù allo sfruttamento, dalla violenza carnale alla truffa.
Non essendo queste accuse ancora provate, il condizionale è d’obbligo (o quantomeno dovrebbe esserlo, se non altro per dovere di cronaca).
Però è anche ovvio che un arresto di questo genere difficilmente viene messo in opera se non in presenza di elementi probanti di un certo rilievo.
Tuttavia, se la cosa, come mi pare probabile, verrà provata per vera, ci troviamo di fronte ad una persona che a me sta particolarmente sulle croste per due motivi.
Il primo è che personalmente ritengo la violenza carnale (quella vera, non le equiparazioni varie, tipo la pacca sul sedere) un crimine tra i più osceni. Quando poi è rivolto a dei minori allora diventa qualcosa per cui, pur non avendo figli, vado direttamente in bestia, come si suol dire.
Il secondo è che in caso di colpevolezza, questo signore si aggiungerebbe al nutrito gruppo di farabutti che, per il gusto di truffare il prossimo, oltre al danno diretto, ne producono un altro, indiretto, ma molto più grave.
Parlo del fatto che grazie a malefatte di questo tipo, i vari scettici a spron battuto e tutte quelle persone che non vedono l’ora di dimostrare che esiste solo la materia, avranno la scusa per poter dire la loro.
In più, sempre per lo stesso motivo, qualsiasi genere di pratica interiore, come lo Yoga appunto, o la meditazione, saranno sempre più in cattiva luce presso la gente.
D’altro canto non mi sento di dare torto a chi, sulla scorta di notizie come queste, si sentisse diffidente verso pratiche di questo genere.
Essendo infatti assai rari coloro che veramente possono insegnare qualcosa nel campo della ricerca interiore, i falsi guru, persone davvero esecrabili nella loro mancanza di scrupoli, saranno sempre i più, così come le persone che, in un certo senso altrettanto esecrabili, hanno come unico scopo la dimostrazione della non esistenza di tutto ciò che non sia materiale.
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Il Mahabharata – by Giuesppe
Il Mahabharata è un indiscusso capolavoro cinematografico di Peter Brook che, per la considerevole mole dell’omonimo poema indiano da cui è tratto, ha richiesto circa sei ore di programmazione.
Ed è veramente impossibile portare su pellicola in tempi minori tutto quello che ha da dire questo maestoso poema epico.
Quest’ultimo infatti è di una mole spaventosamente considerevole, tanto da essere diverse volte più esteso dell’Iliade e dell’Odissea messi assieme, praticamente il più esteso che memoria umana ricordi.
Il Mahabharata con le sue 125.000 strofe di quattro ottonari ciascuna (e diviso in diciotto libri) è considerato un itihasa, cioè una raccolta di storie del passato, e fa parte della tradizione sacra indiana.
La tradizione racconta che questo poema è stato composto dal saggio Vyasa per trasmettere all’umanità, in questa era di Kali (il Kali yuga, cioè un’era di decadenza e di povertà intellettiva, etica e spirituale), le quattro finalità dell’esistenza umana: 1) Kama, passione, desiderio e godimento estetico nel senso più ampio del termine; 2) Artha, ciò che è utile dal punto di vista economico e sociale; 3) Dharma, complesso di regole etiche e spirituali a cui anche Kama e Artha si devono uniformare; e 4) Moksha, la liberazione finale dell’uomo dalle catene dell’ignoranza, dell’illusione e dell’attaccamento alle cose terrene (naturale conseguimento di chi ha pienamente soddisfatto i suoi desideri, coltivato la conoscenza sacra e assolto ai suoi doveri interiori ed esteriori).
Da ciò possiamo quindi capire, nel vedere questo bellissimo film, quanto la guerra fratricida tra Kaurava e Pandava (su cui sia il film che il poema si basano) sia solo un pretesto per trasmettere al “debole” uomo del Kali yuga una minima parte della Scienza Sacra (Brahamadeya) al fine di condurlo sul sentiero dello Yoga e quindi della liberazione finale.
Ciò risulta evidente dalla lettura della Bhagavad-gita (un “poema nel poema” contenuto nel VI libro del Mahabharata, il Bishma-parvan) e nel dialogo mostrato anche nel film, dove il dio Krishna trasmette al suo discepolo Arjuna la summa di tutte le Vie di autorealizzazione esponendogli i differenti tipi di Yoga.
Ma il Mahabharata ha diverse “chiavi di lettura”.
Una di queste paragona il Campo di battaglia di Kurukshetra ai conflitti emotivi e passionali che si svolgono in ognuno di noi, dove solo chi si innalza (o si abbandona) al Sé superiore può trovare la vittoria sulle eterne turbolenze del Mondo Emotivo Inferiore, cioè del regno di Maya (altrimenti detto il Regno Astrale o l’Oceano dell’Illusione).
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Consapevolezza: passaggio al limite e sforzo
Ci siamo lasciati esplorando il concetto di cosa potrebbe accadere con un numero infinito di “fotogrammi” da parte della nostra consapevolezza.
Il risultato è l’annullamento del tempo, ovvero la presa di coscienza istantanea della realtà per quello che è, anche se sarebbe meglio dire “per quello che possiamo cogliere”. L’osservazione non dipende infatti solo dai sensi, per quanto raffinati, ma questo è meglio riservarlo ad altro momento.
Ciò su cui desidero porre l’accento è quel misterioso passaggio che occorre fare per passare da un numero altissimo di osservazioni, di fotogrammi per così dire, ad un numero infinito.
Questo è un aspetto che per la mente non è possibile cogliere. La mente ordinaria è infatti legata alla sua struttura organica, ovvero il cervello. Per sua natura quindi non può esulare da una logica binaria e, pertanto, limitata a funzionalità di percezione “discreta”, ovvero non continua.
Se volete la prova, provata a pensare al concetto di infinito. Non riuscirete a concepirlo. Arriverete fino ad un certo punto, ma poi la percezione esatta inizierà a sfuggirvi di mano come un pesce che scivola dalla stretta del pescatore.
Occorre un altro strumento, non limitato a parametri duali, per concepire qualcosa di realmente continuo. Una mente non ordinaria o, se vogliamo, non ordinariamente sperimentabile.
La matematica però, proprio per ovviare a questo, ci viene in aiuto. Come ho detto già molte volte, lo strumento principe è quello del calcolo integrale, o meglio, quello del passaggio al limite.
Nel caso più becero, il calcolo integrale serve per calcolare l’area di una parte di spazio circoscritta da una funzione continua. Per fare un esempio un po’ meno oscuro, supponiamo di avere il disegno di una parabola. Per calcolarne l’area compresa in un certo intervallo, possiamo iniziare con il sovrapporre alla superficie oggetto del calcolo delle mattonelle, la cui area è nota, e che, approssimativamente, ricoprono l’area in questione.
Se uno dei lati delle mattonelle è costante, nel nostro esempio quello alla base della mattonella, più piccolo sarà il lato e più l’area calcolata sommando le aree di tutte le mattonelle sarà vicina a quella che vogliamo trovare. Ma vicina non significa coincidente.
Possiamo dire che, quando il lato base delle mattonelle sarà uguale a zero, allora l’area totale delle infinite mattonelle coinciderà perfettamente con quella che vogliamo calcolare.
Capite l’analogia? Infinite mattonelle = infiniti fotogrammi e base delle mattonelle nulla = tempo fermo.
Ma, come per il calcolo matematico ci occorre un algoritmo, un sistema per simulare una dimensione nulla e un numero infinito di mattonelle, ovvero il passaggio al limite, per la consapevolezza ci occorre un passaggio DEL limite,
Superare un limite (non uno oggettivo, ma uno di quelli soggettivi, quelli illusori proposti dalla mente) implica passare dal mondo del discreto (le mattonelle) al mondo del continuo (la parabola).
Nella vita quindi, lo sforzo necessario a superare un limite, per quanto apparente e arduo esso sembri, porterà ad allontanare lo sguardo dal tavolo, ad allargare la visione, ovvero a percepire uno spazio più vasto in cui esperire.
Ogni sforzo di questo tipo ci porta un passo più lontani da una visione soggettiva, ed un passo più vicini a quella visione “in continuo” della curva della vita.
Ma attenzione: ogni sforzo ci porta in alto, è vero, ma non dura per sempre. Se lo lasciamo marcire e non ci diamo subito una spinta verso il livello superiore, torneremo inesorabilmente a planare verso terra.
Esiste una sorta di “velocità di fuga” dall’illusione. Una velocità sotto la quale, per quanto ci si sforzi, prima o poi si tornerà al punto di partenza.
Ecco che compare un’altra rottura di palle: la legge dell’ottava.
- Continua -
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Una visione antica per l’uomo del futuro
La scienza ha compiuto scoperte eccezionali, si è addentrata fin dentro la materia e gli atomi che la compongono, ha permesso la creazione di strumenti tecnologici impensabili secoli fa.
Le religioni hanno educato generazioni intere di uomini e donne, fornendo speranza e conforto, garanzia di poter conquistare un aldilà oltre questo mondo colmo di sofferenza.
La politica ha fornito ideali in cui credere per aspettarsi una società più civile ed evoluta.
Rivoluzioni scientifiche, religiose e politiche hanno trasformato il mondo in luoghi e tempi diversi, ogni volta apportando una ventata di freschezza, speranza e anelito al nuovo.
Eppure l’essere umano si ritrova con gli stessi problemi fondamentali di sempre, con l’aggravante di un mondo in pericolo, dove tutto è in comunicazione istantanea, pieno di guerre, crisi economiche e psicologiche, paura, cinismo e superficialità.
Non tutti soccombono a questa situazioni senza speranza.
Alcuni si aspettano la nuova scoperta scientifica o la nuova invenzione tecnologica che risolverà i problemi del mondo, altri un nuovo “messia” che miracolosamente scaccerà il male e il dolore dal mondo, altri il politico o il partito che risolleverà le nazioni dalla crisi economica e morale.
Una nuova rivoluzione, l’ennesima.
Eppure pochi, pochissimi si rendono conto che la scienza, la religione, la politica, nascono dalle menti di uomini e donne.
E che se tali menti sono condizionate, impaurite, schiave di quella che Einstein definiva l’illusione ottica dell’essere separati dagli altri esseri umani, nessuna vera rivoluzione sarà possibile.
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Consapevolezza: il campionamento della realtà e l’illusione discreta. – 2
Nel post precedente abbiamo interrotto il discorso facendo un parallelo tra come la nostra mente percepisce la realtà e come una videocamera riprende una scena .
La nostra mente fa quindi la stessa identica cosa, interpolando il contenuto della realtà tra un istante e l’altro di attenzione “reale”, e questo perchè è sempre proiettata nel futuro, che cerca costantemente di anticipare.
E’ per questo che è possibile, ad esempio, centrare con un sasso un oggetto in movimento. Perchè per la nostra mente è molto semplice (in senso relativo, ovviamente) dedurre il movimento di un oggetto nel futuro, sulla base della sua traiettoria precedente.
I problemi si presentano però quando l’interpolazione non avviene su questioni regolate da leggi stringenti come quelle della fisica e della matematica; un sasso lanciato per aria ha una traiettoria obbligata o quasi ma un camion, il cui guidatore si addormenta di colpo, no!
La nostra consapevolezza campiona la realtà ad intervalli irregolari (mediamente anche molto distanti tra di loro) e il resto lo “deduce” su base statistica.
In più, la ricostruzione che ne deriva ha una qualità di continuità che imita quella della realtà ma in modo estremamente sommario.
In tutti i percorsi di consapevolezza, uno dei primi concetti che viene insegnato è quello del “fotografare” se’ stessi, ovvero osservarsi, tutte le volte che ci si ricorda di farlo.
Questo apparentemente semplice esercizio produce in realtà tantissimi effetti, primo fra tutti quello di dimostrare inconfutabilmente l’intermittenza della nostra presenza e della nostra attenzione, cosa che viene evidenziata in modo lampante quando tra una “fotografia” e l’altra ci si rende conto che sono passate due ore di cui non si ha praticamente alcun ricordo, se non quei due o tre istanti in cui qualche processo emotivo improvviso è intervenuto a svegliare la nostra attenzione, anche se solo parzialmente.
Secondariamente, la persistenza in questo esercizio produce, con il protrarsi dello sforzo, un accorciamento dei tempi morti tra una fotografia e l’altra.
Ora trasliamo questo sempre sul piano della videofotografia.
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I farmaci equivalenti costano pochissimo. Perchè quelli originali costano il triplo?
Mai fatti questa domanda? Credo di si.
I farmaci equivalenti, ovvero quelli senza un nome famoso, arrivano a costare anche un terzo di quelli più blasonati.
Ergo, quelli “normali” non solo costano troppo, ma è evidente che le uniche responsabili di tale prezzo sono le case farmaceutiche produttrici. Il che, in teoria, è assurdo, perchè per una semplice ragione di economia di scala, il farmaco prodotto da una multinazionale in quantità massicce dovrebbe costare di meno di uno prodotto da un’azienda normale.
Invece no! Costano il doppio e anche il triplo.
Non tutti i farmaci hanno il loro equivalente a basso costo e questo sempre grazie alle case farmaceutiche che detengono saldamente i loro brevetti. Per questi ultimi, i prezzi arrivano ad essere folli. E più il farmaco è destinato alla cura di una patologia grave, più costa.
Qualche anno fa, vi fu una campagna contro l’Aulin, sostanzialmente il farmaco più venduto al mondo, forse secondo solo all’aspirina.
Dell’Aulin si disse di tutto, che era cancerogeno, dannoso per lo stomaco e tossico. Il che non credo fosse una falsità. Ma la cosa che fa più specie è che l’Aulin non è di certo ne il più dannoso ne il meno efficace tra tutti i farmaci di cui mediamente si ingozzano gli occidentali.
Eppure la campagna verso questo prodotto non ha avuto eguali per nessun altro. Ovviamente la suddetta campagna ha avuto basi quasi esclusivamente economiche.
Personalmente ritengo che i farmaci attuali siano per la maggior parte inutili, eccezion fatta per pochi, pochissimi casi. Così come trovo assurdo che l’efficacia di un farmaco venga misurata sul rapporto tra benefici ed effetti collaterali nefasti, quando esiste una farmacopea propria alle tradizioni di molti popoli, dagli effetti collaterali inesistenti ma al contempo estremamente efficace.
Ad esempio l’aspirina, il cui principio attivo è l’acido acetilsalicilico, prende origine dal decotto di corteccia di salice (ecco perchè si chiama così).
Lo stesso vicepresidente di una nota farmaceutica, Pfizer se non vado errato, arrivò ad ammettere che il 75% dei farmaci da essa prodotti erano efficaci su meno del 25% dei casi cui venivano applicati.
Il problema è che l’uomo moderno è molto malato. A causa della vita attuale occidentale, a causa del cibo avvelenato che siamo costretti ad ingerire, a causa delle abitudini assurde che seguiamo in tutti i campi e così via. Ma soprattutto a causa della stupidità e dell’ignoranza che la fanno da re.
C’è gente malata da 10 anni che pretende di guarire (quando ciò è possibile), in 10 minuti. Ecco perchè i farmaci si vendono così tanto. Di fatto rispondono proprio a questa domanda.
La pillola miracolosa, ecco cosa ti vendono.
Una pillola che di miracoloso ha solo il guadagno per chi la vende.
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